La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

mercoledì 31 ottobre 2007

Volo nella tempesta

Dobbiamo fare un trasporto aereo di cose molto importanti: apparecchiature mediche per un ospedale nel centro Africa.
Si cerca il pilota del velivolo.
Non si trova.
Dico: so pilotare, non ho il brevetto, ma sono gia’ stato ai comandi di quell’ aereo.
Senza avvisare la torre di controllo e senza presentare il piano di volo andiamo all’ aeroporto.
Parlo con la direzione dell’ aeroporto e dopo molte insistenze ottengo l’ autorizzazione al volo.
Salgo in cabina di pilotaggio, non senza il pieno presentimento di pericoli imminenti. Molt segni mi davno ragione di temere una tempesta in volo.
Dal parcheggio rulliamo verso la pista.
Attendiamo il via dalla torre.
Lo otteniamo.
Do gas e comincio a prendere velocita’.
La pista e’ ora una strada larghissima, con palazzi ai lati. Ci sono ostacoli. Devo rallentare.
La strada e’ in salita.
L’ aereo sale a una velocita’ moderata.
Scollino. La strada in discesa e’ libera. E’ come una pista d’ aeroporto.
Il velivolo decolla.
Il tempo diventa brutto.
Siamo in mezzo a un temporale.
Un rombo cupo, profondo, simile a quello prodotto dalla rapida rotazione di una macina di mulino, e prima che ne potessi accertare la ragione, sentii l’ aereo tremare. Il momento dopo un turbine di vento ci fece piegare sul fianco, investendo il velivolo davanti e di dietro.
Perdo alcune volte il contatto con le torri di controllo, quella dello scalo di partenza e quella d’ arrivo.
Per uscire dalla bufera salgo sempre piu’ in alto.
L’ aereo scricchiola, al limite.
Inserisco il pilota automatico e vado a controllare se l’ aereo ha subito danni. Fortunatamente non c’ erano varie pericolose er il carico non si era spostato di troppo.
Ogni tanto devo scendere di quota.
La maggior furia della tempesta era ormai passata e poco restava da temere dalla violenza del vento.
E’ circa mezzogiorno, la mia attenzione fu allora attirata dal sole. Non dava luce, quel che si chiama luce, ma un bagliore cupo e triste senza alcun riflesso, come se tutti i suoi raggi si fossero polarizzati.
Il tempo torna sereno. Finalmente.
Atterraggio morbido in una pista magnifica.
Ho compiuto la missione: il trasporto e’ stato effettuato.
Carichiamo le apparecchiature mediche su dei camion e ci dirigiamo verso un ospedale del centro Africa.
Siamo felici perche’ vediamo nei volti di questi medici, infermieri, malati il riconoscimento per l’ opera svolta.
E’ una grande soddisfazione per me. Essere stato utile a queste persone mi riconcilia con la vita e mi fa dimenticare gli ostacoli affrontati. Anche quelli mi hanno rafforzato.

martedì 30 ottobre 2007

Le tre ''R''


Segui sempre le tre ''R'':

Rispetto per te stesso,

Rispetto per gli altri,

Responsabilita' per le tue azioni.


da ''I 18 principi del XIV Dalai Lama''

sabato 27 ottobre 2007

Presente, passato, futuro


Sappiamo che il passato, il presente esistono gia', in ogni minimo dettaglio, nella profetica memoria di Dio, nella sua eternita'; la cosa strana e' che gli uomini possano, indefinitamente, guardare indietro MA NON AVANTI.


Jorge Luis Borges - da ''Il manoscritto di Brodie''

venerdì 26 ottobre 2007

Riuscire nella vita


Le persone che riescono in questo mondo

sono quelle che vanno alla ricerca

delle condizioni che desiderano

e se non le trovano

le creano.


George Bernard Shaw

giovedì 25 ottobre 2007

Il quartiere sparito




Un ospedale.
Il santissima Trinita’ di Cagliari, in via Is Mirrionis. Una ex caserma, trasformata in ospedale, oggi sempre piu’ moderno. Nuovi padiglioni.
Hanno costruito un ultimo.
Per farlo hanno spazzato via una serie di case popolari. Hanno quasi spianato la collina di Tuvixeddu.
Un giardino.
Un grande spiazzo, panchine per i visitatori, per i ricoverati in grado di uscire a prendere il sole.
E’ una bellissima giornata di fine primavera.
Solo a Cagliari e’ possibile avere questo sole, questo tempo, questo cielo azzurro.
Sono tutti in attesa dell’ arrivo del ministro dell’ Interno, Cecco Beppe, un sardo. Politico di lungo corso, passato indenne nella rivoluzione che aveva coinvolto i partiti nella prima Repubblica in scandali di tangenti.
Viene a inaugurare il nuovo centro per la cura delle patologie del sangue.
Grande fermento nell’ ospedale.
Poliziotti ovunque per proteggere il politico. Tutti trasformati in angeli custodi di Cecco Beppe.
Elicotteri che sorvolano il luogo.
Atterrano nell’ eliporto, ne scendono a frotte poliziotti, il volto nascosto da passamontagna per non essere riconosciuti. Sono delle squadre speciali antisommossa, antisequestri.
La gente che aspetta e’ divertita da tutto questo movimento, ride spontaneamente allo spettacolo offerto. Il coro di risa che sale dalle gole delle persone sembra scandire il ritmo dei movimenti delle forze dell’ ordine. Gli agenti fissano con occhi roventi la folla, non accettano queste risate, preferirebbero essere ignorati
Giro tra i padiglioni.
Se possibile devo incontrare il ministro per una intervista. Lo conosco bene da tempo. E’ stato spesso ospite nei miei programmi Tv. Pur non condividendo la sua nuova scelta politica, in un partito di un magnate dei media, dopo una stasi di cinque anni, a seguito del terremoto politico di tangentopoli, l’ ho aiutato a rinascere politicamente ospitandolo spesso nei dibattiti elettorali da me condotti.
Un poliziotto amico della Digos di Cagliari mi ha passato l’ itinerario del ministro.
C’e’ tempo per il suo arrivo.
Ispeziono il percorso per individuare dove poterlo stoppare.
Percorro il giardino, il nuovo spiazzo, scendo le scale, interminabili, con gradini che diventano sempre piu’ alti, e’ difficile scendere, ma piu’ difficile risalire, bisogna arrampicarsi, ma mancano gli appigli.
Man mano che mi avvicino al nuovo reparto la gente scompare.
Entro nell’ edificio, tre piani, e’ deserto, vuoto. Non ci sono medici, infermieri, malati, attrezzature mediche, suppellettili.
Vuoto.
Deserto.
Non esistono piu’ neanche le costruzioni del quartiere.
Tutto il rione non esiste.
Un tetro caos.
Gli alberi quasi tutti decapitati. Una volta al di fuori del muro di cinta dell’ ospedale, ci si accorge che tutto e’ distrutto.
Il paesaggio e’ lunare.
Tuttavia, benché le case siano completamente distrutte, in nessun posto si vedono quelle buche che normalmente fanno le bombe.
In lontananza si vede lo stagno di Santa Gilla.
Si ha l’impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venga a stendersi al di sopra della terra.
Non ci sono persone, ma attorno a me si puo’ un mormorio ininterrotto di preghiere.
E’ una limpida giornata di sole senza nuvole. Un mattino estivo dal cielo terso e carico di azzurro come solo Cagliari presenta.
Al di fuori dell’ ospedale, pero’, uno spazio vuoto e grigio si estende sotto un cielo improvvisamente di piombo.
Soltanto le strade, i ponti e le sponde della laguna sono riconoscibili.
E’ l’inferno divenuto realtà”.
L’ unica vita e’ la presenza dei poliziotti, che armati sorvegliano un quartiere, una citta’ che non c’ e’ piu. Anche Cagliari e’ scomparsa.
Improvvisamente non si sente piu’ il rumore dei motori e delle pale degli elicotteri.
Le auto della polizia si allontanano sgommando.
Il capo della scorta del ministro, davanti all’ ingresso dell’ ospedale, in una strada deserta di gente, senza alberi, senza case, dice :’’Il ministro non viene piu’. D’ accordo, per oggi lo spettacolo e’ finito’’.
Si allontana per salire sull’ ultimo elicottero ancora a terra. Trasforma la sua partenza in una vera e propria ritirata, tanto che quando arriva al limitare dell’ eliporto sta ormai praticamente correndo.
La vita riprende.
I grandi battenti del cielo si aprono. Torna l’ azzurro. La luce del sole illumina di nuovo.
Via Is Mirrionis si rianima: auto che sfrecciano, vetture parcheggiate in doppia e tripla fila, clacson che suonano. Il cuore del quartiere pulsa per la ripresa delle normali occupazioni. I palazzi, le case popolari rivivono. L’ ospedale e’ un fermento di attivita’.
Il quartiere e’ di nuovo presente. Anche Cagliari e’ presente.
E’ il presente da cui hanno cercato di fuggire alla notizia dell’ arrivo di un ministro.
La gente, la citta’, il rione, vogliono tutto all’ indicativo, al presente, anche in un quartiere dove c’e’ casino, droga e brutti ceffi.

Amare


Il modo migliore per amare qualcosa o qualcuno

e' pensare al fatto

che si potrebbe perderlo.


Gilbert K. Chesterton (scrittore poliziesco, 1874-1936)

Corsa verso la liberta'

Cammino con i cani, Susi, come al solito libera, e Pepe al guinzaglio. L’ anima delle cose mi da’ un’interminabile freschezza.
Sono in via della Pineta, ho appena lasciato alle mie spalle lo stadio Amsicora.
Vado verso via Scano.
Cammino nella parte sinistra della strada. Sono diretto la’ dove trionfa l’ azzurro.
Conosco il percorso. Tante volte ho fatto quella strada. Ogni palazzo, case popolari, finestra, donne che stendevano i panni, pensionati affacciati ad osservare le macchine, i pedoni che vi passavano, le persone ferme ad aspettare il bus, i negozi, gli uffici dei consulenti finanziari, non c’ era niente che fosse sfuggito al mio interesse. Riconoscevo a distanza il rombo dei motori, il battere del gommista sulle ruote da controllare, il canto degli uccellini in gabbia, l’ abbaiare dei cani al mio passaggio, specie quando ero accompagnato dai miei, il profumo della pescheria, gli aromi della rosticceria. Tutto mi era familiare.
Anche nella notte piu’ profonda li indovinavo.
Oggi non e’ cosi’.
Tutto e’ corrotto, come le acque stregate. Nella via e’ tenebra, morte.
Il ricordo e’ miseria, a goccia a goccia di rubinetto che perde, a foglia a foglia che cadono nell’ autunno dai rami, si spegne come si spegne lo sguardo di chi abbandona la vita.
La memoria, come puro giglio, e’ recisa da un fatale destino.
Tutto e’ in falso blu notturno.
Il percorso e’ accidentato, l’ asfalto non esiste piu’. Al suo posto fossi, scavi come di trincea, acquitrini per le recenti piogge, fango dappertutto, catrame fuso, pezzi di marciapiede e poi scatole, scatoloni. Davanti ho fantocci, spettri, vermi.
Un silenzio misterioso sale per l’ aria e avvolge le mie speranze, le mie illusioni. Si fa pauroso.
Cammino con difficolta’. Inciampo. Non cado. Resto in piedi. Mi sporco le scarpe, i pantaloni con il fango. Metto i piedi in una pozza di catrame disciolto. Riesco a liberarmi, ma le mie condizioni sono disastrose, le scarpe sono incrostate di bitume, cosi’ pure i pantaloni.
Cammino come in un parco desolato.
Vivo l’ atroce amarezza di non godere nulla, di non sapere dove dirigere i miei passi, mentre mi sento avvolgere da un povero schifo. L’ uragano agita il mio cuore, i miei pensieri.
Ho paura di andare verso la morte. Soffro per le ombre che mi avvolgono. Ignoro dove vado e da dove vengo. Mi sembra di andare verso la tomba che mi attende coi suoi funebri fiori.
Cerco Susi, che si era allontanata e la vedo dall’ altra parte della strada, dove tutto e’ a posto. Il marciapiede e’ ben piastrellato, non ci sono buche, l’ asfalto e’ ben steso, la carreggiata e’ liscia e i pedoni e le auto camminano spediti senza problemi.
L’ azzurro del cielo e’ intenso.
Nelle persone c’ e’ allegria nei gesti. Mi chiamano.
Dopo il lungo faticoso cammino fatto, una musica di tromba, festante, m’invita ad andare da quella parte.
Un rullo di tamburo, suonato da un bambino a bordo di un’auto, al centro del distributore di benzina, mi porta la’ dove ci sono i giardini, la musica, le parole, la serenita’ riflessa del mondo.
La mente si risveglia. Gli occhi della memoria hanno un nuovo orizzonte, tutto raggiante e puro.
Il giorno e’ di nuovo. E’ di piu’
Mi dico. Che scemo! Perche’ non ho seguito Susi.
Attraverso la strada, raggiungo la parte buona della via.
Faccio un segno alla cagnetta.
Viene.
L’ abbraccio, mi commuovo.
Che importa. Mi commuovo. Mi commuovo.Ora cammino spedito, senza problemi. Mentre avanzo con Susi al fianco e Pepe al guinzaglio il catrame, il fango si staccano dalle scarpe dai pantaloni.
Ritorno pulito, come non mi fossi mai sporcato.
E’ come mi fossi cambiato d’ abito e di pianeta.
La compagnia della gente mi rinfranca. Il mondo cresce intorno.
Le difficolta’ non esistono piu’. Sono un ricordo lontano. Non sono mai esistite.
Sono passato attraverso al duro della vita e il mio cuore ricorda.
L’ aria si muove, si alza verso il cielo, in un dorato azzurro.
Il leggero vento che muove l’ aria mi fa fiutare di nuovo il passato, il mio mondo.
Sollevo di nuovo la testa.
Procedo, senza sforzo, dolcemente, nel cammino.
Mi sveglio e apro gli occhi.
E’ l’ ora in cui si accende il sole.
I suoi raggi cadono sul letto. Mi baciano. Mi riscaldano.
Mi alzo.
Esco in giardino a godere il sole. Ascolto la melodia del giorno, il canto degli uccelli.
Il cuore e l’ anima splendono.
La vita vibra, irrompe grande e dolce, inebria la mia anima, il mio cuore.
Felice in mezzo alla festa.

mercoledì 24 ottobre 2007

La donna senza volto


Cagliari.
Forse.
Non riconosco il luogo. Sono in pieno centro. Cammino.
E’ un lunedi’ mattina.
Forse e’ Cagliari, perche’ tutti i lunedi’ sono sempre in questa località’. Forse e’ Cagliari perche’ e’ una citta’ a me molto cara. La amo. Sono innamorato delle sue strade, dei suoi palazzi, della sua gente. La desidero. Camminare per le sue vie m’inebria. Parlare con la sua gente mi emoziona. Quando sono in questa citta’ talora giro senza una meta prefissata. Guardo i negozi dalle vetrine allegre, le ragazze, con il broncio, le forme dei loro corpi, statuari e fanciulleschi, le donne, belle, giovani, le loro silhouette, adocchiate da pappagalli allupati, le vecchie, avvizzite, da tempo scordate. Resto incantato a guardarle sfilare come in parata.
Mi fermo sui marciapiedi, talora al tavolino di un caffe’, l’ Antico Caffe’, in piazza Costituzione, fumo il mio toscano. Ascolto la sua voce e quella della sua vasta umanita’ con il cuore gonfio di felicita’. Con le narici alla strada cerco di riconoscere i suoi odori.
Potete scommetterci la testa e’ inebriante. Mi piace tanto cosi’. E’ il mio grande amore. E’ l’ essenza primordiale.
E’ giorno. Guardo l’ orologio, segna le dieci del mattino. Il sole splende. Mi piace la luce del giorno. Detesto vedere il sole che tramonta la sera. Si’, non amo vedere la luce del sole che lentamente cala. La sera, le prime ombre della sera, le ombre che allungano le immagini non mi piacciono. Il sole che tramonta, la luce che sparisce, mi fanno pensare al mio ultimo giro.
Cagliari.
Non so, non riconosco i luoghi.
Cagliari.
Forse.
Forse perche’ cammino con piacere, come solo mi accade quando sono nella mia citta’. Non riconosco pero’ i posti, le strade, i negozi, i caffe’, i bar, le persone.
Forse non ci sono posti, strade, negozi, caffe’, bar, persone.
Non sono solo. Accanto a me una figura femminile. Sono in compagnia di una donna. E’ una figura indeterminata, non chiara. Il viso non si distingue, e’ in ombra. Forse non c’ e’, non ha volto.
Non parla. Non ha bocca.
Cammina senza guardare la strada e me che le sono a fianco. Non ha occhi.
Va al lavoro. Si affretta. Va ad infilarsi in una vischiosa giornata di lavoro.
Provo ad insegnarle la differenza tra il bene e il male. Provo a spiegarle l’ amore, la liberta’. Le mie parole si allargano. La mia voce e’ chiara, come la luce del sole, come il cielo azzurro di Cagliari.
Parlo. Non ascolta. Non ha orecchie.
Anche lei all’ ultimo giro.
Ad un certo punto mi accorgo di indossare un abbigliamento sportivo, calzoncini, maglietta e scarpe da corsa.
Mi metto a correre. Vado spedito, piu’ di quanto non abbia mai fatto, anche quando ero in pieno allenamento.
Mi allontano dalla persona che era con me.
Corro piu’ forte di quanto un uomo possa fare. Mi allontano sempre piu’ da questa donna. Non voglio fermarmi, perdere tempo. Il mondo mi aspetta.
Mi dico: guarda come corri, meglio di prima. Le mie ginocchia sembrano a posto. Il mio menisco rotto, i miei legamenti strappati non mi danno fastidio. Non ho piu’ male. Non sono state mai cosi’ bene, mi sembra di essere un ragazzo da quanto corro veloce. In effetti sono giovane. Ho l’ eta’ di quando, studente liceale in Toscana, partecipavo alla campestre scolastica.
Mi sento bene, le mie gambe sono a posto.
Corro su per la collina. Monte Urpinu, Calamosca, il colle di Sant’ Elia, verso il forte di Sant’ Ignazio? Galoppo verso il Poetto? Non so. Forse.
Il posto e’ dolce e sono felice. Sono fuori di me per la gioia. Il cuore e’ gonfio di piacere, d’allegrezza. Esulto.
Programmo, mentre volo con grandi falcate, di riprendere gli allenamenti per prepararmi non piu’ per percorsi medio-lunghi, ma per una maratona.
Vado lontano, da qualche parte, lontano, oltre lei, ora nel buio. Verso la luce che m’inonda. Un richiamo per la vita
Corro a rotta di collo finche’ qualcuno non mi sveglia.
E’ meglio che stia ancora nel mio letto.
Nel mio sogno.
Dorato.
Vero.
Felice della mia liberta’.










La verita'

Inerrabilis aetatis et luminis, formanque non satis ab hominibus intellecta.
(Di eta' e di splendore impareggiabili, di bellezza tale da sfuggire alla piena comprensione degli uomini).
Francesco Petrarca - ''Secretum meum'', dialoghi tra Petrarca e Sant' Agostino -