La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

giovedì 28 maggio 2009

L' amore di un padre

Un giorno un figlio dice al padre: - 'Papà, vuoi fare una maratona con me? " - E il padre ha detto 'sì'. Entrambi corsero la loro prima maratona. > Ancora una volta, il figlio chiede: - 'Papà, vuoi fare una maratona con me? " - E il padre ha detto 'Sì,figlio mio Un giorno, il figlio chiede al padre:> - 'Papà, vuoi farei'l Ironman con me? " L'Ironman è il triathlon più difficile che esiste : (4 km nuoto, 180 km in bicicletta e 42 km corsa) E il papà ha detto 'sì' La storia sembra semplice. Fino a quando non si guardano queste immagini ... grande lezione di amore e di umanità ... RISPETTO
Durata:4:34




martedì 26 maggio 2009

Noemi

Davanti al mare - Atomi di memoria - tre poesie di Annarita Ruberto

In un momento in cui il SK non invia piu' suoi componimenti alla mia e-mail pubblico tre poesie della sorellina in web Annarita Ruberto, rubate dal suo blog







Davanti al mare

Sfido l’orizzonte

intuendo forme

che diverranno note

a poco a poco,

quando lontano e vicino

si confonderanno

generando il coraggio

di vedere ciò che cambia,

di accogliere in uno sguardo

quanto vi può entrare,

in un attimo

di orizzontale

stupore.







Atomi di memoria


Piccola mano,


intrecciata alla mia mano


di bimba.

Fiocco bianco

fra i lunghi capelli biondi.

Voce di mia madre,

richiamo lontano.

Lame di luce

trafiggono il buio

intorno.

Camici bianchi,

dolore profondo.

Pianto di bimbo, il mio.

Cerchi nell’acqua,

uguali e diversi.

Brivido sulla pelle.

Atomi di vita,

cristallizzati nella


memoria.



Questa poesia era stata scritta da Annarita a sedici anni, quando era al liceo.

PENSIERO

Nasce tremulo,
incede esitante.

Si ferma un istante,
poi avanza sicuro.
Si libra lieve e ineffabile,
irraggiungibile e inafferrabile,
là dove non ci sono confini.

La sua presentazione:

"Questi brevi versi sono stati composti all'età di sedici anni, durante gli anni del Liceo Classico. Un'età in cui lo spirito è alla ricerca di quell'autonomia e libertà di pensiero che prelude al passaggio nel mondo degli adulti, passaggio temuto e agognato allo stesso tempo. Ma si hanno ancora sedici anni e si è naturalmente proiettati verso pensieri grandiosi, spazi sconfinati in cui rincorrere i propri sogni senza barriere e limiti fisici o temporali. Spazi in cui tutto è ineffabile, irragiungibile e inafferrabile, ma ove si respira una libertà sconfinata e il pensiero può tutto, nutrendosi di se stesso e cristallizzando in attimi senza fine atomi della propria ordinaria esistenza.

"Pensiero" è stata ispirata da tale coacervo di sentimenti..."
Annarita Ruberto

Se non conoscete la sorellina andate a curiosare nei suoi blog:
http://lanostramatematica.splinder.com
http://websomethingelse.blogspot.com
http://scientificando.splinder.com




mercoledì 20 maggio 2009

Scrittori Emersi e Sommersi, letture di Paolo Maccioni e Pier Luigi Zanata




L’ignoto scrittore (ormai non piu’: Paolo Maccioni) celato dietro lo pseudonimo di Gustavo Pratt si diverte – ma a divertirsi è soprattutto il lettore – a elaborare ricette in forma di racconti, proponendo un menu completo di antipasti, primi, secondi piatti e dessert composti alla maniera dei maggiori esponenti della cosiddetta nouvelle vague sarda: autori di respiro nazionale, di nicchia, affermati, emergenti ai quali questa raccolta di ricette narrative vuol essere, scrive Pratt, il mio modesto omaggio. Ecco allora diciotto ricette in forma di racconto scritte alla maniera di Niffoi, Agus, Fois, Capitta, Carlotto, Lecca, Abate, Angioni, Todde, Soriga, Alcioni, Floris, Clarkson, Maccioni, Nonnis, Marrocu, Ferruzzi, Pinna. Un menu completo che il lettore potrà preparare seguendo le indicazioni dei suoi autori preferiti, oppure gustare solo sulla carta.


I’ m a Serial Killer , e’, invece, una serie di racconti e poesie noir che il giornalista Pier Luigi Zanata, da qualche tempo, riceve nella sua casella e-mail. Racconti e poesie che Zanata ha deciso far conoscere ai suoi amici. Li trovate in Ecopoetico, La Via dei Poeti , nella rivista internazionale Poeti e Poesie, Montparnasse Cafe' (Open publication - Free publishing - More poesia), e in Utilize Rap! Again!

mercoledì 13 maggio 2009

alla XXII edizione della Fiera Internazionale del Libro, Prestami una vita,il romanzo d’esordio del giornalista e scrittore cagliaritano Gianni Zanata



Sarà presentato anche a Torino, alla XXII edizione della Fiera Internazionale del Libro, Prestami una vita, il romanzo d’esordio del giornalista e scrittore cagliaritano Gianni Zanata.

Il libro, pubblicato dalla Edizionirebus di La Spezia, è giunto alla seconda edizione e nei mesi scorsi è stato presentato alla mostra

della piccola editoria “Parole nel tempo”, a Belgioioso (Pavia) e alla Fiera di Roma “Più libri, più liberi”.

Il romanzo racconta la storia di un giovane musicista, Duilio Settembrini, al quale, grazie a un’inaspettata serie di circostanze, viene offerta la possibilità di una “doppia vita”.

Come Pirandello insegna, quando la propria vita non è quella che vorremmo può darsi che ci venga data l’opportunità per viverne una seconda...

“5+1=7” questo è il titolo della presentazione di Torino, nel corso della quale, oltre a “Prestami una vita”, saranno illustrate le ultime novità di narrativa della Edizionirebus.

L’appuntamento è fissato per domenica 17 maggio, alle ore 16, presso lo Spazio Incubatore del Lingotto, nel settore dedicato alle nuove realtà del panorama editoriale italiano.

www.giannizanata.it

info@giannizanata.it

www.edizionirebus.it

clicca qui per il

BOOKTRAILER

PRESTAMI UNA VITA

Autore Gianni Zanata

Titolo Prestami una vita

Collana Legenda metropolitana

Formato 106 x 178 x 10

ISBN 978-88-901448-5-1

Pagine 288

Prezzo € 14,50

Il libro:

Quante vite ci occorrono per imparare dai nostri errori? O, se preferite, quanti errori ci vogliono per imparare a vivere? Duilio Settembrini, inquieto musicista di una rock-band in crisi di identità, spende buona parte della propria, di vita, nel tentativo di attribuirle un senso, un ordine soddisfacente, di colmare il vuoto dal quale si sente avvolto. Con esiti risibili, peraltro. Vita disordinata la sua, irrimediabilmente e non in senso metaforico, quantomeno non solo. L’appartamento che divide con Teresa, che, tanto per essere chiari fin da subito, è lesbica e intrattiene con il suo coinquilino una profonda ma bizzosa amicizia, ne è lo specchio fedele. Trovare qualsiasi cosa là dentro corrisponde a una scommessa dall’esito scontato come una puntata al gioco delle tre carte. L’ultimo litigio tra i due si consuma a causa di un vinile di Neil Young, resosi improvvisamente e ostinatamente irreperibile. La porta quel giorno sbatté violenta alle spalle di Teresa.

Solo, la testa persa dietro a ricordi lontani, nel caldo afoso di un pomeriggio di inizio estate, Duilio udì squillare il telefono. Uno sconosciuto, dall’altro capo, bussò alla sua vita: ne aveva una seconda da offrirgli in prestito.

Questo romanzo colpisce e rapisce per le sorprendenti capacità narrative evidenziate da Zanata. Arguzia e ironia, sapientemente dosate, condiscono una storia che appassiona.


L’autore:

Gianni Zanata è nato a Cagliari, classe millenovecentosessantadue. Giornalista professionista, scrittore perseguitato dai dubbi, chitarrista appassionato di blues. Gli esordi musicali risalgono alla fine degli anni settanta in piccole e sconosciute rock band. Le prime esperienze lavorative agli inizi degli anni ottanta a Radio Alter e Radio Studio 96. Quindi la tv: notiziari, reportage, inchieste, documentari, rubriche di spettacoli, cultura e musica. Prestami una vita è il suo primo romanzo.



Maroni, il ministro ''provvisorio'' e non, il r(a/o)ndellatore - Migranti, Lega xenofobica, Bossi e Roberto Saviano

martedì 12 maggio 2009

Da Platone a Russel passando per la logica aritmetica di mio nipotino

In un bosco, a nord ovest di Atene, dedicato all'eroe Academo (Akademos), sorgeva un ginnasio circondato dalle mura di Ippia e ornato dagli alberi di Cimone.
Nelle sue vicinanze, secondo la tradizione, nel 387 a.C. Platone acquistò un fondo dopo il suo primo viaggio in Sicilia (dove era stato ridotto in schiavitù), e con il denaro raccolto per il suo riscatto vi stabilì la sede delle riunioni dei suoi discepoli dando così inizio alla celebre scuola filosofica, L’ Accademia, caratterizzata dalla vita in comune tra maestro e discepoli. Sul piano giuridico essa era un'associazione religiosa, dedita al culto di Apollo e delle Muse.
Platone fu scolarca dell'Accademia dalla sua fondazione. All'interno della scuola egli insegnò alcune dottrine che, a quanto ne riferisce Aristotele, differivano da quelle contenute nei suoi dialoghi, ed erano più profondamente influenzate dal pitagorismo.
L'accademia fu uno dei centri di formazione dei giovani di buona famiglia ateniesi e stranieri. Per questo essa fu in diretta concorrenza sia con l'insegnamento dei sofisti sia con altri istituti come la scuola fondata dal retore Isocrate e più tardi il Liceo fondato da Aristotele.
Il progetto di Platone era formare il gruppo di filosofi che avrebbe avuto il compito di governare ed educare il resto della società. Il curricolo dell'Accademia platonica prevedeva al primo livello l'insegnamento delle forme elementari di sapere, della musica, della danza, degli esercizi militari. Gli studenti che si dimostravano migliori a questo livello passavano poi al livello superiore, che si concentrava sull'insegnamento delle scienze matematiche. Infine e di nuovo, solo gli studenti risultati migliori al secondo livello passavano allo studio del sapere supremo, la filosofia.

Dell’ Accademia di Platone esiste ben poco, ma soprattutto non esiste l’ epigrafe che si dice fosse scritta sul portone: ‘’ Non oltrepassi la soglia chi e’ digiuno di geometria’’, anche se altri affermano che l’ iscrizione esatta sia ‘’Non entri chi non e’ geometra’’.

H.D. Safrey afferma che probabilmente ci si trova ‘’alla presenza di una finzione letteraria del tutto comune alla retorica ellenistica, che ha immaginato leggende parallele’’ (H.D.Saffrey, Une inscription légendaire, in Revue des Etudes Grecques, 1968).
Tuttavia come scrive Giovanni Reale in ‘’Platone, alla ricerca della sapienza segreta’’, Bur 2004, anche nel caso l’ epigrafe risultasse una finzione poetica creatra dai retori ellenistici, la massima esprime in modo assoluto perfetto il programma che Platone metteva in atto nell’ Accademia e che riporta nella Repubblica, dimostrando come la scienza del numero aiuti a raggiungere la sfera dell’ intellegibile e a contemplare l’ essere.
Platone scrive:
- Ma la scienza del calcolo e l’ aritmetica trattanno del numero.
- Certamente.
- E quindi risulta chiaro che esse conducono al vero.
- In una maniera straordinaria

Ben si comprende il significato del motto: davvero, chi non comprendeva la geometria non avrebbe dovuto entrare nell’ Accademia.
D’ altronde il cosmo platonico era formato da 5 solidi regolari.
Questa premessa dimostra che da sempre vi é un rapporto indisgiungibile tra la matematica e la filosofia: Eratostene (280-200 a.C.), calcolo’ il valore della circonferenza della Terra in modo molto preciso. Talete, oltre a calcolare l' altezza delle piramidi sfruttando l' ombra da esse proiettata , diede vita al famoso teorema che porta il suo nome e che dice che un fascio di rette parallele determina su due trasversali insiemi di segmenti proporzionali .
Su questi temi ha scritto molto il giovane filosofo torinese Diego Fusaro al quale vi rimando.
Leggendo Fusaro, ma anche gli scritti di Emanuele Severino e di Giovanni Reale, comprendiamo che i numeri sono in stretta relazione con le Idee e con i Princìpi, e come numeri e figure a livello matematico, costituiscono un livello ontologicamente ‘’intermedio’’ fra l’ intellegibile e il sensibile.
Per tornare a Platone e ad Atene, perche’ i filosofi e matematici andrebbero studiati nei luoghi dove hanno vissuto e insegnato, possiamo distinguere fra Numeri (e le figure) ideali e i numeri (e le figure) matematici.
I Numeri ideali (da Platone limitati alla decade, matrice di tutti gli altri numeri) sono quelli che Giovanni Reale chiama numeri metafisici, i quali rappresentano le essenze stesse dei numeri matematici. I Numeri ideali non sono sottoponibili a operazioni matematiche. Per il Greco il numero era pensato , più che come intero , come un rapporto ben articolato di grandezze e di frazioni di grandezze , di " logoi " e " analoghiai " , ossia come relazioni e rapporti . Per il Greco , dunque , tradurre i " logoi " e le relazioni in numeri era cosa ovvia .
Questa relazione di rapporti mi ricorda un fatterello che mi e’ accaduto con Pierfrancesco, uno dei miei nipoti, quando aveva quattro anni.
Pier Francesco attraversava la fase dei perche’ e chiedeva le spiegazioni piu’ impossibili. Piccolo ‘’mostro’’ che noi filosofi definiamo fenomenologici perche’ voleva comprendere tutta l’ esperienza umana, rapportandola a relazioni e rapporti.
Avete mai avuto a che fare con questi bambini? Bambini che ti fanno domande riferendosi a un particolare tipo di conoscenza, che cercano di entrare dentro il sapere dei grandi e conoscere e percepire il mondo allo stesso modo in cui lo conoscono e percepiscono loro.
Si’? Bene sapete di cosa parlo.
No? Uhmmm!
Leggete allora questo squarcio di vita vissuta da un povero uomo che per il solo fatto di essere un giornalista (anche il babbo lo e’) agli occhi del nipotino e’ uno che conosce molte cose e quindi in grado di rispondere a tutto.
Sono davanti al pc. Scrivo.
- Nonno mi insegni a contare?
Mi chiede all’ improvviso, interrompendo il mio lavoro.
- Certamente, rispondo.
- Ma cosa vuol dire contare? L’ altro giorno papa’ ha detto ‘’su Corrado non si puo’ contare’’. Perche’? Io ho sempre visto che per contare si usano i numeri che si scrivono su un foglio a quadretti. Non ho mai visto scrivere i numeri sulle persone.
- Hai ragione, dico, ma qualche volta il verbo contare puo’ assumere un diverso significato. Nel caso di zio Corrado tuo padre voleva dire che non ci poteva fare affidamento.
- Ho capito. E’ come per la banca e l’ affidamento del mutuo per comprare la casa. Ma perche’ la casa la deve comprare zio Corrado e non papa'? Zio Corrado la casa ce l’ ha, noi no.
- Pier Francesco … torniamo alla domanda iniziale: nonno mi insegni a contare?
Per spiegare il concetto aritmetico ‘’contare’’ prendo un mazzo di carte da gioco e disponendole sul tavolo una per una dico
- Uno perche’ una e’ la carta che pongo sul tavolo. Adesso ne aggiungo un’ altra e cosi’ sono due. Come vedi una carta piu’ una carta fa due carte. Uno piu’ uno uguale due. Ora una carta piu’ una carta piu’ una carta fa tre e con un’ altra quattro. Osserva tre carte piu’ un’ altra quattro. Quattro e’ anche uguale a due carte piu’ due carte. Al numero quattro siamo arrivati sommando due carte a due carte, oppure contando le carte una per una.
- Nonno due piu’ due fa sempre quattro?
- Si’. Due piu’ due e’ sempre uguale a quattro. Essere la somma di due piu’ due e’ parte del significato di quattro.
- Puo’ fare cinque?
- No, come hai visto.
- Anche se uso i nodi di una cordicella anziche’ le carte?
- Si! Sempre e assolutamente quattro.
Allora con innocenza prende dalla tasca dei suoi pantaloni due cordicelle. Prima fa due nodi in una e poi altri due nell’ altra. Lega le due cordicelle tra loro e conta i nodi fatti:
- Uno, due, tre, quattro e cinque! Vedi nonno due nodi piu’ due nodi possono fare anche cinque nodi.
Silenzio. Mio. Rifletto.
- Ascolta Pier Francesco l’ aritmetica non e’ sempre una cosa facile. La sola cosa che serve davvero conoscere e’ che ci sono tre generi di persone: quelle che sono capaci di contare e quelle che non lo sono …
- Nonno, come tre? Sono due …
Prima di arrendermi alla logica stringente del mio nipotino gli dico:
- Pier Francesco prima di risponderti, devo farti una domanda: sai cosa significa ‘’rompipalle’’?
Bene!
Mio nipotino, empiricamente, con un suo principio aritmetico di somma aveva collocato la sua idea di ‘’due piu’ due’’ in una precisa posizione del mondo intellegibile , a seconda della sua maggiore o minore universalità e a seconda della forma più o meno complessa dei rapporti che essa intrattiene con le altre idee ( che stanno al di sopra o al di sotto di essa ) . Questa trama di rapporti , egli, empiricamente l’ aveva numericamente espressa .
" La matematica è in Hegel solo un passo nella dialettica " , disse con una punta di comprensibile amarezza Bertrand Russell, grande estimatore della matematica oltre che filosofo.
Potrei dire che anche in Pier Francesco l’ aritmetica e’ solo un passo della sua dialettica. Husserl avrebbe detto che l’ aritmetica di Pier Francesco non e’ altro che la sua logica.
Se Bertrand Russell avesse conosciuto mio nipotino probabilmente avrebbe scritto del Paradosso di Pier Franesco, anziche del Paradosso del Barbiere.
Bertrand Russell, esattamente nel 1901, ideò quello che è divenuto celebre come 'paradosso di Russell' o 'paradosso del barbiere', consistente in questo enunciato: in un paese dove tutti gli uomini sono rasati, esiste un solo barbiere il quale rade tutti gli uomini che non si radono da soli. Ma allora, chi rade il barbiere? Analizzando il problema con la teoria degli insiemi, è chiaro che nel paese esiste l'insieme degli uomini che si radono da soli e quello degli uomini che si fanno radere. Il barbiere si rade da solo? Impossibile, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli! Qualcun altro lo rade? No, perchè il barbiere rade tutti gli uomini che non si radono da soli! Ci troviamo di fronte ad un paradosso. Secondo Russell, per superarlo, bisogna correggere la nostra convinzione (errata) che per ogni proprietà debba per forza esistere un insieme: in qualche caso non si forma nessun insieme coerente.
Se ci pensate bene anche Pier Francesco aveva evidenziato come in qualche caso non si forma nessun insieme coerente.
Considerato che il curricolo dell'Accademia platonica prevedeva al primo livello l'insegnamento delle forme elementari di sapere, della musica… mi chiedo se Pier Francesco che suona la chitarra con questo sua forma empirica di logica sarebbe passato al livello superiore, che si concentrava sull'insegnamento delle scienze matematiche e infine allo studio del sapere supremo, la filosofia, che adesso, comunque studia al Liceo Classico.
Chiudo con una pungente affermazione di Bertrand Russel:
‘’L’ aritmetica deve essere scoperta proprio nello stesso senso in cui Colombo scopri’ gli Indiuani dell’ Ovest: noi non creiamo i numeri piu’ di quanto egli abbia creato gli Indiani’’. 8B. Russel, Is Position in Space and Time Absolute or Relative?, ‘’Mind’’, n° 10, 1901).

venerdì 8 maggio 2009

Mia Madre

Nina a 15 anni

Mia madre, Giovanna-Maria-Elvira-Adele, piu’ semplicemente Nina, nata nei primi anni del ventesimo secolo era una donna straordinaria. Figlia di un imprenditore di Cagliari che operava nel settore dei trasporti era cresciuta in una delle piazze centrali della citta’, dove erano le proprieta’ di mio nonno: casa padronale, stalle, cavalli, calessi, landau, carri per il trasporto delle merci e la stazione di posta dove i cavalli degli operatori delle campagne intorno sostavano, in attesa del ritorno nei paesi, una volta che i loro padroni avevano concluso i loro affari o scaricato le merci che poi venivano distribuite da mio nonno.

La famiglia di mia madre comprendeva altre tre sorelle e due fratelli.

Nonno Pirlo, molto severo, impediva ai figli, soprattutto alle sue bambine, di andare nelle stalle dove bazzicavano gli stallieri e gli uomini del contado.

Mia madre, ribelle, era l’ unica che trasgrediva gli ordini del padre. Appena alzata si precipitava nele stalle e trafficava con i cavalli.

Col crescere degli anni, oltre ad essere sempre piu’ bella, una donna dalla pelle madreperlacea, capelli corvini, occhi scuri, labbra carnose, naturali, non come quelle rifatte oggi dai chirurghi plastici, che realizzano interventi mostruosi che trasformano le bocche delle loro clienti in antiestetici canotti di carne, era diventata un’ abile amazzone. Cavalcava come gli uomini, non seduta con le gambe pendenti sul lato sinistro dell’ animale, come si usava in quegli anni, ma incosciando la bestia per meglio stringerlo tra le gambe e poterlo governare senza problemi. Cavalcava spesso a pelo, senza sella, ed era bravissima nell’ eseguire acrobazie con il cavallo lanciato al galoppo. Era la disperazione del padre. Inoltre si divertiva a fare capriole aggrappata alle travi delle stalle. Partecipava con grande perizia anche alla doma dei puledri.

Una volta la vide il proprietario di un circo il quale propose a nonno una scrittura per la figlia.

Nina dovette restare chiusa nella sua camera per due settimane, fino a quando il circo lascio’ la citta, non fosse mai che la ribelle figlia decidesse di aggregarsi alle troupe circensi. Riceveva solo la visita di nonna Nerina e della governante che le portava i pasti. Stretta sorveglianza della tata che l’ accompagnava anche a scuola, andandola a riprendere alla fine delle lezioni.

Nonno Pirlo aveva paura dell’ estrema socievolezza della figlia che esibiva sempre e che forse per i tempi, secondo lui, non era consona con una particolare maturita’ di comportamento.

Mia madre andava nella vicina spiaggia di Giorgino, la spiaggia dei Cagliaritani, a fare lungo galoppate che immancabilmente si concludevano con un bagno in mare del cavallo e suo. Si divertiva a lanciare il cavallo nella grigia distesa dalla spiaggia che arriva sin quasi all’ orizzonte. Generalmente Giorgino era poco affollata. Quasi sempre poca gente distesa sulla sabbia o seduta sulle sedie a sdraio, pochi altri a prendere il sole vicino all’ acqua. Gli uomini o in completi o nei loro costumi interi e le donne nei loro pagliaccetti con l’ ombrellino a impedire una, allora, disdicevole abbronzatura Una volta, in sella a Nero, uno stallone dal manto nero, fu trascinata al largo dalla corrente. Mia madre, sotto gli occhi terrorizzati del padre, che gia’ presagiva una disgrazia, riusci’ con pazienza e perizia a ritornare a riva, assecondando il nuoto di Nero nelle onde e nella corrente. Anche questa bravata le costo’ la ‘’reclusione’’ di due settimane nella sua camera, guardata a vista dalla severa governante, che avrebbe dovuto proibirle anche di mangiare i dolci preparati dalla cuoca. Invece la governante le portava di nascosto piu’ di una fetta di torta, senza dire una parola, un dito sulla bocca in segno di avvertimento, in un ironico teatro della cospirazione.

Uno degli stallieri soprannominato Per’ ‘e prumbu (Piede di piombo) per il modo di camminare pesante, come se i suoi piedi fossero infilati in scarpe di piombo le aveva insegnato a sparare con la pistola. Ogni giorno si esercitava al tiro sparando a barattoli di latta o bottiglie. Naturalmente quando il padre non era in casa. Se l’ avesse scoperta le sarebbero toccati altri giorni di clausura.


Luigi

Un giorno quando Nina e’ appena entrata nell’ adolescenza nella sua vita compare Luigi, un ufficiale della Guardia di Finanza, originario di Santa Bona-Treviso

Non ho mai saputo dove mia madre e mio padre si videro per la prima volta. Forse nella grande piazza antistante la grande casa dove abitava, che comprendeva anche le stalle e i cortili per la sosta dei carri e i grandi magazzini per i depositi delle merci.

I dettagli del loro incontro e della loro prima conversazione non li ho mai conosciuti.

Certo e’ che mia madre fu colpita da questo uomo in divisa, non molto alto, biondo, e occhi di un celeste del cielo.

Nina e Luigi

Il colore degli occhi di mio padre, diceva sempre mia madre, era sicuramente pari a quello del paradiso e emanavano una luce particolare che davano al suo sguardo il calore dei primi raggi del sole del mattino che si alzano a scaldare il mondo dopo il freddo della notte. Occhi azzurri penetranti e intelligenti su un viso dalla carnagione pallida da nordico, incorniciato dai capelli biondi, con un leggero principio di sicura incipiente calvizie,

Il suo sorriso mostrava una bella chiostra di denti regolari e, ricordava mia madre, metteva gli altri nella condizione di restituirglielo.

Louis, diceva mia madre, era una persona sensibile, colta e religiosa.

Credo che mia madre abbia sentito, incontrando Luigi, l’ incombere di quei momenti decisivi che ti cambiano la vita: una di quelle svolte in cui o afferri l’ opportunita’ fugace che ti si presenta o la guardi inerme scivolare via dalle tue mani e ritornare nel nulla.

Ritengo che abbia subito compreso, a parte il resto, che doveva rivedere quell’ ufficiale dagli occhi di cielo, che doveva imporre a suo padre.

Mia madre non mi ha mai raccontato di grandi difficolta’.

Si sposarono dopo un breve fidanzamento: lui 23 anni, lei 19.

Nel giro di due anni hanno due figli: Rabirio, dal nome Caio Rabirio, appartenente a una Famiglia romana e poeta o architetto, forse progettista della Domus Flavia, difeso da Marco Tullio Cicerone (famosa e studiata l’ orazione pro Rabirio) per avere cospirato contro i duimviri (il nome fu scelto da mio padre amante della storia romana e della liberta’ e contrario a qualsiasi forma di dittatura), e Giancarlo.

Dopo14 anni, allo scoppio della seconda guerra mondiale, sono nato io.


Nina e PL a otto mesi

PL due anni


Mia madre aveva il potere di evocare gli spiriti.

Gli spiriti, i fantasmi, si dice, regnarono in tutti i tempi. La storia che sto per narrare e’ un esempio della loro esistenza? Puo’ darsi. Affermo che gran parte della incredulita’ su queste vicende sono legate al fatto che non sempre si comprende che non possiamo essere sempre soli.

La vicenda si svolge a Serdiana, un paese non lontano da Cagliari, la piu’ importante citta’ diella Sardegna.

Sono le sette del pomeriggio di un giorno di settembre del 1943. Si sentono le ore suonare nel vicino campanile della chiesa. parrocchiale. La luce del giorno comincia a calare.

Sono nel salotto di casa, una stanza con un divano, due poltrone, una credenza con i servizi buoni di piatti e bicchieri, argenteria esposta, il tavolo tondo, quadri e foto alle pareti, una lampada a stelo, sul tavolo anche un portacenere di vetro e rame con un cavallino di rame sul bordo, nonostante in casa nessuno fumi. Gioco con un cavalluccio di latta, accoccolato dietro la sedia in cui mia madre e’ seduta, intenta a cucire e a lavorare a maglia.

Improvvisamente qualcosa accade in cucina, rompendo il silenzio che regna nella casa.

Rumore di sedie trascinate e rovesciate. Poi come di piatti, bicchieri. Per terra. Rotti.

-Pier Luigi? Che cosa hai combinato?

Mi alzo e mi faccio vedere. Si accorge che le sono accanto.

-Giancarlo? Che cosa e’ successo?

Nessuna risposta.

Si alza. Va in cucina per guardare il disastro. Niente. Tutto e’ in ordine.

Mi fratello e’ in giardino. Gioca con il cane.

Mia madre lo raggiunge.

-Hai toccato qualcosa?

-No.

Torna in salotto Alle abituali faccende. Riprende a cucire e a lavorare a maglia.

Un’ altra sera. E’ sola in casa. Le tenebre sono gia’ arrivate. Le poche e deboli luci in strada sono accese. Noi figli siamo da una vicina.

Improvvisamente rumore di stoviglie.

Corre in cucina: piatti, bicchieri, tegami, padelle e pentole sono sul tavolo, tirati fuori della credenza.

Sbianca in viso. Le mani le tremano. Ha paura. Va anche lei dalla vicina.

Quando torniamo a casa riassetta.

Non racconta l’ accaduto.

Poi una notte, siamo tutti a letto, e’ un continuo sbattere di porte e finestre. Le ante dell’ armadio si aprono e la biancheria è scaraventata a terra.

In casa non ci sono altre persone.

Mia madre e’ spaventata, ma mantiene la calma, per non allarmare noi figli, svegliati dal fracasso.

Recita a voce alta un’ Ave Maria e un Padre Nostro. La sua voce e’ perfettamente ferma, tranquilla, composta, ma seria. Ci invita a recitare con lei le preghiere. I miei due fratelli le dicono, sempre ad alta voce. Io, ho appena tre anni, non le so per intero.

Dice: Se sei un’ anima buona vieni in pace. Se sei uno spirito cattivo l’ inferno ti inghiotta.

Ci rasserena. Fa persino un debole tentativo di sorridere.

Ancora di sera, siamo tavola, in cucina, stiamo cenando. D’ un tratto, la porta d’ ingresso è colpita come da un forte getto d’ acqua, come di secchi svuotati con violenza.

Va verso la porta che da in giardino. Rimane qualche istante ferma pensando al da farsi. E’ indecisa se tornare a sedersi o aprire. Apre. Nessuno. Solo una grande pozza.

Di nuovo recita un’ Ave e un Padre e ripete l’ invito a venire in pace se spirito buono, altrimenti tornare tra i dannati.

L’ indomani va in chiesa e parla degli accaduti con il parroco. Mia madre parla lentamente, come per aiutarsi a ricordare tutti i particolari e non tralasciare nulla. Il corpo e’ immobile, le mani strette indissolubilmente in grembo e lo sguardo conficcato sul crocifisso appeso alla parete. Il prete l’ ascolta con gli occhi fissi sul suo viso. E’ tranquillizzata. Le dice che forse e’ ancora scossa per la recente morte del marito.

Una mattina Giancarlo gioca in salotto. Ha una monetina in mano. Gli sfugge. Rotola sul pavimento, raggiunge la parete e si infila in una fessura, tra una mattonella e il muro. Fa per prenderla ma questa scompare nel pavimento e dopo qualche secondo si sente un pling, fine caduta. Mia madre che ha seguito la scena capisce che li’ il pavimento copre un vano vuoto. Inspiegabile. La casa non ha cantina.

Ricorda che si e’ parlato della casa come di quella dove sarebbe stato ucciso, almeno un secolo prima, un uomo per rubargli gli averi, una cassetta con centinaia di monete d’ oro. Quando la mia famiglia era andata a viverci una vicina aveva raccontato a mia madre il triste episodio, affermando che nessuno l’ aveva mai voluta acquistare e era rimasta disabitata per molti decenni. Le aveva detto che qualcuno affermava di aver visto il tesoro, fornendo una descrizione molto particolareggiata degli oggetti. Questo tanti e tanti anni fa. Poi il silenzio sulla vicenda, sulla casa, sul tesoro.

Questa volta si rivolge a un prete di un paese vicino, conosciuto come esorcista. E’ un prete alto, con gli occhiali, il cranio pelato, un sorriso franco e beneducato.

Mia madre racconta gli episodi, la storia della morte violenta, della casa e del tesoro con voce sommessa, ma molto chiara. Parla, ma un vago timore, forse terrore, gli prende l’ anima, probabilmente in ragione della calma che, comunque, aveva nel cuore. Sembra contemplare, sbigottita, sgomenta, spaurita le visioni, nascoste ai piu’, che ora si librano nella sagrestia dalle pareti alte, coperte, dall’ alto al basso da una pesante tappezzeria, a intervalli irregolari tappezzata da figure di santi e immagini della passione del Cristo..

Il sacerdote ascolta, poi dice serio:

-Potrebbe essere uno spirito buono che vuole attirare la tua attenzione per farti trovare il tesoro che gli assassini non sono riusciti a rubare. Potrebbe pero’ essere anche uno spirito maligno. Lo stesso Belzebù:

Mia madre sta in silenzio. Guarda i disegni sulla tappezzeria e nota al centro di una parete il disegno di una colonna attorno alla quale correva attorcigliata con la forza di un serpente la fiamma di un fuoco vivo.

L’ esorcista prosegue:

- Se non hai altro da riferirmi, posso andare a casa tua e recitare le preghiere per allontanare il demonio. Non sapro’ pero’ mai dirti se in casa c’e’ un tesoro. Per saperlo dovrai levare le mattonelle e scendere nel vano. Puoi trovarci, pero’, non monete d’ oro e altri oggetti preziosi, serpenti e scorpioni, l’ emblema del male. Te la senti di correre questo rischio?

Mia madre accetta l’ invito del sacerdote a benedire la casa. Non fa altro, anche perche’ gli episodi dopo le preghiere dell’ esorcista non si ripetono. Non osa guardare sotto il pavimento perche’ teme che il demonio prenda se’ e le sue creature per trascinarle nei gorghi dei fiumi infernali, nelle tenebre, nelle profondita’ del silenzio, trascinandole giorno e notte, estate e inverno, senza mai riposare.

Dopo qualche mese trasferisce la famiglia a Cagliari, la citta’ dove esercita la sua professione di ostetrica condotta.

Dimentica la vicenda.

Le torna in mente quando viene a sapere che il nuovo inquilino e’ diventato improvvisamente ricco.

Questa era una prerogativa di mia madre.

Io che amo i misteri, la vita, la morte, un aspetto della vita…eterna, avro’ preso da lei?

Forse.

Sicuramente le assomiglio nella dolcezza e nel dare felicita’.




Nina a 27 anni


La sorella Paola, la maggiore delle cinque sorelle e dei due fratelli Pirlo, e mia madre per lunghissimi anni sono state al vertice (dal 1947 al 1969) del Collegio provinciale delle ostetriche di Cagliari, la prima come presidentessa e la seconda come tesoriera, dopo essere state artefici, a livello nazionale, dell’ istituzione dello stesso organismo.

Nina e’ stata una professionista che con abnegazione ha servito la cittadinanza facendo nascere migliaia di bambini, da lei definiti ‘’miei figli’’. E’ stata per piu’ di trent’ anni l’ ostetrica condotta del Comune di Cagliari, ‘’sa levarora de is poberus’’ (l’ ostetrica dei poveri).

Mia madre quando esercitava nei paesi, andava a cavallo per raggiungere le partorienti. Durante l’ ultima guerra mondiale ha operato al limite dell’ incredibile. Per esempio durante un’ incursione aerea fu chiamata nella zona del Lazzaretto per assistere una donna. Il parto avvenne in una grotta, a lume di candela, facendo bollire l’ acqua per sterilizzare i ferri su un braciere. Assisteva le povere ma era conosciuta anche nei ceti medio alti, tra l’ altro ha fatto nascere l’ ex sindaco Mario De Sotgiu e figli del medico provinciale dott. Duce e del senatore Giovanni Lai, che’ stato anche sindaco di Cagliari. Tra i ‘’suoi figli’’ annovera anche professori universitari e diplomatici. Senza orari e ferie, ha fatto da psicologa, mamma, sorella, amica e confidente di migliaia di donne, in quanto le pazienti spesso si mettevano nelle sue mani e raccontavano le loro vicissitudini.

I miei quattro figli (Gianni, giornalista e scrittore, Roberto, filosofo e compositore, Alessio, contabile e Joel pubblic relations man), nati tutti in casa, sono venuti al mondo nelle mani di mia madre.

L’ ultimo nato, nel 1975, e’ stato Joel., mia madre era in pensione gia’ da anni e si era ritirata dalla professione.

Racconto la sua nascita perche’ ha coinvolto tutta la famiglia.

Mia madre arrivo’ a casa la sera del 21 giugno per accertarsi che tutto andasse bene. Immediatamente capi’ che l’ allora mia moglie era in fase avanzata di travaglio. Decise di restare a dormire da me.

Verso le sei del mattino del 22 incomincio’ a preparare la gestante all’ ultima fatica.

Il parto si svolse senza difficolta’, con me assistente.

Joel nacque alle sette.

Mia madre dopo avere pulito la puerpera e riordinato la camera da letto ando’ a chiamare Gianni, Roberto e Alessio, rispettivamente di 13, 11 e 8 anni, e disse venite a conoscere il fratellino.

I miei figli entrarono e furono presentati a Joel e assistettero al suo primo bagnetto.

Mia madre sorrise all’ ingresso dei nipoti, e il sorriso, distendendosi, allevio la tensione dei miei figli come un cerchio che si allarga sulla superficie spezzata dell’ acqua.

Nonostante questa allentata tensione i miei figli, timidi e commossi, assistettero al bagnetto. Le loro guance furono rigate da lacrimucce discese per la commozione di avere assistito a un grande evento, la nascita di un essere umano, ma soprattutto la nascita di un fratellino. Soprattutto credo che i miei figli abbiano vissuto una esperienza indimenticabile che li ha portati nella realta’ al di la’ dell’ immaginazione e della fiaba che spesso sono associate alla nascita.

Tutti poi si sono avvicinati a baciarlo. Con quel bacio i miei figli hanno voluto far sentire al nuovo fratellino che era diventato uno di loro.

Credo che ancora oggi ricordino l’ avvenimento.

Infine sono stato contento che mia madre abbia trascorso le ultime ore della sua vita tra le mie braccia, combattendo contro il nemico comune di tutti gli umani.

Sono orgoglioso di esserle stato accanto nella sua ultima battaglia e averla accompagnata in quel Paradiso da lei sempre creduto, baciando la sua fronte e vederla come dormire in pacifico sonno.

Continuero’ a volerti sempre bene.







L' amico Gaetano Barbella nel suo commento fa riferimento ai suoi nonni, il suo racconto e' stato pubblicato in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno 2006, leggete

mercoledì 6 maggio 2009

Una canzone per l' Abruzzo

Sensazione di leggerezza


Tara Mc Parson - Sculture


Hannah
Athijn
Seren
Tutt'e tre squarciate dalla lama
Iridescente
Fidata compagna

Seren
Athijn
Hannah
Tutt'e tre con cuore spaccato
Nell' arruffio notturno
Dell' amore

Seren
Athijn
Hannah
Tutt'e tre sepolte
Nella nebbia ispessita, caligginosa
Della memoria

Una
E una
E una
Tutt'e tre nelle mie mani
Fremito di piacere con la fredda
Leppa

Tre
E due
E una
Tutt'e tre trapassate per lama
Una festa per gli occhi
Aspetto fiabesco

Hannah
Seren
Athijn
Tutt' e tre confuse nella mente
Brivido perverso
Scossa d' amore

Prendere il volo, lasciare le regole
Semplicita' disarmante
Dell' impaziente lama
Accantonamento delle ansie quotidiane
Sensazione di leggerezza

Berlusconi ha ragione ...