La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

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NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

domenica 24 gennaio 2010

Orizzonti estasiati by plz



Scoperta misteriosa
Distillare l' essenza della vita
Scegliere il tuo sguardo ogni mattina
Nei tuoi occhi si legge magia
Le tue parole come musica
Meraviglia
Farti sentire il mio cuore
Frenesie a cielo aperto
Vivere il mio doppio
Emozioni forti
Complicita' a senso unico
Sei tu il mio doppio
La vita
La sorte
La gioia,
L' amore,
I profumi,
La terra,
il mare
Il cielo,
Il pensiero
L' anima
Orizzonti estasiati


venerdì 22 gennaio 2010

Una disadorna verita', raccolta di poesie di Gabriele Onori


In memoria di Gabriele Onori scomparso l' altro ieri pubblico due sue poesie dalla raccolta ''Una disadorna verità'', AndreaOppureEditore, 2005.
Gabriele Onori (1950) era nato a Magliano Romano (Roma). Nei primi anni '70 aveva frequentato il teatro d' avanguardia romano nelle cosiddette ''cantine''.
Dal 1983 si era dedicato esclusivamente alla pittura.

BREVE INFINITO

Amo la notte
dove alla mia finestra
si affacciano i fuochi
degli anni luce e dei pochi chilometri.


FORSE SONO UN INGUARIBILE PESSIMISTA

Forse sono un inguaribile pessimista
continuo ad amare i tramonti
mi annoiano le albe.

Che io ricordi, all' alba, ho sempre fatto
cose fastidiose, la notte tutti dormono
nessun padre rimprovera i figli.

Quel che c' e' dopo i tramonti e' solo mio
agli inizi bisogna condividere
e tutto e' ancora d' avvenire.

E' quella ottusa voglia di vivere
che e' poco interessante perche' non forma
bacche ne' semi, non da' frutti,
e' vogliosa solo di se stessa.

Nei tramonti dove le storie sembrano finire,
proprio li'! Tra quelle macerie, germoglia
il ricordo che deve essere ricordato
e vive.


Vivere richiede attenzione, raccolta di poesie di Ludovica De Nava


senza titolo


Il figlio dei nostri molti anni
ride per le stanze
apre le finestre alla brezza
scompigliando cumuli di pagine ingiallite.
Spalanca gli occhi di meraviglia
per i baffi del gatto
per un filo d’ erba del prato
per la pratolina dai petali semichiusi
arrossati dal gelo.
Ha mani gentili
parole delicate
pensieri teneri.
Il figlio dei nostri molti anni
si accovaccia sul letto in silenzio
vegliando sui nostri abbracci.


Mattutina aria by plz


Ali di mille
Farfalle luccicanti
Dolce musica
Nel pulviscolo della
Mattutina aria



lunedì 18 gennaio 2010

Vivere richiede attenzione, raccolta di poesie di Ludovica De Nava

dalla raccolta di poesie ''Vivere richiede attenzione'' di Ludovica De nava

Congedo al Novecento

Ogni magia spenta,
scorrere su e giù
nel secolo breve
senza poter riscrivere
una pagina sola.
Tutto il succo degli anni
-rosso rubino rosso sangue-
strage su strage
approvate con indignazione
e via giù nell’imbuto
di distratte assoluzioni.
Storie mai capite
vere, virtuali, virtualmente confuse.
Chiudere gli occhi sul sipario.
Applausi?

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senza titolo

Quando il sole settembrino
ritagliò profili netti
andai in cerca della mia ombra.
La trovai in riva al lago
mi aspettava silenziosa
tra l’onda breve, la ghiaia
e due foglie d’autunno.
L’avevo, era mia:
non ero ombra.



venerdì 8 gennaio 2010

IL SAPORE DELLA NEVE by Annarita Ruberto

Il Sapore Della Neve

(Dal balcone della casa di Annarita, pomeriggio 5 gennaio 2010)

i
Il sapore della neve

Candore
di lievi
arabeschi
intorno.

Pigola
il passero
sull'arido
ramo.

Ho voglia
di sentire
il sapore
della neve.

Lasciatemi
nel silenzio
del mio
cantuccio

a ritrovare
il ricordo
della favola
antica.


L' ORA DEGLI SGUARDI by Maga di Endor

L’ora degli sguardi


Si avvia, l’ora degli sguardi
Quando al crepuscolo
Dopo il suo lungo e incessante viaggio
Si adagiano i suoi raggi
E prostrato e solo
Col volto che muta colore
attende
il ridestar della bianca luna.
(A.O.8 Gennaio 2010)
PS. Foto by Marty 'Tramonto sul mare'- Calamosca, Cagliari

giovedì 7 gennaio 2010

Teranyines dins la nit/ Ragnatele nella notte by Cinzia Paolucci

Menzione d'onore al concorso di poesia sarda di Bortigali

Teranyines dins la nit/ Ragnatele nella notte


TERANYINES DINS LA NIT

Esquerdes sobre els murs
dins el fosc silenci.
Paraules callades,
respirs ofegats…
L’afany dins el pit
d’una tremolor cansada.
El lliri selvàtic
estripat a la sorra,
reclina el cap derrotat.
El mussol ara riu
dins la nit inquieta.
Teranyines de llàgrimes dins els ulls.
Es bressa l’aranya
sobre un raig de lluna.
L’incertesa del demà
és la mossegada que destrossa la carn.
Els pensaments són
esquerdes sobre els murs
dins el silenci més amarg.

RAGNATELE NELLA NOTTE

Crepe sui muri
del nero silenzio.
Parole taciute,
respiri soffocati…
l’affanno nel petto
di un brivido stanco.
Il giglio selvatico
strappato alla sabbia,
reclina il capo sconfitto.
Il gufo ora ride
nella notte inquièta.
Ragnatele di lacrime negli occhi.
Dondola il ragno
su un raggio di luna.
L’incertezza del domani
è il morso che dilania la carne.
I pensieri son crepe sui muri
nel silenzio più amaro.


L' ultimo martello della femmina agabbadora - Luras (OT) - Il museo Galluras -

Michela Murgia con ''Accabadora'', Einaudi, Supercoralli, ha vinto il Premio Campiello 2010

«Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.

Il libro

Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte.
D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».

Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno.
Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l'ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia».
Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte.
Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca.
Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell'universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell'analisi logica».


Tempo fa avevo pubblicato un post legato alla Femina Agabbadora parlando di luoghi misteriosi. Lo ripropongo per far conoscere ai non sardi questo rituale antico della Sardegna, vero o leggenda che sia.




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Questo luogo appartiene al gruppo: ALDILA'
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LURAS (OT) - IL MUSEO GALLURAS
L'ULTIMO MARTELLO DELLA FEMINA AGABBADORA



di Isabella Dalla Vecchia - luoghimisteriosi.it

I capitoli di questa scheda sono:
La filosofia del Museo
Piano terra - Il lavoro
Primo piano - La famiglia
Secondo piano - La lavorazione del sughero e della lana
Il martello della Femina Agabbadora
Il rituale della Femina Agabbadora


La filosofia del Museo

Il museo Galluras è un museo privato, nato dagli sforzi e dalla passione di due galluresi che sono riusciti a conservare non solo l’abitazione in sè, ma anche tutti gli antichi oggetti che accompagnavano la vita quotidiana degli abitanti di questo paese. Attraversarne le stanze e scoprire che ogni oggetto aveva una sua vita e una sua utilità fa capire la seria, intelligente e umile organizzazione della vita di un tempo che, consapevole dell’importanza di ogni singolo utensile, sapeva rispettarlo, utilizzarlo e riciclarlo dando così profonda importanza a tutto ed evitando la società dello spreco in cui viviamo oggi.
Percorrendo questo museo ci accorgiamo che tutto ciò che serviva alla famiglia e al suo sostentamento veniva prodotto in casa, dal pane quotidiano, agli oggetti più complessi come le scarpe. Camminando per queste stanze non possiamo non percepire una muta accusa nei confronti della nostra moderna società che al contrario ci fa acquistare e gettare via senza dar peso a nulla se non al denaro, che paradossalmente ci serve per comperare ciò che poi buttiamo nella spazzatura. Il museo non è solo un’occasione per guardare al nostro passato ma per imparare dai nostri avi a ridare un senso al nostro futuro.

Il museo contiene ben 5000 reperti pazientemente raccolti e conservati dalla fine del 1400 alla prima metà del 1900 da PIER GIACOMO PALA che ne cura l’impostazione, la direzione e la promozione. Qui tutto è stato utilizzato e tramandato di padre in figlio. Un’interessantissima visita guidata con minuziosa narrazione fa rivivere al visitatore ogni ambiente, ci si sente realmente proiettati indietro nel tempo. Varcata la porta d’ingresso si torna all’antica vita gallurese e se ne respira la quotidianità. Nascita, infanzia, amore, lavoro, morte, rinascita... questo luogo contiene tutto questo.

Piano terra - il lavoro

Molto spazio è dedicato al lavoro che costituiva la principale forma di sostentamento, sia dal punto di vista del guadagno, che del nutrimento vero e proprio, in quanto era necessario “auto prodursi” tutto il necessario per sé e la propria famiglia, dal tappo di sughero per chiudere la bottiglia di vino al vino stesso.

Il Piano terra è dedicato all’agricoltura, alla pastorizia e al vino. Si toccano da vicino i più svariati attrezzi per la lavorazione dei campi, e per la produzione dei derivati del latte e del vino. E’ presente una particolare collezione di cavatappi tra cui uno da taschino. Vi è anche un carro.

Primo piano - la famiglia

Il primo piano riguarda la casa vera e propria con cucina, sala da pranzo e camera da letto. Nella sala da pranzo vi è una credenza, una cassapanca per conservare il pane, una piattaia, un tavolo estensibile. Era il luogo dell’incontro e della festa, spesso capitava che ci si riuniva attorno al camino ad ascoltare le novelle di narratori che si recavano di casa in casa (una sorta di cantastorie medievali, mestiere passato di moda non troppo tempo fa).

La cucina è un’esplosione di ogni tipo di utensile, qui si faceva tutto in casa dal pane ai biscotti. Nella credenza sono conservati alcuni esempi di “pane degli sposi”, il pane elaborato che veniva donato il giorno del matrimonio in segno di prosperità. Gli esempi che qui si possono ancora osservare risalgono al 1945, una rarità se si pensa che il pane non dura più di 7/8 anni.


il pane degli sposi

Nella camera da letto spicca all’occhio l’angolo della riparazione delle calzature, fatto quantomeno curioso dato che la casa era abitata da una famiglia benestante. Ebbene la capacità di autoriparazione delle scarpe era un privilegio anche per i più ricchi essendo un oggetto indispensabile e molto costoso.


l'angolo della riparazione delle scarpe

Fortunato era chi sapeva rammendarle perché portava in casa un risparmio davvero elevato. Inoltre gli strumenti di riparazione venivano conservati nella camera da letto dei genitori in quanto l’accesso qui era severamente vietato ai bambini, evitando così che si ferissero con la complicata strumentazione del calzolaio.

Secondo piano - lavorazione del sughero e della lana

L’ultimo piano è dedicato alla lavorazione della lana e del sughero. E’ presente un telaio orizzontale che la donna utilizzava sdraiata.


la lavorazione del sughero e il telaio per quella della lana

Il martello della Femina Agabbadora

Nella camera da letto al primo piano si trova un oggetto incredibile, l'ultimo ad oggi rimasto in tutta la regione, fatto che rende il museo unico in Sardegna. Sul letto della fine dell’800, impreziosito da testate di ferro battuto, è presente un sacchetto nero di velluto che contiene il martello della "Femina Agabbadora". Occorre sciogliere il nodo lentamente e con cura, perchè ciò che viene estratto non solo porta in sè un importante peso fisico, ma anche morale. Il martello molto pesante è di legno stagionato d’olivastro lungo 42 centimetri e largo 24 con manico corto che permette di impugnarlo con sicurezza per facilitarne la mira affinchè si potesse dare un colpo forte e sicuro.

A prima vista potrebbe sembrare un normalissimo utensile, ma così non è perché veniva usato dalle “Femine Agabbadore”, donne che avevano il compito di “finire” un malato terminale, attivando così una sorta di antica eutanasia. La donna veniva chiamata dalla stessa famiglia dello sventuarato, ma solo quando risultava inguaribile e in preda a sofferenze atroci. Era un'oscura donna, a volte residente nello stesso paese, che si occupava di questa macabra pratica, mestiere considerato “positivo” perché sapeva portare il “sollievo”, laddove medico e preghiere fallivano miseramente. Erano vestite di nero e indossavano un mantello, una macabra coincidenza le fa "somigliare" alla Morte, e quando ne vedevi una, in effetti qualcuno doveva morire.

Gli ultimi episodi sono più recenti di quanto si pensi, uno risale al 1952 a Orgosolo e uno proprio a Luras nel 1929. Curioso il verbale stilato dai carabinieri sull'ultima "eutanasia" in cui si giustifica la morte del malato con il fatto che “i familiari ne hanno dato il consenso”.

Il rituale della Femina Agabbadora

Vi era un preciso rituale da seguire quando una famiglia con un malato grave prendeva la terribile decisione di chiamare la Femina Agabbadora.
In primo luogo veniva posto sotto il cuscino un piccolo giogo per tre giorni e tre notti. Era il primo passo del rituale ”magico” con il quale si spingeva il moribondo a “tornare alla vita”, visto che l'esistenza di ogni essere umano era incentrato sul lavoro dei campi.


il giogo sotto il cuscino

Se il malato continuava a soffrire allora si procedeva con una confessione in famiglia, l’AMMENTU, gli si rammentavano all'orecchio i propri peccati (anche quelli dimenticati!) per pentirsene prima dell’ultimo respiro. Capitava che o il malcapitato moriva sotto il peso psicologico di questi ricordi negativi, ma capitava a volte che si riprendeva per il timore di finire all’inferno e per la voglia di rivalsa. Si ritornava in sè per una sorta di desiderio di espiazione e per rincorrere una seconda possibilità. E a volte funzionava!

Se non si osservavano miglioramenti, allora si tentava di innescare una forte reazione fisica, si avvolgeva il moribondo in un panno di acqua gelata tenendolo dentro ad una botte, tentando così in extremis di calmare il bollore della febbre, ma ciò facendo capitava spesso che veniva ucciso da una broncopolmonite fulminante!

Insomma laddove magia, psicologia e attacco fisico non funzionavano si doveva ricorrere all’atto finale e, dopo un'importante riunione di famiglia, si decideva di convocare a malincuore l’Agabbadora. In effetti era come chiamare la Morte in persona, arrivava di notte, avvolta in un mantello nero, solo che in mano aveva il martello al posto della falce. Appoggiava lo strumento sul davanzale del malato, ma entrava dalla porta principale annunciandosi con la frase “che Dio sia qui”. Veniva accompagnata nella camera del malato, per indicare che era un volere di tutti, faceva il segno della croce e li congedava chiudendosi all'interno. Dopo aver compiuto il “suo dovere” avrebbe richiamato i parenti e avrebbe pianto il trapassato insieme a loro. Un' eutanasia di tutto rispetto, con tutte le sue regole e il suo galateo.

La figura della Femina Agabbadora è avvolta nell'oscurità in Sardegna, pochi ne parlano nonostante siano stati scritti dei libri. Era un mestiere duro ma necessario per una famiglia spesso povera, che lavorava intensamente per il proprio sostegno, una persona in fin di vita poteva solo portare grossi disagi e sofferenze.

Una selezione naturale "aiutata" da un'organizzazione sociale che permetteva di salutare la propria persona cara, per rivederla nell'altro mondo guarita e in piena salute. Un rapporto con la morte strano, forse macabro e spaventoso, ma sicuramente più rassicurante e migliore del nostro, perchè per loro la Signora Morte era quasi "una di famiglia"...

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INFO UTILI
• Come arrivare: Museo Galluras - Via Nazionale - Luras (OT)
• Sito ufficiale: http://www.galluras.it/
• Contatta il museo: Tel. +39 079 647281 - Tel. +39 368 3376321 - info@galluras.it