La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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NON STO TANTO MALE

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lunedì 31 ottobre 2011

Valle occupato: parte l'esperimento dello statuto partecipato

 
Articolo 21 - Teatro&Cinema
Valle occupato: parte l'esperimento dello statuto partecipato
Valle occupato: parte l'esperimento dello statuto partecipato Il Teatro Valle vuol essere a tutti gli effetti un "bene comune" per questo, come già annunciato nei giorni scorsi, a partire da oggi sul sito del Valle occupato è disponibile la bozza dello statuto della Fondazione per consentire a tutti di poter intervenire, commentare, correggere, apportare idee e proposte nuove.
Quì la pagina per intervenire sulla bozza


"Noi occupanti abbiamo intrapreso un percorso di lotta, cominciato il 14 giugno 2011, che ha un carattere costituente. Attraverso la sperimentazione di una prassi di studio e di autogoverno del teatro, siamo giunti all’elaborazione dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, che oggi presentiamo all’assemblea e alla cittadinanza. Si tratta di un’elaborazione della pratica attiva di governo del Teatro fatta fin qua dagli occupanti, una possibile premessa per la pratica futura di governo di questo Teatro da parte della cittadinanza.

Per la vocazione della fondazione, durante la conferenza stampa dello scorso 5 luglio, è stata avanzata la proposta di fare del Teatro Valle un luogo dedicato alle drammaturgie italiane e contemporanee per rispondere all'esigenza di riaprire un processo di narrazione e rappresentazione della realtà, che nell'ultimo mezzo secolo della vita del nostro paese ha subito un'involuzione, un congelamento. Data la particolare natura del palcoscenico del Valle, la storia e la preparazione delle sue maestranze, si è proposto inoltre che il Teatro diventi un centro di formazione per tecnici di palcoscenico.

Nel periodo di tempo che ci separa dalla nascita della Fondazione sperimenteremo nuove forme di direzione artistica e daremo vita a laboratori e corsi di formazione per il pubblico. Proseguirà inoltre l’impegno del Teatro Valle Occupato nel dare spazio alla musica, al cinema e alla danza.

Hanno già accettato di sperimentare la direzione artistica: Balletto Civile, Elisabetta Pozzi, Renato Carpentieri, Emma Dante, Jacob Olesen, Marco Baliani e Eugenio Allegri, Thomas Ostermeier, Rem&Cap, Scena Verticale, Francesco Saponaro, Teatro Minimo, Teatro Delle Albe, Cristina Pezzoli, Roberto Castello, Anatolij Vasiliev, Serena Senigaglia, Sergio Bini e Bustric, Pippo Delbono, Paolo Rossi, Arturo Cirillo, Ottavia Piccolo, Elio De Capitani, Sergio Tramonti, Antonio Rezza, Fanny&Alexander, Davide Iodice, Adriana Borriello e il collettivo dei drammaturghi.

Inoltre, alle attività del teatro, parteciperanno, tra gli altri: Romeo Castellucci, Luca Ronconi, Peter Stein, Valerio Binasco, Danio Manfredini, Paola Bono, Ugo Chiti.
Procederemo ad una elaborazione pubblica e collettiva dello statuto per arrivare tutti insieme alla costituzione di una Fondazione Teatro Valle Bene Comune, che sia il più possibile condivisa e partecipata: il documento sarà, infatti, inserito in un’apposita sezione del sito www.teatrovalleoccupato.it grazie ad innovativi sistemi tecnologici, per contemplarne e integrarne al suo interno qualunque proposta e dare la possibilità a tutti di vederne, in itinere, le modifiche. La Statuto sarà così uno “Statuto Partecipato”.

Nelle prossime assemblee presenteremo il Codice politico della Fondazione, una elaborazione avanzata della vocazione del Teatro Valle, la gestione economica e i bilanci previsionali delle future stagioni."
STATUTO DELLA FONDAZIONE TEATRO VALLE BENE COMUNE
Principali elementi di novità

Natura costituente dello Statuto. Informato all’attuazione reale di principi presenti nella Costiutuzione Italiana e rimasti a livello retorico, nonché contributo alla produzione di “principi fondamentali e costituenti della giustizia ecologica e solidaristica internazionale ed intergenerazionale”.
1-Lo statuto non disciplina solo la Fondazione ma vuole porre le basi per una prima disciplina giuridica del bene comune cultura. Di qui il legame intimo fra la dimensione giuridica dell’“avere” e quella dell”essere” che si articola nei due cespiti patrimoniali più significativi “Il patrimonio della Fondazione è costituito dall’aspettativa del pieno riconoscimento giuridico del Teatro Valle, da essa posseduto, come Bene Comune. Nelle more di una disciplina giuridica formale di tale nozione, il presente Statuto adotta quella contenuta nell’art I comma III lettera C del Disegno di Legge Delega predisposto dalla Commissione Ministeriale per la Riforma del Titolo II del Libro III del Codice Civile, D.Ministero Giustizia 21 giugno 2007 : Sono “beni comuni le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future. Titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o privati.  In ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge” e  Dal patrimonio conoscitivo e di lavoro di tutti i comunardi valutabile in quanto know how capace di aver riconosciuto e ridato vita al Teatro Valle come bene comune durante la sua occupazione e di progettare e mettere in opera gli obiettivi politici e culturali di cui al presente statuto.
2-La fondazione istituzionalizza inoltre il legame fra cultura arte e pratiche politiche che da essa sono solo apparentemente distanti ma la cui esistenza stessa “uccide la cultura”: esempio è “La pratica attiva ed artistica del ripudio della guerra e di qualsiasi forma di dominio, di sfruttamento, di oppressione, includendo in ciò il precariato in ogni sua forma. O ancora “La lotta con ogni mezzo artistico, politico e giuridico, inclusa la promozione di Referendum abrogativi ex art. 75 Costituzione, per la riconversione di ogni risorsa dedicata al perseguimento delle  pratiche di cui all’ art. d) a favore della cultura e dei beni comuni.
3- Il principio di radicale eguaglianza sostanziale come precondizione politico-giuridica per declinare qualitativamente il bene comune come relazione: “da ciascuno secondo le sue possibilità” nel computo della quota  e “tutti i Soci hanno uguali doveri e diritto ad un voto in Assemblea a prescindere dalla quota di partecipazione versata”.
4-La natura di statuto vivo, che si adatta ai contesti, articolata in parti separate dal livello semantico ma unite nella funzione, Preambolo, Statuto e Codice Politico, continuamente monitorate nella sua adesione alle pratiche reali in tal modo scongiurando il fenomeno ipocrita del diritto disapplicato: lo statuto istituzionalizza così forme volte a ”garantire la natura viva della Fondazione e la sua “capacità” di garantire, nei contesti in trasformazione, gli obiettivi della comunità raccolta intorno al Teatro Valle secondo i principi della cura del bene comune”.
5-La partecipazione autentica alla cura del bene comune, dovere dei comunardi, che garantisce la fisicità primaria del rapporto, viene favorita istituzionalmente da decisioni prese a maggioranza, qualunque sia il numero dei presenti, e da meccanismi di esclusione per l’inadempimento effettivo dei doveri sociali.
6-La natura turnaria dell’esercizio di funzioni per sconfiggere la dinamica del potere concentrato. Organo esecutivo turnario eletto secondo il “duplice principio della partecipazione allargata della cittadinanza e dell’autogoverno delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo”.
7-Piena integrazione politica in Statuto dell’elemento gestionale con quello artistico. La “chiamata a proporre” come elementi di rapporto fra il corpo collettivo dei comunardi e le esigenze della libera creatività artistica.
*NB: a breve la bozza sarà disponibile su una apposita sezione del sito www.teatrovalleoccupato.it/statutopartecipato e darà a chiunque la possibilità di offrire il proprio contributo e osservare il progetto in divenire

LIBRA E IL SUO ANGOLO DI MONDO: i prossimi appuntamenti

LIBRA E IL SUO ANGOLO DI MONDO

L’evento della settimana: presentazione e reading de Il Vangelo di Maria Maddalena di Elio Bonanni
Sarà presente il poeta e scrittore Alfredo Stirati prefatore del libro.                


Trama: Accettando di compiere un incredibile viaggio in cerca del perduto Vangelo di Maria Maddalena, Claudio poterà alla luce dei segreti che potrebbero sconvolgere l’intera comunità cristiana ma scoprirà anche molte cose su se stesso. Rifacendosi alle suggestive tesi dei vangeli apocrifi, l’autore conduce il suo lettore attraverso un viaggio avvincente e denso di sorprese. 
               


Per informazioni dettagliate sulle attività che Libra PoEtica rivolge a bambini


Libra PoEtica & i prossimi appuntamenti

·        2 novembre mercoledì ore 17  Civiltà extraterrestri III, Le ingerenze aliene, a cura di Alessandro Marcon

·        5 novembre sabato ore 17  presentazione del libro Il vangelo di Maria Maddalena di Elio Bonanni

10 novembre giovedì ore 18  Roberto Berruti presenta  MESI PER VINCERE UNA CAUSA: tutto sulla mediazione civile

                                                                         Mina Welby

·        11 novembre venerdì ore 20 incontro con Mina Welby nel Salotto delle Donne e presentazione di Ocean Terminal: la malattia, il rapporto di coppia

·        13 novembre domenica dalle 9 alle 13 PRIMO MERCATINO DEL LIBERO SCAMBIO coordinatrice Stefania Rinaldi

 14 novembre lunedì ore 18 Primo Incontro sulla lavorazione del Feltro
·        16 novembre mercoledì ore 18 “L’anello inutile” di Maria Pia Romano, (Besa editore) reading e presentazione libro 

·        18 novembre venerdì ore 20 nel Salotto delle Donne Tonino Aspergo : cosa chiedo al rapporto di coppia


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Monica Maggi
giornalista e libraia
Libreria LIBRA
via San Michele 63 - 00060 MORLUPO (ROMA)
06-9071120 mob. 347 7618417
www.lalibrerialibra.com
www.librerialibra.it

Una laurea salverà l’umanità

CULTURA

Una laurea salverà l’umanità

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laurea
La felicità è una cosa maledettamente seria. In America un diritto sancito dalla Costituzione. Ad Arborea una disciplina cui è dedicato un corso di laurea: quello di Teoria e tecniche di Salvezza dell’Umanità. Ad elaborare il piano di studi di una laurea che si prospetta come la più illegale del pianeta, una batteria di trenta docenti voluti da quel creativo di rango (già regista di “Sgarbi quotidiani”) che è Filippo Martinez: da Barbara Alberti a Giulio Giorello, da Michela Murgia a Vittorio Sgarbi. Docenti che nell’università di Aristan, questo il nome scelto per l’istituto che avrà come sede il campus dell’Horse Country di Arborea (ovvero 42 ettari immersi nel verde, un’aula magna da mille posti, un palazzetto per eventi che contiene sino a 7mila persone) insegneranno solo quelle passioni avvertite come assolute, profonde e inesorabilmente travolgenti.

Tra le cattedre già assegnate (impossibile segnalarle tutte) quella di Diablo sul “Divertentismo. Per purificare il senso di colpa”, quella di Benito Urgu sulle “Metamamorfosi. Per capire tutto il resto” o di Gianluca Nicoletti sulle “Protesi emozionali. Per amputazioni affettive”. Ma a contaminare gli studenti con le singolari traitettorie delle loro passioni (tra cui l’Infantologia, l’Adescamento, l’Ars amatoria) ci saranno anche Giorgio Pisano, Francesco Abate, Bachisio Bandinu, Nino Nonnis. «Quando mi hanno chiamato ho pensato si trattasse dell’università di Einstein - ha commentato Gianluigi Gessa - poi ho capito che era quella di Aristan ed è andata bene lo stesso. Insegnare ciò di cui si è innamorati è un grande privilegio».

Preside di facoltà sarà Massimo Deiana (al timone della facoltà di giurisprudenza di Cagliari) per nulla spaventato dal peso del doppio incarico: «Una laurea totalmente illegale ma di grande peso scientifico, perché la felicità è una scienza maledettamente seria, una vaccinazione contro l’idiozia». Il costo dell’iscrizione è di 190 euro (per quella breve bastano due anni, per la specialistica tre) e occorrono almeno 380 iscrizioni entro il 31 dicembre. Se come scriveva Émilie du Châtelet “Si è felici soltanto quandoi piaceri e le passioni sono soddisfatti” adesso non ci sono più scuse per non sorridere.

da Sardegna24 di Donatella Percivale

A mezzo secolo dalla morte, le lezioni del Presidente nel ricordo del nipote ambasciatore: la base di partenza per quasi tutto era la lettura

La Stampa Cultura

 Dieci cose che mi ha insegnato mio nonno Luigi Einaudi

Luigi Einaudi nel 1952 nella sua tenuta di San Giacomo, a Dogliani, attorniato da otto nipoto ai quali legge le Georgiche di Virgilio

A mezzo secolo dalla morte, le lezioni del Presidente nel ricordo del nipote ambasciatore: la base di partenza per quasi tutto era la lettura

LUIGI ROBERTO EINAUDI
Gli insegnamenti che mi ha lasciato mio nonno, Luigi Einaudi, si possono riassumere in dieci lezioni. Supplirò ai difetti della memoria citando brani di lettere che mi scrisse quando era Presidente della Repubblica e io facevo il liceo e l'universita negli Stati Uniti. Lui aveva fra i 78 e gli 81 anni, mentre io avevo fra i 16 e i 19 anni.

Prima di parlare di lezioni, però, bisogna dire che per Luigi Einaudi la base di partenza per quasi tutto era la lettura. Poche sono le sue foto nelle quali non ha qualcosa de leggere in mano. Dall'età di dieci anni io divoravo le avventure di Emilio Salgari. Così ho anche letto Jules Verne, prima in italiano e, solo dopo, in francese. Ma di letture più serie poche. Il nonno non era del tutto contrario: «Quella tua era l'età in cui io divoravo libri; pur di leggere, senza discernimento talvolta, ma avendo cura si trattasse per lo più di scrittori grossi, quelli che dissero qualcosa. Nacque un gran disordine, ma qualcosa rimane sempre. Non consiglio il disordine, ma importa fare escursioni extravaganti fuor del campo assegnato, è utile ed eccita la mente in un'età in cui questa è pronta a ricevere. Regola: non leggere libri di gente mediocre o di pura attualità».

Nel 1952 avevo compiuto sedici anni e il nonno mi permise di dormire a San Giacomo fra gli scaffali della biblioteca, un ricordo che mi rende felice ancora oggi. Quell'estate mi fece leggere Virgilio con lui in latino, spiegando che la lettura era per imparare un'altra lingua, ma anche per meditare sulla sostanza. Quel Natale mi mandò il Dizionario moderno del Panzini con la dedica: «A Luigino, perché nello scrivere italiano abbia una guida alle parole moderne che è bene usare il meno possibile».

Nel 1954 abbiamo letto assieme L'Ancien Régime et la Révolution di Tocqueville in francese. Poi mi fece leggere i commentari dell'inglese Arthur Young che aveva viaggiato in Francia negli anni prima della rivoluzione registrando le condizioni economiche e sociali.

Nel 1945, al ritorno dall'esilio svizzero per assumere la carica di governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi aveva 71 anni. Mio padre diceva che il nonno «era affamato» di rimettersi al lavoro. A quante persone è dato avere l'opportunità di mettere in pratica le conoscenze e le teorie di tutta una vita?

Ma la situazione era tutt'altro che facile. La guerra aveva peggiorato le condizioni economiche, e creato un vuoto istituzionale. E nel 1948 ricevette il massimo incarico dello Stato, il primo a essere scelto dalle Camere come Presidente della nuova Repubblica italiana. Non era una carica che aveva cercato. Anzi, avendo votato per la monarchia nel referendum del 1946, si potrebbe dire che era una carica contro la quale aveva votato. E adesso era lui a rimpiazzare il Re.

Il protocollo repubblicano era tutto da inventare. Non c'erano precedenti. Il personale del Quirinale era composto in molti casi da chi aveva servito il Re. Ricordo persino un autista che aveva fatto l'autista per Mussolini. E poi l'Italia era divisa. La retorica si riferiva alle bellezze del trionfo della democrazia e della Repubblica. Ma la realtà era che c'erano vincitori e vinti. E, come al solito in Italia, molte correnti. In Inghilterra la monarchia dava un senso di unità nazionale al di sopra delle liti politiche. In Italia la monarchia era stata bocciata, ma la Repubblica era da costruire. Il nonno temeva che sarebbero sorti momenti di crisi che avrebbero potuto precipitare senza una figura di riferimento nazionale al di sopra delle parti.

La prima e forse la più importante lezione imparata in questo ambiente era che «bisogna dare il buon esempio» . Sottolineo il buon esempio, perché chi occupa la massima carica dello Stato non può soltanto dare un buon esempio. Anzi, ha la responsabilità di individuare le prassi migliori da trasmettere ai concittadini e ai propri successori. Dunque deve sempre dare il buon esempio. E darlo in tutto, anche nei dettagli meno importanti. Questo abito mentale diventò una parte essenziale della nostra vita quotidiana. Non presumere mai.

La seconda lezione, «fare le cose bene anche se non sarai ringraziato» , era sempre stata una delle sue regole. Il primo sistema italiano di previdenza sociale, la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai (Cnas), era un'assicurazione volontaria. Ben prima della guerra del 1914, il nonno pagò il suo contributo come datore di lavoro, aggiungendo anche il contributo che spettava alla donna di casa, Maria Granda. Non fu mai ringraziato; il commento lapidario della domestica riferitomi anni dopo fu infatti: «Se lo fa il professore, vuol dire che qualcosa ci guadagna».

La terza lezione è stata capire che «per trovare una soluzione bisogna accettare che la politica può talvolta interferire con una logica tecnica - e viceversa» . Una lezione maturata nelle discussioni di Trieste e delle frontiere dell'Italia con la Francia. I conflitti di territorio non si possono risolvere come fecero le potenze coloniali in Africa, tracciando linee geometriche senza riguardo per gli abitanti e le culture o persino la geografia. I maggiori esiti della mia vita diplomatica sono tutti dovuti a questa lezione.

Una quarta lezione è stata: «Presta attenzione alla tua base» . In sette anni come Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi non ha mai lasciato l'Italia, nemmeno per andare in un vicino paese europeo. Aveva viaggiato molto prima di assumere la Presidenza della Repubblica e fatto quasi due anni di esilio in Svizzera. Quando gli chiesi perché non viaggiò mai all'estero da Presidente, mi disse semplicemente che il suo dovere era di essere in Italia.

Una quinta ed essenziale lezione era «non scordare mai l'uomo comune» . L'intellettuale e l'uomo politico non hanno diritto di decidere cosa va bene per il contadino o l'operaio. «L'unica persona che sa se le scarpe gli vanno è chi le porta». Questa frase tagliente fece parte di molte nostre discussioni. Riflette una profondissima convinzione del valore individuale della persona e il rispetto che gli è dovuto al di là della condizione sociale, e senza settarismi politici. Per Luigi Einaudi l'Italia non poteva essere concepita solo in base a classi sociali, etichette politiche o titoli formali.

La lezione numero sei: «Anche noi sappiamo contare» . Un giorno a cena in famiglia al Quirinale Luigi Einaudi era soddisfattissimo. Quel giorno aveva visto Barbara Ward, scrittrice ed economista inglese diventata più tardi Lady Jackson. La Ward da poco aveva scritto un articolo che conteneva qualche calcolo sbagliato. Einaudi le aveva spiegato l'errore, la Ward lo aveva accettato. Dopo averci raccontato lo scambio disse, sereno, «anche noi sappiamo contare».

La lezione numero sette: «Le cose non sono sempre come appaiono» . Era comune durante gli anni del fascismo vedere un ritratto di Mussolini in case di contadini. Molte volte era appeso vicino alla porta di casa. Quando passavano le autorità fasciste tutto sembrava in ordine. Ma il contadino aveva messo il ritratto vicino alla porta così che, vedendolo mentre stava varcando la soglia di casa, poteva sputargli contro senza che lo sputo finisse in casa. Fra le note per il testamento, riferendosi all'azienda agricola: «Se c'è un reddito un anno, non credere che si ripeterà l'anno venturo».

Una simile ma ottava lezione sarebbe: «Evita le prime impressioni» . Un giorno gli ho portato un libro appena pubblicato che avevo letto nel corso dei miei studi a Harvard ma che lui non aveva. Non mi ricordo se glielo avevo offerto come regalo o come prova di un argomento. Credevo di avere capito che per lui i libri fossero la massima espressione della civiltà e che, circondato dai libri come era, lo avrebbe apprezzato. Lo rifiutò. Come mai? chiesi sconcertato. «Prima di comperare un libro bisogna sapere se vale o no. Io, se posso, non compro mai un libro se non 40 anni dopo la sua pubblicazione. Solo allora si saprà se vale qualcosa o no». Immaginate la mia reazione. Non avevo ancora 20 anni!

Molto difficile da mettere in pratica la nona lezione: «Non dire mai oggi qualcosa della quale ti vergognerai domani o fra dieci anni o anche vent'anni dopo d'averlo detto» . Non so come o dove avesse imparato questa lezione. Forse da giornalista. Nel 1960 mi scrisse una massima un po' diversa: «Se si scrive qualcosa, lasciarlo stare a riposo per 15 giorni o un mese, e poi rileggerlo». In ogni modo cercare di parlare e scrivere sempre sub specie aeternitatis è molto difficile. Se nella mia vita diplomatica mi sono ostinato nel cercare di seguire questa regola essenziale, lo devo al nonno.

La decima lezione è una lezione di limiti . Da Caprarola, il 23 agosto 1953, il nonno rispose così a una serie di esiti miei dei quali mi ero molto vantato con lui: «Il desiderare sempre il meglio è una delle ragioni di vivere. [...] Ed adesso ti dico di una mia fissazione. La gioia per i risultati ottenuti deve essere sempre accompagnata da una tacita riserva mentale. Quel che so, che ho imparato, è niente in confronto a quel che non so. [...]. Quel che occorre è imparare il metodo di distinguere il vero dal meno vero; il metodo di ragionare. Ed a questo fine servono in primissimo luogo la matematica, per porre bene i problemi, ed il latino per esprimersi bene. Con il quale latino - for ever - ti bacia ed abbraccia il tuo nonno».

Roman Vlad, la mia vita straordinaria



La Stampa Cultura
31/10/2011 - INTERVISTA

Roman Vlad, la mia vita straordinaria

Roman Vlad è nato a Cernauti il 29 dicembre 1919

A 92 anni Roman Vlad
racconta in un libro
la sua vita straordinaria
Dalla Romania all’Italia,
inseguito dalla musica
anche quando dorme

SANDRO CAPPELLETTO
A volte, è come leggere una sceneggiatura: l’esercito romeno che si ritira, quello russo che avanza, «ma riuscii a trovare un cavallo e una carrozza sulla quale caricai i miei genitori, mia sorella e la vecchia nonna materna e prima di abbandonare la grande casa avita vi entrai per l’ultima volta e suonai sul mio pianoforte un Preludio di Chopin». Regione della Bucovina, nel Sud della Romania, giugno 1941. Roman Vlad e la famiglia riescono a mettersi in salvo. Lui raggiungerà l’Italia e sarà per sempre.

Il maestro Vlad, che oggi ha 92 anni - «La testa funziona bene, la carrozzeria meno, continuo a scrivere musica ogni giorno» -, si è finalmente deciso a raccontare la propria rarissima vita. Con l’aiuto di due musicisti e amici, Vittorio Bonolis e Silvia Cappellini, ha scritto Vivere la musica. Un racconto autobiografico, in uscita per Einaudi. Persone, luoghi, fatti, giudizi, vicende private e pubbliche: il libro (pp. 229, e14) è un atlante del nostro tempo culturale e politico. La dedica è alla moglie, l’archeologa Licia Borrelli, «che illumina la mia vita».

Maestro, lei parlava molte lingue, aveva disponibilità, perché ha scelto l’Italia?«È stato spontaneo, come fosse prestabilito. L’Italia era e resta per me il Paese della cultura. Ho viaggiato molto, nessun’altra nazione ha altrettanta sostanza artistica. Anche se spesso viene celata dalla volgarità, dal degrado. Il raggio del banale si sta allargando. Bisogna reagire».

Lei arriva, per studiare ingegneria e musica, durante gli anni del fascismo. Nel libro sostiene che la libertà di espressione per gli artisti era comunque garantita.«Grazie a Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale, si poteva fare in Italia quello che in Germania e Russia era proibito. Tra gli artisti c’erano i fascisti onesti, come Goffredo Petrassi, al quale devo molto. E altri diciamo disonesti, che poi vorranno negare di essere stati fascisti, come Luigi Dallapiccola, che rimane comunque un grande compositore. Casella non era fascista, ma naturalmente per poter lavorare ha dovuto pagare i suoi prezzi».

L’artista, la sua libertà, la sua verità: accenna spesso a questo triangolo. A che conclusione è giunto?«L’unica verità possibile per l’artista è l’adeguamento dell’oggetto che lui crea alla sua realtà interiore. Una verità soggettiva, che inverte la verità oggettiva inseguita da Tommaso d’Aquino».
Lei scrive: «Sono religioso, ma non ho la fede».

Può spiegarsi?«Mio padre era ortodosso, mia madre cattolica e mi ha educato lei. Amo la figura e le parole di Gesù Cristo. Ma non posso dire, come Pascal: “Dio, tu mi cerchi, dunque mi hai trovato”. Magari potessi. Studiando ingegneria e matematica mi sono reso conto, soprattutto, dei limiti dell’uomo. Il nostro pianeta, l’universo intero, sono inspiegabili».

Ha cominciato a mettere le dita su un pianoforte prima di imparare a leggere e scrivere. Ha composto il suo primo pezzo a 4 anni, ancora oggi la musica non l’abbandona mai, nemmeno quando dorme. Davvero Bach le appare in sogno?«Ero al Cairo. Nel sonno, sento una voce che mi parla in tedesco antico e mi dice in quale passaggio della viola nella Messa in si minore è nascosto il nome BACH, quattro lettere che nella notazione anglosassone corrispondono a quattro note. Annoto tutto, controllo ed è proprio così. Anche l’inizio della Messa che ho appena terminato, l’ho sentito sognando».

«Stravinskij e Schoenberg, i dioscuri del pensiero musicale del Novecento. Lei su Stravinskij ha scritto un libro importante. Sceglie lui?«Scelgo Verdi e scelgo Wagner, amo Stravinskij e amo Schoenberg. Quando sei di fronte ai titani, puoi solo amarli, perché scegliere, cioè escludere? Certo, di Stravinskij sono stato anche amico. Oggi, continua a emozionarmi Mahler: lui non banalizza il sublime, porta il banale della vita al sublime. Lo conduce in Paradiso».

Riccardo Muti, Giuseppe Sinopoli, Leonard Bernstein: i tre direttori che ricorda con maggior affetto. Verso i colleghi è sempre piuttosto generoso. Gli uomini politici le piacciono meno? «Bill Clinton suona il sassofono e ha mostrato molta attenzione per i problemi degli artisti e del diritto d’autore. Edward Heath, ex primo ministro inglese, venne a Firenze tentando di portare via Muti dal Maggio Musicale e farlo trasferire a Londra. Sono episodi che fanno la differenza. Da noi ci sono solo delle eccezioni, come i Presidenti Ciampi e Napolitano, frequentatori assidui di concerti. Non voglio nemmeno parlare di quel ministro che ha detto “con la cultura non si mangia”: forse intendeva scherzare, ma le conseguenze sono state gravi».

Molti sono stati i suoi incarichi: direttore artistico di tante istituzioni, compresi il Teatro alla Scala e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, presidente della Siae, ancora oggi «presidente onorario» dell’Accademia Filarmonica Romana. Il grande pubblico televisivo la conosce soprattutto per la serie di concerti dedicati ad Arturo Benedetti Michelangeli, di cui ha curato le introduzioni. Come reagì Michelangeli?«Registrai tutte le puntate in un unico fortunato pomeriggio, senza mai sbagliare una frase o una nota al pianoforte. Da Michelangeli nessuna reazione, mai. Anni dopo, leggendo il libro della vedova, scopro che guardava quei programmi spesso, seduto in poltrona. E si commuoveva, dicendo che lo avevo capito alla perfezione. Era un uomo di infinito pudore».
Oltre la vetrata della bella casa alta nel cuore di Roma, il sole e il cielo al tramonto stanno facendo il loro spettacolo. Brindiamo «alla musica» con un gin tonic molto carico.

Maestro, ma quel pianoforte su cui ha suonato il Preludio di Chopin nel 1941, l’ha mai cercato, ritrovato?
«Poco tempo fa un giovane studente di musica romeno mi ha scritto che ce l’ha lui, è sicuro, è proprio quello. Misteriosi, affascinanti giri della vita».

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«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l'ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l'ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restar
James Hillman

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Quando il cinema parla della politica

 
Articolo 21 - CULTURA
Quando il cinema parla della politica
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di Ahmad Rafat

Quando il cinema parla della politica Alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che si è aperta con “The Lady”, il film che racconta la vita privata e pubblica del Premio Nobel per la Pace, la birmana Aung San Suu Kyi, è stato proiettato nella sezione “Alice”, un bellissimo film di un giovane regista statunitense. “David” è un film semplice, ma molto profondo, dove si parla della “strana” amicizia tra Daoud/David, un ragazzino musulmano figlio dell’imam della moschea di Brooklyn, e il suo coetaneo ebreo  dai genitori ebreo ortodossi. E’ lo scambio accidentale di una copia del Corano con la  Turah, che spinge il figlio dell’imam ad entrare in una scuola ebraica. Qui nasce una amicizia tra due undicenni, provenienti da ambienti familiari molto conservatori, che scoprono di avere inaspettate affinità.

“ L’idea del film mi è venuta il giorno dopo l’11 settembre, quando mi sono trovato in un vagone della metropolitana di New York seduto accanto a un religioso islamico che indossava una tunica bianca”, dice il trentenne Joel Femdelman, regista di “David”. “Ho subito pensato che poteva essere un terrorista, un bombarolo”, aggiunge il regista che proviene da una famiglia ebrea. “Poco dopo mi sono vergognato ed ho deciso di andare a conoscere da vicino i musulmani che vivono a Brooklyn”, ricorda il regista. L’idea del film nasce proprio dal tentativo di Fendelman di conoscere da vicino i suoi concittadini di fede islamica e di provenienza mediorientale.  “A 10 anni dagli attentati dell’11 settembre- aggiunge il regista- certo l’isteria islamofobica è diminuita, ma la paura c’è ancora e soprattutto c’è il rifiuto dell’altro, un rifiuto basato soprattutto sulla diffidenza e sul rifiuto reciproco di conoscersi”. Il film di Joel Fendelman pone una serie di domande, alle quali la società americana e quella occidentale devono rispondere se vogliono evitare nuovi 11 settembre. “Perché due ragazzini provenienti da culture diverse non possono essere amici?”, si chiede Joel Fendelman. “Se a questa domanda non troviamo una risposta- aggiunge- allora non dovremmo sorprenderci se ci saranno nuovi 11 settembre”. Il film di Fendelman non ha una conclusione positiva. “Idealmente vorrei che l’amicizia tra due undicenni di fede ebraica e musulmana fosse normale e naturale, ma oggi non è possibile, e il mio film chiede il perché di questa impossibilità”, conclude il regista.

Interessante anche “Hotel Lux” del tedesco Leander Haussmann. Il film ripercorre attraverso le vicende di due comici, che spopolano nella Berlino degli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, le vicende di Hitler e Stalin.  Entrambi sognano Hollywood, ma con l’inizio della guerra Mayer, ebreo e comunista, si darà alla macchia entrando in un gruppo insurrezionalista, mentre Zeisig invece, entrato in rotta di collisione con la Gestapo, non più disposta a tollerare le sue audaci pantomime del grande dittatore, è costretto a fuggire a Mosca, rifugiandosi in un albergo che ospita gli esuli tedeschi. "Il Lux è realmente esistito, esiste molto materiale su questo albergo convertito a metà degli anni Trenta in alloggio del Comintern e degli esuli dell'antifascismo", racconta Haussmann. Il regista dice di non voler riscrivere la storia, ma raccontare “l'individuo dentro i grandi avvenimenti storici, l'individuo che non si interessa della politica fino a quando questa non gli impedisce di essere felice".  Il “profugo tedesco fuggito dal nazismo si trova infatti a fare i conti con lo stalinismo. "Di Stalin e delle violenze da lui perpetrate- dice Hausmann- si parla ancora troppo poco, mentre in un momento in cui i russi coltivano nostalgie di quel tremendo passato, è un dovere morale ricordare cosa accadeva a Mosca in quegli anni".

Il cinema non poteva non trattare in un momento così difficile per l’economia mondiale il tema della crisi del capitalismo. Saranno infatti due film, nei prossimi giorni, a parlare della crisi finanziaria: “L’industriale” del maestro Giuliano Montaldo e  “Too big to fail” dell’americano Curtis Hanson.
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Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Il risveglio dell’uomo nel Rinascimento, l’essere consapevole delle proprie capacità, le ferventi attività economiche, l’espansione europea e una prima forma di capitalismo che prendevano fermezza e potere agli albori dell’età moderna, potrebbero essere considerati, alla luce degli insegnamenti di Braudel, come semi che abbiano poi dato origine alle scoperte scientifiche del XVII secolo, un secolo colmo di attività, basti pensare a Nepero, a Galileo, a Newton, a Bacone, e via dicendo.
Tutti uomini, tutti maschi. E le donne?
La professoressa Annarita Ruberto, che fra le altre cose conosciamo per un’intervista di qualche mese fa, ci propone una figura poco nota di quel XVII secolo: una donna laureata, la prima nel mondo.
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Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nacque a Venezia nel palazzo dei Cornaro, che si affaccia sul Canal Grande a Rialto, in una famiglia di nobile casata, il 5 giugno 1646. Era, infatti, quinta figlia di Giovanni Battista Cornaro Piscopia, procuratore di San Marco (la più alta carica dello Stato dopo quella del doge) e stimatissimo veneziano.
I Piscopia erano un ramo di quei Cornaro che dettero alla Serenissima una regina, Caterina di Cipro (1434-1510), quattro dogi e nove cardinali.
La madre di Elena, Zanetta Giovanna Boni, non era invece un membro della classe privilegiata prima del matrimonio. Il bisnonno di Elena, Giacomo Alvise, era stato un grande amico di Galileo Galilei. La sua biblioteca, che raccoglieva un gran numero di opere scientifiche di chiara ispirazione galileiana, fu ereditata da Giovanni Battista e costituì un punto di riferimento per gli studi di Elena. Secondo il Montfaucon, che vide la biblioteca alla fine del secolo, non ve ne era un’altra che avesse “tot codices ad historiam Venetianam spectantes” anche se per lo più non superavano “trecentos annos“. Egli vide “Oratorum Reipublicae diaria bene multa, historiae bellorum, et alia huiusmodi pene innumera
A partire dall’età di sette anni, Elena Lucrezia ricevette un tutoraggio nelle lingue classiche latino e greco, nello studio della grammatica e della musica. Oltre a parlare il latino e il greco correntemente, Elena padroneggiava l’ebraico, lo spagnolo, il francese e l’arabo.
La sua padronanza delle lingue le valse il titolo di Oraculum Septilingue. Elena dimostrò, inoltre, una meravigliosa capacità di ragionamento. Studiò le scienze e le lingue, la matematica e l’astronomia oltre alla filosofia e alla teologia, e amò in particolare le ultime due. Nel 1672, Giovanni Cornaro consentì alla figlia di continuare gli studi all’Università degli Studi di Padova.
A Elena Lucrezia furono affiancati tutori d’eccezione, tra cui don Giovanni Battista Fabris, parroco a San Luca, che per primo le insegnò il greco e segnalò al Cornaro Piscopia il talento della figlia di sette anni.
Giovanni Cornaro era orgoglioso della figlia e teneva molto al fatto che fosse riconosciuto il suo naturale talento. Così, dietro sua insistenza, Elena Lucrezia seguì un dottorato in Teologia presso l’Università di Padova. La sua candidatura incontrò però una forte resistenza: i Funzionari della Chiesa cattolica romana si rifiutarono, infatti, di assegnare il titolo di Dottore in Teologia a una donna.
La Teologia era stata materia fino ad allora mai approfondita da una donna, all’epoca ritenuta incapace di ragionamenti difficili soprattutto sulle verità della fede.
Il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova e cancelliere dell’Università, oppose un netto rifiuto al quale non venne meno neanche in ossequio alla Patavina libertas.
Per i meriti straordinari riconosciuti alla giovane donna e per l’appoggio influente del potente padre, Elena Lucrezia riuscì però ad ottenere il permesso di laurearsi in filosofia.
Si presentò il sabato mattina alle ore 9 del 25 giugno 1678 e discusse davanti al Collegio dei filosofi e medici i due puncta, due tesi di Aristotele, che le erano stati comunicati soltanto il giorno prima, affinché si preparasse.
La sua prova fu talmente brillante che i membri del Collegio decisero di tralasciare la solita votazione segreta e di acclamare all’unanimità la candidata magistra et doctrix in philosophia tantum.
Avvenne così che Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che aveva da poco compiuto trentadue anni, sfidando le convenzioni e la mentalità dell’epoca, diventò la prima donna al mondo a ricevere, all’Università di Padova, il titolo di doctor, aprendo la strada ad altre donne che vennero dopo di lei.
Il 9 luglio 1678, Elena Lucrezia fu aggregata al Collegio dei filosofi e medici dell’Università; il 15 del medesimo mese partecipò alla seduta solenne organizzata dall’Accademia dei Ricoverati di Padova (cui era stata aggregata nel 1669) per celebrare la sua laurea.
Oltre che ai Ricoverati di Padova, fu aggregata agli Infecondi di Roma, agli Intronati di Siena, agli Erranti di Brescia, alle due accademie veneziane dei Pacifici e Dodonea.
Nel 1679, si trasferì definitivamente da Venezia a Padova
Elena non insegnò mai, ma divenne membro di varie accademie e intrattenne rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri del secolo. Votata alla castità, non volle mai sposarsi; visse in ritiro, diventando un’ablata benedettina e dedicandosi ai poveri.
Elena Piscopia fu anche considerata un’esperta musicista sin dall’età di diciassette anni. Durante la sua vita, oltre a padroneggiare lo scibilis del suo tempo, il che significa che dominò quasi l’intero corpo di conoscenze, Elena Lucrezia suonò con maestria il clavicembalo, il clavicordo, l’arpa e il violino, strumenti con cui accompagnava le sue composizioni musicali.
Gli ultimi sette anni della sua vita furono dedicati intensamente allo studio e al ministero per i poveri.
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia morì all’età di trentotto anni, il 26 luglio 1684, probabilmente minata dalla tubercolosi. La sua dipartita causò un grande lutto a Padova, dove era stimata quale donna di notevole valore. Il suo ultimo desiderio fu di essere sepolta nella chiesa padovana di Santa Giustina.
Nel 1685 l’Università di Padova coniò una medaglia in onore della sua grande allieva.
I suoi scritti sono stati pubblicati nel 1688 a Parma, dopo la sua morte. Anche oggi Elena Lucrezia Cornaro Piscopia è ampiamente citata da altri studiosi e scrittori.
Patrizia Carrano le ha dedicato il romanzo Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro, pubblicato alcuni anni fa da Mondadori.
Di questa grande donna resta poco: una statua a Palazzo Bò, sede storica dell’università padovana; una vetrata policroma al Vasser College, negli Stati Uniti; un affresco all’Università di Pittsburg; una lapide nel suo palazzo, a Venezia.
Ma lei, che visse lontano dalle luci della ribalta, dedicandosi allo studio e alla carità verso i poveri, sarà sempre ricordata come la “prima scandalosa donna” ad aver conquistato un territorio riservato in precedenza solo agli uomini, segnando così una vittoria molto importante nella storia delle conquiste femminili.
Qualcosa che si legge su di lei:
«Quivi mentre sfogliavo le opere di Archimede, che stavano sul tavolo, m’imbattei nel teorema dell’applicazione di una retta tirata tra la circonferenza e il diametro [d’una sfera]. Quand’ecco apparire in biblioteca una giovane, bellissima in volto, ben proporzionata nelle membra, di colorito delicato, con il capo maestoso, dignitosa nel tratto, e cominciò a parlare su quel teorema. Restai stupefatto tanto che mi mancò la parola, […]»
[Racconto di Carlo Rinaldini del 1668 che racconta il suo primo incontro con Elena Lucrezia Cornaro Piscopia nella biblioteca Cornaro, cit. in Maschietto, 1978, pp. 86-7]
«Studiò le lingue greca, latina, ebraica, spagnola, francese, ed un poco l’arabica. Conobbe la filosofia, la matematica, la teologia, l’astronomia, e fu laureata nel duomo di Padova nel 1678. Fu dotta altresì nella musica, e s’accompagnava cantando i suoi versi. Va annoverata fra le più illustri donne Italiane […]»
[Canonici Fachini, 1824, p. 159]
(di Annarita Ruberto)

Giovedì a Cagliari Igort presenta la sua nuova graphic novel "Quaderni russi - La guerra dimenticata del Caucaso".








Giovedì a Cagliari (MiniMax del Teatro Massimo, ore 18)
Igort presenta la sua nuova graphic novel
"Quaderni russi - La guerra dimenticata del Caucaso".
Insieme al fumettista cagliaritano, partecipa all'incontro l'attrice Ottavia Piccolo.
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"Quaderni russi - La guerra dimenticata del Caucaso": si intitola così la nuova graphic novel di Igort, fresca di stampa per Mondadori, che verrà presentata giovedì (3 novembre) al MiniMax del Teatro Massimo di Cagliari nel corso di un incontro organizzato per le ore 18, e con ingresso gratuito, dalla cooperativa Vox Day.

Insieme al fumettista cagliaritano (al secolo Igor Tuveri) partecipa all'appuntamento l'attrice Ottavia Piccolo, in scena giovedì, venerdì e sabato al Massimo (nell'ambito della stagione 2011/12 del Teatro Stabile della Sardegna) con lo spettacolo "Donna non rieducabile", adattamento teatrale di un testo di Stefano Massini basato su brani autobiografici e articoli di Anna Politkovskaja.

Ed è proprio la tragica vicenda della giornalista russa, assassinata cinque anni fa, lo spunto per "Quaderni russi - La guerra dimenticata del Caucaso" che, dopo "Quaderni ucraini - Memorie dai tempi dell'URSS" (edito l'anno scorso), chiude il dittico di Igort dedicato ai paesi dell'ex Unione Sovietica. "Quando, il 7 ottobre del 2006, Anna Politkovskaja, fu assassinata, nell'ascensore di un anonimo palazzo moscovita, rimasi scioccato", spiega il fumettista nel suo sito. "Dal canto mio, ancora non sapevo che, solo tre anni dopo sarei entrato in quell'ascensore, al numero 6 di Lesnaja Ulitza, che avrei parlato con le persone più intime di Anna. E avrei ripercorso alcuni dei suoi percorsi alla ricerca di un senso, malgrado le domande che si moltiplicavano nel mio cranio. Ho trascorso quasi due anni tra Ucraina, Russia e Siberia, per cercare di capire, registrare. Cosa era stata l'Unione Sovietica? Come si era vissuta questa esperienza durata oltre settant'anni e soprattutto cosa aveva lasciato oggi agli attoniti abitanti che incontravo per le sue strade innevate? (…...) Preso casa in Ucraina cominciai a viaggiare in compagnia dei miei quaderni da disegno, e man mano si faceva sempre più chiara la necessità di un'immersione nel continente russo. (...…) Così è nato questo libro, un libro di storie di persone piccole, che attraverso il racconto mi hanno aiutato a cercare di dipanarlo, questo mistero russo".

Al termine dell'incontro di giovedì sarà possibile acquistare una copia del libro dedicata sul posto da Igort.

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Presentazione del libro 'Ricatto allo Stato' - Milano, 3 novembre 2011

Presentazione del libro 'Ricatto allo Stato' - Milano, 3 novembre 2011



In Primo Piano - Documenti
Scritto da Redazione 19luglio1992.com   
Lunedì 24 Ottobre 2011 19:02
Giovedì 3 novembre 2011 avrà luogo a Milano la presentazione del libro di Sebastiano Ardita 'Ricatto allo Stato'. L'evento avrà luogo alle ore 17.00 presso il cinema Anteo (via Milazzo 9). Interverranno Sebastiano Ardita (magistrato presso il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), Giovanna Maggiani Chelli (presidente dell'Associazione tra i familiari delle Vittime della strage di via dei Georgofili), Salvatore Borsellino (fondatore del Movimento Agende Rosse) ed Antonio Ingroia (magistrato presso la Procura distrettuale antimafia di Palermo). Modererà l'incontro Gianni Barbacetto, scrittore e giornalista.
Invitiamo tutti i cittadini a partecipare numerosi e proponiamo di seguito ai lettori del sito la recensione del libro curata da Fabio Repici.


Ricatto allo Stato

Raramente negli scaffali delle librerie dedicati alla saggistica capita di trovare qualche volume davvero essenziale. Sicuramente un libro essenziale è il recentissimo “Ricatto allo Stato”, scritto da Sebastiano Ardita e pubblicato da Sperling & Kupfer. Ardita, magistrato catanese, è, dal 2002, uno dei più importanti dirigenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), a capo del delicatissimo Ufficio detenuti e trattamento.
Oltre a essere poggiato su una prosa nitida e su un’apprezzabile struttura narrativa (che, circolarmente, muove dall’ingresso in carcere di Bernardo Provenzano all’esito dell’ultraquarantennale latitanza e dal biennio 1992/94 – con l’introduzione del 41 bis per i mafiosi, le stragi mafiose in Sicilia e poi nel continente e l’anomala gestione del carcere duro nel passaggio fra la Prima e la cosiddetta Seconda Repubblica – per poi proseguire con l’esperienza personale di Ardita al Dap e, infine, chiudere con un capitolo il cui titolo è proprio “La trattativa”), il libro di Ardita si fa apprezzare particolarmente perché enuclea a ogni pagina fatti, dati documentali e riferimenti certi, fuori da ogni dogmatismo. In poche parole, con questo libro il magistrato catanese espelle dal dibattito pubblico leggende metropolitane, falsità e mistificazioni che hanno spesso ammorbato l’informazione sulla realtà carceraria e sulle più che probabili deviazioni istituzionali che nel secondo semestre del 1993 accompagnarono il rapporto fra Cosa Nostra e il 41bis.

A proposito di informazione tossica, segnalo le pagine dedicate ai primi mesi di carcerazione del boss Provenzano, durante i quali quasi quotidianamente vennero divulgate menzogne a mezzo stampa per tentare di condizionare la destinazione carceraria del capomafia corleonese (allo scopo di consentirgli un contatto col boss Piddu Madonia di Caltanissetta). Il tutto in un clima torbido che induce Ardita, pur con la prudenza che tutti gli riconoscono, a scrivere: “Qualcuno evidentemente ci stava monitorando o aveva infiltrato degli informatori”.

Magari meno appassionanti rispetto ai grandi misteri della Trattativa e delle derive provenzaniane dello Stato, i capitoli relativi all’operato dell’autore al Dap a partire dal 2002 forniscono però una testimonianza diretta sull’evoluzione normativa e organizzativa dello strumento del 41bis e anche delle strutture carcerarie ordinarie. In questo caso è mirabile vedere come quello che era stato per anni un eccellente pubblico ministero (Ardita per quasi dieci anni aveva prestato servizio alla Procura di Catania), essendo prima di tutto un fedele servitore dello Stato, ha saputo cogliere l’essenza del suo ruolo al Dap, quello di chi deve garantire il rispetto delle regole e, contemporaneamente (anzi, ancor prima), garantire il rispetto della dignità a ogni singolo detenuto. Ardita lo spiegò a muso duro a Provenzano: “La sua vita adesso è nelle mani della legge, che tutti noi abbiamo l’obbligo di far rispettare. Noi non conosciamo nessuno che abbia un potere che sta al di sopra della legge”. Ma al contempo lo dimostrò nella pratica quotidiana e anche nelle situazioni straordinarie, come in occasione del suo intervento tempestivo in favore dei detenuti ospiti al carcere dell’Aquila, terrorizzati dallo sciame sismico che precedette il disastroso terremoto del 6 aprile 2009.

Il clou del libro, però, nella prospettiva di chi scrive, è la ricostruzione, corredata da puntuali citazioni documentali, di quel che avvenne nel 1993, a cavallo delle stragi di Firenze, Milano e Roma e prima della programmata strage allo Stadio Olimpico: in particolare di quel che avvenne al Dap nel 1993. Si scoprono circostanze incredibilmente inedite a distanza di diciotto anni dai fatti: circostanze che smentiscono molte falsità ammannite dagli organi di informazione al servizio del potere (del potere deviato, ça va sans dire) e che sottraggono al silenzio alcuni fatti che si voleva rimanessero ignoti ai cittadini di questo paese.

Punto primo: sotto la sua guida del Dap, Niccolò “Amato non revocò neanche un provvedimento di 41 bis. Sta di fatto che … il vertice del DAP, insieme alla sua squadra, venne avvicendato proprio a ridosso della decisione sul mantenimento del regime speciale di detenzione”. Commenta Ardita: “Sarebbe importante perciò conoscere i tempi e le modalità con cui Amato venne sollevato dall’incarico, i colloqui che ebbe, le ragioni ufficiali che vennero addotte e quelle ufficiose che portarono alla sua rimozione, lasciando campo libero a una nuova gestione. Tutti profili che non saranno sfuggiti ai magistrati che conducono le indagini”.
Punto secondo: ad Amato successero, ai primi di giugno 1993, Adalberto Capriotti e il suo vice Francesco Di Maggio, già pm a Milano e con nessuna esperienza in campo penitenziario. Di Maggio divenne il dominus del Dap, seppure la sua nomina a Vicedirettore generale era impossibile, perché sprovvisto dell’anzianità necessaria. Ma poiché un destino ineluttabile sembra volesse assegnare a Di Maggio, magistrato barcellonese di nascita e milanese d’adozione, il controllo del Dap venne emesso un decreto del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con nomina speciale che parificò Di Maggio a un dirigente generale dello Stato. Sì, proprio un decreto ad personam. Cosicché scopriamo che le norme ad personam, se vengono emesse a beneficio di Francesco Di Maggio o di Adriano Sofri, vengono accolte con plauso bipartisan; quando, invece, sono cucinate per sottrarre Berlusconi alla giustizia, dal centrosinistra, almeno a parole, arrivano le contestazioni. Vien da pensare che nella pulsione illegalitaria i berlusconiani sono più coerenti, mentre altri si ricordano della Costituzione solo a giorni alterni.
Punto terzo: fu proprio sotto la gestione di Francesco Di Maggio che ai primi giorni di novembre 1993, infischiandosene delle preoccupate segnalazioni dei procuratori aggiunti di Palermo Aliquò e Croce, il Dap fece scadere i famosi 334 41bis, a tutto beneficio di importanti esponenti di Cosa Nostra. Commenta Ardita: “Il modo di procedere pragmatico e spedito della nuova gestione del DAP lasciava intendere che dietro quella scelta vi fosse una copertura istituzionale forte … ma probabilmente ispirata da un suggeritore tecnico per una scelta pragmatica di gestione della crisi”. La scelta pragmatica venne fatta dal Dap di Di Maggio sul sangue delle vittime delle stragi. Da quel momento finì lo stragismo mafioso ma si pose anche una pietra tombale sulla verità delle indecenti interlocuzioni fra Stato e Cosa Nostra.

Su quest’ultimo argomento, il libro di Ardita andrebbe letto insieme all’informativa del Gico di Firenze del 3 aprile 1996 su un uomo che pure è stato al centro delle indagini (seppure poi archiviato) sui mandanti esterni delle stragi di Capaci e via D’Amelio, il pregiudicato barcellonese Rosario Cattafi, da molti collaboratori di giustizia indicato come trait d’union fra Cosa Nostra e servizi segreti. In quell’atto investigativo è documentata la vicinanza fra Francesco Di Maggio e Rosario Cattafi. Ma non c’è solo questo. Dal libro di Ardita apprendiamo che in quel tornante della storia d’Italia andarono via dal Dap numerosi magistrati (per incompatibilità con la gestione Di Maggio o per altre ragioni) e ne rimasero in servizio solo tre, il più importante dei quali, a capo dell’ufficio detenuti, fu il barcellonese Filippo Bucalo. Il Gico di Firenze scoprì che nell’estate 1993 Rosario Cattafi ebbe costanti contatti telefonici con Filippo Bucalo e col fratello del dirigente del Dap. Cattafi l’8 ottobre 1993 fu arrestato su richiesta della Procura di Firenze per le vicende dell’autoparco della mafia milanese. Così oggi sappiamo che quando il Dap di Di Maggio e di Bucalo fece decadere il 41bis per 334 mafiosi siciliani, all’interno delle carceri, da detenuto, c’era un amico di Di Maggio e Bucalo, che ben poteva recepire le reazioni dei capi di Cosa Nostra in quel momento detenuti.
Prendendo in prestito le parole di Ardita, sono “tutti profili che non saranno sfuggiti ai magistrati che conducono le indagini”.


Fabio Repici (25 settembre 2011)

da http://www.19luglio1992.org/

La mafia convive con lo Stato

La mafia convive con lo Stato



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Scritto da Antonio Ingroia   
Sabato 29 Ottobre 2011 15:02
28 ottobre 2011. Pubblichiamo la prefazione di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Dda di Palermo, a “Mafia Spa” di Benny Calasanzio, uscito ieri. Il libro, attraverso una cospicua mole di dati e documenti, cerca di offrire un panorama completo sugli affari delle mafie, sugli investimenti e le infiltrazioni nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni italiane.

Non è il primo libro sulla mafia e non sarà certamente l’ultimo, perché la letteratura che si è formata intorno a questa materia è ormai ampia e affollata di titoli. Questo non è un titolo fra i tanti, anche perché ha un approccio diverso da quelli tradizionali. I libri di mafia, infatti, generalmente si dividono in due categorie: i saggi che analizzano da angolazioni diverse l’universo mafioso, e i libri di memorie, biografici o autobiografici che siano. Il libro di Benny Calasanzio trova la sua originalità e il suo merito nel saper integrare i due punti di osservazione, usare i due stili, intrecciare le due impostazioni, riuscendo così a sviluppare un doppio discorso, senza confusioni di piani e senza approssimazioni di superficie.

Si tratta, infatti, in primo luogo, di un libro straordinariamente documentato che perciò, sulla base di studi e pubblicazioni ufficiali, ci fornisce dati, numeri, schemi, prospetti, elenchi, percentuali, statistiche. Insomma, una radiografia aggiornata, una mappa attendibile della mafia finanziaria di oggi, la “Mafia  Spa” appunto. Quel “sistema criminale mafioso” emerso in questi anni e che emerge giorno per giorno da ogni indagine, da Palermo a Milano, da Napoli a Torino, fino a Reggio Calabria, in un intreccio di affari e poteri che ha fatto di tutte le organizzazioni mafiose un solo network criminale integrato. La stagione della mafia corleonese è stata una parentesi e tale è destinata a rimanere, al di là della mitografia che si è costruita attorno alla famiglia mafiosa dei Riina e dei Provenzano. E perfino la strategia stragista corleonese è stata una parentesi nella storia della mafia, perché la strategia naturale di Cosa nostra non è mai stata quella “eversiva” della contrapposizione militare, della guerra contro lo Stato. Il delirio di onnipotenza di Salvatore Riina e compagni, nonostante gli esiti benefici della “trattativa” con lo Stato, che ha consentito alla mafia di stipulare una vantaggiosa tregua, è stato accantonato, chiuso dentro una parentesi. L’estenuante “braccio di ferro” con lo Stato non poteva proseguire in eterno e anche perciò da allora la mafia è cambiata, ha mutato strategia, ha scelto itinerari più tradizionali.

Ecco quindi, che adotta la strategia della sommersione, cerca di dare l’illusione di essere scomparsa, e invece si inabissa. E la strategia dell’invisibilità dà luogo e spazio alla mafia finanziaria, l’unica che consente periodi di sommersione. La mafia smette le bombe e indossa i guanti, e non è un caso che, contestualmente, si registri un mutamento “classista” ai vertici di Cosa nostra: agli esponenti dello stragismo, corrispondenti al cliché del mafioso, subentra la mafia dei “colletti bianchi”, come dimostrano le vicissitudini di un mandamento mafioso strategico come quello di Brancaccio, alla cui guida dei fratelli Graviano, protagonisti ed artefici della stagione stragista del ’92-93, subentra un medico come il dottor Filippo Giuseppe Guttadauro, capace di gestire indifferentemente gli affari della famiglia e le sorti della politica locale e della sanità pubblica e privata. Insomma, potremmo dire che il sistema mafioso è entrato in clandestinità. E meglio sarebbe dire che la mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per mimetizzarsi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi del denaro sporco e profitti dell’economia lecita, perciò sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. Il testo di Calasanzio, nel consegnarci questo panorama, è completo e convincente. E soprattutto documentato, perché ricostruisce come la mafia stia diventando sempre più sistema economico integrato dell’illegalità, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, dal racket agli appalti. Ma l’aspetto più originale del libro è che l’analisi delle più recenti evoluzioni del fenomeno mafioso si inserisce nella storia personale di chi la mafia l’ha subita sulla propria pelle, avendo avuto familiari vittime di mafia: Giuseppe e Paolo Borsellino, nonno e zio dell’autore, piccoli imprenditori uccisi a Lucca di Sicilia per aver osato sfidare il sistema criminale mafioso. Una vicenda che ovviamente ha dato una speciale sensibilità all’autore, che perciò ha deciso, accanto alla radiografia della mafia, di raccontare anche le storie delle vittime di mafia, da quella del nonno e dello zio a quella di Franca De Candia, vittima del racket dell’usura e della burocrazia statale.
  
Un quadro disperato e pessimista? No, soltanto uno sguardo lucido e spietato sull’Italia di oggi, che sfata il luogo comune di una mafia in ginocchio e ci ricorda invece che la “Mafia Spa” è la prima azienda nazionale, in termini di fatturato, dall’alto del suo giro d’affari pari a 138 miliardi di euro l’anno. Ma, nel contempo, anche un atto di grande fiducia nella possibilità dei cittadini “consapevoli” e “attivi” di cambiare le cose, espresso con la dichiarata adesione finale al grido di battaglia di Salvatore Borsellino, fratello dell’”altro” Paolo Borsellino, il magistrato antimafia ucciso il 19 luglio 1992: “Resistenza!”. Un’adesione che è una scelta di campo, uno schierarsi, un appello ai cittadini-lettori per una nuova assunzione di responsabilità in una fase di delicata transizione del nostro Bel-paese.


Antonio Ingroia

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano
 
da http://www.19luglio1992.org