La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

Informazione Contro!
Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

sabato 30 marzo 2013

Verrà presentata a Vinitaly la rivista curata da Edizioni Effigi Oinos · Vivere di vino

Verrà presentata a Vinitaly la rivista curata da Edizioni Effigi

Oinos · Vivere di vino

con degustazione dei vini a cura delle Strade del Vino e dei Sapori della Maremma Toscana
www.oinosviveredivino.it

domenica 7 aprile, ore 10.30
sala Maremma pad D stand E1/E2
www.vinitaly.com
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Sede legale: Via Roma 14 Sede operativa: Via circonvallazione Nord 4
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venerdì 29 marzo 2013

Museo Nazionale del Cinema: Eventi



DAL 3 AL 16 APRILE  AL CINEMA MASSIMO - SALA TRE
La seduzione del male


Il noir hollywoodiano degli anni Quaranta






Il Museo Nazionale del Cinema propone un’ampia retrospettiva dedicata al noir 
 hollywoodiano degli 
anni Quaranta dal titolo LA SEDUZIONE DEL MALE, un progetto
del Museo Nazionale del Cinema realizzato in collaborazione con Classic Films,
Lab 80, Théâtre du Temple, Rosebud  Film.
La rassegna sarà inaugurata mercoledì 3 aprile 2013, alle ore 20.30, presso
la Sala Tre del Cinema Massimo, con la proiezione di un classico
indiscusso del noir del 1946, 
Il postino suona sempre due volte diretto da Tay Garnett.
Ingresso 6,00/4,00/3,00 euro.  


DOMENICA 31 MARZO - MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
Pasqua al museo
Gli orari in occasione delle prossime festività
In occasione delle prossime festività pasquali, 
il Museo Nazionale del Cinema sarà regolarmente 
aperto con i seguenti 
orari:
Domenica 31 marzo - Pasqua
9.00 - 20.00
Lunedì 1 aprile - Pasquetta
(apertura straordinaria) 9.00 - 20.00
Fino al 12 maggio 2013 è possibile visitare la mostra  
Gianini e Luzzati. Cartoni animati che presenta per la 
prima volta la maggior parte dei materiali originali dei 
film da loro realizzati. continua a leggere



LUNEDI 1 APRILE, ORE 11.00 E 17.00 - MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
Visite guidate per famiglie
Alla scoperta della mostra dedicata a 
Gianini e Luzzati
Il giorno di Pasquetta, nell’ambito della promozione  
Speciale Famiglia, saranno organizzate delle 
visite guidate per tutta la famiglia
 alle 11.00 e alle 17.00,  
su prenotazione al numero 011 8138564/5 
(attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 18.00).
Ingresso gratuito per i ragazzi fino a 18 anni, 
ridotto 7,00 euro per gli accompagnatori. 
Visita di un’ora 3,00 euro a persona,
gratuito fino a 4 anni. 



LUNEDI 1 APRILE - CINEMA MASSIMO
Cinema Massimo online
Un sito tutto dedicato alla programmazione
Il Museo Nazionale del Cinema lancia, 
a partire dal prossimo 1 aprile, un nuovo sito tutto 
dedicato alla programmazione della Multisala 
Cinema Massimo.
Ricco di informazioni e approfondimenti,
il sito offrirà ai cinefili frequentatori
delle sale Uno e Due costanti 
aggiornamenti sulla prima visione,
sugli eventi speciali, 
gli incontri con gli autori e sul calendario
mensile della sala Tre.  
continua a leggere


MARTEDI 2 APRILE, ORE 20.30-22.30 - CINEMA MASSIMO SALA 3
Viale del tramonto
Un film di Billy Wilder per 
MAGNIFICHE VISIONI
Nuovo appuntamento per  
MAGNIFICHE VISIONI. 
Festival Permanente del Film Restaurato  
con il film  
Viale del tramonto di Billy Wilder,
nel restauro digitale 
di Paramount Pictures, un melodramma 
amarissimo con risvolti da horror e
 sottofondi da commedia.
In replica mercoledì 3 aprile alle ore 16.00.
Ingresso: 6.00/4.00/3.00 euro. 
 continua a leggere

MERCOLEDI 3 APRILE, ORE 18.00 - CINEMA MASSIMO SALA 3
Strada maestra
Per LEZIONI DI CINEMA, 
un film di Raoul Walsh
Nell’ambito della rassegna LEZIONI DI CINEMA. 
IL CULTO DI BOGART,  serie di eventi dedicati 
all’attore Humphrey Bogart, icona del cinema
 hollywoodiano, proclamato nel 1999
 dall’American Film Institute la più 
grande stella maschile americana 
di tutti i tempi,  
proiezione del film Strada maestra 
di Raoul Walsh.
Ingresso euro 4 (3 euro per studenti universitari).
Presentazione del film a cura del DAMS di Torino.

GIOVEDI 4 APRILE, ORE 16.00/18.30/21.00 - CINEMA MASSIMO SALA 3
V.O. - Flight
Il grande cinema in lingua originale
Flight  
 (Usa 2012, 139’, DCP, col., v.o. inglese, sott. it.), 
l’ultimo successo di Robert Zemeckis 
al Cinema Massimo.
Un esperto pilota salva i suoi passeggeri 
da una sciagura aerea ma finisce sotto
 inchiesta per abuso di droga 
e alcol. Zemeckis rovescia il genere 
catastrofico e guida Denzel Washington in una 
dolente riflessione sull’uomo e sul concetto 
di responsabilità.
Ingresso: 7.00/5.00/4.00 euro.



Resp. Ufficio Stampa: Veronica Geraci
Tel. +39 011 8138 509 - Fax +39 011 8138 558 - geraci@museocinema.it

 
 

La bicicletta e l’arte di pensare Cicloturismo filosofico in val d’Orcia di Athos Turchi

Verrà presentato il libro

La bicicletta e l’arte di pensare

Cicloturismo filosofico in val d’Orcia

di Athos Turchi · Scheda del Libro

domenica 31 marzo 2013, ore 18:00
Sala della Pro Loco di Castiglione d'Orcia (SI), Via Marconi 13
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mercoledì 27 marzo 2013

Paolo Fresu, quando la musica crea benessere sociale. Oggi la laurea ad honorem all’Università di Milano-Bicocca

Paolo Fresu, quando la musica crea benessere sociale. Oggi la laurea ad honorem all’Università di Milano-Bicocca
Conferita questa mattina al musicista jazz la laurea magistrale honoris causa in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici. Con la sua arte Fresu ha promosso nelle comunità e nei gruppi della sua terra relazioni che hanno favorito il benessere sociale.
Milano, 27 marzo 2013 -  L’Università di Milano-Bicocca ha conferito questa mattina la laurea magistrale honoris causa in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici al musicista Paolo Fresu.

La laurea a Fresu è stata assegnata «Per aver dedicato la sua arte alla promozione della cultura nelle comunità e nei gruppi della sua terra, attivando le relazioni sociali che si pongono a fondamento della convivenza; ha così favorito il benessere di tali collettività, benessere che dipende da fattori psicosociali e non solo da fattori economici. Fresu ha dimostrato così la potenza comunicativa della musica, in quanto forma simbolica, coniugando in un rapporto originale e fecondo il jazz e la cultura folklorica sarda», si legge nella motivazione del conferimento.

La cerimonia, cui hanno presenziato i sedici direttori dei dipartimenti dell’Ateneo, si è svolta in un’affollata Aula Magna e si è aperta con i saluti del Rettore, Marcello Fontanesi, e del direttore del dipartimento di psicologia, Paolo Cherubini, seguiti dall’intervento del professor Francesco Paolo Colucci, docente di psicologia sociale, che nel suo intervento Musica, Jazz e Psicologia Sociale ha detto: «il conferimento di una Laurea Honoris Causa in Psicologia a un musicista jazz che si occupa anche di musica folklorica potrebbe apparire una bizzarria a chi non conosce la nostra disciplina e la sua storia. Infatti, alcune importanti radici della psicologia sono intrecciate con la musica e, ancor più, con la musica folklorica».

Nella laudatio che ha preceduto la lezione magistrale del neo-laureato, Eraldo Paulesu, docente di psicologia fisiologica ha ripercorso vita e carriera del musicista di Berchidda e ha affermato: «Fresu è stato premiato per la sua arte molte volte. Viceversa nostra intenzione, intenzione del Senato Accademico e del Magnifico Rettore, è stata quella di premiare prima di tutto l’operatore culturale».

«L’innovazione - ha detto a sua volta il rettore Marcello Fontanesi – che è uno dei valori fondanti della nostra Università, passa anche attraverso la cultura e la musica».

«Produrre cultura – detto Paolo Fresu nella lectio intitolata L’impossibile possibile – non significa solo generare economia, ma promuovere l’uomo, prima ancora di ciò che egli produce. Pensiamo all’enorme numero di giovani che leggono, scrivono, dipingono, fotografano, vanno a teatro, suonano o recitano e scoprono il mondo attraverso l’arte. Giovani che non solo scoprono la realtà grazie ai linguaggi creativi ma che, attraverso questi, vedono il mondo (e i suoi problemi) con lucidità e sgombri dai pregiudizi e dagli steccati che l’architettura della società odierna ci impone. Sono loro i giovani del futuro. Quelli che dovranno cambiare le regole e che avranno il compito di tracciare strade meno tortuose di quelle attuali. Cultura è sinonimo di conoscenza laddove il fine è nobile e utile alla crescita della società e, dunque, del Paese».


Fresu ha concluso la sua lectio con la perfomance musicale A solo, concerto per tromba, flicorno, e multi effetti. Una sorta di piccolo compendio tascabile di storia della musica nel corso del quale i suoni preregistrati delle sordine e delle trombe hanno incontrato quelli ‘live’ in un viaggio all’interno della storia e delle geografie passando dalla polifonia sarda al Viêtnam, dai suoni classici degli archi a Miles Davis, dalla trance Gnawa alla poesia del suono continuo attraverso l’elettronica esaltando l’emozione e l’intimità.

Tra il pubblico che ha seguito la cerimonia in Aula Magna, peraltro interamente trasmessa in live streaming sul sito unimib.it, c’erano, fra gli altri, Ornella Vanoni, Caterina Caselli, il neo-assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno.

Per l'occasione, negli spazi dell'Ateneo antistanti l’Aula Magna, è stata anche allestita una mostra, dal titolo “Time in Jazz. Una terra in musica” che, attraverso un percorso di immagini e video, racconta i venticinque anni del festival di Berchidda e ne ripercorre la storia attraverso manifesti, locandine, brochure e filmati d’autore come il documentario “Sonos ‘e memoria” del regista Gianfranco Cabiddu, presentato alla 52esima edizione del Festival di Venezia, in cui musiche di Paolo Fresu accompagnano immagini della Sardegna dagli anni ‘30 agli anni ‘50.

Le laureae honoris causa conferite dall’Università Bicocca
Quella a Paolo Fresu è l’ottava laurea honoris causa che l’Università degli Studi di Milano-Bicocca conferisce a esponenti del mondo dell’arte, della cultura, dell’industria, dell’economia e della scienza. Le prime due lauree sono state conferite, nel 2005, in Scienza dei Materiali all’ingegnere Pasquale Pistorio e in Fisica al Professor Umberto Veronesi. E sempre nel 2005 è stata la volta di Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia nel 2002, laureato in Scienze dell’Economia (6 aprile 2005). Il 18 maggio del 2006, due lauree ad honorem in Informatica sono state assegnate a David Harel, figura di primissimo piano nello sviluppo dei metodi formali per l'ingegneria del software, e a Roberto Galimberti, tra i fautori del primo microcomputer italiano. Il 22 gennaio del 2008, in occasione delle celebrazioni per il decimo Anniversario di fondazione dell’Ateneo, Rita Levi-Montalcini, premio Nobel per la Medicina nel 1986, è stata laureata honoris causa in Biotecnologie industriali. Nel giugno del 2011, infine, don Virginio Colmegna ha ricevuto la laurea magistrale in Scienze pedagogiche.

Nata nel 1998, l’Università di Milano-Bicocca è un ateneo multidisciplinare con un’offerta didattica articolata in 66 corsi di studio, tra corsi triennali e magistrali, distribuiti in sette diverse aree disciplinari: economico-statistica, giuridica, medica, psicologica, sociologica, scientifica e della formazione. Gli studenti iscritti sono oltre 32 mila, il cinque per cento dei quali sono stranieri.

Scarica la cartella stampa
    1. L'impossibile possibile. Lectio doctoralis di Paolo Fresu
    2. Motivazione
    3. Laudatio di Eraldo Paulesu
    4. Intervento di Francesco Colucci
    5. Intervista a Francesco Colucci ed Eraldo Paulesu
    6. L'Univesità di Milano-Bicocca in pillole
    7. Scheda bio Fresu
    8. Scheda festival Time in Jazz
    9. Photogallery


Per maggiori informazioni
Ufficio Stampa
Università di Milano-Bicocca
Luigi Di Pace 02 6448 6028 cell. 331 5720935
Valeria Gazzoni 02 6448 6001


ufficio.stampa@unimib.it

http://www.facebook.com/ufficiostampabicocca
https://twitter.com/#!/BnewsBicocca

Confessioni di un serial killer, di plz



Non e’ vero quello che si dice di me.
Sono un serial killer.
Altri sono borseggiatori, truffatori, spacciatori, papponi, rispettabili professionisti, politici, non sempre onesti, religiosi, non sempre coerenti..
Sono un serial killer. Un coscienzioso serial killer: cosi’ per passare il tempo.
Voglio l’ attenzione delle donne. Le ascolto, pero’, ogni volta che hanno uno dei loro cazzi di su e di giu’. Sul fatto che non hanno comprato questo o quello, che si sono lasciate e prese con questo e quello, che i loro bambini oggi hanno la febbre, che sono incasinate nei divorzi, che i mariti non le comprendono e le lasciano sempre troppo sole.
Mi attirano le casalinghe. Le piu’ frustrate. Spesso per la famiglia hanno rinunciato a un lavoro gratificante o non ne hanno mai avuto una occasione perche’ rimaste incinta ragazzine e costrette a sposarsi. Donne sole che trovano la loro realizzazione nella finzione delle fiction televisive e nei reality-show.
Le abbordo nel parcheggio dei centri commerciali.
Visto cosi’ ho l’ aria di un brav’ uomo. Ispiro fiducia.
Le aiuto a caricare la macchina e a portare la spesa a casa. Mariti e figli sono sempre fuori casa: al lavoro e a scuola.
Vado a letto con loro. Mi infilo sotto le loro lenzuola. Scopo in silenzio. Non stanno mai zitte: continuano a parlare, dei loro problemi. Non chiudono mai la bocca. Sono convinte di poter parlare su qualunque cosa e di poter fare le vittime che si prendono la loro rivincita scopando con il primo uomo che stanno a sentirle.
Le ascolto. Non dico nulla.
Ascolto. In silenzio. Non voglio entrare nei loro casini.
Questo mi facilita’ poi ucciderle.
L’ unico modo per dare un senso alla vita.
La mia.
Loro trovano pace nella morte.
La loro.


La notte e’ freddissima, ma la luna splende vivamente. Sulle colline vicine un bizzarro uomo passeggia tranquillamente in quel posto e cosi’ tanto freddo.
Un altro uomo di avvicina.
Peter, uno dei due, parla per primo e dice a Frank che comprende la sua inquietudine, ma che tutto senza dubbio si aggiustera’.
- Per il momento Peter so bene che non ho niente da temere.
- Ti vedo pensieroso, come sempre quando hai un problema difficile.
- Quali malvagita’ si annidano nel cuore dell’ uomo? Tu lo sai.
Frank mentre parla si rivolge a Peter con un ghigno demoniaco.
- Tu non hai ancora capito.
- Che cosa?
- La morte, aggiunge Frank.
- Ah.
- No, tu non hai capito cosa vuol dire ricominciare.
- Prendila calma, Frank, prendila calma e abbassa un po’ la voce.
- Non la vedro’ mai piu’, urla e piange senza lacrime, lei non c’ era a Castle quella notte, non c’ era. Ha preferito andarsene. Le parole di Frank escono a stento.
- Non e’ andata via. Tu trent’ anni fa, su questa collina, in una notte freddissima, con una luna splendente vivamente, le hai preso la faccia fra le mani, l’ hai baciata sulla bocca, con sensualita’. Lei sorrideva, come se avesse nel petto tutta la felicita’ del mondo. Tu allora l’ hai colpita con un coltello a serramanico, conficcandolo nella sua pancia, aprendola come si apre un agnello per scuoiarlo.
Quali malvagita’ si annidano nel cuore dell’ uomo? Peter tu lo sai.
E’ una notte fatata in cui gli uomini si abbandonano ai flutti dei sogni, inseguendo streghe e chimere.

Questo io sono.
Sono un serial killer.
Altri sono borseggiatori, truffatori, spacciatori, papponi, rispettabili professionisti, politici, non sempre onesti, religiosi, non sempre coerenti..
Sono un serial killer. Un coscienzioso serial killer: cosi’ per passare il tempo.

I'm a SK and I sail close to the wind.

Si dice che i serial killer abbiano avuto problemi con i genitori, soprattutto con la madre.
Per me non e' cosi'.
I miei genitori Johanna e Louis erano delle persone fantastiche, innamoratissime.
La loro e’ storia da raccontare.
Mia madre nata nei primi anni del ventesimo secolo era una donna straordinaria. Figlia di un imprenditore di Castle che operava nel settore dei trasporti era cresciuta in una delle piazze centrali della citta’, dove erano le proprieta’ di mio nonno, Frank: casa padronale, stalle, cavalli, calessi, landau, carri per il trasporto delle merci e la stazione di posta dove i cavalli degli operatori delle campagne intorno sostavano, in attesa del ritorno nei paesi, una volta che i loro padroni avevano concluso i loro affari o scaricato le merci che poi venivano distribuite da mio nonno.
La famiglia di mia madre comprendeva altre tre sorelle e due fratelli.
Nonno Frank, molto severo, impediva ai figli, soprattutto alle sue bambine, di andare nelle stalle dove bazzicavano gli stallieri e gli uomini del contado.
Mia madre, ribelle, era l’ unica che trasgrediva gli ordini del padre. Appena alzata si precipitava nele stalle e trafficava con i cavalli.
Col crescere degli anni, oltre ad essere sempre piu’ bella, una donna dalla pelle madreperlacea, capelli corvini, occhi scuri, labbra carnose, naturali, non come quelle rifatte oggi dai chirurghi plastici, che realizzano interventi mostruosi che trasformano le bocche delle loro clienti in antiestetici canotti di carne, era diventata un’ abile amazzone. Cavalcava come gli uomini, non seduta con le gambe pendenti sul lato sinistro dell’ animale, come si usava in quegli anni, ma incosciando la bestia per meglio stringerlo tra le gambe e poterlo governare senza problemi. Cavalcava spesso a pelo, senza sella, ed era bravissima nell’ eseguire acrobazie con il cavallo lanciato al galoppo.
Era la disperazione del padre.
Inoltre si divertiva a fare capriole aggrappata alle travi delle stalle.
Partecipava con grande perizia anche alla doma dei puledri.
Una volta la vide il proprietario di un circo il quale propose a nonno Frank una scrittura per la figlia.
Johanna dovette restare chiusa nella sua camera per due settimane, fino a quando il circo lascio’ la citta, non fosse mai che la ribelle figlia decidesse di aggregarsi alle troupe circensi.
Nonno Frank aveva paura dell’ estrema socievolezza della figlia che esibiva sempre e che forse per i tempi, secondo lui, non era consona con una particolare maturita’ di comportamento.
Mia madre andava nella vicina spiaggia di Little George a fare lungo galoppate che immancabilmente si concludevano con un bagno in mare del cavallo e suo. Si divertiva a lanciare il cavallo nella grigia distesa dalla spiaggia che arriva sin quasi all’ orizzonte. Generalmente Little Gorge era poco affollata. Quasi sempre poca gente distesa sulla sabbia o seduta sulle sedie a sdraio, pochi altri a prendere il sole vicino all’ acqua. Gli uomini o in completi o nei loro costumi interi e le donne nei loro pagliaccetti con l’ ombrellino a impedire una, allora, disdicevole abbronzatura. Una volta, in sella a Devil, uno stallone dal manto nero, fu trascinata al largo dalla corrente. Mia madre, sotto gli occhi terrorizzati del padre, che gia’ presagiva una disgrazia, riusci’ con pazienza e perizia a ritornare a riva, assecondando il nuoto di Devil nelle onde e nella corrente. Anche questa bravata le costo’ la ‘’reclusione’’ di due settimane nella sua camera, guardata a vista dalla severa governante, che avrebbe dovuto proibirle anche di mangiare i dolci preparati dalla cuoca. Invece la governante le portava di nascosto piu’ di una fetta di torta, senza dire una parola, un dito sulla bocca in segno di avvertimento, in un ironico teatro della cospirazione.
Uno degli stallieri soprannominato Lead Feet per il modo di camminare pesante, come se i suoi piedi fossero infilati in scarpe di piombo le aveva insegnato a sparare con la pistola. Ogni giorno si esercitava al tiro sparando a barattoli di latta o bottiglie. Naturalmente quando il padre non era in casa. Se l’ avesse scoperta le sarebbero toccati altri giorni di clausura.

Mia madre aveva il potere di evocare gli spiriti.
Gli spiriti, i fantasmi, si dice, regnarono in tutti i tempi. La storia che sto per narrare e’ un esempio della loro esistenza? Puo’ darsi. Affermo che gran parte della incredulita’ su queste vicende sono legate al fatto che non sempre si comprende che non possiamo essere sempre soli.
La vicenda si svolge a Nayaders, un paese non lontano da Castle, la piu’ importante citta’ di Sandalyon, una grande isola dei mari temperati.
Sono le sette del pomeriggio di un giorno di settembre del 1943. Si sentono le ore suonare nel vicino campanile della chiesa. parrocchiale. La luce del giorno comincia a calare.
Sono nel salotto di casa, una stanza con un divano, due poltrone, una credenza con i servizi buoni di piatti e bicchieri, argenteria esposta, il tavolo tondo, quadri e foto alle pareti, una lampada a stelo, sul tavolo anche un portacenere di vetro e rame con un cavallino di rame sul bordo, nonostante in casa nessuno fumi. Gioco con un cavalluccio di latta, accoccolato dietro la sedia in cui mia madre e’ seduta, intenta a cucire e a lavorare a maglia.
Improvvisamente qualcosa accade in cucina, rompendo il silenzio che regna nella casa.Rumore di sedie trascinate e rovesciate. Poi come di piatti, bicchieri. Per terra. Rotti.
-Peter? Che cosa hai combinato?Mi alzo e mi faccio vedere. Si accorge che le sono accanto.
-John Charles? Che cosa e’ successo?
Nessuna risposta.
Si alza. Va in cucina per guardare il disastro. Niente. Tutto e’ in ordine.
Mio fratello e’ in giardino. Gioca con il cane.
Mia madre lo raggiunge.
-Hai toccato qualcosa?
-No.
Torna in salotto alle abituali faccende. Riprende a cucire e a lavorare a maglia.
Un’ altra sera. E’ sola in casa. Le tenebre sono gia’ arrivate. Le poche e deboli luci in strada sono accese. Noi figli siamo da una vicina.
Improvvisamente rumore di stoviglie.
Corre in cucina: piatti, bicchieri, tegami, padelle e pentole sono sul tavolo, tirati fuori della credenza.
Sbianca in viso. Le mani le tremano. Ha paura. Va anche lei dalla vicina.
Quando torniamo a casa riassetta.
Non racconta l’ accaduto.
Poi una notte, siamo tutti a letto, e’ un continuo sbattere di porte e finestre. Le ante dell’ armadio si aprono e la biancheria è scaraventata a terra.
In casa non ci sono altre persone.
Mia madre e’ spaventata, ma mantiene la calma, per non allarmare noi figli, svegliati dal fracasso.
Recita a voce alta un’ Ave Maria e un Padre Nostro. La sua voce e’ perfettamente ferma, tranquilla, composta, ma seria. Ci invita a recitare con lei le preghiere. I miei due fratelli le dicono, sempre ad alta voce. Io, ho appena tre anni, non le so per intero.
Dice: Se sei un’ anima buona vieni in pace. Se sei uno spirito cattivo l’ inferno ti inghiotta.
Ci rasserena. Fa persino un debole tentativo di sorridere.
Ancora di sera, siamo tavola, in cucina, stiamo cenando. D’ un tratto, la porta d’ ingresso è colpita come da un forte getto d’ acqua, come di secchi svuotati con violenza.
Va verso la porta che da in giardino. Rimane qualche istante ferma pensando al da farsi. E’ indecisa se tornare a sedersi o aprire.
Apre. Nessuno. Solo una grande pozza.
Di nuovo recita un’ Ave e un Padre e ripete l’ invito a venire in pace se spirito buono, altrimenti tornare tra i dannati.
L’ indomani va in chiesa e parla degli accaduti con il parroco. Mia madre parla lentamente, come per aiutarsi a ricordare tutti i particolari e non tralasciare nulla. Il corpo e’ immobile, le mani strette indissolubilmente in grembo e lo sguardo conficcato sul crocifisso appeso alla parete. Il prete l’ ascolta con gli occhi fissi sul suo viso. E’ tranquillizzata. Le dice che forse e’ ancora scossa per la recente morte del marito.Una mattina John Charles gioca in salotto. Ha una monetina in mano. Gli sfugge. Rotola sul pavimento, raggiunge la parete e si infila in una fessura, tra una mattonella e il muro. Fa per prenderla ma questa scompare nel pavimento e dopo qualche secondo si sente un pling, fine caduta. Mia madre che ha seguito la scena capisce che li’ il pavimento copre un vano vuoto. Inspiegabile. La casa non ha cantina.
Ricorda che si e’ parlato della casa come di quella dove sarebbe stato ucciso, almeno un secolo prima, un uomo per rubargli gli averi, una cassetta con centinaia di monete d’ oro. Quando la mia famiglia era andata a viverci una vicina aveva raccontato a mia madre il triste episodio, affermando che nessuno l’ aveva mai voluta acquistare e era rimasta disabitata per molti decenni. Le aveva detto che qualcuno affermava di aver visto il tesoro, fornendo una descrizione molto particolareggiata degli oggetti. Questo tanti e tanti anni fa. Poi il silenzio sulla vicenda, sulla casa, sul tesoro.
Questa volta si rivolge a un prete di un paese vicino, conosciuto come esorcista. E’ un prete alto, con gli occhiali, il cranio pelato, un sorriso franco e beneducato.
Mia madre racconta gli episodi, la storia della morte violenta, della casa e del tesoro con voce sommessa, ma molto chiara. Parla, ma un vago timore, forse terrore, gli prende l’ anima, probabilmente in ragione della calma che, comunque, aveva nel cuore. Sembra contemplare, sbigottita, sgomenta, spaurita le visioni, nascoste ai piu’, che ora si librano nella sagrestia dalle pareti alte, coperte, dall’ alto al basso da una pesante tappezzeria, a intervalli irregolari tappezzata da figure di santi e immagini della passione del Cristo..
Il sacerdote ascolta, poi dice serio:
-Potrebbe essere uno spirito buono che vuole attirare la tua attenzione per farti trovare il tesoro che gli assassini non sono riusciti a rubare. Potrebbe pero’ essere anche uno spirito maligno. Lo stesso Belzebù.
Mia madre sta in silenzio. Guarda i disegni sulla tappezzeria e nota al centro di una parete il disegno di una colonna attorno alla quale correva attorcigliata con la forza di un serpente la fiamma di un fuoco vivo.
L’ esorcista prosegue:
- Se non hai altro da riferirmi, posso andare a casa tua e recitare le preghiere per allontanare il demonio. Non sapro’ pero’ mai dirti se in casa c’e’ un tesoro. Per saperlo dovrai levare le mattonelle e scendere nel vano. Puoi trovarci, pero’, non monete d’ oro e altri oggetti preziosi, serpenti e scorpioni, l’ emblema del male. Te la senti di correre questo rischio?
Mia madre accetta l’ invito del sacerdote a benedire la casa. Non fa altro, anche perche’ gli episodi dopo le preghiere dell’ esorcista non si ripetono. Non osa guardare sotto il pavimento perche’ teme che il demonio prenda se’ e le sue creature per trascinarle nei gorghi dei fiumi infernali, nelle tenebre, nelle profondita’ del silenzio, trascinandole giorno e notte, estate e inverno, senza mai riposare.
Dopo qualche mese trasferisce la famiglia a Castle, la citta’ dove esercita la sua professione di ostetrica condotta.
Dimentica la vicenda.
Le torna in mente quando viene a sapere che il nuovo inquilino e’ diventato improvvisamente ricco.
Questa era una prerogativa di mia madre.
Io che amo i misteri, la vita, la morte, un aspetto della vita…eterna, avro’ preso da lei?Forse.
Sicuramente le assomiglio nella dolcezza e nel dare felicita’.Per me, pero’, c' e' un solo mezzo in questo mondo per essere felici, ed e' quello di fare tutto quello che si puo' fare per rendere felici gli altri. So che le donne amate, per essere felici, hanno bisogno di essere uccise. Io le rendo felici.
Il modo migliore per amare una donna e' pensare al fatto che si potrebbe perderla. La morte per mia mano e' averla per sempre.
Con la morte dono eta' e splendore impareggiabili, di bellezza tale da sfuggire alla piena comprensione degli uomini.
Che cosa e' la pietra del buio e delle tenebra?
E' la fine che appartiene all' oscurita'...
Che cosa significa fine?
E' un luogo in cui vi e' solo ricordo dell' eta' e della bellezza avute in dono.

Un giorno quando Johanna e’ appena entrata nell’ adolescenza nella sua vita compare Louis, un ufficiale di un corpo speciale dell’ esercito, originario di una regione del Nord Europa.
Non ho mai saputo dove mia madre e mio padre si videro per la prima volta. Forse nella grande piazza antistante la grande casa dove abitava, che comprendeva anche le stalle e i cortili per la sosta dei carri e i grandi magazzini per i depositi delle merci.I
dettagli del loro incontro e della loro prima conversazione non li ho mai conosciuti.
Certo e’ che mia madre fu colpita da questo uomo in divisa, non molto alto, biondo, e occhi di un celeste del cielo. Il colore degli occhi di mio padre, diceva sempre mia madre, era sicuramente pari a quello del paradiso e emanavano una luce particolare che davano al suo sguardo il calore dei primi raggi del sole del mattino che si alzano a scaldare il mondo dopo il freddo della notte. Occhi azzurri penetranti e intelligenti su un viso dalla carnagione pallida da nordico, incorniciato dai capelli biondi, con un leggero principio di sicura incipiente calvizie.
Il suo sorriso mostrava una bella chiostra di denti regolari e, ricordava mia madre, metteva gli altri nella condizione di restituirglielo.
Louis, diceva mia madre, era una persona sensibile, colta e religiosa.Credo che mia madre abbia sentito, incontrando Louis, l’ incombere di quei momenti decisivi che ti cambiano la vita: una di quelle svolte in cui o afferri l’ opportunita’ fugace che ti si presenta o la guardi inerme scivolare via dalle tue mani e ritornare nel nulla.
Ritengo che abbia subito compreso, a parte il resto, che doveva rivedere quell’ ufficiale dagli occhi di cielo, che doveva imporre a suo padre.
Mia madre non mi ha mai raccontato di grandi difficolta’.
Si sposarono dopo un breve fidanzamento: lui 23 anni, lei 19.
Nel giro di due anni hanno due figli: Admeto, da un personaggio della mitologia greca (re di Fere in Tessaglia; fu anche sposo di Alcesti. Figlio di re Fere, da cui la città prende nome, fu uno degli Argonauti e prese parte alla caccia al Cinghiale Calidonio. Era celebre per la sua ospitalità e per il suo senso di giustizia), e John Charles.
Dopo14 anni, allo scoppio della seconda guerra mondiale, sono nato io.
Non ho molti ricordi di mio padre.
Solo questi due.
Non ho mai conosciuto mio padre, morto in guerra, l' ultima, quando avevo tre anni. La sua grande umanita', cultura, amore per la liberta' e la giustizia le ho conosciute soprattutto attraverso i racconti di mia madre.
Quando penso a lui vedo mio padre, mentre mi fissa con i suoi occhi azzurri e mi dice che la liberta' va strappata dalle mani degli oppressori.
Un insegnamento che trasmetto ogni giorno ai miei figli e nipoti con il mio comportamento.
Come dice Adorno nei ''Minima moralia'': non si da' vera vita nella falsa.
L’ idea di liberta’ mio padre me lo ha trasmesso pochi mesi prima di morire.
E’ l’ unico ricordo che ho di lui. Un ricordo mio, esclusivamente mio.
‘’Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente’’.
Dostojevskij: ‘’Memorie del sottosuolo’’.
Quando mi ha parlato di liberta’ a ogni costo, da strappare dalle mani degli oppressori, siamo io e lui da soli.
Andiamo, la mia mano nella sua, da Nayaders, dove, in tempo di guerra, aveva trasferito la famiglia, a New Adolya, un altro centro dell’ Alleopartshire, distante un paio di chilometri.
E’ marzo, non so se il giorno del mio compleanno. Ha avuto due giorni di licenza, ho poi saputo da mia madre quando dopo anni, molti, racconto l’ episodio. E’ di stanza a Castle, circa venti chilometri da Nayaders.
I miei ricordi dell’ ambiente della campagna sono piuttosto sfuocati. Diventano nitidi solo sulla sequenza della passeggiata e delle sue parole.
Camminiamo sul ciglio destro della strada. Sto alla sua destra per non correre pericoli, anche se il traffico e’ limitato a poche biciclette, a qualche carretto trainato dai cavalli, molte le persone a piedi, soprattutto donne e qualche ragazzo. Uno di questi ci passa accanto correndo.
Lui e’ in borghese, indossa un abito scuro, io un capottino chiaro con il colletto in velluto. Nella mia mente tutto e’ chiaro, soprattutto i suoi occhi di un intenso azzurro.
Camminiamo in silenzio. Mio padre mi stringe la mano. Il suo viso e’ sereno. Sono raggiante. Non passo molto tempo con lui. Quando la sera, non tutte le sere, lui torna a casa, io sono a letto e dormo, e la mattina, quando riparte, non sono ancora sveglio. Mia madre mi ha sempre raccontato che appena entrato in casa veniva nella mia camera, mi accarezzava sui capelli e mi dava un bacio sulla fronte. Rito che ripeteva quando andava via.
Arrivati all’ altezza del cimitero di Nayaders ci fermiamo, ci sediamo, uno a fianco all’ altro, su un poggiolo ricoperto d’ erba.Comincia a parlare. Dice quanto bene vuole alla mamma, a me, agli altri due figli. Poi racconta delle brutture della guerra, della inutilita’ di un conflitto scatenato da un pazzo e assecondato da un altro stolto, solo per sete di potere, delle false speranze di vittoria decantate dal Duce, dal Re. Espone i suoi concetti di liberta’, fratellanza, di giustizia e pace tra i popoli. Parole allora non comprese. Troppo difficili per me. Sono pero’ rimaste incise nella mia mente, capite solo col crescere degli anni.Siamo rimasti seduti forse una mezz’ ora, poi lentamente siamo tornati a casa.Quella e’ l’ ultima volta che ho visto mio padre.
Non ho altri ricordi di lui vivo.

Dopo alcuni mesi un ufficiale e’ venuto a casa per dare a mia madre la notizia che il marito era morto in un bombardamento di guerra, quella guerra da lui rifiutata, ritenuta inutile, dichiarata da un folle, appoggiata da uno stolto, solo per sete di conquista.
‘’Ciao Duke. Che sorpresa! Come mai a casa?’’.
Cosi’ mia madre aprendo la porta di casa e trovandosi davanti il cognato, in divisa da militare, ma senza cinturone, senza armi.
Sorride. E’ contenta di vedere il marito della sorella di suo marito. In tempo di guerra un parente che ti viene a trovare e’ sempre una festa.
Duke entra. Non ha il viso allegro. Immediatamente dietro di lui si materializza un ufficiale dell’ esercito, un maggiore del comando generale. Anche lui e’ serio. La faccia e’ tirata.
Mia madre fa entrare anche lui. La sorpresa aumenta. A casa non sono mai venuti colleghi di mio padre, anche lui militare, di stanza a Castle, nella sede del comando generale. Si domanda il perche’ di questa visita.
In casa, oltre mia madre, c’ e’ la governante: e’ in cucina e mi tiene in braccio. Mi mette nella culla e raggiunge in salotto mia madre per chiedere se ha necessita’ che prepari qualcosa per gli ospiti.
Sta in silenzio in attesa di ordini.
‘’Johanna’’ attacca Duke ‘’non e facile quello che devo dirti…’’.
Mia madre si agita. Ha capito il motivo della visita. Il giorno prima, il 13 maggio del 1943, Castle e’ stata oggetto di un violento bombardamento, che l’ ha rasa al suolo. Le bombe cadute a migliaia sulla citta’ hanno completato l’ opera cominciata nella precedente incursione aerea, quella del 28 febbraio, nel corso della quale erano morte centinaia di persone, tra cui, una delle sorelle di mia madre, Dhelyn.
Ricordo che l’ aria e’ molto pesante, grigia, come prima di una tempesta.
‘’Cosa e’ successo? E’ ferito? Come sta? E’ morto? Come e’ successo? Dove e’ accaduto? Dove e’ adesso? Lo so e’ morto. Se fosse ancora vivo il maggiore non sarebbe venuto con te. E’ vero. Questa e’ la comunicazione ufficiale della sua morte.’’
Mentre parla mia madre si alza. Si avvicina al cognato. Prende il suo viso tra le mani.
Le sue forze cedono, le gambe crollano e la sua testa si svuota del tutto. Non gli viene in mente una sola parola.
Cade a terra.
Svenuta.
Mio zio, l’ alto ufficiale, la governante la sollevano e la portano nella sua camera e la depositano sul letto, vicino alla mia culla. Vedo tutta la scena, ma non capisco. Nessuno si interessa di me. Sono tutti attorno a mia madre.
Rinviene. Comincia a piangere, sommessamente. Pronuncia sottovoce parole di dolore.
Da molto lontano si sente il lento rintocco di una campana – con lunghe pause – riecheggiare per le campagne.
La notizia vola a Nayaders, il paese, a venti chilometri da Castle, dove in quel periodo di guerra la mia famiglia risiede. Mia madre e’ molto conosciuta e ben voluta. Vi ha lavorato per alcuni anni come ostetrica condotta. Io sono nato li’. Tre anni prima, poco dopo la dichiarazione dell’ entrata in guerra del mio Paese. Un conflitto mondiale inutile, scatenato da due pazzi solo per questioni di potere, per tentare l’ impossibile dominio del mondo occidentale.
Immediatamente arrivano le vicine di casa. Vengono a portare conforto e a badare a me e ai miei due fratelli, nel frattempo rientrati a casa.
Tutto il giorno e’ un via vai di gente. Vengono a fare le condoglianze. Le donne si fermano per preparare, come si usa nel paese, i pasti per la famiglia del morto.
Il maggiore dice che mio padre e’ morto vittima del suo dovere: ‘’Si e’ attardato per chiudere a chiave il comando e poi mentre cercava di raggiungere uno dei vicini rifugi antiaerei e’ stato travolto da un palazzo, crollato perche’ centrato da una bomba. Suo marito e caduto sotto le macerie, sotto una nuvola di fumo o di polvere. Troppo tardi.’’
L’ alto ufficiale, dopo avere consegnato alcuni effetti personali di mio padre, riparte.
Mio zio Duke, invece, si ferma per altri due giorni per aiutare mia madre e i nipoti ad affrontare questo triste momento.
Mia madre da quel giorno veste in nero. Ai miei fratelli e a me viene cucito sugli abiti un nastrino di seta nero.
Quel giorno, i successivi e i seguenti anni sono vissuti da me senza coscienza.
Ho capito tutto, diventando grande, su quello che mi e’ stato raccontato da chi mi ha visto crescere.

La disinvoltura delle melanzane, di Gianni Zanata

La disinvoltura delle melanzane.
L’altra domenica mi son svegliato e ho scoperto che il mondo era diventato viola, come una succulenta melanzana. Anzi, il mondo era una melanzana. Una gigantesca bacca, oblunga e arrotondata, con la parte superiore avvolta in un delicato calice verde.
E mi son detto: pensa te, ma guarda un po’ che roba. È un mondo proprio strano, il mondo a melanzana.
Fuori stava albeggiando. Sono andato alla finestra e ho visto sorgere il sole, una ciliegia rubizza e rubiconda. E tutto, anche il cielo, in pochi istanti s’è tinto di magenta. Finché una luce sottile s’è posata dolcemente sulla terra, come una traboccante cascata di glicini. Persino le nuvole erano viola, sembravano tanti fiori di malva ricoperti di ametiste.
Ho chiamato Gina, mia moglie. E le ho detto: Gina, vieni qua, guarda quant’è bello.
Ho chiamato Bice, nostra figlia. E le ho detto: Bice, vieni qua, guarda che meraviglia.
Ho chiamato Fausto, nostro figlio. E gli ho detto: Fausto, vieni qua, guarda che prodigio.
Loro son corsi subito.
Il mondo è melanzana, ho detto dispiegando il braccio verso l’esterno. Mi sentivo fiero, felice e temerario.
Loro niente. Han fatto delle facce come dire: e quindi? Mi han guardato strano, come se fossi un marziano. E se ne sono andati, scuotendo la testa.
Ci son rimasto male.
A loro, evidentemente, sembrava una cosa normale che il mondo fosse melanzana, e tutto il resto. Soltanto a me pareva buffo, stravagante e strampalato.
Pensa te, mi son detto scrutando l’orizzonte di prugna. Vuoi vedere che son l’unico a non sapere che il mondo è sempre stato melanzana?
Be’, voglio capire com’è ‘sta storia, mi son detto.
Così sono andato in bagno, mi son lavato con un sapone al giacinto, ho indossato una camicia che profumava di lavanda e mi sono infilato il cappotto.
Prima di uscire da casa mi son guardato allo specchio.
Avevo quel cappotto da tanti anni, un regalo di Natale. Eppure non avevo mai fatto caso al suo colore. In circostanze diverse l’avrei definito semplicemente un bel cappotto di lana. Adesso, a guardarlo meglio, non solo era un bel cappotto ma aveva anche uno strano alone, una fluorescenza, per così dire. Il tessuto brillava di una strana tonalità al mirtillo, quasi viola.
Pensa te, mi son detto, pure il cappotto.
Mi sono aggiustato il bavero, ho preso l’ombrello e son sceso in strada, curioso di sapere com’era fatto il mondo a melanzana.
La città era un brulichio di uomini e donne che sembravano danzare su tappeti di pervinca. I muri dei palazzi erano rosa, e sui tetti campeggiavano lucenti scritte purpuree. Anche dai giardini si sprigionavano bagliori di sangria. E sulle panchine di radicchio si accucciavano placide famiglie di piccioni fucsia.
Mentre camminavo lentamente verso la periferia, e il sole si sfrangiava in un roboante ciuffo di petali d’iris, m’è venuta un’illuminazione.
Noi siamo il popolo melanzana, mi son detto. Ecco chi siamo.
E ho continuato a camminare. Un passo dopo l’altro, ho attraversato il ponte, là dove finiva la città e iniziava la campagna. E di là dal fiume, tra gli alberi di broccoli e i filari d’uva, ho visto scintillare nella rugiada sterminati campi di fiordaliso.
C’erano anche piccole case di barbabietola sparse sui rilievi delle colline. E tutto intorno degli ossuti spaventapasseri, piantati come tanti stuzzicadenti sul terreno. Dalle zolle arate e fumanti si diffondeva un vago aroma di vinaccia.
Un bel panorama melanzana.
Poi, a certo punto, uno degli spaventapasseri s’è fatto avanti. S’è avvicinato a falcate lunghe e lente. Era un tipo segaligno, dal naso rotondetto, vestito di lillà.
Tu che ci fai qua, m’ha domandato.
Guardo il mondo a melanzana, gli ho detto.
E ti piace?
Sì, gli ho detto.
Perché?
Perché così è più bello.
Più bello di che cosa, m’ha chiesto.
Più bello dell’altro.
Lui è rimasto in silenzio per qualche minuto.
No, m’ha detto alla fine, non è mica vero che il mondo a melanzana è più bello dell’altro.
E ho pensato che a lui, allo spaventapasseri di lillà, io non l’avevo mai visto, nell’altro mondo, perciò non poteva proprio conoscerlo, l’altro mondo.
Ma lui deve avermi letto nel pensiero, perché mi ha sorriso e mi ha detto: guarda che lo conosco bene il tuo mondo.
Dopodiché ha estratto dalla tasca dei pantaloni un fico grosso e maturo e lo ha impugnato come una lampadina. M’ha fissato a lungo.
Chiudi gli occhi e conta fino a dieci, poi riaprili, m’ha detto.
Li ho chiusi. E ho contato fino a dieci.
Quando ho riaperto gli occhi lo spaventapasseri di lillà non c’era più. E il mondo non era più una melanzana.
Ma pensa te, mi son detto, una vera disdetta.
Allora ho preso e son tornato a casa. Mi son sdraiato sul letto e ho dormito un po’.
Al risveglio sono andato in cucina, c’era mia moglie, Gina, che preparava il pranzo. Bice e Fausto non erano ancora rientrati.
Ciao Gina, le ho detto.
Lei m’ha rivolto uno sguardo neutro.
Sai, le ho detto, ho fatto un sogno bislacco. Ho sognato che il mondo era cambiato. S’era trasformato in un’enorme melanzana.
Sai Gina, le ho detto, era proprio un bel sogno, di quelli che ti svegli e stai ancora pensando di sognare. E dopo che hai pensato un po’, ti vien da dire: ma pensa te, che bel sogno.
Lei non ha detto niente. Ha fatto un’espressione come dire: ma dài, vai a lavarti le mani, ché è pronto in tavola.
Allora sono andato in bagno, e mi son lavato le mani.
Quando son tornato in cucina, c’era lo spaventapasseri di lillà che mi fissava da dietro la finestra. Svolazzava tra le nuvole e agitava una mano in segno di saluto. Gli ho fatto ciao con la mano anch’io. Lui è rimasto lì a fissarmi.
Stavo per dirlo a Gina.
Guarda là, stavo per dirle, c’è il mio amico spaventapasseri vestito di lillà.
Invece non le ho detto niente. Non sai mai come può reagire una moglie, a dirle che fuori dalla finestra c’è uno spaventapasseri di lillà che saluta svolazzando tra le nubi.
Son stato zitto, mi son seduto a tavola.
Dopo un po’ Gina ha portato un vassoio. C’era una specie di tortino tagliato a fette.
Cos’è, le ho chiesto.
Sformato di melanzane m’ha detto lei.
Ho fatto finta di niente, ho tirato indietro le labbra.
Beh, perché quella faccia, m’ha chiesto lei.
Niente, le ho detto, lascia stare.

melanzana colore
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