La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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NON STO TANTO MALE

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lunedì 31 marzo 2014

Sciola, Thabor e la disfatta dei guerrieri di Mont’e Prama


da Sardinia post

Sciola, Thabor e la disfatta dei guerrieri di Mont’e Prama

Inaugurazione statue Monte Prama Cagliari 2014
Era lì, in un angolo, nascosto in mezzo alla folla di gente. Giovane, giovanissimo, con l’aria un po’ timida, l’ho riconosciuto subito: era Thabor, lo scultore dei giganti di pietra”.
Inizia così il dialogo immaginario con “l’antico collega  che lo scultore Pinuccio Sciola ha scritto per Sardina Post. Un testo buttato giù di getto, subito dopo aver partecipato, sabato scorso, all’inaugurazione cagliaritana della mostra dei Giganti di Mont’e Prama. Un dialogo fantastico, un po’ provocatorio e ironico. L’ennesimo messaggio d’amore di Sciola alla sua terra. Eccolo:
A salutare i militari arrivati dal Sinis, sabato scorso a Cagliari, c’era un’infinità di gente: un  fiume composto e silenzioso di donne e uomini che da quarant’anni attendevano l’uscita in pubblico e la prima sfilata dei reduci per la città. Ma i guerrieri non potevano uscire, bloccati com’erano dalle strutture ortopediche che tenevano insieme i pezzi dei loro corpi scampati alla guerra del tempo. Così aspettavano con dignità che la folla, a tratti commossa, si avvicinasse ad accarezzare le loro profonde ferite.
Questi grandi guerrieri – pensavo tra me e me – non sono né vincitori, né vinti. Sono uomini che sono stati mutilati dal tempo e che oggi, dopo più di tremila anni, dopo essere stati curati con amore dalle mani di esperte crocerossine dell’archeologia, aspettano la l’arrivo dei loro parenti sardi, come se fosse finalmente venuta l’ora delle visite in un importante reparto di ortopedia.
Percepivo distintamente che la loro compostezza e dignità superavano il dolore che le ferite dell’aratro avevano inciso su quelle carni di pietra. Tra le tante voci, nella sala gremita, riecheggiava quella del sovrintendente Minoja, intento a spiegare  al primario professore in visita, il governatore Pigliaru, il valore che quei guerrieri avrebbero avuto nel rilancio del turismo e dell’economia sarda.
Poi, ad un tratto, lo vidi. Era lì, in un angolo, nascosto, in mezzo a tanta gente. Giovane, giovanissimo, con l’aria un po’ timida, l’ho riconosciuto subito: era Thabor, lo scultore dei giganti di pietra. Nessuno lo aveva invitato ed era arrivato fino a lì in incognito. Un viaggio lungo, dal lontano Oriente, attraverso le colonne d’Ercole fino alla Sardegna, cuore del Mediterraneo. Anche lui mi riconobbe, e fui felice di avvicinarlo. Invisibile agli occhi dei visitatori, si muoveva come un folletto in mezzo a un bosco profumato: era felicissimo per il tributo che le sue opere raccoglievano, ma erano soprattutto le torri nuragiche e la scultura plastica dei bronzetti ad affascinarlo.
Mi raccontò che appena arrivato nella città di Tharros, aveva voluto acquistare due piccole sculture nuragiche perché gli ricordavano le vestigia e gli abiti della cultura orientale. Era consapevole della semplicità dei suoi lavori, molto più naif rispetto all’eleganza dei bronzetti che guardava estasiato, lasciandosi prendere dolcemente in giro.
” ‘Non avrai faticato molto a realizzare le tue opere…”.
“‘Ho fatto quel che ho potuto”,  mi rispose sorridendo.
Del resto, osservando le grandi mani e i piedi scolpiti nella pietra calcarea, si immaginava il lavoro di uno scalpellino. Certo, gli spunti di raffinatezza nei volti non mancavano, ma niente di paragonabile con l’eleganza e la precisione della nostra arte nuragica. Lodai comunque la sua importante testimonianza:  quella sua opera avrebbe contributo alla centralità della Sardegna nel Mediterraneo, ed era un ottimo auspicio per la candidatura di Cagliari a capitale della Cultura in Europa. A prescindere da date e scadenze: “Perché la cultura – gli spiegai – non può essere schiava del calendario”.
All’improvviso si fermò, richiamato dai segnali di un gigante pallido che si lamentava con lui di non aver ancora percepito la pensione di guerra. Scorsi il suo disappunto: ‘”Non sono degli eroi – mi disse – ma semplici soldati. E come tutti i soldati soffrono dei danni subiti: credi si potrà fare qualcosa?’
“‘Ho capito, bisognerà parlarne col professor Pigliaru”. E così dicendo mi strinse ancora più forte la mano.
Pinuccio Sciola
(Fotografia di Franco Nonnoi)

IL LATO OSCURO DELLA POLITICA


IL LATO OSCURO DELLA POLITICA (Luca Raimondo).

Spacey
Il 9 aprile arriva in Italia la serie che ha spopolato negli Usa sugli intrighi della politica: dal Congresso alla Casa Bianca. Un ritratto del potere, tra spregiudicatezza, denaro e sesso. E un cast di primissimo livello. Perché non si fa niente di simile da noi?.
Ci sono personaggi che il pubblico ama odiare. E odia amare. Uno di questi è Frank Underwood, il cinico politico protagonista di House of Cards, la serie che finalmente giunge in Italia, inaugurando il nuovo canale Sky Atlantic il prossimo 9 aprile, a oltre un anno di distanza dalla sua uscita in streaming su Netflix. Sono ormai mesi che siti e riviste specializzate non fanno che parlare dei 13 meravigliosi episodi che raccontano le trame del personaggio interpretato da Kevin Spacey, che architetta con freddezza e cinismo ogni passo della sua scalata al potere. E lo scorso 14 febbraio sono state rese disponibili online le puntate della seconda stagione, nei paesi dove Netflix è attivo.
Underwood è il majority whip, una specie di capogruppo del Partito Democratico, il cui compito principale è fare in modo che i deputati votino secondo le direttive del partito e siano presenti in aula quando serve. All’inizio della storia scopriamo che il neoletto presidente degli Stati Uniti non mantiene la promessa di nominarlo Segretario di Stato, un affronto che Underwood decide di non tollerare. “Ci sono due tipi di dolore: quello che ti rende più forte e il dolore inutile, quello che provoca solo sofferenza. E io non sopporto le cose inutili”, sentenzia nella scena iniziale parlando direttamente agli spettatori nella prima, e contundente, scena del film. Il direct address di shakespeariana memoria, scopriremo presto, sarà il filo rosso che ci accompagnerà per tutte le puntate e che consentirà al protagonista di spiegare al pubblico, passo dopo passo, i suoi schemi, le sue certezze, ma anche le paure che lo attanagliano mentre cerca di raggiungere il suo scopo. Allo stesso tempo però, costringe quasi inconsciamente lo spettatore ad immedesimarsi con il protagonista, ad accettarne il lato oscuro, magari scoprendo il proprio. Non a caso il grande drammaturgo elisabettiano lo utilizzava con alcuni dei suoi personaggi più odiosi: Riccardo III e Iago.
Il fascino di Riccardo III
Ispirata all’omonima mini-serie inglese del 1990, a sua volta tratta dal libro dell’ex collaboratore di Margaret Thatcher, Michael Dobbs, House of Cards (appena pubblicato in Italia da Fazi, 446 pag, 14,9 euro) è una straordinaria storia sul fascino del potere, su come il desiderio di dominio sia il motore di ogni relazione: “Tutto è sesso – dice ancora Frank – eccetto il sesso. Il sesso è potere”. L’eccitazione è data dal controllo, l’amore è un patto rinnovato dalla sete di conquista e Frank e sua moglie Claire (la splendida Robin Wright) sono una perfetta coppia shakespeariana.
Che Shakespeare sia stato la principale fonte di ispirazione anche del libro di Dobbs, non c’è dubbio, a cominciare da Riccardo III. E sembra un curioso scherzo del destino che proprio mentre si cominciava a pensare alla versione americana, Spacey fosse impegnato nella rappresentazione teatrale di quella tragedia all’Old Vic, lo storico teatro londinese di cui da anni è direttore artistico. “La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata per tenere in soggezione i forti”, dice Riccardo, ma sembra di sentire Frank Underwood, che come lo storpio Duca di York è privo di un codice morale e come Macbeth ha bisogno di una Lady accanto a sé che lo spinga a compiere qualunque nefandezza per arrivare in cima. L’algida Claire condivide ogni scelta del marito in quella che sembra una relazione glaciale, ma è forse l’unico modo di amare possibile per chi punta alla vetta della catena alimentare e sa che può solo cacciare o essere cacciato: “Amo quella donna come uno squalo ama il sangue”, dice Frank in una dichiarazione d’amore che appare come un atto di guerra contro il resto del mondo.
D’altra parte, Spacey e Wright non sono stati scelti a caso: sono sempre stati, nella mente degli autori, le sole opzioni possibili: “Se loro non avessero accettato è probabile che House of Cards non avrebbe visto la luce”, ha spiegato il creatore Beau Willimon. Coinvolto fin dal primo stadio della preparazione, l’attore due volte vincitore dell’Oscar ricorda: “Con la prima stesura della sceneggiatura andammo a bussare a tutti i network e alla fine Netflix fece la migliore offerta”. Gia, Netflix. Perché la grande novità di House of Cards è anche quella di essere la prima serie ad alto budget a essere prodotta dalla internet tv che nei paesi nei quali è operativa ha cambiato il modo di vedere la televisione. Il pubblico americano e britannico infatti, ha avuto a disposizione i 13 episodi contemporaneamente, decidendo come, quando e con che frequenza vederli. E magari rivederli. Un sistema che sta per essere copiato dai colossi del web, a cominciare da Apple.
Nell’era di internet
Lasciatevi dunque trasportare nei luoghi più oscuri della politica, dove ogni vita è sacrificabile, un voto si vende per un pugno di dollari e tutti hanno un segreto nascosto che può renderli ricattabili. Dove i giornalisti scendono a patti con il potere e capiscono troppo tardi che è impossibile uscirne indenni. Fantapolitica? Forse, ma non troppo, come spiega lo stesso Kevin Spacey: “Mentre giravamo eravamo in piena campagna elettorale. Tornavo a casa, sentivo le ultime notizie alla tv e mi dicevo: be’ le nostre storie non sono poi così folli!”. Il fascino di House of Cards, infatti, non risiede solo nel suo essere un grande racconto classico sulla follia del potere, ma anche una modernissima descrizione della politica nell’era di internet, dei nuovi media e della globalizzazione. C’è il vecchio modo di gestire la macchina del consenso attraverso intrighi e prebende, utili idioti e vittime predestinate. E c’è anche il mondo del giornalismo rampante rappresentato dalla giovane reporter Zoe Barnes (Kate Mara), sempre in bilico tra la ricerca ad ogni costo della notizia e il patto col diavolo per ottenerla.
Per raccontare questo complesso universo, c’è voluto il concorso di talenti straordinari. A cominciare dal cast stellare, ovviamente, ma anche dagli autori, guidati dal giovane e talentuoso Beau Willimon, la cui esperienza di volontario nell’organizzazione delle campagne elettorali di politici di prima grandezza, come Hillary Clinton e Howard Dean, ha ispirato la sua pièce teatrale Farragut North, diventata al cinema Le Idi di Marzo di George Clooney. Willimon non ha fatto mistero di essersi ispirato a Lyndon Johnson per il personaggio di Underwood: il vice di John Kennedy diventato presidente dopo la morte di JFK, era anch’egli un democratico del sud e, secondo lo sceneggiatore, “capace di qualunque cosa per raggiungere i suoi scopi”. E poi c’è l’aspetto visivo: la Washington livida e solitaria che David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network) ha forgiato nei primi due episodi per poi lasciare il timone a consolidati professionisti come James Foley e Joel Schumacher, per arrivare, in puntate della seconda stagione, a sorprese come Jodie Foster e la stessa Robin Wright. Non c’è quasi mai il Sole nella capitale americana e se appare, è più freddo della luce della Luna; dopo giornate passate dietro porte chiuse ci si ritrova di notte, nel buio delle proprio case, perché solo il buio rende liberi. Ma è solo un breve conforto, presto bisogna tornare sul campo di battaglia, perché come dice Frank: “Odio essere lasciato all’oscuro, ad aspettare… fare congetture… impotente…”
Da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2014.

domenica 30 marzo 2014

CRITICO SNOB, SCRIVI SU FACEBOOK

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CRITICO SNOB, SCRIVI SU FACEBOOK (Roberto Saviano)

Gli italiani che leggono sono sempre meno. I dati del rapporto Nielsen sono allarmanti. Invece di cercare i colpevoli sarebbe più utile capire cosa si può fare. Si scoprirebbe che un aiuto può venire anche da tv e social network
Il Centro per il libro e la lettura (Cepell) diretto da Gian Arturo Ferrari è un istituto autonomo del Ministero dei Beni Culturali che ha lo scopo di “divulgare il libro e la lettura in Italia”. Il Cepell ha commissionato a Nielsen (società di sondaggi e indagini di mercato) uno studio per comprendere lo stato dell’editoria in Italia. Quanti libri vengono venduti? Quanti ne vengono letti? Chi li compra? Chi li legge? Più uomini o più donne? E quali sono le fasce d’età in cui si legge di più?
Il risultato è un documento interessantissimo – molti non a torto lo definiscono preoccupante – “L’Italia dei libri 2011-2013″. Chi scrive libri, chi insegna, chi fa televisione, chi ha il compito di educare, fosse anche solo i propri figli, ha il dovere di conoscerlo. Ma in un paese dove la dispersione scolastica è ancora alta e soltanto il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per comprendere testi più complessi, siamo certi che sia sufficiente lanciare un allarme? Siamo certi che non sia invece necessario analizzare, ciascuno nel proprio ambito, cosa sia possibile fare per avvicinare alla lettura chi non prende in considerazione l’ipotesi di immergersi in un libro per mancanza di tempo o possibilità?
Chi mi legge in questo momento stenterà a credere che ci siano persone che non riescono a seguire un testo quando usa – e la letteratura sempre lo fa – vocaboli appropriati, talvolta complessi; quindi non stupiamoci se in Italia si legge poco. Non stupiamoci e non perdiamo tempo prezioso in una sterile caccia al colpevole. A scuola maestri e professori ce la mettono tutta, ma poi c’è la famiglia. E anche lì, il lavoro, l’organizzazione frenetica del quotidiano, magari il mutuo: tutto è talmente complicato che l’educazione alla lettura passa necessariamente in secondo piano. Ecco allora che anche chi fa cultura deve assumersi necessariamente delle responsabilità e deve farlo sapendo che può fornire un necessario supporto, quando scuola e famiglia da sole non bastano.
Non ho sondaggi cui riferirmi se non l’esperienza personale. Quando su Rai Tre a “Che tempo che fa” ho raccontato l’esperienza dei gulag di Varlam Šalamov, quando ho raccontato la storia di Ken Saro Wiwa, quando ho letto le poesie di Wisława Szymborska, quando ho parlato di Anna Politkovskaja, incredibilmente, nei giorni successivi alla messa in onda, i loro libri sono entrati in classifica. Questo è accaduto perché chi mi ha ascoltato parlare dei gulag, della Russia di Putin, dell’impegno civile e ambientalista di Ken Saro Wiwa in Nigeria, chi mi ha seguito nella lettura delle poesie di Wisława Szymborska si è accorto quanto la letteratura, anche quella che riteneva più inaccessibile, fosse in realtà a portata di mano, vicina alle vite di ciascuno di noi. Si è accorto quanto uno scrittore, vissuto un secolo fa, possa avere in comune con persone che vediamo attorno a noi ora. Addirittura quanto possa avere in comune con noi stessi.

Ma la cosa più incredibile è stata questa: chi mi ha ascoltato si è fidato di me. Ha pensato che io non avessi alcun interesse personale a parlare di quel libro e che lo stessi facendo perché davvero averlo letto mi aveva cambiato la vita. Chi mi ha ascoltato ha avuto voglia di provare a cambiare, attraverso la lettura, anche la propria vita. Ecco quindi che la televisione può fare moltissimo. Può essere generosa. Può investire tempo, energie e denaro per raccontare ai telespettatori che, qualche volta, spegnere il televisore e prendere un libro può essere un meraviglioso regalo da fare a se stessi. Per i social network il discorso è analogo. Scrivere la recensione a un libro e diffonderla su Facebook, su un blog o attraverso Twitter è un atto dovuto, perché sono ormai luoghi virtuali dove si trascorre parecchio tempo e anche da lì possono arrivare suggestioni importantissime. Eppure sempre ci sarà il critico idiota che vede nella tv solo aberrazione, l’intellettuale rancoroso che trova qualità solo se il libro è in mano a pochi. Se queste persone avranno seguito, allora sarà giustificato quel sentimento di irreparabilità che il rapporto Nielsen suscita.

La canzone dei vecchi amanti della politica

da MicroMega

La canzone dei vecchi amanti della politica


di Pierfranco Pellizzetti


«Bien sûr nous eûmes des orages,
vingt ans d’amour, c’est l’amour fol»
Jacques Brel (La chanson des vieux amants)

«La politica è la sessualità degli intellettuali»
Anonimo

L’amore per la politica è un fatto generazionale? Sarei indotto a pensarlo, mettendo a confronto le tesi dell’ultimo saggio di Valerio Romitelli ("L’amore della politica", Mucchi Editore, Modena 2014), classe 1948, e le mie personali convinzioni di baby boomer 1947. Con un di più, a fare le differenze: l’elemento biografico, che influenza le rispettive concettualizzazioni. Felsinee le sue radici, genovesi le mie; oggi stimato docente di politologia l’uno, invecchiato ribaldo sempre in cerca dell’Isola che non c’è di Peter Pan l’altro (io, naturalmente).
Dunque, una questione anche di rimembranze…

Da studentello mi procuravo le opportune paghette come promotore di prodotti per arti grafiche e una delle mie “piazze” era proprio “la rossa” Bologna, tale non solo per le prevalenze cromatiche nella sua architettura urbana, tendenti al mattone, ma anche in quanto enclave di orientamenti politico-amministrativi in controtendenza rispetto all’Italia “biancofiore” (democristiana) di allora; estrema marca occidentale del mondo diviso dalla Guerra Fredda. Di certo propensioni geopolitiche del tutto diverse da quelle imperanti in una Genova borghese, che con il city-boss Paolo Emilio Taviani aveva precocemente impastoiato/normalizzato la classe operaia e il Partito Comunista nelle ragnatele di potere DC; funzionali all’intorpidimento nell’ordine atlantico.

Che questo luogo fosse la capitale della via emiliana a Est, me lo faceva notare già la targa stradale dove mi avviavo appena uscito dalla stazione: via Stalingrado (sede di una cooperativa di tipografi del Partito Comunista locale). Me lo ribadivano i copricapo da mugik dei tanti ciclisti che incontravo cammin facendo. Per non parlare del dato climatico: il freddo siberiano, che d’inverno sovente ti agghiaccia in quella città per il resto così calorosamente cordiale e accogliente (anche se oggi la direi intristita; almeno dopo il passaggio dalle sue parti di Sergio Cofferati…).

Un luogo – dunque – dove si coltivava una visione del mondo irriducibile alla vulgata normalizzatrice insita nell’americanizzazione a marce forzate dell’Italia; che faceva scorgere con assoluta nettezza gli aspetti contraddittori insiti in una rappresentazione fortemente hollywoodiana e intrinsecamente fumettistica, con i buoni a stelle-e-strisce che si battono per la Democrazia e la Libertà, contro i biechi agenti (secondo prammatica baffuti e dal naso adunco) di Imperi del Maleante litteram (ante Reagan).

Qui – invece – l’ambiente secerneva umori intellettualmente antagonistici, i cui residui retaggi ora mettono in condizione Romitelli di individuare il senso vero dell’operazione epocale messa in campo quando i contrappesi militari e politici sono saltati e un player dell’ordine bipolare si è trovato nella condizione di unico giocatore in campo: gli Stati Uniti, a fronte dell’Unione Sovietica che andava dissolvendosi; dopo il fatidico 1989 del crollo di un muro a Berlino.

Ossia lo scarto laterale d’epoca raccontato come il trionfo della Libertà e della Democrazia (con relativa “fine della Storia”), quando – in effetti – era solamente l’apoteosi di un Capitalismo che si liberava dai vincoli del Welfare, dalla necessità di conquistarsi e mantenere il consenso sociale (attraverso il cosiddetto patto keynesiano-fordista, ormai accantonato), per innestare il turbo allo scopo di una sua riproduzione sempre più sfrenata: la stagione della finanziarizzazione globalizzata, in cui si liquidavano le mitezze e le solidarietà newdealistiche prosciugando l’area mediana della società; a vantaggio delle nuove plutocrazie che ora controllano rendite posizionali (l’alleanza sistemica tra il potere del denaro e il potere regolativo del governo, per quello che David Harvey definisce “accaparramento mediante spoliazione”). Appunto, operazioni possibili solo in quanto ci si è liberati di ogni minaccia incombente, che imponeva più miti consigli alla tracotanza del Potere riequilibrandone le pretese egemoniche: una classe lavoratrice battagliera e organizzata sindacalmente all’interno, un nemico mortale (ma non troppo…) all’esterno.

In questo gioco di spinte e controspinte risultava essenziale il ruolo della politica come discorso pubblico permanente attorno alle scelte collettive. Quella politica che nella desertificazione delle arene competitive/conflittuali diventa un orpello di nessuna utilità. Per dirla con il lessico della fisica, nello scivolare della dinamica sociale in una condizione statica.

Questo risulta chiarissimo (e convincente) nella riflessione del saggio di cui si parla. Semmai non altrettanto condivisibile – almeno agli occhi critici di un vecchio liberale piantagrane – risulta il giudizio idealizzato sull’essenza intima di tali contrappesi. Indubbiamente Giuseppe Stalin e Mao Tse-tung sono stati formidabili deuterantagonisti sulla scena mondiale novecentesca, in un sistema-Mondo che si riposizionava sulla centralità americana. Da qui a trasformarli in “cavalieri dal bianco destriero”, in eroi senza macchia e senza paura francamente ce ne corre. Così come equiparare le autocrazie orientali alle società (simil)aperte dell’Occidente; certamente sottoposte alle avide priorità del Capitalismo, ma che – in ogni caso – mantengono in funzione rudimenti di pluralismo tali da schiudere spazi critici per ulteriori smascheramenti e controlli del Potere. Altrove impensabili.

Ad abundantiam, lascia perplessi la contabilità dell’orrore totalitario che tende a distinguere formalisticamente tra lager e gulag: sempre di realtà disumanizzanti si tratta. Possiamo dirlo? Nel Totalitarismo seppure di sinistra – e nonostante il richiamo di maniera alle “democrazie popolari”, quali quella cinese e quella sovietica – il Potere illimitato dei Capi supremi è in condizione di massacrare ogni barlume di dignità e dissenso più e meglio che altrove. Come regolarmente è avvenuto. E le mistiche con cui ammanta la sua vera natura hanno un solo nome: propaganda.

L’amore per i Piccoli Padri o i Grandi Timonieri/Nuotatori è una forma di regressione di stampo mistico religioso, che produce revival di antichi fanatismi: dalle Sante Inquisizioni alle cacce alle streghe. Incubi da “Buio a mezzogiorno” nella “Fattoria degli animali” e senza avere a disposizione qualsivoglia “Uscita di sicurezza”. Come nel secolo scorso ci hanno ampiamente illustrato gli Arthur Koestler, i George Orwell, gli Ignazio Silone.

A tale proposito, chi scrive ritiene che la politica non abbia alcun bisogno di mistiche salvifiche sotto forma di cieco innamoramento; semmai debba recuperare la dimensione processuale della sua essenza positivamente competitiva/conflittuale.
La convinzione di stare attivamente dalla parte “illuminata” della Storia umana contro il lato oscuro, in cui ci si impegna per valorizzare la Dignità e perseguire la Giustizia; quanto si potrebbe dire costituisca l’essenza della Libertà. Sapendo già dal tempo della Rivoluzione Francese che la società è materia plastica; dunque progettabile e malleabile. E proprio per questo motivo altri potrebbero essere gli eroi di una politica che ritrovi le proprie ragioni di essere. In un quadro generale dove iniziano ad appalesarsi nuovi contrappesi al Potere incontrollato delle oligarchie: l’indignazione di massa nell’area centrale del Mondo, il rifiuto montante delle rinnovate forme schiavistiche di sfruttamento in quelle periferiche.

Così – tanto per dire – anche l’autore di queste note propone i suoi eroi novecenteschi; tra loro diversissimi eppure accomunati da un forte approccio etico al proprio tempo e alla società: Jean Moulin, il prefetto inviato dal generale de Gaulle nell’Esagono occupato dai tedeschi a organizzare France Libre e morto a Lione sotto tortura nazista per non aver voluto tradire la Resistenza; Bertrand Russell, l’aristocratico liberale critico, propugnatore di tolleranza civile contro le cecità del conformismo; Paolo Borsellino, indomito combattente per la Legalità, pur consapevole dei rischi mortali cui andava incontro.

Grandi tempre morali, che ispirano un’idea alta della politica. In questi anni liquefatta e disciolta nell’alluvione comunicativa. Di cui Romitelli mette in evidenza gli effetti gravemente diffusivi di apatia. E ipotizza persino i momenti di svolta che hanno ridotto la canzone della politica al brusio ridondante della comunicazione, negli anni di ferro e di fuoco del secondo conflitto mondiale: «non è certo un caso se la macchina di Turing, inventata per decriptare il codice Enigma dei nazisti, sarà un punto di partenza delle ricerche da cui uscirà la ‘rivoluzione informatica’. Né meno significativo che il Comintern in questi anni si trasformi in Cominform». Singolari notazioni, in un saggio ricco di osservazioni dal sapore latamente biografico; indubbiamente tratte da una lunga, appassionata, storia d’amore con la politica.

Valerio Romitelli, L’amore della politica, Mucchi Editore, Modena 201
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sabato 29 marzo 2014

Le pietre di Sciola alla corte di Nyman: “That’s incredible!”

da Sardinia post

Le pietre di Sciola alla corte di Nyman: “That’s incredible!”

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Ci vuole il coraggio di Pinuccio Sciola per dire a uno come Michael Nyman che le pietre di Sardegna hanno voce e possono far musica. E ci vuole la sensibilità di un pianista famoso in tutto il mondo, che a pochi minuti da un concerto che a Cagliari registra il sold out da mesi, sfodera un sorriso divertito, si appoggia al muro di un camerino e, con fare tipicamente british, socchiude gli occhi e ascolta. Un concerto da camera per pochi intimi, improvvisato, con le mani tozze e ruvide dello scultore ad accarezzare sapientemente i suoi antichi strumenti, e lo sguardo rapito del compositore inglese, dapprima divertito, poi ineluttabilmente catturato, che tutto d’un tratto si lascia andare a un definitivo, liberatorio “That’s incredibile!”.
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Succede di giovedì sera a Cagliari, nel backstage dell’Auditorium del Conservatorio Palestrina, in occasione dell’evento realizzato in coproduzione con Sardegna Concerti e inserito nella cornice del festival Creuza de Mà: fuori la platea delle grandi occasioni, dentro, in quel piccolo camerino freddo e un po’ desolato, un incontro tra due giganti dell’arte che potrebbe risultato foriero di importanti progetti. A fare da protagonista la musica: ipnotica, totalizzante. Un linguaggio universale che lega uno scultore sardo che non parla l’inglese, a un compositore di fama che non capisce l’italiano.
Ma sono solo dettagli. Perché il rumore antico della pietra, dapprima lamento profondo, poi vibrazione, suono nostalgico, melodia, lega mondi che apparentemente viaggiano lontani ma che poi si scoprono intimi e incredibilmente affini. Per dirla come i filosofi idealisti: musica come sentimento, ricchezza di spirito, pura sensibilità. E chissà che un giorno Michael Nyman, il musicista amatissimo da registi come Peter Greenway e Jane Campion, non scriva una sinfonia per sole pietre protagonista il maestro di San Sperate Pinuccio Sciola. Sì, quello che in paese gira a piedi nudi e sussurra alla terra.
Donatella Percivale
(foto di Eugenio Schirru)

Cagliari, inaugurato il giardino sotto le mura di Castello. Prossimo obiettivo: riaprire la passeggiata

da Sardinia Post

Cagliari, inaugurato il giardino sotto le mura di Castello. Prossimo obiettivo: riaprire la passeggiata

Cagliari. Una delle opere di Sciola nel giardino sotto le mura del Castello

Un investimento di un milione e 800mila euro, di cui trecentomila spesi per riparare i danni causati dai vandali negli anni dell’abbandono. Ma ora il giardino sotto le mura di Cagliari è una realtà. E venerdì è stato inaugurato alla presenza del sindaco Massimo Zedda e dell’assessore all’urbanistica Paolo Frau. Si estende nell’area che va dal Bastione di San Remy al parcheggio coperto ed è stato “arredato” con le sculture di Pinuccio Sciola.
I lavori hanno consentito la messa in sicurezza del costone di roccia calcarea e il recupero del teatrino realizzato dall’architetto Ubaldo Badas.Ci sarà anche un punto di ristoro che presto sarà in funzione. La ristrutturazione, secondo quanto ha detto Zedda, è la prima parte di un piano più ampio di lavori sul Castello. Prossimo obiettivo: la riapertura della passeggiata coperta del Bastione.
 Sciola © Candido 01
“Ho lavorato sull’esistente, su quello che l’ambiente offriva –spiega Sciola-, nel cantiere ho trovato tre vecchie fontane e ne ho allargato la visione: in una ho immaginato Santa Igia, la città punica sull’acqua situata sulle sponde di Santa Gilla; nella seconda ho reso omaggio a Castello, la città arroccata; nella terza mi sono ispirato alla città del sale: la chiara visione piramidale della scultura ricorda proprio il sistema delle saline quando ancora era in funzione”.

Vittorio Meoni Ora e sempre resistenza

Giornata conclusiva delle celebrazioni del
70° Anniversario dell'Eccidio di Montemaggio
con le testimonianze raccolte nel nuovo libro di Vittorio Meoni

Ora e sempre resistenza

Scheda del Libro →

domenica 30 marzo 2014, dalle ore 11:00
ore 11.00 Chiesa di San Tommaso - Certaldo
S.S. Messa in suffragio dei Caduti presieduta dal Vescovo di Montepulciano, Chiusi e Pienza Stefano Manetti.
ore 12.00 Deposizione Corone al Sacello dei Caduti e al Monumento dei Partigiani a Certaldo.
ore 14.45 Raduno dei partecipanti presso “La Porcareccia” Montemaggio.
ore 15.00 Omaggio e deposizione Corone Monumento dei Caduti - Montemaggio (con rappresentanza militare, Autorità e Filarmonica)
ore 15.30 Celebrazione Ufficiale - Montemaggio. Con l’intervento del Sen. Vannino Chiti. Intervento musicale della Soc. Filarmonica G.Verdi di Marcialla
ore 16.30 Visita a Casa Giubileo - Montemaggio

Dalle ore 14,00 alle ore 18,30 è previsto un servizio navetta di collegamento da Abbadia Isola a “La Porcareccia” Casa Giubileo.
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C&P Adver Effigi S.n.c. Mario Papalini
Sede legale: Via Roma 14 Sede operativa: Via circonvallazione Nord 4
58031 Arcidosso (GR) 
| Tel. e fax 0564 967139 Mob. 348 3047761

ADDIA

Addia di Paola Alcioni e Antonimaria Pala a Significante 2014 - (Maria Virginia Siriu, Andrea Congia, Juri Deidda) - 28 e 30 Marzo 2014 - Cagliari e Guasila (CA)
SIGNIFICANTE 2014 - MAMAS
ADDIA di Paola Alcioni e Antonimaria Pala










Adattamento e Drammaturgia di Maria Virginia Siriu

Spettacolo di Narrazione con Musiche di Scena
Venerdì 28 Marzo 2014 ore 21:00
Teatro Alkestis - Via Antioco Loru 31 - Cagliari
Biglietto Intero 10 euro - Biglietto Ridotto 7 euro (under 26 anni e over 65 anni)
Domenica 30 Marzo 2014 ore 20:00
Teatro Fratelli Medas - Piazza Municipio 1 - Guasila (CA)
Biglietto Unico 5 euro con Buffet
Theandric Teatro Nonviolento in coproduzione con Associazione Figli d’Arte Medas
Maria Virginia Siriu - voce recitante
Andrea Congia - chitarra classica
Juri Deidda - sax tenore
Significante 2014 racconta “Addia”Lo spettacolo tratto dal libro di Alcioni e Pala è il settimo appuntamento della rassegna targata Figli d’Arte Medas. Due le repliche, venerdì 28 marzo a Cagliari e domenica 30 marzo a Guasila. Sul palco Maria Virginia Siriu, Andrea Congia e Juri Deidda
Penultimo appuntamento con Significante 2014, la rassegna organizzata dall’Associazione Figli d’Arte Medas dedicata a is Mamas nella letteratura sarda. Questa settimana il calendario della manifestazione prevede Addia, di Paola Alcioni e Antonimaria Pala, una narrazione con musiche di scena interpretata da Maria Virginia Siriu con l’accompagnamento della chitarra classica di Andrea Congia e del sax tenore di Juri Deidda. Lo spettacolo, prodotto da Theandric Teatrononviolento e Figli d’Arte Medas, andrà in scena venerdì 28 marzo alle ore 21 sul palco del Teatro Alkestis di via Antioco Loru 31 a Cagliari, e domenica 30 marzo alle 20, nella cornice del Teatro Fratelli Medas in Piazza Municipio 1 a Guasila.
Lo Spettacolo
Un conflittuale cammino verso l’ancestrale e intimo nucleo dell’Isola di Sardegna contornato dalle sfumature e dall’eredità di una Lingua dai misteriosi suoni, in cui la magia e il potere della Parola si intrecciano a Trame Sonore in mutamento oltre lo Spazio e il Tempo. In un sincopato ritmo di Suoni, Movimenti e Visioni, la salmodica narrazione di Maria Virginia Siriu, accompagnata dalla decisa chitarra di Andrea Congia e dal sinuoso sax di Juri Deidda, rievoca l’incanto, gli arcani e le lotte dell’Eroina Addia.
Il LibroPubblicato a Cagliari nel 2004 dall’Editore Condaghes, Addia, romanzo scritto a quattro mani da Paola Alcioni e Antonimaria Pala, è vincitore nel 2008 della sezione in Lingua Sarda del Premio Deledda. Le vicende di una giovane popolana divengono il pretesto per raccontare una Terra schiacciata da un cultura egemone. Un’Umanità complessa, brulicante, anelante alla Libertà trasuda dal testo attraverso le due varianti linguistiche sarde, Campidanese e Logudorese, protagoniste della scrittura e del tessuto narrativo.
Paola AlcioniCopywriter e traduttrice, è vincitrice di alcuni tra i più importanti Premi di Poesia in Lingua Sarda (Ozieri, Posada, Romangia). Ha pubblicato il romanzo “La Stirpe dei Re Perduti” e i romanzi per ragazzi “Il Segreto della Casa Abbandonata” e “Mordipiedi il Tenebroso”. Alcuni suoi lavori sono stati portati in scena dalla Compagnia Olata, dalle coproduzioni Il Crogiuolo/Il Teatro del Sottosuolo, Teatro Impossibile/Gruppo Batisfera e Theandric Teatrononviolento/Associazione Figli d’Arte Medas.
Antonimaria Pala
Cultore ed esecutore di musica di tradizione orale, unisce questa passione all’impegno militante per la tutela della Lingua Sarda e all’attività letteraria. Ha vinto premi e ricevuto importanti riconoscimenti nei principali concorsi letterari in Limba. Oltre al romanzo “Addia”, in continuità con i suoi interessi linguistici, ha curato una raccolta di racconti, “Sos Contos de Torpenet” per Edizioni Condaghes, ed è stato protagonista in numerosi altri interventi in riviste, radio e tv.
GLI ARTISTI
Theandric Teatro Nonviolento
Theandric svolge fin dal 2001, anno della sua fondazione, un’attività di ricerca nell’ambito del teatro “politico”, inteso come teatro totale, che non ammette frattura tra spazio scenico e sociale. Questa ricerca si è focalizzata ben presto sulla nonviolenza come metodo alternativo per la soluzione del conflitto a livello personale, sociale e politico. L’esercizio di queste metodiche è diventato una scelta di vita e una scelta artistica, fulcro del lavoro teatrale, che persegue la diffusione e la divulgazione della nonviolenza attraverso due momenti: gli spettacoli e i laboratori.
Associazione Figli d’Arte MedasNata nel 1990 per iniziativa di Gianluca Medas, l’Associazione porta avanti un percorso poliedrico nel quale Cultura Popolare, Teatro di Narrazione e Musica costituiscono le cifre estetiche più importanti. Diversi progetti hanno preso forma, nel corso del tempo, e hanno portato la Compagnia ad essere riconosciuta dal Ministero della Cultura della Repubblica Italiana. Tra le attività più recenti tre Rassegne di rilevante importanza culturale: il Festival della Storia, la Rassegna Famiglie d’Arte e Significante - Rassegna di Spettacolo tra Parola e Musica.
Maria Virginia Siriu
Attrice e regista nata a Lussemburgo, laureata in Filosofia. Formatasi a Cagliari, incontra nel 1994 il Living Theatre e la sua fondatrice Judith Malina, con la quale collabora ancora oggi. È nel solco della tradizione del teatro politico che fonda, nel 2001, il gruppo Theandric Teatro Nonviolento, attraverso il quale produce, firmandone anche la regia, una serie di spettacoli sulla cultura nonviolenta, indirizzati a diverse fasce di età. Tra questi, l’ultima produzione Uomo Massa ha debuttato nel 2011, in Lingua Inglese, al Festival Fringe di Edimburgo.
Andrea Congia
Laureato in Filosofia e laureando in Etnomusicologia presso il Conservatorio di Cagliari. Chitarrista (chitarra classica, baritono e fretless), autore e interprete nelle formazioni musicali sperimentali Nigro Minstrel, Mascherada, Antagonista Quintet, Crais Trio, Baska, Hellequin, Orchestrina dei Miracoli, Gastropod, Skull Cowboys, Grande Madre Band. Da anni prosegue sulla strada della coniugazione tra Parola e Musica in collaborazione con numerosi artisti provenienti da ambienti musicali e teatrali sardi in particolar modo attraverso la direzione artistica della Rassegna di Spettacolo Significante.
Juri DeiddaNasce a Cagliari nel 1973; dal 1996 studia quello strano strumento ad “Esse” chiamato Sassofono Tenore. Indaga varie forme espressive e generi musicali: il pop, la musica corale francese del ‘700, duettando con i Collegium Karalitanum, le sinergie tra letteratura, teatro e musica collaborando con Andrea Congia e Gianluca Medas, l’attrice Valentina Sulas, Maria Virginia Siriu di Theandric Teatro e il Teatro del Segno di Stefano Ledda. Tra questa molteplicità di generi e forme coltiva costantemente l’amore per la musica Jazz collaborando con svariate formazioni jazzistiche del cagliaritano tra le quali il Geidi’ Quartet e la Paolo Nonnis Big Band.

Info e Contatti
Associazione Figli d’Arte Medas
Segreteria Organizzativa: Carla Erriu - 345.3199602 - info@figlidartemedas.org
Ufficio Stampa - Matteo Mazzuzzi - 334.1107807 - ufficiostampa@figlidartemedas.org
www.traparolaemusica.com
www.figlidartemedas.org

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venerdì 28 marzo 2014

Sommesso Sospira di David Tammaro

Nell'ambito di "Artisti e Autori alle Giubbe Rosse"
verrà presentato il libro di poesie

Sommesso Sospira

di David Tammaro · Scheda del Libro →

sabato 29 marzo 2014, ore 17:00
Giubbe Rosse, Piazza della Repubblica 13/14, Firenze
Intervengono
Jacopo Chiostri, giornalista
Roberta Degl’Innocenti, scrittrice

Al termine drink buffet per chi partecipa.

David Tammaro è nato a Siena e vive a Castiglione della Pescaia. Figlio di
Plinio Tammaro, uno tra i cinque maggiori scultori delle Avanguardie Italiane
del Dopoguerra, ha assorbito dal padre l’amore per le Arti visive e per la
poesia. Dirige l’associazione Plinio Tammaro. Ha pubblicato due libri di poesie
Raccolta Marina (Marco Del Bucchia. 2012) eSommesso sospira
(Edizioni Effigi, 2013) oltre a vari saggi sul tango argentino del quale è anche
insegnante.
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giovedì 27 marzo 2014

Il sapere, le radici, la memoria, cogliendo l’attimo fuggente


Il sapere, le radici, la memoria, cogliendo l’attimo fuggente

Inaugurata ieri nella Libreria di via Sulis a Cagliari la mostra di Giuseppe Loy. Parla la scrittrice Rosetta Loy, moglie del fotografo e poeta cagliaritano
di Walter Porcedda
CAGLIARI. «La mia casa è tappezzata dalle fotografie di Peppe. Vivo immersa tra le sue immagini. Tutte mi sono care. Come la sequenza scattata nell'isola di Cavallo in Corsica, nel cimitero popolato di lapidi che ricordano il naufragio della fregata "Semillante" nel 1855. Un luogo unico, bellissimo. Come le gigantografie che ritraggono gli amici Afro e Burri… e poi tutte quelle che stanno qui…». La scrittrice Rosetta Loy indica le foto che spuntano tra gli oggetti e i libri, oggetto della mostra del marito Giuseppe Loy, fratello del regista Nanni, inaugurata ieri nella Libreria di via Sulis con immagini dedicate ad alcuni grandi artisti italiani e quelle inedite sul "Mare degli italiani" scattate per Laterza e mai stampate. Giuseppe Loy, poeta e intellettuale scomparso a 53 anni nel 1981, fu fotografo di sguardo acuto.
«Una passione quella per la fotografia iniziata prestissimo» rivela Rosetta, 83 anni portati con classe. Donna affascinante dai tratti di aristocratica bellezza, vestita sobriamente e con eleganza, occhi luminosi in uno sguardo magnetico e seducente.
«Io credo di averlo capito molto bene questo suo amore. E' attraverso l'immagine che si capisce la realtà – riflette la scrittrice, una delle più importanti in Italia – L'esistenza della fotografia permette di cogliere particolari che altrimenti sfuggirebbero. Peppe l'aveva inteso benissimo. Io che scrivo sono abituata a cogliere l'immagine e trasformarla in parole, il fotografo invece la cattura all'istante. Con rapidità. Peppe era così. Coglieva il momento».
Come il celebre Cartier Bresson insegna.
«Era un suo mito. Penso che avrebbe dovuto fare l'operatore cinematografico. Sarebbe stato perfetto. Ha fatto del cinema con Nanni ma come segretario di produzione. Mai come operatore. Non glielo chiese neppure, non so perché. Ancora oggi me lo chiedo. Era una persona intelligente e nelle sue aziende faceva il suo lavoro con scrupolo . Ma non gli piaceva. Ecco perché appena libero se ne andava solitario, con la macchina al collo».
Gli artisti sono oggetto delle sue foto. Da Afro a Burri fino a Fontana. Artisti molto fisici, mentre Loy, poeta e fotografo, sembra sublimare il rapporto con la materia.
«Sì. Ma le due cose si tenevano bene assieme. E' la fotografia il collante. La cattura dell'immagine è già qualcosa di astratto. Con Afro e Burri in particolare nacque una vera e amicizia. Due persone con caratteri spigolosi, soprattutto Burri. Peppe invece era estroverso. faceva politica nel Pci, era amatissimo dai giovani. Quell’impegno però gli fece vivere male la professione. Era dirigente in un'azienda privata dove però era mal visto per le sue posizioni di sinistra. Dopo il 1968, quando si iscrisse al Pci, la situazione diventò infernale. Gli tolsero anche l'ufficio. Tanto che aveva già deciso di andarsene per dirigere la rivista "Rinascita"»
Nelle foto sul mare, c'è uno sguardo ironico e attento sulla realtà. Anche la Sardegna.
«Ci sono immagini scattate a Stintino, Santa Teresa. Arrivammo nell'isola nel 1959. Peppe mancava da venti anni. Fu un viaggio meraviglioso. Ritrovò i parenti, i cugini. Sembrava che il tempo si fosse fermato alla sua partenza da ragazzo per Roma. Mi parlava come una favola di Cagliari raccontando dei palazzi Aymerich e Sanjust. Non dico il mio stupore nel vederli… io che ero cresciuta a Roma e abituata ai vari palazzi Colonna, Orsini e Borghese. Questi erano così malandati per via della guerra, le scalette rotte. Però c’era una splendida famiglia. Fu la scoperta di un mondo antico. E poi il Poetto, la spiaggia bianchissima, i capanni sull'arenile e l'acqua calda e celeste».
Come nacque il vostro amore?
«Mi innamorai di lui a 18 anni. Peppe era bellissimo ed io ero sensibile alla bellezza. L'ho conosciuto a una festa da ballo nel 1946. Allora si organizzava così nelle case. Un grammofono e si ballava. Lo notai subito. Ballammo assieme tutta le sera. E poi mi riaccompagnò a casa, a piedi. Fui presa immediatamente di lui e speravo mi cercasse. Invece sparì. Lo ritrovai un anno dopo. Mio padre mi ostacolò fino allo spasimo.Venivo da una famiglia tradizionale e molto cattolica. Peppe era un comunista, non andava in chiesa ed era di una famiglia povera che nella guerra aveva perso quasi tutto. Ma a 21 anni decisi di sposarmi. Mio padre era duro ma alla fine capì».
Rosetta Loy una scrittrice della memoria. Quanto è importante di questi tempi?
«Chi non ha memoria non ha strumenti per capire. Un giorno parlai con una signora americana che scrisse un libro sui bambini ebrei mandati negli Usa durante la guerra. Raccontava che tutti questi avevano dei grandi disturbi. Non avevano avuto una famiglia che ti forma e racconta. Non avevano un passato. Ma solo un muro che in tanti aveva creato un grande disagio psichico per l’assenza di riferimenti».
Tanti suoi libri sono dedicate all'importanza delle radici. Dalla saga di “Le strade di polvere” al racconto “Cioccolata da Hanselmann”.
«Le radici sono importanti certo, ma oggi si è così risucchiati da una realtà in continua mutazione. Una velocità a cui è difficile stare dietro. Ad esempio gli sms non si usano più. Anche se in questo nuovo modo di comunicare c'è un grandissimo vantaggio: aumentano le possibilità di sapere. Cosa che prima non si aveva. La memoria è importante quanto il sapere».
Ottimista?
«Sono ottimista per natura ma ho finito mesi fa un libro pessimista come "Fra cane e lupo" per Chiarelettere. Racconta gli anni italiani da Piazza Fontana all’era Berlusconi, l'avvento di n'drangheta e mafia, di quelli che si sono impossessati del nostro Paese. Un racconto, con al centro un grande capitolo sul caso Moro che cambiò la storia d'Italia. E’ molto semplice: l’ho scritto pensando ai miei nipoti. Volevo scrivere per loro che non sanno. E mi sono detto speriamo che adesso si cambi».