La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

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NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

sabato 31 maggio 2014

Stenografare i ricordi in un groviglio di epoche e ambienti

da il manifesto

Stenografare i ricordi in un groviglio di epoche e ambienti


Quando Mark Twain comin­ciò a «met­tere su carta» la sua vita, attorno al 1870, si comin­ciò a misu­rare con un com­pito «impos­si­bile». Ad irri­tarlo era soprat­tutto l’ordine cro­no­lo­gico richie­sto dalla nar­ra­zione auto­bio­gra­fica tra­di­zio­nale, che impo­nendo allo scrit­tore di rac­con­tare la pro­pria sto­ria dalla «culla» alla «tomba», senza «escur­sioni late­rali», finiva per con­durre a un reso­conto troppo «let­te­ra­rio» e lon­tano dal vero. Solo nel 1904, dopo anni di ten­ta­tivi fal­li­men­tari, Twain esco­gitò il «metodo giu­sto» per lasciarsi alle spalle gli arti­fici della let­te­ra­tura. Si mise allora a det­tare l’autobiografia a un’esperta ste­no­grafa per un paio d’ore al giorno, ani­mato dal prin­ci­pio di un’assoluta libertà, vagando «a pia­ci­mento» attra­verso gli eventi e i ricordi allo scopo di sal­va­guar­dare «l’interesse» del rac­conto.
Fino ad ora non è stato facile ren­dersi conto della por­tata di un simile metodo, tanto inno­va­tivo ed effi­cace da costi­tuire, secondo Twain, un modello «per tutte le auto­bio­gra­fie future». Le tra­du­zioni ita­liane dell’Auto­bio­gra­fia di Twain segui­vano infatti il testo assem­blato nel 1959 da Char­les Nei­der, che a forza di tagli aveva rima­neg­giato i mate­riali auto­bio­gra­fici fino a rior­di­narli lungo un ipo­te­tico asse cro­no­lo­gico. Basan­dosi sull’edizione appre­stata nel 2010 da Har­riet Eli­nor Smith nell’ambito del «Mark Twain Pro­ject», la nuova tra­du­zione dell’Auto­bio­gra­fia di Mark Twain (a cura di Sal­va­tore Pro­ietti, Don­zelli, pp. XXXIX-469,  euro 35,00) si impe­gna invece a ripri­sti­nare il testo inte­grale delle diverse ses­sioni di det­ta­tura. In que­sto modo, per la prima volta, viene messo a nostra dispo­si­zione il «pro­getto» di un auto­bio­grafo dispo­sto a par­lare non con­tro, ma a favore della men­zo­gna, nella piena con­sa­pe­vo­lezza che «nes­sun uomo può dire la verità su di sé».
Per accor­ger­sene basta lasciarsi cat­tu­rare anche sol­tanto dalla verve delle prime det­ta­ture, capaci di tra­sci­narci a con­tatto con gli argo­menti più dispa­rati. Twain non si pre­oc­cupa dell’ampiezza delle digres­sioni, né della fre­quenza dei com­menti, per­ché è con­vinto che l’elemento deci­sivo del suo discorso non risieda nelle «azioni» del pas­sato, bensì nel pen­siero «del momento», da risve­gliare con qual­siasi mezzo. Anche per que­sto l’autobiografia si deli­nea fin dall’inizio come una com­bi­na­zione di «sto­ria» e «dia­rio» del pre­sente, che non esita a sca­te­nare la «tem­pe­sta» dei ricordi a par­tire da rita­gli di gior­nale, brani di cor­ri­spon­denza e discorsi tenuti dallo scrit­tore durante la sua tra­scorsa atti­vità di con­fe­ren­ziere. Per­sino la bio­gra­fia che una delle figlie di Twain, la pic­cola Susy, scrisse sul padre in tenera età viene uti­liz­zata come con­trap­punto per ali­men­tare le osser­va­zioni e gli andi­ri­vieni di un testo onni­voro, privo di ini­zio e di fine, dove assieme alla suc­ces­sione dei fatti viene desti­tuita di impor­tanza ogni gerar­chia tra eventi «grandi» e «pic­coli».
Pro­ce­dendo con le sedute, a tratti si ha l’impressione che Twain stia costruendo un edi­fi­cio nar­ra­tivo molto simile alle case in cui rac­conta di aver vis­suto. Con la sua «enorme con­fu­sione di camere, sale, cor­ri­doi, celle e spazi spre­cati», la Villa di Quarto a Firenze, descritta nei det­ta­gli come sede delle prime det­ta­ture, potrebbe rap­pre­sen­tare l’emblema del libro. Anche i capi­toli dell’Auto­bio­gra­fia di Twain, come le stanze della Villa, asso­mi­gliano a un «insen­sato gro­vi­glio» di epo­che e di ambienti pronti a immet­tersi l’uno nell’altro: l’unica pla­ni­me­tria che per­metta ai let­tori di non smar­rirsi, in que­sta teo­ria di spazi senza solu­zione di con­ti­nuità, è il reti­co­lato offerto dalla libera asso­cia­zione delle idee. Non esi­ste, per il resto, oro­lo­gio o calen­da­rio che possa indi­riz­zare la suc­ces­sione del tempo, né sono pre­senti bar­riere in grado di osta­co­lare la fuga del pen­siero da una stanza all’altra, e tan­to­meno di impe­dire il pro­gres­sivo ingi­gan­tirsi del per­corso sotto il mol­ti­pli­carsi delle diva­ga­zioni.
La «casa» dell’autobiografia di Twain, per que­sti versi, può rag­giun­gere dimen­sioni para­dos­sali. Per­ché lo scrit­tore, se dav­vero vuole ripro­durre il «tor­rente» di pen­sieri che scorre nella sua «testa», rischia di impie­gare un intero volume solo per «descri­vere in ste­no­gra­fia» quanto gli è acca­duto il giorno pre­ce­dente. Col risul­tato che un’autobiografia «com­pleta» assu­me­rebbe forme mostruose: «Se avessi com­piuto il mio dovere auto­bio­gra­fico sin dalla gio­ventù – osserva Twain – tutte le biblio­te­che della terra non baste­reb­bero a con­te­nere lo sforzo». E non ci sarebbe da ral­le­grarsi troppo di fronte a una simile ver­bo­sità, se l’autobiografo non si fosse pre­oc­cu­pato di span­dere in ogni angolo della sua infi­nita e infi­ni­bile auto­bio­gra­fia una spessa patina di quell’umorismo che costi­tui­sce – anche secondo la testi­mo­nianza di Susy – la cifra distin­tiva di ogni altro suo scritto.
Ma in che cosa con­si­ste per Twain l’umorismo? Non si tratta sol­tanto del sor­riso diver­tito con cui lo scrit­tore, ad ogni pagina, alleg­ge­ri­sce il peso delle sue digres­sioni auto­bio­gra­fi­che. Secondo quanto Twain afferma in un sag­gio su Come rac­con­tare una sto­ria, l’effetto umo­ri­stico che si sca­tena nei suoi romanzi non dipende dal con­te­nuto, ma dalle stra­te­gie di nar­ra­zione. A dif­fe­renza delle sto­rie «comi­che» o «argute», che devono essere brevi e avere una con­clu­sione, la sto­ria umo­ri­stica può infatti «andare per le lun­ghe e uscire dal semi­nato quanto le pare, senza appro­dare sostan­zial­mente a nulla»: pro­prio come accade anche alle sto­rie sca­tu­rite in sede di det­ta­tura auto­bio­gra­fica.
Ma allora Twain, quando «mette su carta» la pro­pria vita, non si trat­tiene dal rici­clare la stessa tec­nica let­te­ra­ria dei suoi romanzi. E se si è affret­tato a met­tere al bando l’ordine cro­no­lo­gico dalle sue pro­ce­dure, non è sol­tanto per incen­ti­vare l’interesse, ma anche per lasciare aperta la porta dell’autobiografia all’irruzione della let­te­ra­tura. Non è un caso se le osser­va­zioni di Twain sem­brano rical­care l’umorismo del Tri­stram Shandy di Sterne, un romanzo dove il nar­ra­tore si ritrova sepolto da un gro­vi­glio di digres­sioni che, pur costi­tuendo «l’anima» del libro, rischiano di ampli­fi­care il rac­conto all’infinito. Col suo metodo «inno­va­tivo» e all’apparenza «a-sistematico», Twain non fa altro che reim­pian­tare le fon­da­menta dell’autobiografia sullo stesso ter­reno della tra­di­zione roman­ze­sca umoristica.
Non c’è dun­que da stu­pirsi se Twain, giunto a par­lare della «camera» che custo­di­sce l’autobiografia del fra­tello Orion, si decide a rive­larci la natura infida del pro­prio edi­fi­cio. Al fra­tello, Twain aveva infatti con­fes­sato che un’autobiografia è sem­pre un gioco tra verità e men­zo­gna: «l’autore for­ni­sce la men­zo­gna, il let­tore for­ni­sce la verità – ovvero arriva alla verità con l’intuizione». E se dun­que il let­tore vuole rac­co­gliere que­sta sfida sin­go­lare, non gli resta che setac­ciare il «tor­rente» dei pen­sieri dell’autobiografo come una sorta di rab­do­mante in cerca di pol­vere d’oro; gli con­verrà seguire, in altre parole, «l’arte» pra­ti­cata dalla madre di Twain, che secondo l’Auto­bio­gra­fia sapeva sfron­dare dai «ricami» ogni rac­conto del figlio, per arri­vare al «gio­iello del fatto» dopo averlo estratto dalla sua «matrice d’argilla».

In ogni caso, per quanto lo scrit­tore possa men­tire, ci pen­serà l’autobiografia a par­lare alle sue spalle. Nella com­po­si­zione auto­bio­gra­fica – ci ricorda Twain, prima di ricon­se­gnarsi alle sue det­ta­ture – è sem­pre all’opera «qual­cosa di sot­tile e dia­bo­lico» che scon­figge i ten­ta­tivi avan­zati dal nar­ra­tore per dipin­gersi «a modo suo».

Le onde troppo alte per Tabia e Robera

da il manifesto

Le onde troppo alte per Tabia e Robera

EverTeen. «Gli amici nascosti» di Cecilia Bartoli, il libro edito da Topipittori che racconta la storia del viaggio-odissea di una madre e il suo bambino

disegno di Guido Scarabattolo

Il mare era grande, le onde altis­sime. E, si sa, chi è nato in Oro­mia, una regione nel centro-sud dell’Etiopia, non è abi­tua­tis­simo all’acqua, è gente di mon­ta­gna, magari è in grado di fare lun­ghis­sime cam­mi­nate resi­stendo all’arsura della gola sec­cata dalle sab­bie del deserto, alla fame che atta­na­glia lo sto­maco, all’angoscia delle notti dove a fare da punto di rife­ri­mento e a ricor­dare che si è ancora vivi, abi­tanti di que­sta terra, ci sono solo le luci delle stelle. Ma non al mare che inghiotte. Così, il ter­rore è tanto.
A volte, i viaggi sono un’odissea e chiun­que vaghi — cac­ciato dalla pro­pria terra per le guerre, per la povertà, per­se­gui­tato come dis­si­dente — alla ricerca di un ter­ri­to­rio dove pian­tare nuove radici — ha una sto­ria par­ti­co­lare da rac­con­tare. Per­ché ogni viag­gio è diverso: è intriso di paure, spe­ranze, malin­co­nia e coraggio.
Gli amici nasco­sti, il libro di Ceci­lia Bar­toli pro­po­sto da Topi­pit­tori nella col­lana «Gli anni in tasca» (pp.65, euro 10, illu­stra­zioni di Guido Sca­ra­bot­tolo), parte dalla pas­sione della sua autrice. Che per mestiere non fa la scrit­trice, ma lavora per Asi­ni­tas, un’associazione che acco­glie chi, stre­mato, arriva da altri paesi. Chi è in fuga, soprav­vis­suto a momenti atroci. Il libro è dedi­cato anche a tutti coloro che ripo­sano in fondo al mare o fra le dune: al popolo di chi non è rima­sto impi­gliato in un sogno impos­si­bile fino a morirne. Taiba, invece, ha abbat­tuto gli osta­coli. Ce l’ha fatta la pic­cola (di sta­tura) madre etiope di Robera, bam­bino già segnato — fin dalla nascita — da una sola colpa: essere oromo nel suo paese e avere un padre mili­tante, il Nurud­din che lotta con­tro le ingiu­sti­zie e deve rinun­ciare alla pro­pria libertà per spen­dere i suoi giorni migliori in carcere.

Il libro rac­co­glie una testi­mo­nianza di vita toc­cante e la tra­sforma in un rac­conto «leg­gero»: non si indu­gia mai nelle mise­rie e i soprusi sop­por­tati, ma si pro­cede per rapide inqua­dra­ture cine­ma­to­gra­fi­che, guar­dando con gli occhi di Robera il mondo che si dipana, il quar­tiere libico, l’Italia e poi l’Europa del nord, dove (in Nor­ve­gia) fa così freddo come nes­suno in Africa può imma­gi­nare e dove il cielo non è mai azzurro. Anche lì, però, come altrove, è pieno di «amici nasco­sti tra la gente», per­sone che aiu­tano i pro­pri con­na­zio­nali, che si fanno rico­no­scere, magari sem­pli­ce­mente offrendo una ceri­mo­nia del caffè con tutti i cri­smi. Per­ché spiega il bimbo Robera, fare il caffè dalle sue parti è dav­vero impor­tante: si met­tono in fila dieci tazze su un tavo­lino e si aspet­tano gli ospiti. Tutti chiac­chie­rano e a nes­suno viene in mente di alzarsi e andare via: restano così per molto tempo. L’odore poi è buo­nis­simo, i chic­chi tostati di caffè si mesco­lano al pro­fumo dell’incenso sparso sulle foglie. L’accoglienza passa anche per que­sto benes­sere del corpo e dell’anima, si «nutre» dello stare insieme senza obblighi.

Il soul dissacrante della tigre celtica

da il manifesto
CULTURA

Il soul dissacrante della tigre celtica

Roddy Doyle. L’epopea della working class è segnata dal rapporto ambivalente con l’identità dominante. In Irlanda questo significa analizzare il ruolo della chiesa cattolica e il mito della lotta per l’indipendenza. E fare i conti con gli effetti di una crisi economica che ha fatto ritornare al centro della scena pubblica una diffusa povertà. Un’intervista con lo scrittore, ospite a Roma del Festival delle Letterature

''Ogni volta che lascio il mio paese divento subito irlan­dese. Ho biso­gno del pas­sa­porto. Eppure non so bene cosa signi­fi­chi, anzi, se addi­rit­tura signi­fi­chi qual­cosa. Sono piut­to­sto sod­di­sfatto di essere irlan­dese, ma dete­sto essere “irlan­dese”. L’adoro e lo com­batto. Ecco dove penso si possa tro­vare l’identità, nella lotta all’identità. O nella lotta all’identità impo­sta. Stavo scri­vendo il mio nono romanzo quando mi sono reso conto che era pro­prio quello che stavo facendo: lot­tavo con­tro la mia iden­tità, o con­tro quella che altri ave­vano cer­cato di impormi, lot­tavo con­tro l’ideale. Lot­tavo con­tro quello che altri si aspet­ta­vano che fossi e scri­vevo con gioia quello che altri con­si­de­ra­vano non irlan­dese, o meno irlan­dese o più dubli­nese che irlan­dese. Alle pagine dei miei romanzi ho impo­sto la mia per­so­nale defi­ni­zione di ciò che signi­fica essere irlan­desi. E l’ho fatto anche per­ché ne avevo bisogno».
Un irlan­dese rilut­tante, è così che Roddy Doyle si è pre­sen­tato al Festi­val Let­te­ra­ture che si è aperto mar­tedi a Roma. Eppure, nes­suno come que­sto ex inse­gnante di liceo che dal 1993 a oggi ha sfor­nato una decina di romanzi straor­di­nari, fino a diven­tare uno dei pro­ta­go­ni­sti della nar­ra­tiva con­tem­po­ra­nea, ha saputo cogliere e rac­con­tare miti e inquie­tu­dini della terra d’Irlanda. Cre­sciuto nel quar­tiere popo­lare di Kil­bar­rack, nel nord di Dublino, a parte un breve periodo di stu­dio a Lon­dra, Doyle va fiero di non aver mai vis­suto a più di 3 km da dove è nato.
La memo­ria della Dublino ope­raia, i miti infranti della wor­king class, ma anche lo slang biz­zarro di chi vi abita e il modo scan­zo­nato di affron­tare le avver­sità della vita, pro­prio di chi ha cono­sciuto più ombre che luci, tor­nano più volte nei libri di Doyle che, allo stesso tempo, affronta senza alcun timore reve­ren­ziale, e soprat­tutto con un’ironia irre­si­sti­bile, anche gli ele­menti fon­da­tivi dell’identità irlan­dese: la fede cat­to­lica e il ruolo della Chiesa, la lotta per l’indipendenza nazio­nale prima e la lotta armata dell’Ira poi, la povertà ende­mica e il pal­lido oriz­zonte di un boom eco­no­mico rapi­da­mente tramontato.
Da «I Com­mit­mens», por­tato sul grande schermo da Alan Par­ker, a «Paddy Clarke ah ah ah!», da «The Snap­per», di cui Ste­phen Frears ha diretto la ver­sione cine­ma­to­gra­fica, a «The Van», pas­sando per la tri­lo­gia che attra­versa gli anni dell’insurrezione del 1916 e della grande depres­sione e che ha come pro­ta­go­ni­sta Henry Smart, per non citare che alcuni dei suoi titoli più for­tu­nati, lo scrit­tore irlan­dese si erge a testi­mone, ma senza pren­dersi mai troppo sul serio, dei tanti cam­bia­menti vis­suti da un paese che si vor­rebbe, al con­tra­rio, immu­ta­bile e nel solco della tradizione.
Fedele a que­sta sua indole dis­sa­crante ma sem­pre pro­fon­da­mente empa­tica quanto le sorti degli «ultimi», l’ultimo romanzo di Roddy Doyle, La musica è cam­biata (Guanda, pp. 395, euro 18,50), torna a pro­porci la figura di Jimmy Rab­bitte che nei Com­mit­ments era il mana­ger della soul band for­mata da un gruppo di ragazzi squat­tri­nati che cer­ca­vano così di far fronte come pote­vano alla crisi eco­no­mica. Invec­chiato e gra­ve­mente amma­lato, con una nume­rosa fami­glia sulle spalle, sta­volta Jimmy si imbarca in un’impresa altret­tanto ardua: ritro­vare — o inven­tare? — le can­zoni che si suo­na­vano in Irlanda nel 1932, quando si svolse il primo Con­gresso euca­ri­stico del paese, di cui, nel 2012, anno in cui è ambien­tato il romanzo, si cele­bra una nuova edi­zione. Que­sto, men­tre tutto intorno a lui, l’economia della «tigre cel­tica» sta andando in pezzi sotto i colpi della crisi internazionale.
Jimmy Rab­bitte è tor­nato: l’Irlanda è messa così male che biso­gna rico­min­ciare a inven­tarsi qua­lun­que cosa, pur di restare a galla?
Non abban­dono mai i miei per­so­naggi. Ho scritto dieci romanzi e sono sem­pre tor­nato a tro­varli, anche a distanza di molti anni, per vedere che cosa era cam­biato nelle loro vite. Però, è vero, ho pen­sato al ritorno di Jimmy per­ché ho asso­ciato la sua figura alla parola «reces­sione». A distanza di più di vent’anni, volevo capire come Jimmy, e ora anche la sua fami­glia, avreb­bero affron­tato la situa­zione di una nuova crisi eco­no­mica dopo quella con cui ave­vano dovuto fare i conti ai tempi deI Com­mit­ments. Volevo stu­diare le loro rea­zioni, le dina­mi­che che si sareb­bero messe in moto. Volevo, insomma, capire cosa Jimmy avrebbe potuto inven­tarsi stavolta.
Nel libro, il rife­ri­mento agli avve­ni­menti del 1932 sem­bra riman­dare anche ai segni che la povertà e la crisi lasciano, oggi come allora, sulle per­sone. Cosa la col­pi­sce o la spa­venta di più di quanto sta acca­dendo nel suo paese?
La cosa più dura da accet­tare, è il ritorno stesso della crisi eco­no­mica che da noi non è una novità, anche se pen­sa­vamo di esser­cela lasciata alle spalle. Nel 1932 l’Irlanda era un paese pove­ris­simo, con tanta gente che non aveva da man­giare e molti altri che erano costretti ad emi­grare. Dieci anni dopo le cose non anda­vano meglio, e lo stesso si può dire anche per i decenni suc­ces­sivi. Solo nel 1962 la situa­zione è comin­ciata a cam­biare, anche se per par­lare dav­vero di dif­fu­sione del benes­sere dob­biamo aspet­tare almeno fino alla fine degli anni Ottanta. Poi, sono arri­vate altre bato­ste, fino a quando, negli ultimi dieci anni è ini­ziato il cosid­detto mira­colo eco­no­mico della «tigre cel­tica». All’inizio, in molti non si aspet­ta­vano quasi quello svi­luppo, ne erano stu­piti, ci si sono abi­tuati pian piano e poi, sul più bello, quando ave­vano fatto l’abitudine a stare meglio, è arri­vata la nuova tegola della crisi inter­na­zio­nale. Per l’Irlanda è stato un vero shock. Pen­sa­vamo di avere chiuso per sem­pre con la mise­ria e invece davanti a noi si è aperto d’improvviso un pre­ci­pi­zio e ci siamo finiti den­tro con tutte le scarpe. La cosa più inquie­tante è che le per­sone della mia età lasce­ranno il paese in una con­di­zione peg­giore rispetto a quella in cui l’hanno tro­vato quando erano giovani.
Gran parte dei per­so­naggi dei suoi romanzi ven­gono dalla «wor­king class», si sente un po’ il loro portavoce?
In effetti, solo Paddy Clarke appar­tiene alla classe media. Ma non è stata una scelta razio­nale, ho scritto sol­tanto dell’ambiente che cono­scevo meglio. Diciamo che dal mio punto di vista l’appartenenza alla classe ope­raia non si defi­ni­sce tanto dai soldi che si hanno in tasca, quanto piut­to­sto dal modo in cui si decide di spen­derli. È prima di tutto una que­stione di cul­tura. Scri­vere del ceto medio signi­fica neces­sa­ria­mente pre­oc­cu­parsi di sta­tus sym­bol come i mobili, i vestiti, le auto. Ma que­sto non è il mondo in cui sono cre­sciuto e anche ora che non posso certo dire di essere povero, non mi inte­ressa granché.
Per far soldi, Jimmy vuole rac­co­gliere vec­chie can­zoni irlan­desi, ma non cerca pezzi tra­di­zio­nali, bensì sogna di sco­prire qual­che blues dimen­ti­cato, cen­su­rato, spiega, per­ché, «non cor­ri­spon­deva all’immagine che De Valera aveva all’epoca del paese». Nei «Com­mit­mens» si suo­nava soul, qui si evoca il blues di Chi­cago, più che alla musica cel­tica lei sem­bra pen­sare che l’Irlanda sia legata alla cul­tura afroa­me­ri­cana. È il suo modo di inter­pre­tare l’identità del paese?
Non so se siamo impa­ren­tati con gli afroa­me­ri­cani, ma mi pia­ce­rebbe tanto che fosse così. Il soul dei Com­mit­mens era la musica che ascol­tavo all’epoca, e che comun­que in Irlanda era tra­smessa mol­tis­simo dalle radio. Quando alle ricer­che di Jimmy, beh credo che in effetti abbiano a che fare almeno in parte con la mia idea di iden­tità. Mi spiego. Il «Con­gresso euca­ri­stico» del 1932, più che un fatto reli­gioso, rap­pre­sentò per molti soprat­tutto il primo evento inter­na­zio­nale che si teneva nel paese: chi non vi prese parte, restò incol­lato alla radio per giorni per seguirlo. Allo stesso modo, sor­pren­den­te­mente per un paese così cat­to­lico e in un’epoca in cui la reli­gione e la Chiesa domi­na­vano ogni cosa, molte delle can­zoni di quel periodo erano piut­to­sto scon­cer­tanti. Ce n’era ad esem­pio una che si can­tava ancora quando ero ragazzo. È la «Bal­lata dell’omicida», che hanno can­tato intere gene­ra­zioni di dubli­nesi: una can­zone su una donna che uccide il suo bam­bino appena nato con un col­tello in mezzo ad un bosco. Quando avevo otto o nove anni, can­ta­vamo que­sta can­zone a squar­cia­gola nel cor­tile della scuola, ci met­te­vamo molta gioia, come se si trat­tasse di un inno alla Ver­gine Maria. Ecco, tutto que­sto fa parte della nostra edu­ca­zione irlan­dese, del nostro essere irlandesi.
La lotta per l’indipendenza dalla Gran Bre­ta­gna è uno dei capi­toli fon­da­men­tali della sto­ria irlan­dese. Oggi cosa prova nel vedere che gli inglesi vogliono essere indi­pen­denti dall’Europa e che l’Ukip, il par­tito che difende que­sta idea biz­zarra, è il più votato?

In effetti, a prima vista potrebbe quasi sem­brare un cosa buffa o para­dos­sale — cosa signi­fica voler essere indi­pen­denti da un orga­ni­smo plu­ri­na­zio­nale, col­let­tivo per defi­ni­zione? -, ma in realtà è qual­cosa di pre­oc­cu­pante e che in me desta parec­chia inquie­tu­dine. Que­sta ondata di destra che scuote l’Europa non mi lascia tran­quillo. Ma sto cer­cando anche di capire cosa sta suc­ce­dendo dav­vero. Par­tiamo da un ele­mento che mi sem­bra cen­trale. Secondo un cen­si­mento che è stato fatto due o tre anni fa, almeno un abi­tante su dieci della Repub­blica d’Irlanda è nato in un altro paese. Eppure, da noi, que­sto argo­mento non si è mai tra­sfor­mato in un tema da cam­pa­gna elet­to­rale. In que­sti giorni, invece, ho letto che in Dani­marca un abi­tante su otto è di ori­gine stra­niera, e da loro la cosa è diven­tata così seria che un par­tito di estrema destra ha vinto le ele­zioni. Que­sto mi fa capire che non devo sot­to­va­lu­tare troppo il fatto di vivere in Irlanda e che, forse, il modo migliore di affron­tare que­sti temi asso­mi­glia un po’ al mio paese e alla musica che amo: è un mix senza fine. Dublino, la mia città, rias­sume in sé quello che con­si­dero uno degli anti­doti migliori al raz­zi­smo e all’intolleranza: rein­venta e ride­fi­ni­sce senza sosta la pro­pria iden­tità e la pro­pria cul­tura. Credo sia l’unico modo per potersi dire orgo­gliosi di vivere in un deter­mi­nato paese senza fare danni o esclu­dere qualcuno.

giovedì 29 maggio 2014

L’angelo perduto di Thomas Wolfe

da il  manifesto alias
ALIAS DOMENICA

L’angelo perduto di Thomas Wolfe

O lost. Lo straripante romanzo di formazione con cui Thomas Wolfe inaugurò la sua ricerca di un mito americano, esce per Elliot nella sua prima versione
Fra i grandi scrit­tori ame­ri­cani Tho­mas Wolfe è in Ita­lia il più tra­scu­rato, quello di cui i let­tori non per­fet­ta­mente fami­lia­riz­zati con la let­te­ra­tura d’oltreoceano sanno meno. È noto l’elogio postumo che gli venne da Faul­k­ner, il quale lo con­si­de­rava il più talen­tuoso della sua gene­ra­zione, tra­volto da un «best fai­lure» per aver ten­tato di dire di più e meglio di tutti gli altri; altret­tanto signi­fi­ca­tiva l’attenzione riser­va­ta­gli da Gil­les Deleuze (che lo accolse nel suo pan­theon ideale di scrit­tori angloa­me­ri­cani); e però anche in Ame­rica Wolfe paga ancora la sua fama di autore debor­dante, indi­sci­pli­nato, pro­dut­tore ine­sau­sto e tor­ren­ziale di pagine, inca­pace di distac­carsi da un ansioso, lus­su­reg­giante fondo auto­bio­gra­fico di matrice romantica.
In Ita­lia, ben­ché le sue opere di mag­gior impe­gno, alcune delle quali postume (You Can’t Go Home Again, Of Time and the River,The Web and the Rock) siano state tra­dotte per Mon­da­dori fra il 1949 e il ’62, Wolfe resta un autore poco letto e meno ancora discusso. Ma sem­bra sia arri­vata l’occasione per ripar­lare dello scrit­tore di Ashe­ville morto pre­ma­tu­ra­mente nel 1938, e per rimet­terlo in cir­colo: men­tre, infatti, l’editore Carta Canta ha pub­bli­cato la ritra­du­zione (a firma di Jacopo Len­ko­wicz) dei rac­conti di Dalla morte al mat­tino, Elliot ha dato alle stampe la prima ver­sione ine­dita del romanzo d’esordio di Wolfe: un romanzo finora noto solo nella ver­sione del 1929 uscita con il titolo Look Homeward, Angeldopo un fati­coso pas­sag­gio sotto le for­bici del famoso Max­well Per­kins, che fu edi­tor anche di Heming­way e di Fitz­ge­rald. Dun­que, ora la let­tura del monu­men­taleO Lost (tra­du­zione di Maria Baioc­chi e Anna Taglia­vini, Elliot, pp. 760, euro 29,00), con­dotta sulla Cen­te­nary Edi­tion a cura di Arlyn e Mat­thew J. Bruc­coli, uscita nel 2000 per la Uni­ver­sity of Cali­for­nia Press – un vero e pro­prio evento edi­to­riale – lascia fra­stor­nati e stra­na­mente ine­briati. Lo stra­ri­pante romanzo di for­ma­zione con cui Tho­mas Wolfe, a ven­ti­sei anni, inau­gurò la sua insonne ricerca di un mito inti­ma­mente ame­ri­cano, tenta di riflet­tere nello spec­chio della coscienza dei pro­pri pro­ta­go­ni­sti l’anima non nata del con­ti­nente, sulle orme dell’amato James Joyce e della divisa del suo Ste­phen Deda­lus («for­giare nella fucina della mia anima la coscienza increata della mia razza»).
O Lost è la sto­ria di Eugene Gant, cre­sciuto nella città non troppo imma­gi­na­ria di Alta­mont (die­tro cui si nasconde la natia Ashe­ville, North Caro­lina): ciò che il romanzo inse­gue è l’ingresso tor­men­tato di un Io nel mondo. Figlio di un ampol­loso scal­pel­lino dedito all’alcol e di una madre ocu­lata e intran­si­gente, Eugene vive avi­da­mente, da ossesso, «in una favola di cui non capiva nulla», al cen­tro di un cao­tico fer­mento sen­so­riale che dovrà attra­ver­sare ma anche addo­me­sti­care al fine di tro­vare una strada nel mondo. Abita in lui una scan­da­losa, impla­ca­bile one­stà che non è costume morale ma un modo di essere, fisico e men­tale: «Come maschera, il volto di Eugene era inu­tile: era una pozza scura in cui anche il più pic­colo ciot­tolo di pen­siero e di sen­ti­mento pro­du­ceva ampi cerchi».
La postura nar­ra­tiva di Wolfe è molto sem­plice: si basa sul con­flitto, che è l’elemento in cui cre­sce la sco­perta di sé, e per il cui tra­mite quell’Io che pre­tende di sen­tire tutto in tutte le maniere deve cir­co­scri­vere il pro­prio desi­de­rio. Qui il con­flitto fra Io e mondo è dato secondo la più schietta for­mula roman­tica e va preso per quello che è, pen­sando al pudore e alla sete di vita di una ado­le­scenza che costrui­sce fan­ta­sie gigan­te­sche: «Il mondo era un incan­tato paese fan­ta­sma oltre il pro­filo neb­bioso dei monti, una terra piena di echi, di frut­teti sor­ve­gliati da qual­che genio, di mari color del vino, di città ina­bis­sate, fantastiche…»
La porta del mondo, la luce dell’esperienza, rimane sem­pre a un passo da Eugene, ma non pare mai aprirsi. E c’è poi il leit­mo­tiv del romanzo: la fame, «il bran­co­lare sel­vag­gio e igno­rante, l’inseguimento alla cieca, il desi­de­rio dispe­rato e sem­pre bef­fato»: l’avidità di divo­rare il mondo nei suoi infi­niti aspetti che non abban­dona mai Eugene e che ha la sua ragion d’essere nella pro­pria stessa insa­zia­bi­lità, nell’ebbrezza dei pos­si­bili. Di più, il con­flitto diventa una forza strut­tu­rante dello stile: O Lost esi­bi­sce in un primo momento una ten­sione descrit­tiva deci­sa­mente rea­li­stica, che si esplica anche in una sorta di estasi dei cata­lo­ghi (per esem­pio quello, denso ed ela­bo­rato, delle decine di pro­fumi e afrori che si aprono a Eugene bam­bino) ma poi alterna impen­nate sco­per­ta­mente liri­che, dove l’enfasi va a tam­po­nare un’incertezza fon­da­men­tale, un’insicurezza che era anche il tratto più umano di Wolfe.
Tutta que­sta ansia di nomi­na­zione, che a volte nau­fraga con­tro agget­tivi come «indi­ci­bile» e «ine­spri­mi­bile», è il rove­scio di un pro­fondo senso dell’ingovernabilità del reale. Quanto alla pre­senza di Joyce, non la si vede tanto nell’insoddisfazione per il lin­guag­gio o nell’instancabile piluc­care det­ta­gli da affol­lare intorno alla coscienza del pro­ta­go­ni­sta, quanto nei momenti in cui Eugene fa inte­rior­mente il punto senza però mai venire a capo del fluire dell’esperienza (e là si sente l’impronta ine­lu­di­bile del Por­trait, il romanzo di for­ma­zione joy­ciano). Tut­ta­via, che non sia Joyce ma Whit­man il vero faro di Wolfe lo si capi­sce da fram­menti come quello dedi­cato, a romanzo inol­trato, all’inno rivolto al Dio dei Viaggi, dove l’impeto a una aper­tura quasi esal­tata esi­bi­sce la sua carta d’identità, tra le più tra­spa­renti. E infatti, a pun­teg­giare il flusso di O Lost, soprat­tutto nelle chiuse dei capi­toli, tro­viamo stra­te­gie epi­che, apo­strofi, for­mule ricor­sive, refrain (comeO perduti!…Et ego in Arcadia…La foglia, il sasso, la porta mai tro­vata) gra­zie a cui Wolfe si con­nette a una tra­di­zione mil­le­na­ria e insieme si pro­pone come erede del bardo d’America. O Lost è infatti per­corso e elet­triz­zato dal senso della gran­dezza, già del tutto intrin­seca al sen­ti­mento di sé della fami­glia Gant, con­scia di essere com­po­sta da esseri supe­riori, «angeli per­duti»: un tita­ni­smo tutto ideale que­sto di Wolfe, che cerca la gran­dio­sità di Whit­man o di Lau­tréa­mont («Dov’è la tene­bra, figliolo, là è la luce»), e in cui le epo­che sto­ri­che si con­fon­dono: Tebe e Babi­lo­nia si sovrap­pon­gono e si inter­se­cano alle sfre­nate tele di Brue­gel e alle minia­ture del Graal.
Per Wolfe il romanzo è un’estensione della poe­sia che non rinun­cia a niente e acco­glie tutto: «Non dimen­ti­care, Scott, che un grande scrit­tore è uno che non sol­tanto esclude ma anche include», scrisse a Fitz­ge­rald in una cele­bre let­tera, oppo­nendo alla selet­ti­vità flau­ber­tiana il genio digres­sivo di Sterne. Fedele al pro­prio impulso ori­gi­na­rio, quello dell’abbandono lirico e della richie­sta emo­zio­nata dell’Io nei con­fronti di un mondo su cui gli sfugge la presa, Wolfe scrive al cospetto della sto­ria nella sua inte­rezza, della Bib­bia, di Sha­ke­speare e di Cer­van­tes, e dei miti atem­po­rali che tenta, pro­iet­tan­doli sullo schermo della pro­pria magni­lo­quenza, di insuf­flare nel cuore dell’America. Tita­nica dev’essere stata, per­ciò, anche la tra­du­zione – «un’impresa esal­tante e impe­gna­tiva» – hanno scritto Maria Baioc­chi e Anna Taglia­vini. Dav­vero tra­sci­nante que­sto impe­gno, e lo si vede nelle pie­ghe e nelle impen­nate di un ita­liano con­ge­niale anche alla visio­na­rietà più accesa, che è uno dei tratti spic­cati di Wolfe ma anche uno di quelli che hanno retto di meno al tra­scor­rere del tempo.
Secondo i cura­tori dell’edizione ame­ri­cana, O Lost è un’opera più riu­scita e più potente di Look Homeward, Angel, ed era per­fet­ta­mente pub­bli­ca­bile nella sua forma ori­gi­na­ria nel 1929. Max­well Per­kins, ten­tando di imbri­gliare le forze capric­ciose della scrit­tura di Wolfe, scor­ciò il romanzo di un quarto della lun­ghezza otte­nen­done 625 pagine a stampa: impose l’eliminazione del lungo pro­logo di cento pagine con la sto­ria dello spa­valdo ubria­cone Oli­ver Gant, padre di Eugene; e, ancora, tutta una serie di tagli minori che coin­vol­ge­vano parti sca­brose (come il coito di un ami­chetto di Eugene con una gal­lina) o cen­su­ra­vano osser­va­zioni cri­ti­che nei con­fronti del Sud degli Stati Uniti, degli sport cari agli ame­ri­cani e di deter­mi­nati ambienti sociali, con un occhio som­ma­mente attento ai gusti del let­tore dell’epoca.

Seb­bene non sia del tutto riu­scito il ten­ta­tivo di incar­nare nel mito il carat­tere ame­ri­cano di una «razza nomade», pro­iet­tata a capo­fitto nel futuro, il romanzo di Tho­mas Wolfe resta memo­ra­bile gra­zie alla sua resti­tu­zione dell’intenso reso­conto lirico di una for­ma­zione gene­ra­zio­nale nella pro­vin­cia ame­ri­cana. Siamo sem­pre stra­nieri e sem­pre soli – sem­bra dire O Lost – quanto più ci illu­diamo di abbrac­ciare il mondo nel corpo e nella coscienza. Dopo aver divo­rato la vita e non averne avuto nulla, Eugene si pre­para a par­tire. L’allontanamento dal padre morente coin­cide per lui con la con­ferma della voca­zione alla scrit­tura, dibat­tuta in un incon­tro con lo spet­tro del fra­tello Ben («Tu sei il tuo mondo»). E pro­se­gue trac­ciando linee di fuga verso l’invenzione di un popolo a venire, men­tre l’Io si rico­no­sce negli altri: «la folta per­duta legione di se stesso – le mille forme che arri­va­vano, pas­sa­vano, si alter­na­vano e ondeg­gia­vano in un infi­nito cam­bia­mento, e che resta­vano immu­ta­bil­mente Sé».

Il lessico della trasformazione

da il manifesto

CULTURA

Il lessico della trasformazione

Saggi. «Genealogie del presente», un libro collettivo per Mimesis. Dalla «costituzione» alla «differenza», un lessico politico capace di indagare e cambiare lo status quo
Inter­ro­gare un les­sico poli­tico non è mai impresa sem­plice. Ecco per­ché biso­gna par­tire dalle parole stesse, pen­sarle e posi­zio­narle dinanzi agli occhi, pos­si­bil­mente spa­lan­cati, per seguirne il segno. In prima bat­tuta, le parole che rac­con­tano la con­tem­po­ra­neità si con­fi­gu­rano — tra dive­nire e scle­rosi — su due piani spe­ci­fici, il primo è quello della loro stessa stra­ti­fi­ca­zione seman­tica, il secondo è lo spa­zio pub­blico in cui si inse­ri­scono, un ordine del discorso con­di­zio­nato dal para­digma post­for­di­sta e dalle poli­ti­che neo­li­be­rali e neoliberiste.
Ne sono con­vinti Lorenzo Coc­coli, Marco Tabac­chini e Fede­rico Zap­pino che curano il volume Genea­lo­gie del pre­sente. Les­sico poli­tico per tempi inte­res­santi(Mime­sis, pp. 276, euro 22). Il titolo è già un mani­fe­sto di intenti; si tratta di un’indagine accu­rata su con­cetti chiave scelti come i più ade­guati a car­to­gra­fare il pre­sente; per pren­dere parola su di esso biso­gna com­pren­dere come il les­sico poli­tico può arri­vare al cor­to­cir­cuito in ragione di una sua mal­de­stra col­lo­ca­zione. Il volume tut­ta­via si pone come rilan­cio, «una postura che tenti innan­zi­tutto di por­tare un con­tri­buto all’esigenza, in que­sto momento par­ti­co­lar­mente dif­fusa, di stru­menti di com­pren­sione che siano al con­tempo stru­menti di lotta».
Il metodo uti­liz­zato è quello della lezione di Fou­cault let­tore di Nie­tzsche. Genea­lo­gia cri­tica che merita atten­zione per­ché in grado di misu­rarsi con tempi inte­res­santi di male­di­zione e augu­rio; mar­cati da un fra­stuono di fondo – quasi un ron­zio insop­por­ta­bile – di parole spesso muti­late in nome della lita­nia della fine delle ideo­lo­gie, tri­tu­rate dalla logica neo­li­be­rale che svuota, mani­pola e ricon­se­gna qual­cosa di appa­ren­te­mente adatto ai tempi ma non alle esi­stenze che li abi­tano. Tempi simili tut­ta­via pos­sie­dono la forza per l’agire fino a diven­tare ele­mento di tra­sfor­ma­zione. Come rife­ri­scono i cura­tori «anche il disor­dine e lo spae­sa­mento, per quanto possa sem­brare para­dos­sale, devono essere deco­struiti». A fare da con­trap­punto è l’elaborazione gra­fica in coper­tina di Ste­fano Cam­pus, che nomina l’esperienza dello spa­zio occu­pato dell’Ex-Q di Sassari.
ONTO­LO­GIA DELLA PRECARIETÀ
Sta all’altezza di que­sta neces­sità di chia­rezza il con­tri­buto di Cri­stina Morini che cura il con­cetto di Pre­ca­rietà. Si deve tener conto che, in quanto nor­mante, l’instabilità con cui si vor­rebbe con­no­tare la pre­ca­rietà stride con una certa rigi­dità che inve­ste non solo le con­di­zioni di lavoro ma le stesse vite mostrando unainfles­si­bile fles­si­bi­lità. In que­sta onto­lo­gia della pre­ca­rietà secondo Morini diven­tano deter­mi­nanti tre ele­menti : il tempo, i corpi e la sog­get­ti­va­zione. L’uscita dall’incubo della con­di­zione pre­ca­ria è nel con­flitto con­tro il capi­tale, nelle forme di autor­ga­niz­za­zione, nella riap­pro­pria­zione diretta di red­dito. Uno sce­na­rio che si intrec­cia alla litur­gia del Sacri­fi­cio, espo­sta da Marianna Espo­sito. Nella reto­rica neo­li­be­rale in cui ne va della nuda vita la pre­tesa di rinun­cia è infatti «a garan­zia della libertà di impresa che in un cir­colo vizioso impri­giona e svuota la vita del sog­getto». Se il post­for­di­smo ha eroso i fon­da­menti dell’antica costi­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro, spin­gen­dosi nelle maglie del con­cetto di Costi­tu­zione curata da Adal­giso Amen­dola, ci ren­diamo ben conto che il muta­mento radi­cale delle sog­get­ti­vità si con­fi­gura — all’interno dello stesso pro­cesso di deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione — come capa­cità di ecce­dere le strut­ture delle media­zioni tra­di­zio­nali. In que­sta dire­zione si muo­vono soprat­tutto i nuovi movi­menti sociali. Anche qui, la stra­ti­fi­ca­zione genea­lo­gica si gioca con l’imprevisto di corpi e pra­ti­che e dei nuovi pro­cessi costi­tuenti come quelli in Ame­rica Latina. È pur vero che sog­get­ti­vità eccen­tri­che e impre­vi­ste hanno già rotto que­sto pro­cesso; Amen­dola cita in pro­po­sito il fem­mi­ni­smo e ha ragione di farlo. L’Eccel­lenza setac­ciata da Fede­rica Giar­dini si lega giu­stap­punto alla distin­zione e alla dif­fe­renza. Biso­gna infatti disporsi all’interno di una nar­ra­zione che tenga conto della sua «con­di­zione dif­fusa che nell’esprimere sin­go­la­rità rimette in cir­colo effetti di poten­zia­mento». La via sem­bra quella di con­cen­trarsi sui corpi indo­cili di cui parla Lorenzo Ber­nini circa il Futuro, «refrat­tari a ogni disci­plina, che alla ragione con­trap­pon­gono un’ostinata irragionevolezza».
Il rischio di avere tutto in chiaro apre alla «tiran­nia della luce», come scrive Vale­ria Pinto. Nella spet­trale messa in scena della Demo­cra­zia, per­lu­strata fine­mente da Laura Baz­zi­ca­lupo, secondo Pinto «la tra­spa­renza è insomma tra­spa­renza in vista dell’efficacia dei mer­cati finan­ziari, dove le mac­chine ven­dono e acqui­stano (…) quote di fidu­cia e di incertezza».
Ver­rebbe da chie­dersi, pur nella seman­tica pro­po­sta da Mau­ri­zio Ric­ciardi sul con­cetto di Società, tesa tra potere, ordine e domi­nio, dove sta il Popolo, quella figura che, per Pie­ran­drea Amato, manca? È dav­vero «il nome di una ban­ca­rotta»? E come posi­zio­narlo nell’antitesi Destra/Sinistra, pre­sen­tata da Fran­ce­sco Remotti? Nuovi labo­ra­tori di riscrit­ture dal basso si rin­trac­ciano nelle pra­ti­che dei beni comuni in oppo­si­zione alle reto­ri­che sul Bene comune, con­cetto curato da Maria Rosa Marella. Nella con­trap­po­si­zione tra pri­vato e pub­blico, per Marella il con­flitto cam­bia di regi­stro nel momento in cui è la stessa pro­prietà a essere inve­stita. Disar­ti­co­larla, infine, è l’orizzonte tan­gi­bile con cui ci si deve misu­rare. Le sog­get­ti­vità in campo si nomi­nano anche attra­verso la rela­zione con la Gover­na­bi­lità. Secondo San­dro Chi­gnola vi è infatti una resi­stenza irri­du­ci­bile che qua­li­fica l’ingovernabile. Marco Tabac­chini si inter­roga sul con­cetto di Movi­mento, lad­dove «que­sto non è niente più che un’efficace pro­tesi esi­sten­ziale per pre­senze in preda alla crisi». Allora biso­gna disfare anche le voci di Lega­lità, descritta da Ugo Mat­tei e Michele Spanò, e quella di Egua­glianza (Gian­franco Zanetti).
UN PRO­BLEMA DI PRATICHE
Insieme alla Povertà, curata da Lorenzo Coc­coli, ven­gono indi­vi­duate come ten­sioni mate­riali e con­si­stenti per una ipo­te­tica, e per niente uto­pica, tra­sfor­ma­zione. Pure in un tempo in cui inneg­gia la reto­rica della Crisi, voce curata da Fede­rico Zap­pino. Nono­stante il punto sulla Respon­sa­bi­lità, inda­gata molto bene da Bruna Gia­co­mini, Zap­pino si domanda se i viventi «pos­sono ancora imma­gi­nare (…) cosa acca­drebbe se abba­stanza sog­getti pro­dut­tivi ces­sas­sero di pro­durre, se abba­stanza sog­getti debi­tori si des­sero, all’improvviso, all’insolvenza».

Cia­scuna delle voci di Genea­lo­gie del pre­sente si pone già in un oriz­zonte rela­zio­nale, mol­ti­pli­cando così le map­pa­ture poli­ti­che con­tem­po­ra­nee. La posta in gioco è quella di indi­vi­duarne i legami, per illu­mi­nare pra­ti­che, parole e corpi che esor­bi­tano dal con­te­sto di seconda mano in cui le si vor­rebbe vei­co­lare. In que­sto senso, il volume è un ottimo punto di partenza.

Tesori di Maremma di Angelo Biond

L’Associazione Archeologica Maremmana in collaborazione con la Provincia
e il Comune di Grosseto vi invitano alla presentazione del  libro

Tesori di Maremma

di Angelo Biondi · Scheda del Libro →

giovedì 29 maggio 2014, ore 16:00
Sala provinciale Pegaso, Piazza Dante, Grosseto
Angelo Biondi, autore
Piergiorgio Zotti, studioso di tradizioni popolari
Mario Papalini, editore
La Maremma è terra di tesori: tesori veri e tesori immaginari, nella tradizione orale della popolazione locale considerati altrettanto veri di quelli reali. I tesori veri sono stati ritrovati per caso, anche secoli fa, nel corso di lavori agricoli e di cava oppure in occasione di sistematici scavi archeologici; si tratta di non pochi ripostigli di monete d’oro, d’argento e di bronzo delle più varie epoche: dagli Etruschi ai Romani, dal Medioevo fino all’età moderna.
Di questi ritrovamenti a volte straordinari e delle leggende maremmane che ammantano di fascino  la tradizione popolare ci parleranno i nostri graditi ospiti.
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