La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

lunedì 30 giugno 2014

Attraverso la grande acqua di Beppe Corlito

Verrà presentato il libro

Attraverso la grande acqua

di Beppe Corlito · Scheda del Libro →
Martedì 1 luglio 2014, ore 19.30
Caffè Ricasoli, Via Ricasoli 20, Grosseto
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Un festival del giornalismo a Trieste per il Premio Luchetta

Un festival del giornalismo a Trieste per il Premio Luchetta

 LsDi
premioIl Premio Luchetta 2014, di cui Lsdi ha parlato qui, organizza un festival del giornalismo con incontri e proiezioni che si terranno a Trieste dal 1° al 3 luglio presso il Palazzo della Giunta Regionale, nella centrale Piazza Unità d’Italia.

Gli incontri di Antepremio, tutti ad ingresso libero, saranno un’occasione non solo per conoscere meglio i vincitori dell’edizione 2014 del premio internazionale, ma anche per parlare di giornalismo e approfondire le tematiche legate al mondo della comunicazione.

Si inizierà martedì 1° luglio con una giornata dedicata al telecineoperatore Miran Hrovatin, assassinato a Mogadiscio nel 1994 con la collega Ilaria Alpi: in anteprima assoluta verrà proiettato il documentario prodotto da Videoest e diretto da Giampaolo Penco, Saluti da Miran.

Un lavoro biografico per ritrovare l’uomo e il giornalista Miran Hrovatin attraverso interviste, ricordi, testimonianze di chi gli è stato vicino, con immagini inedite girate da Miran Hrovatin nei suoi reportage di guerra in Bosnia, Sahara e Somalia.

In omaggio a Miran anche il percorso espositivo I nostri angeli. Le migliori 10 foto nel ricordo di Miran Hrovatin, curato da Prandicom per la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin con gli scatti che, dal 2004 al 2014, hanno vinto al Premio Luchetta nella sezione Miran Hrovatin per la migliore immagine fotografica. Concluderanno la prima giornata l’incontro Il caso Alpi-Hrovatin: finalmente la verità?, condotto dal vicedirettore del Tg3 Giuliano Giubilei, alla quale prenderanno parte il presidente del Premio Ilaria AlpiFrancesco Cavalli con la moglie di Miran, Patrizia Hrovatin, e il regista Giampaolo Penco e, alle 19.00, l’incontro – aperitivo con il corrispondente Rai, e cantautore, Antonio Di Bella e il conduttore di Caterpillar Massimo Cirri: una conversazione – concerto per viaggiare insieme fra musica e cronaca, con sguardo sorridente.
Rai, Ucraina e Cristicchi

Molto interessanti gli appuntamenti per la seconda giornata, mercoledì 2 luglio: sull’informazione del servizio pubblico e sulla Spending Raiview si confronteranno l’ex presidente dell’azienda Roberto Zaccaria e Beppe Giulietti, portavoce di articolo 21, insieme al direttore del Tg1 Fabrizio Ferragni, della Tgr Vincenzo Morgante, al segretario dell’ Usigrai Vincenzo Di Trapani e al presidente dell’Ordine dei Giornalisti Fvg Cristiano Degano.

Il portavoce Unicef Andrea Iacomini e il fotografo Niclas Hammarström, vincitore del Premio Luchetta 2014con un avventuroso e drammatico reportage proprio ad Aleppo, parleranno invece della “professione reporter” dall’inferno siriano mentre Toni Capuozzo intervisterà le vincitrici del Premio Luchetta 2014 Flavia Paone, Lucia Goracci e Lucia Capuzzi.

Spazio al giornalismo calcistico con Samba Mundial, una conversazione con il direttore di Rai Sport Mauro Mazza, il presidente del Palermo calcio Maurizio Zamparini e l’attore Sebastiano Somma, per poi passare a Simone Cristicchi, artista eclettico, interprete e autore di Magazzino 18Premio Speciale Luchetta 2014, intervistato dalla giornalista Rai Marinella Chirico.


Cultura e Lilli Gruber

Con la cultura si mangia? aprirà l’ultima giornata, giovedì 3 luglio: un confronto tra Gianni Torrenti, Assessore alla cultura della Regione FVG, e i curatori dei festival vicino/lontanoèStoriaMittelfest,pordenonelegge e del Premio Luchetta. Al fotoreporter Andy Rocchetti è dedicato l’ incontro sulla crisi ucraina con Sergio Canciani, a lungo corrispondente Rai da Mosca, Barbara Gruden, inviata Tg3 nei paesi dell’Est e Pino Scaccia, inviato storico del Tg1.

Gran finale di Antepremio 2014 con Lilli Gruber, vincitrice del Premio FriulAdria Testimoni della Storia 2014, promosso dal Premio Luchetta con i festival pordenonelegge ed èStoria, su impulso di Banca Popolare FriulAdria – Gruppo Cariparma Crédit Agricole. Il riconoscimento le sarà consegnato «per aver raccontato da giornalista e inviata le svolte cruciali del nostro tempo». In serata, infine, l’undicesima edizione de I Nostri Angeli al politeama Rossetti con le premiazioni.

Ecco i vincitori edizione 2014:

Premio Luchetta sezione TV per il miglior servizio giornalistico trasmesso su un emittente europea della durata di 5 min: Flavia Paone – Tg3, Campo Rom Giuliano.
Premio Ota per il miglior servizio di approfondimento trasmesso su un emittente europea della durata di 45min: Lucia Goracci – Rai 3 DOC3, Le bambine non vanno a scuola.
Premio Luchetta sezione quotidiani e periodici: Lucia Capuzzi – AvvenireBolivia, la rivolta dei baby operai.
Premio Dario D’Angelo per il miglior articolo pubblicato su un quotidiano o periodico europeo:  Harriet Sherwood – The Guardian weekend magazineBehind the wire.
Premio Hrovatin per la miglior fotografia pubblicata su un periodico o quotidiano internazionale:  Niclas Hammarstroem – AftonbladetAleppo.
Un riconoscimento, infine, a Simone Cristicchi che ha saputo entrare nelle pieghe più nascoste di una tragedia rimasta inascoltata per anni.

Fili intrecciati per “Ricucire il mondo”


Fili intrecciati per “Ricucire il mondo”

Maria Lai protagonista di una grande retrospettiva in tre sedi: il Palazzo di città di Cagliari, il Man di Nuoro e Ulassai
di Nicoletta Castagni 
ROMA. Fiabe cucite e libri, lavagne e presepi, Pupi di pane, telai e geografie, le memorabili azioni ambientali, come “Legarsi alla montagna” immortalata negli scatti in bianco e nero di Piero Berengo Gardin, ma anche lo straordinario corpus di disegni dei primi decenni in cui emerge chiara la lezione di Arturo Martini: l'universo di Maria Lai (1919-2013), una delle figure femminili più importanti della storia dell'arte italiana della seconda metà del Novecento, è protagonista dal 10 luglio al 2 novembre di una grande retrospettiva che in tre sedi (il Palazzo di città di Cagliari, il Man di Nuoro e Ulassai) attraverserà la Sardegna, radice di costante, profondissima ispirazione.

Intitolata “Ricucire il mondo”, la rassegna è un progetto espositivo ideato dai Musei Civici di Cagliari e dal Man di Nuoro per celebrare l'artista che alla luce dell'Arte Povera e dell'Informale ha saputo genialmente rileggere le tradizioni, i miti, le leggende della sua terra natale. A raccontare questa meravigliosa produzione, i curatori hanno riunito nelle tre mostre oltre trecento opere provenienti da raccolte pubbliche, private e dalla collezione della famiglia. Mentre lo stilista Antonio Marras, amico e collaboratore di Maria Lai, insieme a Claudia Losi ha ideato “Come piccole api operaie”, un omaggio alla poetica dell’artista che, dipanandosi dal primo presepe con una teoria di fili rossi e bordeaux, collega i musei alle vie circostanti e, idealmente, le diverse sedi espositive.
Il Palazzo di città di Cagliari ospiterà la prima parte del progetto (curato da Anna Maria Montaldo), vale a la produzione dell'artista dagli anni Quaranta alla metà degli anni Ottanta. Il percorso, articolato in aree tematiche, muove dal cospicuo corpus di disegni, realizzati a penna o matita, per arrivare alle tempere dedicate al tema del lavoro femminile, alla produzione ispirata alla tessitura (lavagne, libri cuciti, geografie), fino ai Paesaggi, le Terrecotte, i Pani, i Presepi e i Telai degli anni Settanta, centrali nella produzione dell'artista. Importante anche la parte documentaria, interviste e filmati d'archivio che permetteranno di ricostruire le tappe più significative del percorso creativo dell'artista. In particolare, il video della performance collettiva “Legarsi alla montagna”, realizzata a Ulassai nel 1981, lavoro chiave nello sviluppo dei linguaggi dell'artista, identificato come possibile elemento unificante le tre sedi del progetto.
Il Museo Man (dall'11 luglio al 12 ottobre), con la curatela di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti, si incentrerà sulla produzione di Maria Lai successiva ai primi Ottanta, un momento di particolare intensità, vissuto in sintonia con gli sviluppi delle ricerche artistiche internazionali del tempo. Attraverso opere, materiali documentari, foto e video, saranno documentati i principali interventi ambientali (da “La disfatta dei varani” a “Essere è Tessere”). Una serie di lavori, tra cui Lenzuoli, Libri cuciti e d'artista, Geografie e Telai, racconterà infine la relazione dell'artista con il mondo dell'infanzia e della didattica.
A Ulassai infine dal 12 luglio si potrà ammirare sia la mostra allestita nella Stazione per l'arte, il Museo d'Arte Contemporanea dedicato all'artista sia gli interventi ambientali nel paese, diventato dagli anni Ottanta un vero e proprio museo a cielo aperto con opere quali “La strada delle capre cucite”, “Il gioco del volo dell'oca”, il “Telaio soffitto del lavatoio”.

COLLEGA di plz

Collega di plz

Ieri ho pranzato con mia moglie in una trattoria, con pretese di ristorante, ad Anguillara, cittadina deliziosa che si affaccia sul lago di Bracciano, quello dove ci si dà la mano e un bacin d' amore...forse... sbaglio località.
Pietanze da trattoria, non segnalata, con pretese di ristorante di gran lusso con tre stelle Michelin.
Conto da ristorante di gran lusso.
Al momento di pagare chiedo se posso avere uno sconto.
- Per quale motivo, scusi? domanda il titolare.
- Sono un suo collega.
- Ah! Certo, allora le faccio il 10 per cento di sconto.
Mentre sto per uscire, il ristoratore mi raggiunge e chiede
- E scusi, dove è il suo ristorante? Dall' accento lei  non è di queste parti...
- Ristorante? Ma io non ho nessun ristorante.
- E perché mi ha detto che era un mio collega?
- Oh! Volevo solo dire che sono un ladro anch' io!

- A li mortacci....

Devil · Il cane del diavolo di Graziano Mantiloni

A cura della Libreria Sognalibro verrà presentato il libro

Devil · Il cane del diavolo

di Graziano Mantiloni · Scheda del Libro →
Giovedì 3 luglio 2014, ore 18:00
Habitat Art Home, Largo Manetti 4/5, Grosseto
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domenica 29 giugno 2014

ALIAS DOMENICA Genova 2001: «Ciò che ci insegna Bolzaneto», un capitolo di storia della tortura

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

Genova 2001: «Ciò che ci insegna Bolzaneto», un capitolo di storia della tortura

G8 2001. «Ciò che ci insegna Bolzaneto»: un capitolo di storia della tortura tratto dai faldoni processuali arrivati davanti alla Corte d’appello
Una scena del film Diaz di Daniele Vicari
Scuola Diaz, caserma di Bol­za­neto: nomi che spic­cano nelle pagine più nere della recente sto­ria ita­liana. Basta una sigla, G8, a ricor­darci come fu cele­brato in Ita­lia il primo anno del nuovo mil­len­nio: l’evento, il gran­dioso tea­tro del potere pre­pa­rato a Genova per acco­gliere gli «Otto grandi» e cele­brare così le magni­fi­che sorti di un’Italia entrata nel club, fu un giorno di bat­ta­glia: ci fu un morto, il gio­vane Carlo Giu­liani ucciso da un cara­bi­niere. La sera, men­tre nella città si alza­vano ancora nuvole di lacri­mo­geni e della festa dei potenti restava una scena di squal­lore e di deva­sta­zione, si sca­tenò la ven­detta not­turna delle forze cosid­dette di sicu­rezza. Quello che avvenne fu defi­nito «macel­le­ria messicana».
Non il Mes­sico, altri luo­ghi e altre macel­le­rie erano nelle menti degli agenti di poli­zia e dei cara­bi­nieri. Quando i fer­mati sce­sero dai cel­lu­lari all’ingresso della caserma, dalla fila degli agenti di poli­zia e dei cara­bi­nieri che li aspet­ta­vano si levò il grido: «Ben­ve­nuti ad Ausch­witz». A par­tire da quel momento fu nei nomi di Hitler e di Mus­so­lini che si sca­tenò una mat­tanza, una siste­ma­tica opera di sadi­smi, cru­deltà, umi­lia­zioni e tor­ture per cen­ti­naia di per­sone inermi, espo­ste senza difesa alcuna alla vio­lenza illi­mi­tata di quei corpi di «uomini dello Stato».
Alcuni di que­gli uomini, con­dan­nati da sen­tenza di primo grado nel luglio 2008, fecero ricorso in appello. Il com­pito di rie­sa­mi­nare tutta la docu­men­ta­zione venne affi­dato a Roberto Set­tem­bre: di quella sto­ria aveva dovuto occu­parsi come giu­dice in una causa pre­ce­dente nella quale erano stati accu­sati e con­dan­nati i mem­bri del «Black Bloc», causa sca­te­nante del disa­stro della gior­nata geno­vese del G8. Quello che poi gli venne affi­dato era un com­pito diverso: un com­pito simile a quello dello sto­rico, come osserva in aper­tura del libro di rifles­sioni nato da quella espe­rienza,Gri­da­vano e pian­ge­vano La tor­tura in Ita­lia: ciò che ci inse­gna Bol­za­neto (Einaudi, pp. 260, euro 18,00).
In appello si lavora su ciò che è scritto, non si ascol­tano di nuovo testi­mo­nianze, non si vedono com­pa­rire accu­sa­tori e accu­sati. Davanti alla Corte ci sono solo i grossi fal­doni con gli atti del pro­cesso di primo grado: molte migliaia di pagine che il giu­dice rela­tore deve scor­rere per for­marsi un libero con­vin­ci­mento in mate­ria. Quel con­vin­ci­mento prese poi forma in una sen­tenza. Ma qui, nel libro che ha scritto, il giu­dice si è fatto sto­rico. Ha pen­sato che que­sta vicenda dovesse essere cono­sciuta al pub­blico dei let­tori. È a loro che ha voluto sot­to­porre le con­vin­zioni e le pro­po­ste che ne ha ricavato.
Si deve essere grati al giu­dice Roberto Set­tem­bre per que­sto libro: le sue pagine gui­dano il let­tore lungo un per­corso di ricerca met­tendo a fuoco via via situa­zioni, per­sone e com­por­ta­menti, affron­tando e risol­vendo dubbi, cer­cando la verità dei fatti ma anche, alla fine, ponen­dosi il pro­blema di come, per­ché, da quanto lon­tano si sia potuti arri­vare a que­gli esiti. Non si può che essere d’accordo con lui sul punto cen­trale: que­sta è una sto­ria che deve essere cono­sciuta, deve essere medi­tata, per­ché c’è in essa, al di là delle vicende nar­rate, degli orrori di vio­lenza e delle sof­fe­renze umane delle vit­time, un segnale impor­tante per l’intero paese, un segnale che non è stato ancora colto nella sua gravità.
Per capirne la natura biso­gna cono­scere quel che avvenne, allora, den­tro la caserma di Bol­za­neto. Biso­gna leg­gere le depo­si­zioni, col­lo­care volti e sto­rie negli spazi di quella caserma, seguire quel che vi spe­ri­men­ta­rono le vit­time. L’autore sem­bra aver fatto pro­prio la stra­te­gia di rico­stru­zione inte­riore che Igna­zio di Loyola definì come «com­po­si­zione di luogo»: vedere la scena («ver el lugar»), ascol­tare le voci, entrare men­tal­mente nelle situazioni.
Que­sto signi­fica ad esem­pio imma­gi­nare di essere al posto dell’arrestato Alfredo B. men­tre l’agente di poli­zia Gian Luca M. gli afferra con le due mani le dita della mano sini­stra e le diva­rica con vio­lenza lace­rando la mano fino all’osso. Signi­fica anche cogliere il valore di pic­coli det­ta­gli, come quello che affiora nella testi­mo­nianza dell’arrestato Alfio P.: il quale, men­tre rac­conta che nell’infermeria della caserma il medico «non si è com­por­tato come soli­ta­mente si com­porta un medico», ricorda inci­den­tal­mente che lui, il paziente, forse ancora in manette, era nudo, disumanizzato.
L’insieme delle sto­rie qui rico­struite alla fine fa emer­gere nella mente del giu­dice e in quella del let­tore una con­vin­zione «al di là di ogni ragio­ne­vole dub­bio»: qui non si tratta degli eccessi di uomini tra­sfor­mati in bestie asse­tate di san­gue, ine­briate dal pia­cere sadico dell’umiliazione e del dolore delle vit­time. Quello che accadde allora a Bol­za­neto – scrive Roberto Set­tem­bre – «va al di là di ogni sin­gola sto­ria». Siamo davanti alla costru­zione deli­be­rata di un uni­verso con­cen­tra­zio­na­rio. Poli­ziotti e cara­bi­nieri hanno in mente il modello dei campi di ster­mi­nio nazi­sti. Per loro gli arre­stati sono tutti ebrei e comu­ni­sti. La sub-cultura dei tor­tu­ra­tori si esprime nelle can­zoni fasci­ste, nel costrin­gere gli arre­stati a gri­dare «Viva Mus­so­lini» e a fare il saluto romano, nel con­si­de­rare «troie» tutte le donne per­ché di sini­stra, nel minac­ciarle di stu­pri, nel ves­sarle e ter­ro­riz­zarle, nel far gra­vare su tutti la paura della morte.
C’è un mito di fon­da­zione di quell’universo da incubo che si mate­ria­lizza nella caserma di Bol­za­neto, un mito neces­sa­rio e sem­pre pronto a rina­scere quando si cerca legit­ti­ma­zione ideo­lo­gica a un sistema di sopraf­fa­zione, di umi­lia­zione spinta fino all’estremo degrado fisico e men­tale delle vit­time. Que­sto sistema, che si mate­ria­lizzò per ore e per giorni nello spa­zio con­cen­tra­zio­na­rio di Bol­za­neto, lo ave­vano pre­di­spo­sto e lo gover­na­rono uomini dello Stato. Gli atti pro­ces­suali per­met­tono di seguirne i pas­saggi: le foto mostrano i volti mar­chiati da croci trac­ciate a pen­na­rello, i corpi con­tusi, le teste san­gui­nanti. Una vio­lenza fredda e illi­mi­tata è scritta nel volto ince­rot­tato di Gudrun, nei punti sulla gen­giva e sul lab­bro, nella sua man­di­bola frat­tu­rata con sette denti but­tati giù. Da allora sono pas­sati tanti anni, quei gio­vani tor­tu­rati si sono rico­struiti una vita. Roberto Set­tem­bre rac­conta con quanta dif­fi­coltà abbiano ritro­vato esi­stenze nor­mali e come a lungo abbiano dovuto lot­tare col peso di incubi e ter­rori, con la per­dita di fidu­cia nell’umanità tutta.
Rimane al let­tore la domanda di quale incubo di odio e di vio­lenza abi­tasse le menti di tutti dei tor­tu­ra­tori. Di que­gli uomini e donne, di quell’insieme di poli­ziotti, cara­bi­nieri, ope­ra­tori sani­tari abi­tual­mente defi­niti «ser­vizi di sicu­rezza» col­pi­sce la defi­ni­zione che vol­lero dare di se stessi. A Paul, una delle loro vit­time, fu chie­sto di rispon­dere alla domanda: «Chi è il tuo governo»; e la rispo­sta che si fecero dare in coro fu: «Poli­zia è il governo».
Si è ten­tati di respin­gere nel pas­sato la minac­cia a cui det­tero corpo allora quei poli­ziotti e quei cara­bi­nieri. Ma sarebbe sba­gliato. Le tare anti­che dello Stato ita­liano, fin dalle sue ori­gini sospet­toso e ostile nei con­fronti dei gover­nati, la sub-cultura fasci­sta che alli­gna nei luo­ghi di for­ma­zione dei corpi di sicu­rezza sono solo la parte affio­rante in super­fi­cie. Il depo­sito del pas­sato non è suf­fi­ciente a chi vuole capire il pre­sente. Qual­cuno – come qui si accenna – ha acco­stato il G8 geno­vese all’11 set­tem­bre ame­ri­cano: lo ha fatto il docu­men­ta­rio The Sum­mit di Mas­simo Lau­ria e Franco Fra­cassa pro­po­nendo la tesi di un com­plotto, di un coor­di­na­mento tra ser­vizi stra­nieri e poli­zia ita­liana per dare un segnale defi­ni­tivo ai con­te­sta­tori dei sum­mit internazionali.


La poesia di Libra - Mark Strand, Così dici

La poesia di Libra - Mark Strand, Così dici
E' tutto nella mente, dici,
e non ha nulla a che vedere con la felicità.
Il freddo che viene, il caldo,
la mente ha tutto il tempo che vuole. 
Mi prendi sottobraccio e mi dici
che qualcosa accadrà,
qualcosa di insolito
per cui siamo sempre stati pronti,
come il sole che arriva dopo un giorno in Asia, 
come la luna che si accomiata
dopo una notte con noi.

Mark Strand, Così dici

sabato 28 giugno 2014

Viaggio nell’isola che ama leggere


Viaggio nell’isola che ama leggere

Comincia la stagione dei festival letterari: tutti gli ospiti di Gavoi, l’Argentiera e Perdasdefogu
di Fabio Canessa
 Estate e libri, un binomio che non vuol dire solo romanzo sotto l'ombrellone. In Sardegna è anche la stagione dei principali festival letterari, diventati ormai appuntamenti fissi per migliaia di appassionati come dimostra l'aumento costante delle presenze nelle ultime edizioni. Già pronti ad ospitare scrittori e lettori alcune delle più note manifestazioni isolane come quelle di Gavoi, dell'Argentiera e di Perdasdefogu.
Gavoi. Già annunciato nei dettagli il programma dell'XI edizione del festival organizzato dall'associazione l'Isola delle Storie, eccellenza tra le rassegne isolane (e non solo) che si svolgerà dal 4 al 6 luglio. Il classico incontro dal balcone della mattina sarà quest'anno tutto al femminile con le scrittrici Caterina Bonvicini, Dolores Savina Massa, Paola Soriga ed Elvira Serra. Sul palco degli incontri di mezzogiorno saliranno invece Riccardo Chiaberge insieme al celebre fotografo Mario Dondero, il designer Flavio Manzoni con lo stilista Antonio Marras, le due giovani voci Chiara Valerio e Vincenzo Latronico. Protagonisti dei reading pomeridiani saranno l'attore Gioele Dix e gli scrittori Marco Vichi e Matteo B. Bianchi. Sempre nel pomeriggio, per l'appuntamento altre prospettive, da segnalare tra gli ospiti Fabio Stassi e l'autore romeno Cezar Paul-Bedescu. Da non perdere gli incontri serali con altri tre importanti scrittori internazionali: la tedesca Katja Lange-Muller, l'islandese Auður Ava Ólafsdóttir e il francese Romain Puertolas. Gli appuntamenti dedicati all'attualita, in chiusura delle giornate, vedranno invece tra i protagonisti Walter Siti, lo scrittore lituano Sigitas Parulskis e la giornalista e scrittrice austriaca Susanne Scholl.
L'Argentiera. Non è stata ancora presentata ufficialmente la sesta edizione, ma anche il festival dell'Argentiera promette di regalare al pubblico giornate intense, condite con quello spirito di leggerezza che caratterizza la manifestazione già nel nome, "Sulla terra leggeri", ripreso dai versi di Sergio Atzeni. Ad anticipare qualcosa sul programma è Paola Soriga che con il fratello Flavio è in prima fila nell'organizzazione della rassegna: «Saremo dal 25 al 27 luglio all'Argentiera - spiega la scrittrice - ma faremo come sempre delle anticipazioni in posti vicini nei giorni precedenti: a Sassari, Alghero e Olmedo. Inoltre per la prima volta ci sarà un preludio particolare, una serata a Uta. È il nostro paese, non abbiamo mai fatto niente e volevamo portare una cosa anche là». L'appuntamento nel paese del Campidano è fissato per sabato 19 luglio e come ospiti sono già confermati Marino Sinibaldi e Giovanni Floris. «Per quanto riguarda esattamente i tre giorni dell'Argentiera - continua Paola Soriga - possiamo già annunciare la presenza di Walter Siti e Francesco Piccolo. Inoltre siamo molto felici del ritorno anche quest’anno di Pif».
Perdasdefogu. Sta crescendo come festival anche "Sette sere, sette piazze, sette libri" che animerà Perdasdefogu dal 28 luglio al 3 agosto. L’inaugurazione sarà con Gian Antonio Stella. Nei giorni successivi saranno invece protagonisti, Alessandro De Roma, Massimo Dadea, Natalino Piras, Alberto Maria Delogu, Savina Dolores Massa, Elvira Serra. «Il nostro impegno è portare gli autori a casa dei lettori non abituali,perché difficilmente chi non legge va fuori casa a sentir parlare di un libro - sottolinea Giacomo Mameli, direttore artistico del festival organizzato dal Comune e dalla Pro Loco - E farlo con libri di interesse immediato, che coinvolgano, con autori che sappiano comunicare concetti importanti con linguaggio semplice. Questa "mission" era stata apprezzata anni fa in una conferenza a Foghesu da Derrick de Kerckhove, allievo di McLuhan». Durante una sorta di pre-festival troveranno spazio nelle settimane precedenti autori locali come Ennio Cabitza e Manfredi Podda. Mentre seguirà, l’8 agosto, una serata dal titolo “Aspettando San Lorenzo” dove ognuno sarà libero di leggere le poesie che ama e di commentarle.

Una società ad alto tasso conflittuale di Albert G. Keller

da il manifesto

Una società ad alto tasso conflittuale di Albert G. Keller

Saggi. «Diversità e selezione nel mutamento socioculturale» di Albert G. Keller. Gli scritti del sociologo conservatore statunitense, che analizzò gli Usa a partire dalle lotte operaie degli anni dieci del Novecento
Dal 1914 fino al 1919 la società ame­ri­cana fu scon­volta da un primo ciclo di lotte ope­raie che portò, nel 1918, alla nascita del «Natio­nal War Labor Board» (Nwlb), un’agenzia fede­rale pre­po­sta alla solu­zione dei con­flitti del lavoro. A fronte delle riven­di­ca­zioni avan­zate con le armi dello scio­pero nell’arco di un quin­quen­nio, e pro­prio men­tre gli Stati Uniti erano impe­gnati, a par­tire dal 1917, nella Prima guerra mon­diale, la classe ope­raia ame­ri­cana, con l’avallo del Nwlb, ottenne per sé: sin­da­cati, con­trat­ta­zioni col­let­tive, sala­rio minimo garan­tito, parità di trat­ta­mento eco­no­mico per le donne. Finita la guerra, a que­ste con­qui­ste non seguì più nulla, se non i roa­ring twen­ties, i «rug­genti anni venti», che si con­clu­sero con il crollo di Wall Street nel 1929 e l’inizio della Grande Depres­sione.
A una situa­zione storico-politica del genere come reagì la socio­lo­gia ame­ri­cana? Pos­siamo ini­ziare a far­cene un’idea gra­zie alla pub­bli­ca­zione di Diver­sità e sele­zione nel muta­mento socio­cul­tu­rale. Una socio­lo­gia dar­wi­niana (a cura di D. Mad­da­loni, Iper­me­dium, pp. 158, euro 14) di Albert G. Kel­ler, pro­fes­sore di Socio­lo­gia a Yale dal 1909 al 1942, suc­ces­sore del suo noto mae­stro Wil­liam G. Sum­ner. Il libro che viene pre­sen­tato per la prima volta al let­tore ita­liano con que­sto titolo, in realtà è una sorta di anto­lo­gia che il cura­tore ha rica­vato dal testo kel­le­rianoL’evoluzione delle società, uscito in prima edi­zione nel 1915 e poi rie­dito in forma rivi­sta e accre­sciuta nel 1931.
Ci sono tre motivi per cui diciamo che que­sto testo ha inscritte in sé le cica­trici del ciclo di lotte por­tate avanti dalla classe ope­raia dal 1914 al 1919, fino alla tra­gica implo­sione del 1929. In primo luogo, per le date di pub­bli­ca­zione (1915 1931); poi, per il modo in cui l’autore pensa il con­flitto sociale; infine, per il sem­plice fatto che alla con­cre­tezza sto­rica della lotta di classe che Kel­ler ha costan­te­mente di fronte a sé, non si fa mai espli­cito rife­ri­mento, indice que­sto di una tra­spo­si­zione della bat­ta­glia dal piano con­creto della sto­ria a quello astratto della teo­ria.
Il qua­dro inter­pre­ta­tivo che pro­po­niamo di Diver­sità e sele­zione è molto diverso da quello in cui lo col­loca il suo cura­tore, il quale ha a cuore che il testo venga rece­pito e discusso nelle sue evi­denze empi­ri­che più ovvie, cioè: da un punto di vista epi­ste­mo­lo­gico, nel solco di quella tra­di­zione del pen­siero sociale che si rifà al para­digma evo­lu­zio­ni­stico di matrice dar­wi­niana (da Her­bert Spen­cer a Sum­ner, fino agli esiti antro­po­lo­gici di un con­tem­po­ra­neo come Mar­vin Har­ris) e, da un punto di vista poli­tico, rispetto alla sua dimen­sione più ambi­gua e con­tro­versa, ossia, la neces­sità di una «sele­zione razio­nale» della spe­cie umana, sarebbe a dire, l’eugenetica (nella parte finale del testo il socio­logo ame­ri­cano sem­bra fare sue le teo­rie di fon­da­tori e soste­ni­tori: Fran­cis Gal­ton e Wilhelm Schall­mayer).
Dal nostro punto di vista, però, è solo in fun­zione della sto­ria e della teo­ria del movi­mento ope­raio che la socio­lo­gia gene­rale fa pre­ci­pi­tare i suoi più ripo­sti signi­fi­cati poli­tici. Senza ripor­tarlo al ciclo di lotte ope­raie ame­ri­cane (1914–1929)Diver­sità e sele­zione rimane sola­mente un pre­zioso docu­mento di sto­ria del pen­siero socio­lo­gico, al con­tra­rio, una volta messo nella loro pro­spet­tiva, si illu­mina di una potenza ine­dita.
È solo per­ché ha visto gli ope­rai lot­tare e otte­nere ciò che vole­vano in un momento così dif­fi­cile come quello rap­pre­sen­tato dalla Prima guerra mon­diale, e con­qui­starlo per sé come classe men­tre il Capi­tale com­bat­teva in quanto Nazione, che Kel­ler può for­giarsi un’immagine del con­flitto sociale di que­sta por­tata: «Tutti que­sti gruppi lot­tano per una posi­zione, nella strut­tura socie­ta­ria, che con­senta ad essi di per­se­guire e soste­nere le pro­prie spe­ci­fi­che ini­zia­tiva in mate­ria eco­no­mica e sociale, che pos­sono otte­nere rico­no­sci­mento e gua­da­gnare influenza o al con­tra­rio essere eli­mi­nate ancor prima di pren­dere forma. In tutti que­sti casi è evi­dente che la sele­zione è all’opera, e cioè la lotta tra le classi, nella misura in cui verte sul con­se­gui­mento di una posi­zione di influenza da parte di que­sto o di quel gruppo, si tra­duce in una posi­zione di van­tag­gio per uno o per l’altro tipo di regole sociali».
Quando si arriva for­mu­lare un’immagine del genere poca conta che l’autore sto­ri­ca­mente si sia schie­rato con i repub­bli­cani e abbia avver­sato il New Deal di Roo­se­velt (così è andata per Kel­ler, come ci ricorda il cura­tore), a valere è la con­ce­zione di una società che, abban­do­nate le ipo­cri­sie pic­colo bor­ghesi di paci­fica con­vi­venza e di felice auto­rea­liz­za­zione per­so­nale, si sco­pre ani­mata ovun­que dallo scon­tro: «Con­si­de­rata da que­sto punto di vista, una società com­plessa è un’arena ribol­lente di con­flitti, indu­striali, com­mer­ciali, poli­tici, reli­giosi, morali».
Men­tre lo scien­ziato sociale non fati­cherà a rico­no­scere in argo­men­ta­zioni di que­sto tipo una socio­lo­gia del potere webe­riana, il diri­gente poli­tico, molto più con­cre­ta­mente, vedrà in esse la potenza di agire e lo spa­zio di mano­vra tipico di ogni sog­getto rivo­lu­zio­na­rio. E ripren­derà il lavoro dove l’ha lasciato la classe ope­raia americana.

Carla Lonzi e la potenza delle relazioni. Cronaca di una fertile riscoperta

da il manifesto

Carla Lonzi e la potenza delle relazioni

Carla Lonzi. Un saggio di Maria Luisa Boccia invita a fare i conti con l’eredità della teorica femminista e il possibile uso della sua elaborazione per «inventare» nuove forme della politica. Le pratiche femministe in una realtà dove è frequente l’olocausto della propria vita sull’altare del profitto
Fare della pro­pria vita la pro­pria opera è cosa com­plessa e mera­vi­gliosa, tanto più quando ciò assume il carat­tere di un taglio impre­vi­sto al punto di dive­nire poli­tica: è quanto accadde negli anni Set­tanta con il movi­mento fem­mi­ni­sta che mise al cen­tro della sfera pub­blica altre moda­lità di fare poli­tica, è quanto mise a fuoco con lucida auto­na­lisi Carla Lonzi, insieme al gruppo di «Rivolta fem­mi­nile»: a Carla Lonzi Maria Luisa Boc­cia dedica un libro che non vuole costi­tuire un ritorno alle ori­gini del pen­siero e delle pra­ti­che fem­mi­ni­ste, ma un col­lo­quiare con lei a par­tire dal pre­sente (Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, pp. 149, euro 12).
Dalla cri­tica d’arte mili­tante, infatti, al nodo ses­sua­lità e poli­tica, dall’ancora scan­da­loso «spu­tiamo su Hegel» alla donna cli­to­ri­dea, al «taci anzi parla» del dia­rio di una fem­mi­ni­sta, le que­stioni che Carla Lonzi affrontò nella sua scrit­tura sono tante e tali che ci si volge a lei oggi in cerca di ele­menti utili per tro­vare radi­ca­lità effi­caci per que­sto pre­sente in cerca di nomi­na­zione. Radi­ca­lità che sono anche radici di una crisi delle pra­ti­che poli­ti­che: si potrebbe osser­vare che que­sto libro è rivolto al senso della fine di un’esperienza per riba­dirne il con­ti­nuo ini­zio. Maria Luisa Boc­cia volge infatti il pro­prio sguardo alla fine degli anni Set­tanta e con loro a Carla Lonzi per riba­dire la radice prima della poli­tica , che riguarda donne e uomini: lo aveva già fatto con il libro dedi­cato a Carla Lonzi nel 1990,
 L’io in rivolta (pub­bli­cato da Tar­ta­ruga e ripro­po­sto dalla stessa casa edi­trice nel 2011 con una nuova pre­fa­zione), e il libro allora aveva il sapore tes­suto e medi­tato di un ragio­na­mento che anti­ci­pava que­stioni che sareb­bero poi dive­nute nodali, come quello della cri­tica alle forme dell’agire poli­tico e quello dell’autocoscienza, su cui si torna in modo rin­no­vato come emerge dagli inter­venti dedi­cati a ciò dall’ultimo numero di Alfa­beta, che la rein­ter­roga attra­verso la nar­ra­zione di Daniela Pel­le­grini. Più forte oggi la neces­sità di spez­zare la com­pli­cità fem­mi­nile con il potere, anche quando essa si palesa in ter­mini di com­pe­tenza e merito, parole molto usate nell’attuale dibat­tito pub­blico senza che ciò fac­cia la dif­fe­renza, anche quando si esprime sotto l’aspetto ingan­ne­vole dell’emancipazione.
UN DISPE­RANTE ETERNO PRESENTE
Cen­trale la ten­sione alla libertà e al come farla pro­pria in un eser­ci­zio di pen­siero e di espe­rienza che rie­sca ad avere un carat­tere sim­bo­lico effi­cace per que­sto pre­sente: cosa niente affatto facile, se non si riper­corre come fa Maria Luisa Boc­cia, passo passo e con mano lieve ma assai ferma e deter­mi­nata, quanto allora venuto alla luce con Carla Lonzi. Ovvero la neces­sità di mutare «vita in radice», insieme ad una pra­tica di scrit­tura come agire comu­ni­ca­tivo, inter­ro­ga­zione e osser­va­zione di sé e delle altre aperta all’interlocuzione sem­pre in dive­nire, forma essa stessa del pen­sare.
Il che signi­fica qual­cosa di dia­me­tral­mente oppo­sto all’astratto lin­guag­gio pub­blico, asser­tivo e pre­de­ter­mi­nato per come si pre­senta ancora attual­mente in una sorta di eterno pre­sente sto­rico dispe­rante, pure quando risulta vin­cente, tanto più quando appa­ren­te­mente lo è. All’astrattezza del lin­guag­gio poli­tico si con­trap­pone infatti, almeno super­fi­cial­mente, una poli­tica del fare che con­se­gna nelle mani di uomini e donne dell’apparato poli­tico isti­tu­zio­nale il fare della poli­tica. Rispetto la sover­chiante mate­ria­lità delle vite di donne e uomini il fare diviene mac­china di potere appa­ren­te­mente neu­tra e ogget­tiva: che cosa con­trap­porre alla crisi, alla reces­sione, alla man­canza di lavoro? In realtà que­sti sono ter­mini appar­te­nenti a un ordine discor­sivo intriso di quell’olocausto di sé di cui scrive Rosa Luxem­burg in una let­tera a Leo Jogi­ches, fatta pro­pria poi effi­ca­ce­mente da Carla Lonzi nel corso della sua rifles­sione. Di fronte a un mer­cato capi­ta­li­stico che in maniera sem­pre più sel­vag­gia fa olo­cau­sto delle nostre vite, che cosa ci dicono Carla Lonzi e Maria Luisa Boc­cia che aiuti a tro­vare modi per vivere il pre­sente utili per deco­struirlo, cam­biarlo, modi­fi­carlo in modo radi­cale?
Se il cri­te­rio prin­cipe del potere è quello dell’efficacia dei fatti – e l’attuale governo, come per altro quelli pre­ce­denti, si ammanta in con­ti­nua­zione di ciò – cosa opporre ad un prin­ci­pio appa­ren­te­mente ogget­tivo e uni­ver­sale? La dif­fe­renza fem­mi­nile è taglio che sma­schera innan­zi­tutto l’universalità pre­sunta e ogget­tiva pro­prio a par­tire dalla fini­tezza della sin­go­la­rità di ognuno. Il discorso pub­blico che agita l’oggettività dei fatti fa sì che ogni dif­fe­renza diviene mar­gi­na­lità da soc­cor­rere e quindi da con­te­nere col­lo­can­dola nel ruolo di vit­tima, ruolo che con­ferma l’astrattezza uni­ver­sale ed ogget­tiva del discorso pub­blico invece che rimet­terla in discus­sione. Scom­porre l’identità ses­suale come fa Carla Lonzi, in altri ter­mini scom­porre il genere invece di farne cate­go­ria super­fi­cial­mente utile a ogni eve­nienza, per­mette di scar­di­nare e di far venire alla luce l’atto di cura fem­mi­nile, e anche maschile per­ché ormai attra­versa tutti i generi e le gene­ra­zioni, che sta sup­plendo in modo inno­mi­nato alla man­canza di cura pubblica.
L’OBBLIGO ALLA CURA
Se infatti pren­dersi cura delle vite è atto pro­pria­mente fem­mi­nile, occorre «ripu­lire lo spa­zio» – sono parole di Carla Lonzi – dall’atto di sacri­fi­cio di sé richie­sto in modo non poi tanto impli­cito a donne e uomini in Ita­lia come in Europa: rispetto a ciò varrà ripren­dere e discu­tere quanto scritto al pro­po­sito dal «Gruppo del mer­co­ledì di Roma su un’altra Europa» della cura, quando osserva che pen­sare alla «cura» è una pra­tica che ria­pre il con­flitto tra capi­tale e vita e che occorre sve­lare la dico­to­mia patriar­cale tra il buon padre che si prende cura di tutta la fami­glia e facendo ciò eser­cita potere e le donne il cui lavoro di cura diventa mero dato bio­lo­gico. E come arti­co­lare ciò in un momento sto­rico in cui la dico­to­mia patriar­cale si rap­pre­senta come uomini e donne di governo che eser­ci­tano potere sulle vite di tutti in nome del buon padre di fami­glia e donne e uomini che si pren­dono cura della vita indi­vi­duale in vario modo, senza che ciò diventi pri­va­tiz­za­zione delle vite mate­riali? Maria Luisa Boc­cia osserva come «pen­sare e nomi­nare, quindi pra­ti­care e vivere, altri­menti la realtà – è il primo, impre­scin­di­bile gesto di libertà. Si tratta insomma di andare non solo oltre i limiti di una con­di­zione impo­sta alle donne, ma anche oltre i limiti di una società, di una cul­tura, di una sto­ria domi­nate da uomini»: que­sto lo sguardo lucido, il taglio di Carla Lonzi e si può dire con cer­tezza che a que­sto sono stati dedi­cati il pen­siero e le rifles­sioni del fem­mi­ni­smo della dif­fe­renza, certo non essen­zia­li­sta se non nella misura in cui la donna – volu­ta­mente sin­go­lare nella scrit­tura di Maria Luisa Boc­cia così come in quella di Lonzi – diviene figura sim­bo­lica di un eser­ci­zio con­flit­tuale radi­cale che di fatto si è con­ge­dato da quanto ci ha por­tato fino a qui, ovvero il patriar­cato, le sue leggi astratte, il suo potere, il suo dover essere, appa­ren­te­mente ogget­tivo e indi­scu­ti­bile.
Ancora intatto nella sua capa­cità di signi­fi­care il pre­sente quanto scritto a pro­po­sito del lavoro nel
 Mani­fe­sto di Rivolta fem­mi­nile nel 1970: «Dete­stiamo i mec­ca­ni­smi della com­pe­ti­ti­vità e il ricatto che viene eser­ci­tato nel mondo dell’egemonia dell’efficienza. Noi vogliamo met­tere la nostra capa­cità lavo­ra­tiva a dispo­si­zione di una società che ne sia immu­niz­zata. La parità di retri­bu­zione è un nostro diritto, ma la nostra oppres­sione è un’altra cosa. Ci basta la parità sala­riale quando abbiamo già ore di lavoro dome­stico alle spalle? Rie­sa­mi­niamo gli apporti crea­tivi della donna alla comu­nità e sfa­tiamo il mito della sua labo­rio­sità sus­si­dia­ria. Dare alto valore ai momenti “impro­dut­tivi” è un’estensione di vita pro­po­sta dalla donna». Sono ter­mini che rie­scono con pro­prietà ancora oggi a ribal­tare la for­bice schia­vi­stica del lavoro/non lavoro e che met­tono al cen­tro modi di pen­sare come stare al mondo e di pen­sarsi che scar­di­nano i ter­mini con cui si pre­senta la que­stione nell’opinione pub­blica: cosa signi­fica pre­ca­rietà eco­no­mica ed esi­sten­ziale per donne e uomini di tutte le età e come farne qual­cosa di diverso dal ruolo della vit­tima o del mar­gi­nale neces­si­tante di pub­blico soc­corso, un’emergenza sociale si usa definirla?
L’ORDINE DEL POTERE
Cosa signi­fica, alla luce delle parole del Mani­fe­sto di Rivolta fem­mi­nile, essere in cas­sain­te­gra­zione, i con­tratti di soli­da­rietà, l’abbandono della forma iden­ti­ta­ria del lavoro per donne e uomini? Altre le moda­lità di fare poli­tica nell’esperienza fem­mi­ni­sta indi­vi­duate e per­se­guite da allora, indu­bi­ta­bil­mente diverse da quelle dei par­titi e della rap­pre­sen­tanza: quelle che appro­fit­tano della dif­fe­renza per farne atto crea­tivo, per «coniu­gare prin­ci­pio di pia­cere e prin­ci­pio di realtà», osserva Maria Luisa Boc­cia, notando come in assenza di auto­rità il «potere può fare male, molto male, ma non fa ordine»: que­sto si è potuto notare in mol­te­plici occa­sioni in que­sti anni e sta a noi fare ordine, per ripar­tire da un prin­ci­pio discor­sivo desi­de­rante che nell’emergenza della mise­ria mate­riale delle vite pare essersi smar­rito. Ma vi è una forza che ha ori­gine dal pia­cere delle rela­zioni che hanno vita nelle occu­pa­zioni delle case abban­do­nate, nelle pro­te­ste in difesa del posto del lavoro con­di­vise, nella messa a tema di scac­chi anche ragio­nati ma non rimossi, gra­zie alla quale è pos­si­bile non smar­rire il senso d’un fare poli­tica che è tutto nelle nostre mani e che dalla dif­fe­renza fem­mi­nile può trarre solo che gua­da­gno e sostanza.

Carla Lonzi, cronaca di una fertile riscoperta

Carla Lonzi. Le ristampe delle sue opere e i convegni a lei dedicati
Si regi­stra un ritorno a Carla Lonzi: anche se per molto tempo gli «Scritti di Rivolta fem­mi­nile» hanno con­ti­nuato a stam­pare i suoi libri, la ripro­po­si­zione delle sue opere per i tipi della et al./ edi­zioni ha avuto una fun­zione certa di volano di volumi quali Spu­tiamo su Hegele altri scritti, Taci, anzi parla. Dia­rio di una fem­mi­ni­sta, Auto­ri­tratto, Vai pure. Dia­logo con Piero Con­sa­gra,Scritti sull’arte (pub­bli­cati tra il 2010 e il 2012), altri­menti di dif­fi­cile repe­ri­bi­lità. Nume­rosi sono stati i con­ve­gni e semi­nari a lei dedi­cati nel corso di que­sti anni, a par­tire da quello pro­mosso alla Casa inter­na­zio­nale delle donne di Roma nel marzo 2010, inti­to­lato «Taci, anzi parla. Carla Lonzi e l’arte del fem­mi­ni­smo» (video e audio inte­ra­mente sca­ri­ca­bili sul sito del Ser­ver Donne di Bolo­gna), insieme a molti altri che stanno riper­cor­ren­done vari aspetti e che hanno dato ori­gine a volumi come Carla Lonzi: la duplice radi­ca­lità. Dalla cri­tica mili­tante al fem­mi­ni­smo di Rivolta, a cura di Lara Conte, Vin­zia Fio­rino, Vanessa Mar­tini (Edi­zioni ETS) e Ti darei un bacio. Carla Lonzi, il pen­siero dell’esperienza, a cura di Mari­nella Anto­nelli e Ste­fa­nia Cal­zo­lari (Scuola di cul­tura con­tem­po­ra­nea di Man­tova).
A «Fem­mi­ni­smo e libertà» è dedi­cata una sezione del recente numero di Alfabeta2(aprile-maggio 2014), con inter­venti di Cri­stina Morini, Nico­letta Poi­di­mani, Bea­trice Busi e Simona De Simone, Daniela Pel­le­grini, Ales­san­dra Ghi­menti, Pamela Marelli, a par­tire dalla «spinta a cer­care una pra­tica vivente che vada oltre il livello sim­bo­lico indi­cato dal pre­sente» (Morini). Il docu­mento «Che accade se l’Europa si prende cura?» a firma del gruppo delle fem­mi­ni­ste del mer­co­ledì di Roma (Ful­via Ban­doli, Maria Luisa Boc­cia, Elet­tra Deiana, Leti­zia Pao­lozzi, Bianca Pome­ranzi, Bia Sara­sini, Rosetta Stella, Ste­fa­nia Vul­te­rini) è stato pub­bli­cato sul mani­fe­sto il 9 mag­gio 2014 e discusso pub­bli­ca­mente alla Città dell’Altra Eco­no­mia il 10 mag­gio 2014 con Andrea Bagni, Alisa Del Re, Ida Domi­ni­janni, i cui mate­riali saranno pub­bli­cati sul pros­simo numero di Leg­gen­da­ria.