La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

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NON STO TANTO MALE

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sabato 31 ottobre 2015

Una disperata vitalità

da il manifesto
VISIONI

Una disperata vitalità

A teatro. «Sono Pasolini» un viaggio tra parole e musica dove Giovanna Marini attraversa un altro territorio del poeta, quello dell’infanzia e della giovinezza friulana

 
una scena da Sono Pasolini, con Giovanna Marini
Gianfranco Capitta
Siamo arri­vati alla fati­dica ricor­renza, da molti paven­tata, dei quarant’anni dall’assassinio di Pier Paolo Paso­lini all’Idroscalo di Ostia. Le vicende giu­di­zia­rie per fare luce uffi­ciale sui fatti, sem­brano essersi richiuse per l’ennesima volta. Resta vivis­sima l’eredità poe­tica, cine­ma­to­gra­fica, pole­mica e intel­let­tuale di una per­so­na­lità unica, che ha saputo su ogni cosa scuo­tere que­sto paese «orri­bil­mente sporco». E le «cele­bra­zioni» di que­sti giorni ripro­pon­gono la reat­ti­vità dif­fe­ren­ziata dell’intera cul­tura ita­liana davanti al vasto cor­pus della sua atti­vità. Ce ne sono di sti­mo­lanti e poe­ti­che, e altre che fanno pen­sare a certe feroci scrit­ture grot­te­sche del poeta (cui dava voce la sua sublime Laura Betti, come la petu­lante e ignara inter­vi­sta­trice di Una dispe­rata vita­lità). Una per tutte, la par­te­ci­pa­zione a un rea­ding com­me­mo­ra­tivo pre­vi­sto a Roma per lunedì, del mini­stro della cul­tura del mede­simo paese «sporco»…
Intanto però si può regi­strare un primo debutto felice di que­sti «omaggi» com­me­mo­ra­tivi, che potreb­bero almeno spin­gere nuove gene­ra­zioni di let­tori ad avvi­ci­narsi ai testi del poeta. Sono Paso­lini (al tea­tro India ancora sta­sera e domani) è un viag­gio tra parole e musica com­po­sto da Gio­vanna Marini attra­ver­sando un altro ter­ri­to­rio paso­li­niano, quello del «paese di tem­po­rali e di pri­mule» dell’infanzia e della gio­vi­nezza friu­lana a Casarsa.
Si tratta di una com­po­si­zione per coro e voce reci­tante, che instaura una sorta di dia­logo con­trap­pun­tato tra le parole del poeta e le voci dei venti can­tanti del coro. Il testo è quello scritto agli inizi del’75, I gio­vani infe­lici, pub­bli­cato poi nelle Let­tere lute­rane. Ed è un’analisi strin­gente e dolo­rosa della con­di­zione di chi sente il mondo intero attorno a lui farsi inghiot­tire dal con­su­mi­smo tota­liz­zante: un ragio­na­mento lucido e ine­lu­di­bile, come Paso­lini sapeva fare, sulle tra­sfor­ma­zioni che cam­bia­vano irri­me­dia­bil­mente la con­di­zione umana.
Ma a rispon­dere ai brani del testo sono i com­po­ni­menti in musica che il Coro favo­rito (una scelta sele­zione degli allievi di Gio­vanna Marini alla Scuola popo­lare di musica del Testac­cio, in que­sto caso diretti da Patri­zia Rotonda), sono le «can­zoni» dol­cis­sime, strug­genti, spesso sor­pren­denti, e sem­pre emo­zio­nanti, che la Marini ha com­po­sto dalle poe­sie friu­lane del poeta, tratte da La meglio gio­ventù. E che fanno sco­prire anche ai distratti come quei sen­ti­menti, quei dolo­rosi pre­sen­ti­menti alber­gas­sero già in un’epoca pure felice e incan­tata della sua vita. Anche se non hanno ovvia­mente il tono severo e indi­scu­ti­bile delle affer­ma­zioni della maturità.
Gio­vanna Marini è abi­lis­sima, nell’introdurre i diversi momenti del con­trap­punto a sot­to­li­neare toni, sfu­ma­ture, cro­ma­ti­smi di quell’infanzia curiosa e gau­dente. Grande musi­ci­sta, l’artista è anche una grande didatta, capace di comu­ni­care sen­sa­zioni e intui­zioni a tutto il pub­blico, senza nessun’ombra dida­sca­lica o pedante. Quella decina d’anni tra il sog­giorno in Friuli e la venuta a Roma, in cui il poeta sco­priva l’eros e la poli­tica, il peri­colo e il con­for­mi­smo blin­dato e ipo­crita di una società ancora bar­ri­cata nella bigot­te­ria, sono un per­corso di for­ma­zione straor­di­na­rio, che prende non solo voce ma cuore e corpo nei com­po­nenti del coro, capaci di can­tare, sus­sur­rare, e per­fino dan­zare con cre­scente sicu­rezza. Men­tre Enrico Frat­ta­roli, voce di Paso­lini, vince gli ini­ziali peri­coli di spea­ke­rag­gio nella ade­sione sem­pre più pro­fonda alle pro­vo­ca­zioni del testo.
Una serata frut­tuosa si rivela lo «spet­ta­colo», che per altro Marini sug­gella col colpo basso delle due can­zoni che tanti anni fa com­pose per il poeta ucciso: Lamento per la morte di Paso­lini e Ragazzo gen­tile. Due ferite musi­cali che già trent’anni fa rive­la­vano il rap­porto misu­rato e pro­fondo che tra i due arti­sti si era instau­rato a suo tempo, e che oggi si fanno col­let­tivi momenti di rifles­sione e com­mo­zione struggente.

Il poeta e le metamorfosi di un paese

da il manifesto
CULTURA

Il poeta e le metamorfosi di un paese

Mostre. Allo Spazio Forma Meravigli di Milano «La vera Italia? Due inchieste di Pier Paolo Pasolini»: sull’originale manoscritto della «Lunga strada di sabbia» ha lavorato quarant’anni dopo, sfruttando coincidenze inaspettate e incontri straordinari, Philippe Séclier

 
Pasolini durante le sue inchieste, in viaggio per l'Italia
Fabio Francione
Paso­lini ha 37 anni quando intra­prende su com­mis­sione del roto­calco Suc­cesso un viag­gio a bordo della sua auto, una ber­lina mil­le­cento, tutt’intorno alla peni­sola: da Ven­ti­mi­glia a Trie­ste. Fu, que­sto, il suo «viag­gio in Ita­lia», trac­ciato lungo una «strada di sab­bia» sulla quale è molto più facile lasciare sì tracce, ma anche can­cel­larle. Sem­bra un Paso­lini ine­dito, idil­liaco per certi versi, felice nello sco­prire luo­ghi e per­sone di un’Italia più letta che vis­suta, nell’andirivieni da nord a sud. Ad essere visi­tate sono loca­lità bal­neari come Por­to­fino, Forte dei Marmi, e giù fino a Ravello e a Ischia (assa­lita da cascami post-crepuscolari moret­tiani più che viscon­tiani), e risa­lendo l’Adriatico con soste a Rimini prima di arri­vare alla Trie­ste «sot­to­so­pra» cara a molti. Eppure, sul finire di que­gli anni ’50, Paso­lini ha già sag­giato il cinema scri­vendo sce­neg­gia­ture, anche belle, più per sbar­care il luna­rio che per con­vin­zione (almeno fino a quell’anno per­ché di lì a poco girerà, dopo il «gran rifiuto» di Fel­lini, Accat­tone, forse il suo film più bello ad ascol­tare Mora­via); Le ceneri di Gram­sci lo con­sa­crano, anche con premi impor­tanti, defi­ni­ti­va­mente come poeta; i suoi romanzi e rac­conti vio­lenti e di vita susci­tano scan­dalo; comin­cia a par­te­ci­pare al dibat­tito pub­blico uscendo dai recinti, a lui già poco con­ge­niali, dell’intellettuale votato allo stu­dio e alla rifles­sione inclu­siva sulla sua opera.
Le foto che lo ritrag­gono in abiti quasi sem­pre pro­fes­so­rali lasce­ranno il posto a un abbi­glia­mento più casual e moda­iolo. Paso­lini sa meglio e più di altri caval­care lo spi­rito del tempo che cam­bia, nono­stante gli lacri­mino gli occhi per l’innocenza per­duta. Da chi? Dall’Italia, dalla sua gente, dai suoi ragazzi? Oggi che altre muta­zioni sem­brano cogliere impre­pa­rata l’umanità non pare più vero acca­nirsi sulla radi­ca­lità della visione paso­li­niana e le sue evi­denti con­trad­di­zioni, se osser­vate con il can­noc­chiale a rove­scio della sto­ria e non «in salsa pic­cante», ritro­vano la loro pri­mi­ge­nia carica di futuro e di pro­fe­zia. Per ini­ziare nuovi discorsi. Insomma, comin­ciano in quel torno di anni anche i viaggi indiani e afri­cani con lo scrit­tore di Ago­stino e de La noia, i sopral­luo­ghi medio­rien­tali per i film, e andando in avanti con gli anni il sog­giorno ame­ri­cano in piena era hippie-beat e i tanti ritorni in oriente, desti­nati soprat­tutto alla rea­liz­za­zione della «Tri­lo­gia della vita». Insomma, s’affaccia allora pre­po­tente e va sot­to­li­neata pub­blica, quella «dispe­rata vita­lità» che por­terà il poeta-regista friu­lano, fino al tra­gico e «incon­gruo» epi­logo, per ciò che aveva in mente di scri­vere, fil­mare e rea­liz­zare, della sua esi­stenza, a per­cor­rere sen­tieri e strade — come pia­ceva dire a Giu­seppe Ber­to­lucci – della socio­lo­gia, antro­po­lo­gia, lin­gui­stica, della cri­tica let­te­ra­ria e cine­ma­to­gra­fica, del gior­na­li­smo, men­tre pra­ti­cava con la mede­sima inten­sità nar­ra­tiva, poe­sia, regia cine­ma­to­gra­fica, tea­tro (e in aggiunta sulle assi del pal­co­sce­nico ci provò anche da regi­sta) e, più clan­de­sti­na­mente, pit­tura e disegno.
Sul repor­tage pub­bli­cato e sull’originale mano­scritto della Lunga strada di sab­bia, sul quale pos­sono essere letti i tagli reda­zio­nali della rivi­sta, ha lavo­rato quarant’anni dopo, sfrut­tando coin­ci­denze ina­spet­tate e incon­tri straor­di­nari, Phi­lippe Séclier. Il foto­grafo fran­cese seria­lizza il viag­gio di Paso­lini in una serie di imma­gini in bianco e nero che ten­tano di fis­sare – a poste­riori e con la memo­ria tra­man­data dalle foto e dal cinema del tempo (sco­mo­dare il neo­rea­li­smo nel ’59 quando già viveva il suo terzo se non quarto tempo può essere eser­ci­zio quanto mai lezioso) – sen­sa­zioni forse irripetibili.
Qui le imma­gini sem­brano sutu­rare le ferite e pro­fonde tra­sfor­ma­zioni di un decen­nio con l’altro; il pas­sag­gio dagli anni cin­quanta ai ses­santa non fu indo­lore per la nazione. Anzi, le foto a noi con­tem­po­ra­nee e, allo stesso tempo, «a ritroso» di Séclier, sem­brano ride­fi­nite dall’allestimento rea­liz­zato nelle sale del nuovo Spa­zio Forma Mera­vi­gli di Milano (via Mera­vi­gli 5, visi­ta­bile fino al 15 novem­bre con il titolo La vera Ita­lia? Due inchie­ste di Pier Paolo Paso­lini,cata­lo­ghi Con­tra­sto) in logica con­ti­nuità tem­po­rale con le foto­gra­fie di scena scat­tate da Mario Don­dero e Angelo Novi sul «set» di Comizi d’amore, il film–inchiesta sulla ses­sua­lità degli ita­liani rea­liz­zato nel 1963. Nell’osservare le sequenze, nello stu­pirsi nel rico­no­scere per­so­naggi della leva­tura di Unga­retti, Musatti, Mora­via (e sapere cosa rispo­sero alle domande sco­mode sfron­tate, forse iro­ni­ca­mente spu­do­rate, di Paso­lini), così messi sullo stesso piano di scu­gnizzi e ragaz­zini di bor­gata in tra­sferta al mare, leg­gere i dia­lo­ghi intro­dut­tivi, peda­go­gici, ultra­di­da­sca­lie alla mostra, non si può non pen­sare che, dopo­tutto e ancora oggi da quel lito­rale romano che osti­na­ta­mente cerca di «non essere cat­tivo», «il mon­tag­gio opera dun­que sul mate­riale del film quello che la morte opera sulla vita».

Le traiettorie della paura

da il manifesto
CULTURA

Le traiettorie della paura

Saggi. «Les jeunes de banlieue mangent-ils les enfants?» di Thomas Guénolé: un autentico «livre de combat», un vero manuale di controinformazione


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Zyed Benna e Bouna Traoré
Imper­ti­nente caso edi­to­riale fin dal titolo,Les jeu­nes de ban­lieue mangent-ils les enfants?, Edi­tions Le Bord de l’Eau (pp. 213, euro 17), il sag­gio del gio­vane poli­to­logo Tho­mas Gué­nolé, che si avvale della pre­fa­zione di un nome illu­stre della ricerca sociale euro­pea quale è quello di Emma­nuel Todd, pub­bli­cato alla vigi­lia dell’anniversario della grande rivolta delle peri­fe­rie fran­cesi scop­piata nel 2005, passa in ras­se­gna pre­giu­dizi e ste­reo­tipi che carat­te­riz­zano lo sguardo di buona parte della società tran­sal­pina sui gio­vani delle peri­fe­rie metropolitane.
Se a dieci anni dalla loro morte, men­tre gli agenti coin­volti sono stati tutti pro­sciolti, una strada di Clichy-sous-Bois è stata inti­to­lata a Zyed Benna e Bouna Traoré, i due ado­le­scenti che rima­sero uccisi per sfug­gire a un inse­gui­mento della poli­zia, pro­vo­cando le vio­lente pro­te­ste che dalla cin­tura urbana di Parigi si sareb­bero rapi­da­mente estese all’intero paese, il libro segnala come molto poco sia cam­biato rispetto alle tra­gi­che dichia­ra­zioni rila­sciate dal mini­stro degli Interni dell’epoca, e futuro pre­si­dente, Nico­las Sar­kozy che definì «racaille», fec­cia, i gio­vani ban­lieu­sard e pro­mise che uno di que­sti quar­tieri, La Cour­neuve, sarebbe stato «ripu­lito con il kar­cher», gli idranti con cui i net­tur­bini spaz­zano i bagni pub­blici e i bou­le­vard, dopo la morte vio­lenta di un altro ragazzo.
Pen­sato, secondo Todd, come un auten­tico «livre de com­bat», una sorta di «manuale di contro-informazione» si potrebbe dire ricor­rendo ad un voca­bo­la­rio d’altri tempi, Les jeu­nes de ban­lieue mangent-ils les enfants? indi­vi­dua e si ripro­mette di con­fu­tare le cri­ti­cità che emer­gono nella nar­ra­zione col­let­tiva e domi­nante sulle ban­lieue, e in par­ti­co­lare sui loro gio­vani abi­tanti, spe­cie se di ori­gine magh­re­bina o afri­cana, oggetto di una discri­mi­na­zione pre­ven­tiva, che tende a deter­mi­narne la pos­si­bile tra­iet­to­ria, che si pre­sume non possa che con­durre a «un’esistenza paras­si­ta­ria», quando non ad espli­cite atti­vità cri­mi­nali o addi­rit­tura al ter­ro­ri­smo di matrice isla­mi­sta, e que­sto per il solo fatto di pro­ve­nire da deter­mi­nati quar­tieri e zone delle metro­poli. Svi­lup­pato attra­verso voci che fanno rife­ri­mento ai punti mag­gior­mente toc­cati dal dibat­tito pub­blico fran­cese, da Islam e velo, a gio­vani e mala­vita, alla cre­scita di un nuovo anti­se­mi­ti­smo, fino alla situa­zione sociale di que­sti quar­tieri, con par­ti­co­lare atten­zione all’istruzione e al lavoro, e al modo in cui i media e l’industria cul­tu­rale con­tri­bui­scono al pren­dere piede di cli­ché e pre­giu­dizi, la ricerca di Gué­nolé ana­lizza anche il rap­porto della poli­tica con «la gente di ban­lieue» e il ruolo che intel­let­tuali e com­men­ta­tori, soprat­tutto ma non esclu­si­va­mente di destra, gio­cano nel dif­fon­dersi di un’immagine atta a susci­tare paura e inquie­tu­dine nell’opinione pub­blica — quella per cui l’autore ha coniato il neo­lo­gi­smo di «ban­lia­no­pho­bie media­tica» -, attra­verso la tra­sfor­ma­zione dei gio­vani delle peri­fe­rie in una spe­cie di «mostri della porta accanto» per molti francesi.
Que­sto, come sot­to­li­nea Gué­nolé, mal­grado «per la stra­grande mag­gio­ranza dei ragazzi delle ban­lieue — con l’eccezione di un’esigua mino­ranza com­po­sta da chi rie­sce nella sua ascesa sociale o, al con­tra­rio, vive di traf­fici diversi o, in misura ancora minore, pre­ci­pita nell’adesione al tota­li­ta­ri­smo waha­bita o sala­fita -, la realtà quo­ti­diana equi­vale alla rou­tine di un gio­vane povero che tira a cam­pare e non riu­scirà mai ad uscire in alcun modo dal ghetto in cui vive: tra costoro, 6 su 10 hanno un lavoro sot­to­pa­gato o pre­ca­rio, 4 su 10 sono disoccupati».
In sin­tesi, come spiega Emma­nuel Todd, si tratta di un volume che è frutto di un attento lavoro di docu­men­ta­zione, ma anche della sin­cera volontà di deco­struire quei luo­ghi comuni che sono alla base di scelte poli­ti­che dalle con­se­guenze nefa­ste. Que­sto per­ché, a detta del cele­bre intel­let­tuale, l’autore è riu­scito a sot­trarsi «alla grande sepa­ra­zione, alla dop­pia irre­spon­sa­bi­lità: è, come i gior­na­li­sti, anco­rato al pre­sente e alle sue crisi, ma allo stesso tempo si muove in una per­ce­zione socio­lo­gica e sta­ti­stica dei feno­meni e dei loro meccanismi».

Gli orchi non vivono in periferia

da il manifesto
CULTURA

Gli orchi non vivono in periferia

Intervista. A dieci anni dalla più grande rivolta urbana della storia francese, parla il politologo Thomas Guénolé, autore del libro diventato un caso «Les jeunes de banlieue mangent-ils les enfants?»

 
«Banlieue 13», film di Luc Besson

Arabo, mal rasato, tra i tre­dici e i trent’anni, indossa una felpa con il cap­puc­cio e cam­mina con una Molo­tov in una mano e un col­tello nell’altra. Si fa una canna nei sot­to­scala. Incen­dia delle auto. Tira a cam­pare gra­zie a dei traf­fici ille­citi o fro­dando l’assistenza sociale. Stu­pra le ragazze nelle can­tine; ascolta le pre­di­che fon­da­men­ta­li­ste nelle stesse can­tine. Odia la Fran­cia, l’ordine e dete­sta i fran­cesi (intesi come ’bian­chi’). Ama la jihad. Il suo sogno: bat­tersi in Siria al fianco di Al Qaeda o dell’Isis, per poi tor­nare in Fran­cia per com­met­tere degli atten­tati. Il ’gio­vane della peri­fe­ria’ è l’orco dei tempi moderni».
Poli­to­logo e docente a Scien­ces Po e all’Hec di Parigi, cofon­da­tore di Vox Poli­tica, col­la­bo­ra­tore di Libé­ra­tion, di Bfmtv e del sito Slate​.fr, Tho­mas Gué­nolé ha susci­tato un ampio dibat­tito con il suo recente Les jeu­nes de ban­lieue mangent-ils les enfants?, uscito nell’anniversario dalla più grande rivolta urbana della sto­ria fran­cese, scop­piata nell’ottobre del 2005.
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Tho­mas Guénolé
Dieci anni dopo la grande rivolta il suo libro cerca di smon­tare il mito nega­tivo che cir­conda la figura del «gio­vane di peri­fe­ria», fan­ta­sma ricor­rente che ali­menta ogni sorta di timore nella società. Cosa è cam­biato nel frat­tempo e chi sono dav­vero que­sti ragazzi?
Passo dopo passo, nel corso di que­sto decen­nio, il raz­zi­smo è diven­tato un feno­meno di massa in Fran­cia. Dieci anni fa, Nico­las Sar­kozy intro­du­ceva nel dibat­tito pub­blico un lin­guag­gio aggres­sivo nei con­fronti dei ban­lieu­sard, ma erano in campo anche altre opzioni. Oggi, il dibat­tito è total­mente domi­nato da quel tipo di toni e posi­zioni che pun­tano ad ali­men­tare paura e inqui­tu­dine, in un modo del tutto immo­ti­vato. I gio­vani che vivono in ban­lieue sono infatti poco più di un milione e nel 98% dei casi non sono né dei «paras­siti», né dei delin­quenti o appar­te­nenti a bande cri­mi­nali, né dei pro­se­liti dell’islam radi­cale. Solo che il cosid­detto ascen­sore sociale è in panne da tempo e così sol­tanto un pic­colo numero di costoro rie­sce a tro­vare un lavoro qua­li­fi­cato o a costruirsi una car­riera degna di que­sto nome e, di con­se­guenza, a cam­biare quar­tiere lasciando le peri­fe­rie. Per tutti gli altri, si tratta di soprav­vi­vere tra disoc­cu­pa­zione, lavo­retti pre­cari, «l’arte di arran­giarsi» e la noia. O la fru­stra­zione di un oriz­zonte senza pro­spet­tive. Inol­tre, c’è una cosa che salta subito agli occhi: que­ste zone pre­sen­tano le mede­sime carat­te­ri­sti­che socio-economiche dei paesi in via di svi­luppo: il fatto che un abi­tante su due sia gio­vane, sotto in trent’anni, l’elevato tasso di disoc­cu­pa­zione, l’assenza di for­ma­zione, lo stato di abban­dono delle infrastrutture.
Gli ste­reo­tipi e i pre­giu­dizi in base ai quali sono descritti que­sti gio­vani celano in realtà una nuova «que­stione sociale»?
In gran parte sì. Nel momento in cui il vostro benes­sere pog­gia sulla povertà di qualcun’altro, avrete sem­pre biso­gno di demo­niz­zare quest’ultimo per giu­sti­fi­care la patente ingiu­sti­zia, anche solo di fronte a voi stessi. In caso con­tra­rio, se si dovesse ammet­tere che, come è nella realtà dei fatti, la grande mag­gio­ranza dei gio­vani disoc­cu­pati, pre­cari o senza alcun red­ditto di que­sto paese, vale a dire i ragazzi delle ban­lieue, non sono né dei ban­diti né degli appro­fit­ta­tori e non rap­pre­sen­tano alcun tipo di peri­colo, la pro­spe­rità e l’agio di cui godono le classi medio-alte del paese risul­te­reb­bero intol­le­ra­bili di fronte a una tale esten­sione della povertà. In que­sto senso, la stig­ma­tiz­za­zione dei ban­lieu­sard è pres­so­ché neces­sa­ria per i maschi bian­chi e adulti appar­te­nenti alle classi supe­riori che gui­dano la nostra società. I mostruosi ragazzi delle peri­fe­rie incar­nano le peg­giori paure di costoro: la paura dei gio­vani, dei poveri, degli arabi, dei neri, dei musul­mani. E minac­ciano le loro case, i loro beni, le loro donne, ogni cosa. Per risol­vere il cosid­detto pro­blema delle ban­lieue si dovrebbe in realtà abbat­tere il sistema di segre­ga­zione eco­no­mica sociale e cul­tu­rale su cui si basa la Fran­cia del 2015.
Il socio­logo Emma­nuel Todd sostiene che mal­grado le grandi mani­fe­sta­zioni uni­ta­rie che hanno fatto seguito alla strage a «Char­lie Hebdo», il paese non abbia in realtà supe­rato le sue divi­sioni e in par­ti­co­lare l’esclusione che col­pi­sce gli abi­tantti delle peri­fe­rie urbane. È d’accordo?
In effetti, come ha spie­gato Todd, quella che va per la mag­giore è in realtà un’affermazione falsa. Dopo la strage, è il ceto medio a essere sceso in piazza e a essersi pre­sen­tato come por­ta­voce dell’intera nazione. Ma in quelle mani­fe­sta­zioni i gio­vani delle ban­lieue, come il resto dei ceti popo­lari, erano scar­sa­mente rap­pre­sen­tati. Nello spe­ci­fico, i poveri sono rima­sti ai mar­gini della mobi­li­ta­zione esat­ta­mente per­ché sono esclusi dalla società e dalla poli­tica. Inol­tre, un po’ meno della metà dei gio­vani di peri­fe­ria è cre­sciuta in fami­glie musul­mane, anche se non fre­quenta le moschee o segue i pre­cetti — le ricer­che più recenti indi­cano che solo il 20% di loro si defi­ni­sce «pra­ti­cante». Par­te­ci­pare a ini­zia­tive che, in molti casi, pote­vano appa­rire come cri­ti­che verso l’Islam rap­pre­sen­tava qual­cosa di molto com­plesso. Piut­to­sto, la tra­ge­dia di gen­naio ha avuto una con­se­guenza diretta sulla per­ce­zione che si ha di que­sti gio­vani: dal «mostro delle ban­lieue» si è pas­sati al «mostro musulmano».
Lei descrive l’insieme delle reto­ri­che pre­giu­di­ziali attive in que­sto con­te­sto come una «balia­no­pho­bie» ali­men­tata dai media, da com­men­ta­tori come Eric Zem­mour o da intel­let­tuali come Alain Fin­kiel­kraut che con­du­cono una cam­pa­gna sulla pre­sunta «deca­denza» della Fran­cia.
Con il ter­mine di balia­no­pho­bie ho voluto descri­vere il mix di paura e odio verso i gio­vani delle ban­lieue che sem­bra carat­te­riz­zare la nostra classe media, il nostro sistema infor­ma­tivo, il nostro cinema ma anche le élite del paese. Si tratta di sosti­tuire siste­ma­ti­ca­mente la realtà con dei cli­ché che incu­tono timore e inquie­tu­dine.
Penso a film di suc­cesso come Intou­cha­bles, dove Omar Sy inter­preta il ruolo di un ragazzo di peri­fe­ria che diventa un gang­ster o alle parole di Fin­kiel­kraut che già all’epoca della rivolta del 2005 evo­cava la «pista jiha­di­sta» die­tro alle pro­te­ste; pro­prio lui che nel ’68 stava dalla parte di chi tirava i sassi con­tro i poli­ziotti. Il pro­blema è che le idee degli intel­let­tuali rea­zio­nari sem­brano essere dive­nute ege­mo­ni­che nella Fran­cia odierna.
Si tratta del com­pi­mento di un per­corso ini­ziato all’indomani dell’11 set­tem­bre e che si è fatto via via più aggres­sivo. La messa in discus­sione della gran­deur del paese a causa della crisi eco­no­mica e di diversi fat­tori geo­po­li­tici e l’impasse del modello repub­bli­cano, pro­du­cono un ter­reno favo­re­vole a discorsi basati sul sospetto e sulla ricerca di un capro espia­to­rio e i gio­vani di ban­lieue sem­brano fatti appo­sta per incar­nare que­sta minac­cia, sono l’«altro» per antonomasia.

ALIAS

da il manifesto
ALIAS
31 ottobre 2015


ALIAS 
Paolo Gioli, pellicola con quaranta e senza macchina da presa 


 
Paolo Gioli "Abuses"
Il Suo E un cinema Più che fisico o materico, chimico, biologico, organico. Filmare Non E per lui venire respirare, MA e Direttamente respirare
- Bruno Di Marino 


ALIAS 
Cretesi Leggende quota annuncio alta 


Ottocento monasteri, cinquecento gole di montagna, necropoli tardo minoiche e palazzi veneziani. L'isola bagnata dal mar Egeo e da Quello Libico ha Uno scenario drammatico, Che nulla concedere alla visione da «cartolina»
- Arianna Di Genova 


ALIAS 
Zooschool, un horror sociale 

Intervista ad Andrea Tomaselli, cineasta docente Che racconta il Suo vissuto frustrante nel Suo esordio con un budget basso l'inferno di un Istituto Professionale
- Maria Grosso 

venerdì 30 ottobre 2015

Delle erbe e della magia Cure e rimedi nel sapere popolare a cura di Paolo Nardini

In occasione di Gustatus 2015, La Libreria Bastogi,
in collaborazione con la Pro Loco di Orbetello,
organizzano la presentazione del libro

Delle erbe e della magia

Cure e rimedi nel sapere popolare

a cura di Paolo Nardini · Scheda del libro →
Domenica 1 novembre 2015, ore 11.30
Presso la postazione di Radioattiva
Piazza Eroe dei Due Mondi (ex Piazza Garibaldi), Orbetello GR
Intervengono:
Giorgio Zotti, Maurilio Boni, Paolo Nardini
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cpadver@mac.com

mercoledì 28 ottobre 2015

Tu es Petra di Chiara Benedetta Rita Varisco

Verrà presentato il libro

Tu es Petra

di Chiara Benedetta Rita Varisco · Scheda del libro →
Sabato 31 ottobre 2015, ore 17.00
Biblioteca Comunale - Conservatorio San Carlo Borromeo
Piazza di San Carlo 12, Pienza SI
Saluti: Avv. Giampietro ColombiniAssessore alla Cultura

Moderatore: Prof. Rino MassaiPresidente del Circolo Letterario “Stefano Tuscano”

Interverranno:
Prof. Alessandro Meluzzi
Dr.ssa Chiara Benedetta Rita VariscoAutrice

Conclusioni:
Prof. Alessio VariscoPreside dell’Accademia “Domus Templi”
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martedì 27 ottobre 2015

Ernesto Nathan e l’attualità di un ideale, tra cultura, politica e (libero) pensiero


Questo il titolo della conferenza di presentazione organizzata dall’Istituto Ernesto Nathan (IEN), con sede a Roma e Cassino, che avrà luogo venerdì 30 ottobre p.v. alle ore 18 nella Città Martire, presso la Sala Restagno, nel Municipio di Piazza De Gasperi. Dopo i saluti del Presidente dello IEN, Prof. Alessandro Minci, sarà il Direttore Scientifico dell’Istituto, Prof. Giovanni Curtis a introdurre e a fungere da moderatore. Si accennerà alla figura storica di Nathan e del perché si sia scelto d’intitolare ad egli l’Associazione. Lo IEN ha come scopo quello di farsi promotore d’attività culturali volte a rileggere i fatti economici, sociali e culturali del presente da una prospettiva peculiare, quella di una via “terza” rispetto alle culture dominanti il presente e il recente passato italiano. Dunque l’idea non è quella di fare di Nathan un “monumento”, una figura statica da rievocare guardando unicamente al passato, ma di servirsi del suo insegnamento per interpretare il presente.
Ai relatori l’Avv. Riccardo Scarpa, Vice Presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo e al Dott. Massimo Scioscioli, già Tesoriere della Camera dei Deputati e ora saggista e Presidente della sezione romana dell’Associazione Mazziniana Italiana, il compito di rievocare la figura di Ernesto Nathan e l’ambito storico da cui nasce il suo impegno socio-politico, di sindaco di Roma e di Gran Maestro del GOI. I suoi ideali di modernità laica derivano dall’insegnamento del repubblicanesimo che affonda le sue radici nel Risorgimento italiano, ideali che, come si vedrà nel corso dell’incontro, hanno una forte valenza anche nella contemporaneità.
Porteranno inoltre i propri saluti e quelli dell’istituzione che rappresentano, il giornalista Dott. Erasmo Di Vito, Vice Presidente del Circolo della Stampa di Frosinone e il Prof. Franco Tamassia, Direttore Istituto Internazionale di Studi Giuseppe Garibaldi, già docente dell’ateneo Cassinate.
Ernesto Nathan, di famiglia ebrea, politico, massone, rappresenta nel panorama culturale italiano del ‘900 una figura di notevole pregio intellettuale, dirittura morale e coerenza ideologica. L’adesione a idee di stampo repubblicano e socialista e la profonda amicizia con Giuseppe Mazzini, che muore tra l’altro in casa Nathan, lo portano a farsi promotore di una politica civile, fatta di iniziative a sostegno della classe operaia, di cui difende il diritto allo sciopero, contro l’analfabetismo e per la tutela del lavoro minorile e femminile. La sua voce si alza ogniqualvolta si prefigurino posizioni o scelte oscurantiste.
La militanza politica a fianco del blocco formato da radicali, socialisti e repubblicani lo porta  all’elezione a sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Il suo mandato è all’insegna della lotta contro la speculazione edilizia, già in atto all’indomani del trasferimento della capitale a Roma, anche attraverso l’emanazione del piano regolatore cittadino. La sua attenzione è decisamente rivolta al sociale, per cui propone progetti indirizzati all’istruzione dell’infanzia, in un momento in cui il sistema scolastico e l’educazione erano appannaggio di strutture private. Apre circa 150 asili comunali per l'infanzia e fonda la scuola elementare Mazzini, oltre che altri istituti scolastici. Tra le molte altre cose da lui realizzate, ricordiamo inoltre l’istituzione delle municipalizzate Atac e Acea.
Da molti considerato il miglior sindaco mai avuto da Roma, una nota di colore rammenta, al contempo, come la sua attenzione al bilancio comunale e al contenimento della spesa pubblica lo porti a esser ricordato anche per il motto ora d’uso comune “non c’è trippa per gatti”, alludendo alla necessità di tagliare sulle spese pubbliche, anche su quelle destinate all’alimentazione dei felini.
Nel 1914 è tra gli interventisti, convinto della necessità di completare il processo di unificazione dell’Italia e, per questo motivo e in ragione della sua coerenza, si arruola, pur in tarda età, per la Prima guerra mondiale.

Dopo una prima fase di gran maestranza a partire dal 1895, tornerà a ricoprire il massimo scranno  del GOI tra il 1917 e il ’19. Dopo quella data si dedicherà alla cura dell'Edizione nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini, fino alla morte, avvenuta nel 1921. Sulla sua tomba, al Verano, si legge: «muoio come ho vissuto, nella fede di Giuseppe Mazzini, serenamente soddisfatto se, attraverso la vita, fino agli ultimi giorni, ho potuto darne testimonianza».

venerdì 23 ottobre 2015

''La quercia e la rosa'' di Ludovica de Nava, presentazione alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

per ingrandire clicca sull' immagine

Una storia vera, di un amore giovanile fra il premio Nobel per la letteratura  Grazia Deledda Giovanni de Nava (poeta e giornalista calabrese), raccontata nel romanzo di Ludovica de Nava, “La quercia e la rosa”, ediz. “Il Maestrale, Nuoro 2015, con la partecipazione dell' autrice, sarà presentato a Roma, il  prossimo 28 ottobre  , alle 17:00, nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Viale Castro Pretorio 105.
Intervengono Rossana Dedola, scrittrice, già  ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente all' International School of Analytical Psycology di Zurigo e Francesca Bernardini, docente di Letteratura italiana per l' infanzia e Letteratura italiana moderna e contemporanea dell' Università La Sapienza di Roma. Le letture sono dell' attore e drammaturgo Giovanni de Nava, nipote di Giovanni e fratello dell' autrice. 
Si può dire che in questo romanzo “ ogni riferimento a persone realmente esistite NON è meramente casuale”. Si tratta di una storia vera, di un amore giovanile fra Grazia Deledda e Giovanni de Nava ( poeta e giornalista calabrese, nonno dell’autrice) sul finire dell’Ottocento ( 1894-1898), in una cornice storica ( un terremoto devastante in Calabria,  i Fasci Siciliani e la repressione del governo Crispi, la nascita del Partito Socialista in Italia). I due giovani si amano da lontano, ma infine si incontreranno….


Il romanzo nasce dalle lettere autografe della scrittrice sarda ventiduenne, rimaste chiuse nell’Archivio della Famiglia De Nava per più di cento anni, e si snoda fra le lettere che i giovani si scambiano  e il racconto del vissuto, ricostruito, dei protagonisti, e dei personaggi ( per lo più esistiti, con eccezione di alcune invenzioni narrative, condotte con rispetto della verisimiglianza) che ruotano intorno a loro. Per fare questo,  l’autrice ha operato un vero e proprio lavoro di ricostruzione delle lettere -perdute- di Giovanni, riscrivendole nello stile di allora, e, partendo dalle poche notizie fornite da lui nei suoi appunti e dalle domande e risposte contenute nelle lettere – autentiche- di Grazia Deledda, ha compiuto il “restauro” ( o doppiaggio?), offrendo al lettore, così, una storia a due voci, e scovando sulle riviste del tempo le poesie che Grazia dedicò a Giovanni . Finora non si sapeva a chi erano dedicate. Così come l’autobiografia deleddiana ( Cosima, quasi Grazia, unica biografia esistente), per la volontà di nascondere questa storia, presenta un vuoto  di  una decina di anni, proponendosi come se Grazia fosse più giovane. E’ anche chiarito, così, il mistero della mancata menzione, in Cosima, dell’amico più fidato di Grazia: Angelo De Gubernatis,che ebbe un ruolo nella vicenda raccontata in questo romanzo corredato da note in appendice, che volendo, può anche essere letto come un saggio, utile a chi vorrà riscrivere la biografia deleddiana.
Ludovica de Nava davanti a un murale di Nuoro raffigurante Grazia Deledda
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martedì 20 ottobre 2015

Marà e tutti gli altri di Luca Vivarelli

Verrà presentato il libro

Marà e tutti gli altri

di Luca Vivarelli · Scheda del libro →
Venerdì 23 ottobre 2015, ore 18.00
Libreria Les Bouquinistes, Via dei Cancellieri 5, Pistoia
Con l'autore interverrà l'autrice Laura Vignali
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