La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

Il calcio dell' Asino
Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

martedì 6 maggio 2014

Elogio della democrazia economica

Elogio della democrazia economica


Senza democrazia nell'economia non esiste vera democrazia. E senza la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori l’Europa non uscirà dalla sua grave crisi economica e politica. Pubblichiamo un estratto dal “Manifesto per la Democrazia Economica” di Enrico Grazzini, in questi giorni in libreria per Castelvecchi Editore. 

di Enrico Grazzini


Questo saggio è focalizzato sulla democrazia economica. La nostra tesi è che senza democrazia nell'economia non esiste una vera democrazia; e che l'economia è più efficiente, innovativa e sostenibile se include elementi di democrazia.

Democrazia economica può però avere molti e diversi significati. Del resto tutte le parole possono avere connotazioni differenti e sono per natura ambigue. Per prima cosa occorre quindi tentare di specificarne il senso e contestualizzarle. Per noi democrazia economica significa che, come accade da sessanta anni in Germania con la Mitbestimmung (codecisione), i lavoratori possono eleggere i loro rappresentanti nel board delle maggiori imprese private e pubbliche e influire sulle scelte strategiche e sulla gestione aziendale. Democrazia economica significa anche che i beni comuni dovrebbero essere gestiti autonomamente dalle comunità interessate, a tutti i livelli, locale, nazionale, globale; e che i cittadini dovrebbero potere controllare e cogestire con i loro rappresentanti i servizi pubblici di cui sono utenti e di cui, come contribuenti, sono anche «proprietari». Il bilancio partecipato dovrebbe diventare la norma per indirizzare le politiche di spesa a favore dei cittadini e per fare funzionare bene le istituzioni pubbliche.

Il concetto di democrazia economica – concepito inizialmente dal socialismo utopistico e dal marxismo in termini radicali, e poi sviluppato soprattutto dalla socialdemocrazia europea in termini riformistici – è nel tempo diventato molto ambiguo e va approfondito: per noi la democrazia economica non può diventare una nuova forma per mascherare e addolcire la subordinazione del lavoro all’impresa e al capitale. Non può esaurirsi solo in formule di collaborazione a livello puramente operativo tra lavoratori, quadri e manager, per esempio, per aumentare la produttività, garantire maggiori livelli di flessibilità e di sicurezza sul lavoro; né può limitarsi alla pura partecipazione finanziaria dei lavoratori al capitale e/o all’utile dell’impresa, senza che questi abbiano alcun potere decisionale e una rappresentanza effettiva e incisiva nel board delle imprese.

Democrazia economica significa invece che tutti i lavoratori – iscritti o non iscritti ai sindacati – devono potere eleggere democraticamente i loro rappresentanti nel board delle aziende e che i rappresentanti del lavoro devono avere (almeno tendenzialmente) un potere pari a quello dei consiglieri nominati dagli azionisti, ed essere in grado di influire realmente sulle strategie e la vita dell’azienda. Questo modello non è certamente utopistico perché funziona già, seppure in diverse versioni, in alcune delle maggiori democrazie del mondo occidentale, in Germania, abbiamo detto, come nei Paesi scandinavi e del Centro Europa. Ma è quasi del tutto ignorato dalle due correnti ufficiali e prevalenti dell’economia politica, sia dal neoliberismo che dalle tendenze neokeynesiane. La questione della democrazia economica è, come tutte le questioni scottanti che riguardano il potere, molto scomoda per le correnti culturali e politiche dominanti, a Destra come a Sinistra. Quindi il tema controverso della democrazia economica è sostanzialmente espulso dal dibattito critico.

Eppure, come indicano le analisi dello European Trade Union Institute (Etui), il centro studi europeo dei sindacati, nell’Unione europea già 14 Paesi su 28, soprattutto nell’area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme avanzate di partecipazione codecisionale dei lavoratori nei board delle aziende pubbliche e private: e questi Paesi sono anche quelli in cui – senza eccezione di sorta! – si registra la maggior occupazione, maggiore reddito per i lavoratori, maggiore competitività delle aziende, maggiore innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale .
Germania e Paesi scandinavi stanno uscendo prima e meglio degli altri dalla crisi e dimostrano senza tema di smentita che, contrariamente a quanto reclamano i neoliberisti, la democrazia industriale non pregiudica la competitività aziendale.

La questione della democrazia economica è complessa e controversa ma è attualmente pressoché ignorata dagli studiosi, dai mass media e dai decisori politici, oscurata nel dibattito pubblico anche se è di enorme importanza. Fino a quando si è imposto il comunismo di stile sovietico il problema della democrazia economica è stato centrale nella lotta politica e sociale del ventesimo secolo; poi, con la sconfitta degli Stati dittatoriali comunisti e con la parallela crisi della socialdemocrazia, il dibattito è stato quasi completamente rimosso. Negli ultimi decenni il liberismo (dispotico e prepotente) è diventato assolutamente dominante e la democrazia economica è diventata il vero buco nero del dibattito pubblico. L’economia sembra destinata a rimanere senza democrazia.

Del resto il capitalismo non ha mai tollerato limiti al suo potere, soprattutto nel campo economico, da cui il suo potere deriva. Il paradosso però è che anche la Sinistra e i progressisti – salvo rare eccezioni – non discutono più di democrazia nell’economia e di democrazia del lavoro; sembra che sia venuta meno l’ambizione di dare più potere ai cittadini e ai lavoratori nella sfera fondamentale dell’economia. In generale, sembra che la cultura progressista abbia abbandonato gli ideali alti e nobili di estendere e approfondire il «potere del popolo». Pressata dall’emergenza quotidiana della crisi che stiamo vivendo, stenta a elaborare visioni alternative. Eppure oggi proprio la drammatica crisi economica e la conseguente grave crisi politica dovrebbero rimettere al centro dell’agenda collettiva la questione della democrazia nell’economia: questa potrebbe infatti rappresentare il possibile antidoto per risolvere i dissesti economici e i drammatici deficit della politica.

Perché la questione della democrazia economica dovrebbe diventare sempre più attuale, soprattutto in Europa? La risposta è netta: perché senza la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori è impossibile che l’Europa riesca a uscire dalla grave crisi economica, ecologica e della democrazia.

L’Europa potrebbe rappresentare un’avanguardia per la democrazia nell’economia. La Germania fornisce di gran lunga il maggiore esempio a livello mondiale di democrazia economica grazie alla Mitbestimmung (che in italiano si traduce «codeterminazione»). La Mitbestimmung consiste nella partecipazione dei lavoratori ai consigli di sorveglianza delle maggiori aziende e nell’intervento dei consigli sindacali nella gestione dell’organizzazione del lavoro. Certamente laMitbestimmung, dopo oltre sessanta anni dalla sua introduzione, non solo non ha impedito alle aziende tedesche di crescere ma, al contrario, è stata ed è tuttora il fattore di successo che le ha rese competitive nel mondo.

Eppure l’Europa che si sta costruendo va in direzione esattamente contraria rispetto a quella indicata in maniera esemplare dal modello tedesco. L’Unione europea persegue piuttosto il modello (fallimentare) di corporate governance anglosassone. Mentre i politici europei sbandierano le sacre parole di libertà e democrazia, la politica della Ue va in senso opposto rispetto alla retorica sulle libertà democratiche, perché contrasta la possibilità di partecipazione nella sfera più importante dell’attività umana: quella economica e del lavoro!

Una politica riformista dovrebbe al contrario sollecitare gli europei a seguire l’esempio tedesco, non solo per democratizzare le imprese e sviluppare un modello di economia socialmente e ambientalmente sostenibile, ma anche per rendere le aziende più innovative e concorrenziali. La democrazia economica costituisce infatti un fattore essenziale di competitività nell’economia della conoscenza perché alimenta l’intelligenza collettiva; e questa si sviluppa solo grazie a scambi orizzontali e alla pari in un ambiente tollerante e libero (come quello della rete Internet). Per uscire dalla crisi la Ue ha invece puntato su ricette recessive e di austerità da imporre in maniera autoritaria. Ma solo con la democrazia partecipata si sblocca l’economia nel senso dell’innovazione e della sostenibilità.

La crisi è partita dalla finanza. La causa dei disastri economici è nella finanza selvaggia, la quale è stata completamente deregolamentata, negli Usa come in Europa e in Italia, da un mondo politico complice o succube della speculazione. Gli Stati si sono svenati per salvare le banche che giocano sulle scommesse finanziarie, e i bilanci pubblici sono finiti in deficit pesantissimi: i soldi dei contribuenti sono stati spesi per coprire i buchi della finanza speculativa.

In Europa la famigerata Troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea), invece di contrastare la speculazione, propugna i dogmi disastrosi del neoliberismo e impone bilanci pubblici in pareggio: la crisi colpisce quindi in primo luogo duramente i servizi pubblici per i cittadini. I tagli vengono decisi dall’alto e colpiscono i servizi essenziali, come la sanità e l’istruzione, e i diritti acquisiti da decenni. Le restrizioni alla spesa pubblica e ai diritti sociali impongono anche forti restrizioni alla democrazia.

La soluzione democratica alla crisi del bilancio pubblico però esiste, e si chiama bilancio partecipato. In Svizzera e in California, due tra gli Stati più sviluppati del mondo, i cittadini votano leggi propositive e referendum per partecipare a livello nazionale alla gestione dei «loro» beni, cioè i beni pubblici.

Inoltre, anche a livello locale, a partire dall’esperienza di Porto Alegre in Brasile, in centinaia di città la partecipazione dei cittadini nella gestione del bilancio comunale – e in particolare dei cittadini più svantaggiati, che generalmente non hanno voce presso le autorità e sono negletti dalle autorità – ha portato a dei risultati di maggiore efficienza della spesa pubblica, di maggiore equità e soddisfazione. I cittadini pagano più volentieri le tasse quando possono decidere le priorità di bilancio e verificare dove e come effettivamente vengono spesi i loro soldi.

In Italia il referendum sull’acqua come bene comune, come risorsa delle comunità, ha rilanciato le tematiche del controllo e della gestione dal basso dei beni pubblici. La politica, in Italia come in Europa, si muove però ancora una volta in direzione esattamente opposta: quella della privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni. Ma sono stati proprio il desiderio smodato di accumulazione privata e l’ingordigia finanziaria a provocare la drammatica crisi economica e ad aggravare la crisi della democrazia.

La crisi finanziaria globale attuale ha radici nell’economia reale e nel fatto che le aziende hanno come solo obiettivo quello di «creare valore per gli azionisti» senza preoccuparsi di chi in azienda lavora e produce, e quindi di chi crea davvero il valore per l’impresa. La corporate governance autoritaria e orientata alla massimizzazione del valore finanziario dell’impresa è responsabile non solo della crisi economica ma anche di quella ecologica e della democrazia. Crisi economica, ecologica e democratica sono strettamente connesse e rappresentano gli aspetti eclatanti della crisi epocale di un capitalismo che, come un novello apprendista stregone, non sembra più capace di controllare e governare le immense forze produttive che ha sviluppato e sviluppa.

In questo saggio proponiamo il modello di Mitbestimmung come esemplare perché prevede un vero potere decisionale esercitato dai rappresentanti dei lavoratori democraticamente eletti negli organi direttivi aziendali, senza che questi però siano necessariamente vincolati a una partecipazione finanziaria nell’azienda. Il modello tedesco può diventare un riferimento positivo per la Sinistra europea e italiana perché il modello di sindacato concertativo si è dimostrato fallimentare. Ma anche il modello di sindacato puramente conflittuale, tipo Fiom o Cobas in Italia, è purtroppo perdente. La lotta sindacale all’interno dei confini nazionali difficilmente può avere un esito positivo in una fase in cui il capitale si sposta come e dove vuole.

Per avere qualche possibilità di successo (non sicura e non certa) occorre avere anche delle sponde politiche e delle istituzioni partecipative e codecisionali sul modello della Mitbestimmung. In Italia, le esperienze negative di Fiat, Telecom e Ilva suggeriscono che se i lavoratori (e lo Stato) fossero rappresentati nei board delle grandi imprese – come avviene per esempio alla Volkswagen o alla Siemens in Germania – potrebbero assai più facilmente difendere il loro lavoro e le attività produttive. La Mitbestimmung può inoltre contrastare la finanziarizzazione delle aziende e la svendita delle principali aziende nazionali al capitale estero. Senza lo sviluppo di forme di democrazia industriale nelle grandi imprese la sconfitta del lavoro è comunque sostanzialmente certa.

Ma la democrazia economica deve partire innanzitutto dal settore pubblico. In Italia, ad esempio, il più grave errore dei sindaci di Sinistra eletti nell’ultima tornata elettorale a furor di popolo, è quello di non avere chiamato i cittadini a partecipare direttamente alla gestione del bilancio pubblico delle città in crisi. Il distacco tra le istituzioni locali e i cittadini si sta infatti ampliando e provoca fenomeni di delusione, di apatia, se non di rigetto.

Anche il referendum sull’acqua come bene comune avrebbe avuto conseguenze concrete, incisive e durature se i promotori avessero preteso forme istituzionalizzate di cogestione dell’acqua pubblica da parte dei lavoratori e dei cittadini negli enti pubblici. I movimenti per i beni comuni sono riusciti a frenare la privatizzazione di un bene essenziale come l’acqua: ma in effetti subito dopo il referendum il loro potere è praticamente svanito e i processi di privatizzazione continuano in maniera più o meno esplicita. Il problema è che la Sinistra non ha ancora compreso che la questione politica di istituzionalizzare per via legislativa forme di democrazia economica dal basso è centrale per uscire democraticamente dalla crisi.

Sembra che anche la Sinistra abbia timore di dare voce e potere ai cittadini e ai lavoratori. Ma, senza democrazia economica, la democrazia politica, impiccata dal debito e soffocata dalla finanza globale, si svuota della partecipazione popolare, agonizza e rischia infine di cadere nel precipizio dell’autoritarismo, o anche della dittatura. Diventa allora necessario introdurre la democrazia anche nella sfera economica per esaltare la libertà, l’intelligenza e la creatività delle persone e della società e per uscire finalmente dalla profonda crisi economica in cui ci ha gettato la finanza speculativa.
 fonte MicroMega

lunedì 5 maggio 2014

MicroMega 3/2014 - Il sommario del nuovo numero in edicola da giovedì 8 maggio

MicroMega 3/2014 - Il sommario del nuovo numero in edicola da giovedì 8 maggio


Alla vigilia delle elezioni del 25 maggio, MicroMega dedica all’Europa un numero che sarà in edicola, libreria e su iPad a partire dal prossimo 8 maggio. Presente anche un focus sul caso Ilva di Taranto con una dettagliata disamina sulle responsabilità politiche del governatore pugliese Nichi Vendola.

In apertura due saggi, in contrapposizione tra loro, firmati dal direttore Paolo Flores d’Arcais e dal filosofo tedescoJürgen Habermas: due diversi approcci alla crisi di legittimità democratica che affligge l’Unione europea.

Nel numero si analizza la crisi europea da un punto di vista economico, politico, ideale e di identità. Dal sogno dei Stati uniti d’Europa e patria delle libertà, della giustizia e dell’eguaglianza si è passati allo strapotere della finanza e dei banchieri. Per Luciano Gallino il peccato originale è addirittura nei trattati fondativi: una Ue concepita fin dall’inizio come un mezzo di distruzione dello Stato sociale. Ma l’orizzonte di un’Europa unita è inevitabile: il nazionalismo – spiega il saggio di Ulrich Beck – è non solo politicamente non auspicabile, ma anche sociologicamente miope. Così come miope è la tentazione di prendere a modello l’esempio tedesco: un mito decisamente da sfatare come chiarisce il contributo di Vladimiro Giacché.

Secondo lo scrittore greco Petros Markaris siamo di fronte ad un’Europa smarrita in cui, come ci racconta Guido Caldiron, i movimenti euroscettici sono agguerriti e in ascesa. Mentre Christian Elia scrive un reportage sulla rabbia della società civile che cova nell’Europa dell’Est. Per rispondere a tutto questoPhilippe Van Parijs auspica qualche aggiustamento istituzionale, magari ispirato al modello svizzero.

Poi il corposo blocco su Taranto. Sandra Amurri e Gianluca Covielloricostruiscono la storia di un delitto: l’Ilva sta uccidendo la città e i suoi cittadini la stanno facendo risorgere. Due medici, Barbara Amurri e Annamaria Moschetti, narrano il paradosso pugliese: i padri che, mentre lottano ogni giorno contro un tumore provocato dall’inquinamento dell’Ilva, pregano perché i figli trovino lavoro presso l’acciaieria.

Francesco Casula e Marco Travaglio descrivono con un ricco saggio la parabola discendente di Vendola (“Dalla rivoluzione al cachinno d’establishment”) e Giuseppe Antonelli analizza la sua prosa: le acrobazie verbali del presidente della Puglia ricorderebbero, più che i grandi pensatori del Novecento, le canzoni di Carmen Consoli.

Nel numero, infine, un inedito di Václav Havel, uno dei leader della ‘rivoluzione di velluto’, e un’intervista al leader dei Verdi tedeschi e protagonista del Sessantotto Daniel Cohn-Bendit, il quale ha recentemente deciso di lasciare la politica per tornare a vita privata.

IL SOMMARIO

LA LINEA GENERALEPaolo Flores d’Arcais – Un’altra democrazia per un’altra EuropaCianciare di riforme istituzionali per l’Europa senza mettere in discussione il modello liberal-democratico dei paesi europei è del tutto inutile. O la costruzione dell’Unione politica europea diventa occasione per un autentico progetto di sovranità popolare che ribalti i dogmi liberisti oggi dominanti, e distrugga il monopolio dei politici di mestiere sulla cosa pubblica, oppure il ‘sogno europeo’ è destinato a infrangersi.

Jürgen Habermas – Per una democrazia transnazionale
La sfiducia che i cittadini europei nutrono oggi nei confronti dell’Unione europea “non rimanda tanto a un rigetto xenofobo verso le nazioni altre, quanto piuttosto (in senso positivo) a un attaccamento verso le conquiste normative del proprio Stato nazionale”. Quello che manca all’Europa non è tanto, quindi, un ‘popolo’, quanto la fiducia che l’esser parte della comunità europea costituisca un passo in avanti, e non indietro, nella faticosa conquista di sempre maggiore giustizia e libertà.

IL SASSO NELLO STAGNOHans Magnus Enzensberger – Quaranta domande senza pretese
A cosa si è ridotto l’antico ‘sogno europeo’? A una serie di sigle che ci governano senza essere state elette, a un cinismo che riduce tutto ai ‘conti in ordine’, a un coacervo di istituzioni che prendono decisioni sopra le nostre teste. Che l’Europa non scaldi i cuori è ormai lampante, ma oggi rischia di diventare un’idea completamente estranea ai suoi cittadini. In questo amaro ‘quiz’, il grande poeta tedesco si (e ci) interroga sul senso di un sogno ormai sbiadito.

ICEBERG 1 – agorà Europa
Luciano Gallino – Più democrazia vuol dire più welfare
La distruzione dello Stato sociale sembra essere l’obiettivo primo e perfettamente intenzionale delle politiche dell’Unione europea. Ma senza ritrovare la strada verso una democrazia economica – basata su un sempre più efficiente e ampio Stato sociale, sulla partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa e sul potenziamento dei contratti collettivi – l’Unione perde la sua anima e il suo senso e mette a repentaglio la democrazia. Spalancando le porte a nuovi totalitarismi.

Ulrich Beck – L’Europa come repubblica cosmopoliticaLa prospettiva nazionale tanto cara agli euroscettici, di destra e di sinistra, prima di essere politicamente non auspicabile, è sociologicamente priva di senso. Il ‘nazionalismo metodologico’ – ossia l’utilizzare lo Stato-nazione come elemento base dell’analisi politica e sociologica – impedisce di comprendere realtà che sono di fatto già transnazionali e cosmopolitiche. Una volta sgombrato il campo dall’ottusità del nazionalismo (politico e metodologico), si potrà lavorare per un’Europa cosmopolitica che, pur non eliminando gli Stati, ne ridimensioni ruolo e significato. E che, soprattutto, abbia al centro gli individui.

Vladimiro Giacché – Modello tedesco: un mito da sfatare
Ci sono cose che ripetute continuamente finiscono col sembrare vere e autoevidenti. E invece sono false. È il caso del mantra secondo cui la crisi in cui versano i paesi del Sud Europa è colpa loro, ‘cicale’ spendaccione che non hanno saputo tenere in ordine i conti, come invece hanno fatto le ‘formiche’ tedesche. E, di conseguenza, la ricetta per uscire dalla crisi è la magica austerità. Niente di più falso: falso che i bilanci della Germania pre-crisi siano stati sempre virtuosi e quelli dei paesi del Sud Europa immancabilmente disastrati, falso che la ricetta mercantilista tedesca possa valere per tutti e falso che l’austerità sia la panacea di tutti i mali.

Petros Markaris – Europa senz’anima
Quando si parla di Europa non si fa che parlare di economia. E la politica? Che fine ha fatto l’orizzonte politico di un’Europa unita, che aveva costituito l’ideale di intere generazioni dopo la seconda guerra mondiale? Oggi si sta in Europa perché è ‘il male minore’. Ma questo rincorrere il meno peggio non ci porterà lontano, se non ritroviamo – e in questo la responsabilità degli intellettuali è enorme – una tensione ideale verso il ‘sogno europeo’.

Christian Elia – La rabbia dell’Est
Per molte generazioni, in molti paesi l’Europa è stato un sogno, modello di democrazia, di libertà, di sicurezza sociale. Un sogno che nei paesi fondatori ha iniziato a sfaldarsi già molto tempo fa, ma che per un po’ ha resistito a Est, in quei paesi che nell’Ue ci sono da poco, in quelli che ci saranno e in quelli che avrebbero voluto esserci. Ma anche qui il sogno europeo si è presto trasformato in incubo. Un viaggio nei movimenti della società civile nell’Europa dell’Est.

Guido Caldiron – Chi sono e cosa vogliono gli euroscettici
Alle prossime elezioni europee di fine maggio – complice un diffuso e spesso fondato sentimento di sfiducia e ostilità nei confronti dell’Europa – le formazioni che fanno dell’euroscetticismo la loro bandiera rischiano davvero di fare il boom. Si tratta di movimenti tendenzialmente di estrema destra, xenofobi e nazionalisti, come quello di Marine Le Pen in Francia, di Geert Wilders in Olanda o la Lega di Bossi-Maroni-Salvini in Italia. Un mappa ragionata dei No Euro.

Philippe Van Parijs – Proposte per una democrazia europea
Posto che la democrazia è un sistema che massimizza i vantaggi, minimizzando gli svantaggi, è oggi necessario che l’Unione europea compia il salto verso un regime pienamente democratico. Ma quale modello di democrazia può funzionare in un contesto estremamente frammentato come quello europeo? L’istituzione di una circoscrizione elettorale paneuropea e l’esempio svizzero possono dare qualche utile spunto.

INEDITOVáclav Havel – La pazienza e l’imprevisto“Nessuno sa in quale momento una qualche casuale palla di neve possa mettere in movimento un’intera valanga”. Come è accaduto al movimento dei dissidenti nell’Europa dell’Est, che non si aspettavano minimamente di riuscire a rovesciare un regime come quello sovietico, e di andare addirittura al potere. Uno dei leader della ‘rivoluzione di velluto’ – in questo testo inedito in italiano – racconta come gli imprevisti della storia lo portarono alla presidenza della Cecoslovacchia e si interroga sul futuro dell’Europa.

ICEBERG 2 – Taranto e Vendola
Sandra Amurri / Gianluca Coviello – Storia di un delitto. Come l’Ilva sta uccidendo Taranto e come i suoi cittadini la stanno facendo risorgere
Tutto cominciò con la privatizzazione dell’Italsider, fatta senza porre nessuna condizione. Così la famiglia Riva – che rilevò per pochi soldi l’azienda di stato – divenne signora e padrona di Taranto, e del destino dei suoi abitanti, producendo acciaio senza le minime misure precauzionali contro l’inquinamento. Oggi, grazie alla magistratura – e ai cittadini – qualcosa si muove. Nonostante la politica: tutta.

Barbara Amurri / Annamaria Moschetti – Medici in prima linea
A Taranto ci sono padri che, mentre lottano ogni giorno contro un tumore provocato dall’inquinamento dell’Ilva, ancora pregano perché i figli trovino lavoro presso l’acciaieria. È l’amaro paradosso in cui è stata costretta per anni la città pugliese, presa per fame con il ‘ricatto occupazionale’. Ma la coscienza dei cittadini – anche grazie all’azione della magistratura – si è ormai risvegliata. Due donne – due medici – ci raccontano la loro lotta quotidiana.

Francesco Casula / Marco Travaglio – Nichi Vendola, dalla rivoluzione al cachinno d’establishment
Agli inizi prometteva bene il giovane Nichi, portando avanti importanti battaglie ambientaliste e per la legalità. Ma una volta approdato al potere… La risata complice al telefono con Archinà (dirigente Ilva) rimarrà come marchio d’infamia sul governatore della Puglia – peggiore persino di un’eventuale condanna – perché ne ha svelato la doppiezza: in pubblico radicalmente diverso dal resto della classe di governo, in privato ‘pappa e ciccia’ con un faccendiere senza scrupoli.

Giuseppe Antonelli – Poesia e prosa del vendolese Nichi Vendola è famoso per il linguaggio forbito, lontano dal ‘parla come mangi’ che molti politici ormai sembrano aver preso a loro motto. Ma le acrobazie verbali del presidente della Puglia – oggetto di grande sarcasmo in rete – ricordano, più che i grandi pensatori del Novecento, le canzoni di Carmen Consoli.

NEL CORSO DI UNA VITA
Conversazione con Daniel Cohn-Bendit – Confessioni di un libertario sentimentale
È stato uno dei protagonisti del Sessantotto, poi leader dei Verdi tedeschi, da vent’anni nel parlamento europeo. Innamorato della Francia, dove per molto tempo non ha potuto mettere piede, ha vissuto a lungo in Germania, ma si considera un senza patria. Oggi lascia la politica e spiega: “Rientrerei a una sola condizione: che il presidente della Commissione europea venga eletto direttamente dagli europei. Solo in quel caso ci sarebbe finalmente una vera campagna elettorale sull’Europa”
.

Me so’ comprato er wuoterpruffe nòvo


L'antilinguadi Davide Guadagni


Me so’ comprato er wuoterpruffe nòvo

poncho_impermeabile_niagara_verde[1]


Con grande competenza e infinita pazienza, Annamaria Testa, ha raccolto una serie di termini inglesi, di cui si fa uso corrente nel nostro linguaggio, sono 300 (non sono né giovani né forti, però). Senza volontà polemiche né spocchie puriste si limita a mettere accanto ad ogni termine, pianamente, la traduzione italiana.
Il risultato lo trovate qui e, scorrendo, capirete quanto la lapalissiana semplicità di questo lavoro sia più efficace di qualunque crociata contro l’inquinamento della nostra lingua. Quel che si conclude dopo aver letto premessa e definizioni è che l’italiano è proprio una gran bella lingua.
A suo tempo, affrontammo il tema frequentando un altro crinale (peggiore a ben vedere), ci riferivamo all’infame vezzo di “italianizzare” certi termini stranieri e usarli per mostrare una confidenza con l’idioma d’oltremanica (o d’oltreoceano, chissà) e spiazzare l’interlocutore indigeno mostrando tutto lo snobismo misero e provinciale di cui siamo capaci.
Per il nostro dizionario rubiamo e anticipiamo qui qualche termine, solo per levarci lo sfizio di definirlo nello stile del blog.
All inclusive -Tutto compreso. Non si comprende solo perché lo si usi.
Big – Grande, grosso. Dice la Testa. Non sarà che per caso chi lo dice completi la trinità?
Cash flow – Liquidità. Ci sono solidi motivi per non usarlo.
Dry – Secco. Detto così risulta un po’ seccante.
Escort – Modo per involgarire il mestiere più antico del mondo.
Field – Campo. Quando si dice braccia rubate all’agricoltura.
Gap – Fa la differenza.
Homemade – Fatto in proprio. L’artigianato americano, insomma.
Inteligence – Per definire la mediocre attività degli spioni.
Low cost – Siccome costa poco, per non deprezzarlo è meglio dirlo così.
Markup – Fare la cresta, è decisamente out.
Nomination – Sarebbe candidatura, ma vuoi mettere.
Off-shore – Se si ruba all’estero, è meglio non dirlo in italiano.
Problem solving – Per complicare la risoluzione dei problemi.
Quality – Pronunciato con la o chiusa è proprio di qualità sopraffina.
Rumours – Quando il pettegolezzo diventa caotico.
Selfie – Recente mania che spiega che chi fotografa da sé fotografa per tre.
Ticket – Almeno questo non si oblitera.
Up to date – Aggiornato, che dico: aggiornatissimissimo.
Waterproof – Impermeabile più impermeabile degli altri.
fonte l'Espresso

Baldassarre Peruzzi artista del Rinascimento di Rosalda Bologni

Verrà presentato il libro

Baldassarre Peruzzi artista del Rinascimento

di Rosalda Bologni · Scheda del Libro →

martedì 6 maggio 2014, ore 17:30
Palazzo Piccolomini-Clementini (2º piano) - Logge del Papa, Via Banchi di Sotto 81, Siena
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domenica 4 maggio 2014

Giro d'Italia in 80 librerie, la ciclo staffetta per far amare i libri


Giro d'Italia in 80 librerie, la ciclo staffetta per far amare i libri

Parte da Aosta, incrocia eventi, disegna su due ruote il filo che ci lega alle librerie


Cultura: parte da Aosta il giro d'Italia in 80 librerie

ANSA) - Bisogna essere un po' folli e molto creativi per immaginare una gigantesca pedalata dalle Alpi in giù per amore dei libri. Parte da piazza Chanoux, ad Aosta, e arriva per la prima tappa alla Galleria del libro di Ivrea con il fondatore delle guide Lonely Planet Tony Wheeler  e Michele Marziani (Ediciclo). E poi tappa dopo tappa per duemila chilometri, seguendo una rete di piste e di strade ma soprattutto librerie e biblioteche o eventi letterari, come il Salone del Libro di Torino. Ogni tappa due ciclisti diversi come testimonial, cui si potranno aggiungere tanti altri, scrittori, editori, giornalisti, attori, cantautori, celebrità della cultura, librai e bibliotecari per darsi il cambio in una staffetta senza precedenti.  Con transiti e arrivi in mille diversi scenari. ''Tanti scrittori si daranno il cambio a bordo di quattro biciclette ‘ufficiali’ pedalando per 2000 km per disegnare su due ruote il filo che lega librerie, scuole e biblioteche, luoghi di sogno e di piacere. Con loro - dicono a Letteratura Rinnovabile, da cui è partita l'idea - chiunque voglia condividere un pezzetto di strada, per riscoprire insieme il piacere della lentezza che rivela differenze e affinità''.  Dopo il riscaldamento sulle strade dei Mondiali di ciclismo in Toscana nell’anteprima di settembre, ora si comincia a fare sul serio: dal Salone del Libro di Torino a Roma lungo la Via Francigena e a settembre la Bellinzona-Milano, che diventerà una classica del ciclismo culturale. Poi, nel 2015, Il giro d’Italia in 80 librerie partirà da Palermo alla conquista di Adriatico e Arco Alpino.
Tanti i festival e le associazioni coinvolte: Salone del Libro di Torino, Caterraduno di Senigallia, Festivaletteratura di Mantova, Tocatì di Verona, Festival della Mente di Sarzana, Isola delle Storie a Gavoi, in Sardegna, Una marina di libri a Palermo, Babel a Bellinzona, e molti altri. In collaborazione con Fiab, Associazione Italiana Biblioteche, Associazione Librai Italiani, Associazione Italiana Editori, Società Dante Alighieri, Parchi Letterari d’Italia, Rossignoli, Salone del Libro di Torino. In tutto 100 ciclisti d'eccezione, 28 tappe, 8 incroci con festival culturali, 20 editori, 80 librerie e biblioteche. '' Alla base c'è il desiderio di rimettere in sella il mondo del libro, spiega Marco Zapparoli, uno degli organizzatori, scoprendo quanto è bella la Via Francigena e quanto sono dei luoghi assolutamente imperdibili le librerie". L'obiettivo? "Avvicinare nuove persone, per far capire che 'Libro si può'".
fonte ANSA

sabato 3 maggio 2014

Ma tu, i social network li sai usare? di GIANNI ZANATA





Ma tu, i social network li sai usare?
Io sono uno che i social network sa che cosa sono.
Io sono uno che è andato a scuola.
Io sono uno che è andato a scuola da un maestro di social network. E il maestro mi ha insegnato come si scrivono gli stati su facebook.
Scusate se è poco.
Il maestro mi ha detto Commemora un morto al giorno.
Il maestro mi ha detto Pubblica un video ogni diciotto ore.
Il maestro mi ha detto Scrivi una minchiata ogni sedici ore.
Il maestro mi ha detto Fai gli auguri di Buon Compleanno.
Il maestro mi ha detto Ma stai scherzando?
Il maestro mi ha detto Le scie chimiche.
Il maestro mi ha detto Un selfie, cazzo, un selfie.
Il maestro mi ha detto Taggami, cazzo, taggami.
Il maestro mi ha detto Da domani basta.
Il maestro mi ha detto Da domani.
Il maestro mi ha detto Pubblica un commento politico ogni dodici ore.
Il maestro mi ha detto Meglio non pubblicare un commento politico ogni dodici ore.
Il maestro mi ha detto Perché non pubblichi la foto di una torta al ribes o di un fritto misto?
Il maestro mi ha detto Per favore lascia perdere gattini e cagnolini.
Il maestro mi ha detto Ma, e i gattini e i cagnolini?
Il maestro mi ha detto Lascia perdere le poesie di Neruda.
Il maestro mi ha detto Lascia perdere l’hashtag, ché un hashtag su Facebook è come un Tarzan sulle ziggurat (sic).
Il maestro mi ha detto Lascia perdere quelli che per darsi un tono dicono di non essere maestri di vita.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, cambia la foto del profilo ogni quattro ore.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, cambia lo stato ogni due ore.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, pubblica una reprimenda ogni ora e mezza.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, critica un commento ogni ora.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, posta la foto di un bambino ogni  mezz’ora.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, posta un aforisma ogni quarto d’ora.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo, posta un link inutile.
Il maestro mi ha detto Guarda, se proprio vuoi fare il figo non postare questo post.
Altrimenti sei proprio un coglione, mi ha detto.
Non saresti l’unico, ma sempre coglione resti.

capovolto

giovedì 1 maggio 2014

E il Santo chiese la grazia by GIANNI ZANATA



E il Santo chiese la grazia.
No, non ne ho voglia. È inutile che insistiate: quest’anno non me la sento.
In verità è già da tanto che non me la sento più, che non mi va. Ma quest’anno ho deciso: non mi muovo da qui.
E che vi costa? Su, lasciatemi stare con i miei affanni, con le mie pene, coi miei pensieri. Pensate forse che non ne abbia? Pure se son fatto di legno, ne ho di pensieri e di preoccupazioni, altroché.
Mi dispiace. È inutile che insistiate.
Quest’anno non ne ho voglia. Non ho voglia di tutti quegli occhi che mi guardano, di tutte quelle facce, di tutte quelle mani che vorrebbero toccarmi, sfiorarmi appena. Non mi va di fare festa, non mi va di perdermi in questo oceano di gente che forse neppure sa chi sono e da dove vengo.
E poi, santo cielo, che volete ancora da me?
Non ho più voglia di ascoltare le vostre richieste. Mi avete stancato. Siete ripetitivi. Siete dei fanfaroni, dei buoni a nulla. State lì a combinarne di tutti i colori. Ogni santo giorno. Non vi amate, ma chiedete amore. Non vi rispettate, ma esigete rispetto. Non vi aiutate, ma sollecitate aiuto. Ogni santo giorno.
Poi però il primo maggio vi svegliate, vi vestite e venite da me. Riempite le strade a migliaia. E pretendete d’essere ascoltati o d’essere accontentati. Ogni anno la stessa storia. Ogni anno, al primo di maggio. Chi a supplicare una grazia, chi un posto di lavoro, chi una guarigione, chi una buona parola presso il padreterno, chi un terno al lotto, chi uno scudetto, chi un altro mandato politico, chi un altro mandato da banchiere, chi un altro mandato condominiale, chi una moglie, chi un marito, chi un figlio, chi i soldi per comprarsi un fuoristrada, chi i soldi per comprarsi una casa, chi i soldi per comprarsi una barca a vela, chi i soldi per comprarsi lo smartfòn.
Ma, dico, per chi mi avete preso?
Io già vi ho accontentato. Mo’ basta.
Vi tolsi la peste, d’accordo. Lo feci perché mi stavate simpatici, e perché a quei tempi ve la passavate male. Siete stati gentili a ringraziarmi, a manifestare la vostra devozione. Ve ne sono profondamente grato.
Vi salvai da anni di carestie e di siccità, d’accordo. Lo feci perché non avevate colpa. E perché tra voi c’erano tante donne e tanti bambini.
Vi salvai pure dalle bombe dei francesi, è vero. E ancora mi fa una rabbia. Ma, dico, non sarebbe stato meglio arrendersi e trattare con i veri rivoluzionari, piuttosto che finire tra le grinfie dei piemontesi disboscanti? Invece no. Tutti a chiedere un gesto miracoloso. Tutti a scongiurare. Poi lo avete visto com’è andata, no? E continuate pure a ringraziarmi. Cose da pazzi.
Ma adesso basta. Non ne posso più. Mi avete stancato.
E io vi prego.
Sì, una volta tanto sono io che prego voi.
Vi prego: non ne ho voglia.
Lasciatemi qua, non fatemi uscire.
È dal milleseicentocinquantasette che mi sballottate avanti e indietro. Pure sotto i bombardamenti della guerra mondiale mi avete fatto uscire. Ora basta. Non ne posso più.
Questa festa non è più la mia festa. Questa è la festa di chi si fa bello con la mia festa. Questa è la festa delle vanità. Questa è la festa dei mistificatori.
Io lo so, chi tra voi mi vuol davvero bene. Io lo so, chi tra voi ha l’anima avvolta da petali di rosa. Ma, abbiate pazienza, non ce la faccio più. Nemmeno per voi.
Lasciatemi qua. Oggi non ne ho proprio voglia.
E se proprio è necessario, se proprio volete portarmi da qualche parte, portatemi a Nora. Ma non adesso. Un altro giorno. Tra un mese. O magari in autunno. Senza grandi clamori, però. In silenzio. Come se non ci fossi. O come se fossi un canto. Come se fossi di ossa e carne. Come se non mi chiamassi Efisio.