La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

Il calcio dell' Asino
Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

mercoledì 7 maggio 2014

Milena Agus: "C'è una violenza che nasce dall’ingiustizia"


Milena Agus: "C'è una violenza che nasce dall’ingiustizia"

A Sorso la scrittrice presenta il libro scritto insieme con Luciana Castellina
di Costantino Cossu
SASSARI. «Uno sparo. Forse due, uno e poi un altro. Da un'arma puntata sulla folla raccolta in piazza in attesa del discorso di Giuseppe Di Vittorio che, dopo tre giorni di scontri violenti – con morti e feriti da ambo le parti, braccianti e agrari – avrebbe dovuto salutare la normalità ritrovata grazie a una difficile mediazione». Così Luciana Castellina comincia la ricostruzione dei fatti che il 7 marzo del 1946 ad Andria, in Puglia, portarono al linciaggio di Luisa e di Carolina Porro, appartenenti a una famiglia di agrari.Dal loro palazzo erano partiti i colpi. Colpevoli, per la folla inferocita. Vengono massacrate per strada mentre cercano di fuggire. Altre due sorelle Porro, Stefania e Vincenzina, si salvano miracolosamente.
La storia viene ora ricordata in "Guardati dalla mia fame" (Nottetempo, 207 pagine, 15 euro), un libro che insieme alla dettagliata ricostruzione storica di Luciana Castellina contiene un racconto sulla vita delle quattro sorelle Porro affidato a Milena Agus. Un testo, quest’ultimo, nel quale realtà e invenzione si intrecciano in un meccanismo narrativo che penetra la dimensione più personale dei fatti di sangue di quella lontana giornata del secolo passato. Un equilibrio non semplice da costruire, che Agus è riuscita a raggiungere con tecnica sicura.
La voce narrante del suo racconto è quella di un'amica di famiglia delle sorelle Porro, un personaggio del tutto inventato...
«Sì, una signora borghese con il sogno di un mondo migliore. Una donna che vede intorno a sé diseguaglianze sociali e di genere drammatiche e prova a resistere, a reagire».
Lei scrive nell'introduzione al libro: «Solo un romanzo può ricostruire quanto la storia non tramanda attraverso i documenti». Nel caso delle sorelle Porro, che cosa resta, fuori dai documenti, che la scrittura narrativa invece riesce a cogliere?
«Ho cercato di evitare una visione manichea dei fatti. Da una parte ci sono le sorelle Porro, proprietarie terriere, rappresentanti di un sistema che getta i braccianti in una condizione subumana; dall'altra la violenza terribile contro due donne, sino al linciaggio. Tutto il male dalla parte delle Porro affamatrici? Tutto il male dalla parte dei contadini massacratori? Ciò che ho provato dire, e che forse solo un testo narrativo poteva dire, è che sia le Porro sia i braccianti sono, nella stessa misura, oppressori e oppressi. Le vittime appartenevano a una classe agraria gretta e meschina, inflessibile nel difendere i propri privilegi. Ma, osservate nell'intimità della loro vita privata, le sorelle Porro non appaiono affatto come dei mostri. Neanche sapevano bene ciò che accadeva attorno a loro. Erano quattro zitelle sempre chiuse in casa. Credo che mai si siano trovate di fronte un bracciante, né che abbiano visto mai alcuno dei bambini scrofolosi e pidocchiosi che affollavano le misere case dei contadini. Non erano né buone né cattive. Colpevoli forse, ma indirettamente. E gli affamati che le hanno massacrate hanno sì linciato due donne indifese, ma erano disperati, vedevano i figli morire di fame. Anche loro non erano né buoni né cattivi. Nel mio racconto è così: tutti i personaggi sono grigi, né bianchi né neri».
Che cosa unisce i personaggi del suo testo agli altri dei suoi libri?
«L'amica di famiglia delle sorelle Porro ha le stesse caratteristiche di tutti i personaggi femminili dei miei libri. E' un po' inetta. Lo dice varie volte, nel racconto, che non sa fare niente: è ricca, fanno tutto le domestiche. Spera in un mondo migliore e ha un'incrollabile fiducia nel genere umano. Va nelle baracche dei contadini per cercare i volti degli assassini ma non riesce a vederli, le sembrano tutti brava gente. Alle donne che racconto nei miei libri manca sempre qualcosa. Anche a quest'ultima: è sposata senza amore. Le mie sono donne piene di sogni, animate da un'indefinita speranza. Goffe, fuori posto».
È impressionante il quadro della Puglia nell’immediato dopoguerra...
«Dagli archivi Luciana ha tratto la cronaca di una guerra di cui i libri di storia non parlano, quella che si è combattuta in Puglia tra braccianti e agrari dal 1943 al 1948. Cinque anni di morti ammazzati».
«Il mondo è così com'è e non cambia mai davvero niente, si scambiano soltanto i ruoli», dice alla fine la voce narrante del suo racconto. Anche Milena Agus la pensa così?
«Nei momenti di rabbia anche a me capita di pensare che sia così. Però soltanto nei momenti di rabbia, quando magari vedo che un oppresso a sua volta diventa un feroce oppressore: scambio di ruoli dentro l'eterno orizzonte della lotta per il potere. La protagonista del mio racconto pronuncia la frase che lei ricorda quando deve prendere atto che tutti i suoi sforzi non sono serviti a niente. Sono cose che si pensano quando si è molto delusi. Ma non è davvero così. Credo che del mondo qualcosa si possa migliorare, cambiare. Almeno ci si deve provare».
E però Milena Agus si sente inadatta alla politica, no?
«In politica anche i migliori sono costretti a fare cose sbagliate. Per sconfiggere l'avversario spesso devono adattarsi a usare le sue stesse armi. E io, a quel punto, mi fermo. Perché non ce la faccio ad accettare la violenza, sia verbale sia effettiva. Non ce la faccio, e a quel punto mi fermo».

BEST ACTRESS. Dive da Oscar® - Il Museo Nazionale del Cinema rende omaggio alle 72 attrici vincitrici della prestigiosa statuetta

BEST ACTRESS. Dive da Oscar® - Il Museo Nazionale del Cinema rende omaggio alle 72 attrici vincitrici della prestigiosa statuetta
Museo Nazionale del Cinema, Mole Antonelliana - 3 aprile - 31 agosto 2014


Il Museo Nazionale del Cinema presenta in prima mondiale, dal 3 aprile al 31 agosto 2014, la mostra BEST ACTRESS. Dive da Oscar®. Ideata da Stephen Tapert, è un omaggio alle 72 donne che, fra il 1929 e il 2014, hanno ricevuto la prestigiosa statuetta per la miglior interpretazione femminile. Grandi dive e attrici che hanno segnato non solo la storia del cinema, ma anche quella del costume, icone straordinarie dei cambiamenti del ruolo della donna nella società americana lungo l’intero arco del Novecento.

La mostra, a cura di Stephen Tapert, Nicoletta Pacini, Tamara Sillo, si sviluppa sulla cancellata esterna della Mole Antonelliana, e nell’Aula del Tempio, cuore del Museo Nazionale del Cinema. Si compone di 370 pezzi, provenienti da Stephen Tapert, dalle collezioni del Museo del Cinema e da collezionisti americani, inglesi e italiani.

La visita alla mostra incomincia sulla cancellata esterna della Mole Antonelliana, dove viene ricostruito una sorta di red carpet virtuale, con le immagini di 19 attrici che percorrono la passerella d’ingresso al Dolby Theatre di Hollywood per la serata di premiazione, fra ali di fotografi e cineoperatori. 

All’interno del museo, nell’Aula del Tempio, uno spettacolare allestimento posto alla base dei grandi schermi presenta bozzetti, costumi di scena e abiti da cerimonia, indossati dalle dive durante la Notte degli Oscar: dal celebre abito di Valentino per Julia Roberts, al raffinato tailleur di Armani per Jodie Foster (che arriva direttamente dal guardaroba personale dell’attrice), fino alle stravaganze create da Bob Mackie per Cher. E ancora l’abito indossato da Louise Rainer nel 1937, alcuni costumi di scena indossati da Meryl Streep, Nicole Kidman ed Emma Thompson sui rispettivi set.

La mostra prosegue sulla rampa elicoidale con un percorso cronologico che, sviluppandosi come una pellicola cinematografica, ricostruisce la storia del celebre premio. 86 anni di ricordi che vanno dalla statuetta assegnata a Janet Gaynor nel 1929 sino all’Oscar ricevuto quest’anno da Cate Blanchett, alternando foto di scena, sequenze dei film, ritratti pubblicitari, manifesti rari, istantanee della cerimonia.
L’esposizione si conclude in cima alla rampa elicoidale, con una sezione dedicata alla Notte degli Oscar:   biglietti di invito alla premiazione, manifesti pubblicitari e programmi della più suggestiva, influente e popolare celebrazione dell’industria cinematografica e dei suoi protagonisti.

Dal 1 al 25 aprile, il Cinema Massimo proporrà inoltre una selezione di 16 film, interpretati da altrettante attrici vincitrici dell’Oscar. Contestualmente, in Bibliomediateca verranno riproposti tre film dedicati a tre grandi interpreti degli Anni Sessanta: Anne Bancroft, Elizabeth Taylor e Katherine Hepburn.

Per tutta la durata della mostra, i servizi educativi del museo propongono nuovi percorsi guidati e attività per il pubblico e per le scuole.

Stephen Tapert, co-curatore dell’esposizione, è anche l’autore di BEST ACTRESS. Dizionario delle Dive da Oscar, pubblicato da Silvana Editoriale. Il volume contiene, oltre ai testi introduttivi, le schede critiche e biografiche di ciascuna delle 72 attrici, i loro ritratti fotografici e numerose altre immagini provenienti dalla mostra.  

In occasione della mostra BEST ACTRESS. Dive da Oscar®. organizzata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino (Mole Antonelliana, 3 aprile - 31 agosto) e della mostra “Tina Modotti. Retrospettiva” (Palazzo Madama, 1 maggio - 6 ottobre) organizzata a Palazzo Madama in collaborazione con Silvana Editoriale, l’Università di Torino propone una giornata di studi dedicati ad alcuni casi di attrici premiate con l’Oscar, scelti in relazione a momenti e snodi particolarmente significativi della storia del cinema. Diverse studiose italiane presenteranno percorsi di lettura e analisi delle identità e dei personaggi femminili tratteggiati nei film che verranno affrontati.
Il convegno, intitolato Le Donne del ritratto. Modelli divistici e identità femminili, è a cura di Giulia Carluccio e Mariapaola Pierini, dell’Università di Torino DAMS - CRAD (Centro Ricerche sull’Attore e il Divismo), Dipartimento di Studi Umanistici, e si terrà al Cinema Massimo il 9 giugno 2014, dalle ore 10 alle ore 18.

In occasione della mostra, verrà inoltre presentata la rinnovata partnership fra il Museo Nazionale del Cinema e AIR FRANCE, vettore ufficiale di BEST ACTRESS. Dive da Oscar®. Il Gruppo Air France KLM affiancherà i maggiori eventi del museo lungo tutto l’arco dell’anno: oltre alla mostra suddetta, KLM sosterrà per la terza volta il Festival CinemAmbiente e il TGLFF - Torino Gay&Lesbian Film Festival, mentre la compagnia francese sarà a fianco del Torino Film Festival e della mostra prevista il prossimo autunno

Annunciato anche il rinnovo dell’accordo fra Aeroporto di Torino e Museo Nazionale del Cinema, che prevede mostre temporanee negli spazi aeroportuali, schermi interattivi e iniziative promozionali destinate a tutti i passeggeri in transito per favorire la vista al Museo Nazionale del Cinema e lo sviluppo della vocazione turistica e culturale del territorio.

La mostra BEST ACTRESS. Dive da Oscar® è realizzata con il patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America a Milano. Media partner Vanity Fair.

I VINCITORI DEL 29° TGLFF - TORINO GAY & LESBIAN FILM FESTIVAL


I VINCITORI DEL 29° TGLFF - TORINO GAY & LESBIAN FILM FESTIVAL

Le Giurie del 29° TGLFF hanno assegnato tre premi principali (Premio “Ottavio Mai” per il Miglior lungometraggio, Miglior documentario e Miglior cortometraggio) e due premi collaterali (Queer Award e Premio DAMS – Sguardi sul Festival), che sono stati consegnati  presso la Sala 1 del Cinema Massimo, durante la cerimonia di chiusura del festival. Sono stati consegnati anche i tre premi del pubblico.
E' SEGUITA l’esibizione musicale di Levante e la proiezione del film di chiusura, Bananot (Cupcakes) di Eytan Fox, presente in sala. 


Lungometraggi.

La Giuria, composta da Paola Pitagora, Pippo Delbono, Gabriele Ferraris, Ron Peck e Gal Uchovsky, assegna il premio “Ottavio Mai” per il miglior lungometraggio a: Der Kreis (The Circle) di Stefan Haupt (Svizzera, 2014).
Con la seguente motivazione: «Un film che con un sapiente linguaggio cinematografico racconta, tra la realtà e la finzione, in maniera toccante, vera, il difficile cammino di due uomini, di una comunità, nel cuore dell'antica Europa, per arrivare a vedere finalmente riconosciuti i diritti alla libertà dell'amore».

La Giuria assegna inoltre una menzione speciale a: La partida (The Last Match) di Antonio Hens (Cuba, 2013).
Con la seguente motivazione: «Con un linguaggio cinematografico tagliente e contemporaneo racconta, come in una  tragedia shakespeariana,  una storia  di menzogne, degrado, violenza, morte  in una terra di grandi rivoluzioni e antiche rigidità, dove alla fine vince però il grido inevitabile dell'amore».

Premio del pubblico: Hoje eu quero voltar sozinho (The Way He Looks) di Daniel Ribeiro (Brasile, 2014).


Documentari.
La Giuria, composta da Milena Paulon, Luigi Romolo Carrino e Gabriele Farina, assegna il premio per il miglior documentario a:Violette Leduc: la chasse à l’amour (Violette Leduc, in Pursuit of Love) di Esther Hoffenberg (Francia, 2013).
Con la seguente motivazione: «Per aver saputo raccontare con fascinoso linguaggio documentaristico il coraggio della parola di Violette Leduc in un’epoca maschilista quasi quanto quella attuale».

La Giuria assegna inoltre una menzione speciale a: Rebel Menopause di Adele Tulli (Regno Unito, 2014).
Con la seguente motivazione: «Per averci ricordato che anche le donne hanno il diritto di invecchiare e di avere le rughe».

Premio del pubblico: Rebel Menopause di Adele Tulli (Regno Unito, 2014).


Cortometraggi.
La Giuria, composta da Silvia Minelli, Alessandro Fullin e Enrico Salvatori, assegna il premio per il miglior cortometraggio a: For Dorian di Rodrigo Barriuso (Canada, 2012).
Con la seguente motivazione: «Per l'orginalità del tema, l'omosessualità di un adolescente down, trattato in modo ironico e commovente».

La Giuria assegna inoltre una menzione speciale a: Das Phallometer (The Phallometer) di Tor Iben (Germania, 2013).
Con la seguente motivazione: «Poiché riesce a trattare un tema molto delicato, il trattamento umiliante dei rifugiati politici gay nella Repubblica Ceca, in modo assolutamente geniale e sintetico».

Premio del pubblico: Ett Sista Farväl (A Last Farewell) di Casper Andreas (Svezia, 2013).


Queer Award.
La Giuria, guidata da Max Croci e composta dagli studenti dello IED (Ludovica Drusi, Francesca Gallina e Giulio Rocca) e del DAMS di Torino (Davide Bertolino, Bianca Cassinelli e Edoardo Monteduro), assegna il Queer Award a: Ich fühl mich Disco (I Feel Like Disco) di Alex Ranisch (Germania, 2013).
Con la seguente motivazione: «La Giuria si è innamorata di un film dallo stile fresco e personale, che evita le trappole della banalità rendendo verosimile il surreale».


Premio DAMS – Sguardi sul Festival.
La Giuria degli studenti del DAMS di Torino, composta da Davide Drochi, Ilaria Frare, Alessandra Madonia, Giacomo Mezzetti, Martina Ponsa, Federica Scarpa e Chiara Tamburini, assegna il Premio DAMS – Sguardi sul Festival a: 20 leugens, 4 ouders en een scharrelei (20 Lies, 4 Parents and a Little Egg) di Hanro Smitsman (Paesi Bassi, 2013).


Ribolla 1954-2014 La tragedia mineraria nella cronaca dei quotidiani di Silvano Polvani

Verrà presentato il libro

Ribolla 1954-2014

La tragedia mineraria nella cronaca dei quotidiani

di Silvano Polvani · Scheda del Libro →

venerdì 9 maggio 2014, ore 16:00
Porta del Parco (ex cinema), Piazza della Libertà 3, Ribolla (GR)
 
Parteciperanno con l'autore
Claudio Renzetti
Lorenzo Centenari
Alessio Gramolati (Segretario CGIL Toscana)

Alle ore 17:30
atto unico IL FATTO NON SUSSISTE della compagnia "Instabile dei dintorni"
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martedì 6 maggio 2014

PASSIONE CINEMA: film in streaming LA MIGLIORE OFFERTA (Giuseppe Tornatore)

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PASSIONE CINEMA: film in streaming

LA MIGLIORE OFFERTA (Giuseppe Tornatore)
Virgil Oldman è un sessantenne antiquario e battitore d’aste di elevata professionalità. Conduce una vita tanto lussuosa quanto solitaria. Non ha mai avuto una donna al suo fianco e tutta la sua passione è rivolta all’arte. Fino a quando riceve un incarico telefonico da Claire, giovane erede di una ricca famiglia. La ragazza, che vuole venga fatta una valutazione degli oggetti preziosi che arredano la sua villa e di cui vuole liberarsi, non si presenta mai agli appuntamenti. Virgil viene così attratto da questa committente nascosta fino al punto di scoprire il suo segreto. Intanto, nel corso dei sopralluoghi, trova nei sotterranei dell’abitazione parti di un meccanismo che si rivela essere di produzione molto antica…
Per vedere il film in streaming cliccare sul link sottostante:
LA MIGLIORE OFFERTA

L’ANGOLO DEL LIBRO: suggerimenti di lettura, PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO e REWIRE. COSMOPOLITI DIGITALI NELL’ERA DELLA GLOBALITÀ


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L’ANGOLO DEL LIBRO: suggerimenti di lettura

PERCHÉ LE NAZIONI FALLISCONO 
untitledPer la scienza sociale è la madre di tutte le domande: perché ci sono paesi che diventano ricchi e paesi che restano poveri? Per quale ragione nel mondo convivono prosperità e indigenza? Alcuni si soffermano sul clima e sulla geografia. Ma il caso del Botswana, che cresce a ritmi vertiginosi mentre paesi africani vicini, come Zimbabwe, Congo e Sierra Leone, subiscono miserie e violenze, smentisce questa interpretazione. Altri chiamano in causa la cultura. Ma allora come si spiegano le enormi differenze tra il Nord e il Sud della Corea? E che dire di Nogales, Arizona (leggi sotto), che ha un reddito pro capite tre volte più alto di Nogales, Sonora, città gemella messicana? Le origini di prosperità e povertà risiedono nelle istituzioni politiche ed economiche che le nazioni si danno. Ce lo dimostrano Daron Acemoglu e James A. Robinson, accompagnandoci in un emozionante viaggio nella storia universale, di civiltà in civiltà, di rivoluzione in rivoluzione. Dall’Impero romano alla Venezia medievale, dagli inca e i maya, distrutti dal colonialismo spagnolo, al devastante impatto della tratta degli schiavi sull’Africa tribale, dalla Cina assolutista delle dinastie Ming e Qing al nuovo assolutismo di Mao Zedong, dall’Impero ottomano alle autocrazie mediorientali, le élite dominanti preferiscono difendere i propri privilegi ed estrarre risorse dalla società che avviare un percorso di benessere per tutti.
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“La città di Nogales è tagliata in due da un muro. Se ci si avvicina e si guarda a nord è possibile vedere Nogales, Arizona, parte della contea statunitense di Santa Cruz. Da quel lato il reddito di una famiglia media è di circa 30000 dollari l’anno. Gran parte degli adolescenti va ancora a scuola e la maggioranza degli adulti ha un diploma di istruzione superiore. Malgrado tutte le critiche che le persone fanno al sistema sanitario statunitense per le sue carenze, la popolazione è relativamente in buona salute, con un’alta aspettativa di vita secondo gli standard globali. Molti dei residenti hanno più di sessantacinque anni e il diritto all’assistenza sanitaria pubblica di Medicare. Questo è solo uno dei molti servizi che lo stato fornisce e che la maggior parte dei cittadini dà per scontati, come l’elettricità, i telefoni, il sistema fognario, la rete di strade che li unisce al resto degli Stati Uniti e, ultima ma non meno importante, la garanzia della legalità e dell’ordine. Gli abitanti di Nogales, Arizona, possono svolgere le proprie attività “quotidiane senza timore di attentati alla vita o alla sicurezza, e non devono temere costantemente di essere vittime di furti, espropri e altre cose che potrebbero mettere a repentaglio i loro investimenti in aziende e immobili. Altrettanto importante, i residenti di Nogales, Arizona, danno per scontato che, pur con tutte le inefficienze e la corruzione occasionale, lo stato agisca nel loro interesse. Possono votare per sostituire il loro sindaco, i loro deputati e senatori; si esprimono alle elezioni presidenziali che determinano chi sarà il leader del paese. La democrazia è per loro una seconda pelle.
La vita a sud del muro, solo pochi metri più in là, è piuttosto diversa. Anche se i residenti di Nogales, Sonora, vivono in una zona relativamente prospera del Messico, il reddito della famiglia media è circa un terzo rispetto a quello di Nogales, Arizona. Gran parte degli adulti di Nogales, Sonora, non ha un diploma, e molti adolescenti non vanno a scuola. Le madri devono affrontare alti tassi di mortalità infantile. Data la scarsa qualità del sistema sanitario pubblico, non sorprende che i residenti di Nogales, Sonora, non vivano altrettanto a lungo dei loro omologhi del nord. Allo stesso modo, non hanno accesso ad altri servizi pubblici. Le strade sono in cattive condizioni, a sud della frontiera. La legalità e l’ordine pubblico stanno ancora peggio. Il tasso di criminalità è elevato e aprire un’azienda è rischioso: non solo c’è il rischio di furti e rapine, ma ottenere tutti i permessi e «oliare» tutti gli amministratori non è un’impresa facile, anche solo per avviare un’attività. I residenti di Nogales, Sonora, convivono ogni giorno con la corruzione e l’inettitudine dei politici.
In contrasto con i vicini del nord, la democrazia è un’esperienza molto recente per loro. Fino alle riforme politiche del 2000, Nogales, Sonora, come il resto del Messico, era sotto il corrotto controllo politico del Pri, il Partito rivoluzionario istituzionale.
Come possono le due metà di quella che è in sostanza la stessa città essere così diverse? Non c’è differenza nella geografia, nel clima, e neppure nelle malattie tipiche dell’area, dal momento che i germi non devono affrontare le restrizioni esistenti per andare avanti e indietro tra Stati Uniti e Messico. Naturalmente, le condizioni di salute sono molto diverse, ma questo non ha niente a che fare con l’epidemiologia; la ragione è invece che le persone a sud del confine vivono in condizioni igieniche peggiori e sono prive di un’assistenza sanitaria decente.
Ma forse il fatto è che i residenti sono molto diversi. Non sarà che gli abitanti di Nogales, Arizona, sono i pronipoti dei migranti dall’Europa, mentre quelli a sud sono discendenti degli aztechi?
In realtà non è così. “I retroterra delle persone da entrambi i lati del confine sono assai simili. Dopo che il Messico si rese indipendente dalla Spagna nel 1821, l’area attorno a «Los dos Nogales» divenne parte dello stato messicano della Vieja California, e tale rimase anche dopo la guerra messicano-americana del 1846-1848. Fu solo dopo il cosiddetto Gadsden Purchase (letteralmente l’acquisto di Gadsden) nel 1853, infatti, che il confine statunitense si estese fino a quest’area. Il tenente Nathaniel Michler notò, mentre faceva la ricognizione della frontiera, la «bella, piccola valle di Nogales». Lì furono fondate le due città, una su ciascun lato del confine. Gli abitanti di Nogales, Arizona, e di Nogales, Sonora, condividono gli stessi antenati, amano lo stesso cibo e la stessa musica, per cui ci possiamo arrischiare a dire che abbiano la stessa «cultura».
Naturalmente, esiste una spiegazione molto semplice e ovvia per la differenza fra le due Nogales, che il lettore avrà intuito fin dall’inizio: l’esistenza della frontiera che divide le due metà. Nogales, Arizona, è negli Stati Uniti. I suoi abitanti hanno accesso alle istituzioni economiche statunitensi, che consentono loro di scegliere liberamente le rispettive occupazioni e di acquisire istruzione e competenze, e che incoraggiano i loro datori di lavoro a investire nelle migliori tecnologie: fattori che, nel loro insieme, consentono loro di ricevere salari più alti. Hanno anche accesso a istituzioni politiche che permettono di partecipare al processo democratico, di eleggere i propri rappresentanti e di rimpiazzarli se agiscono in modo sbagliato. Di conseguenza, i politici forniscono i servizi di base (dalla sanità pubblica alle strade e all’ordine pubblico) che i cittadini esigono. Gli abitanti di Nogales, Sonora, non sono altrettanto fortunati. Vivono in un mondo diverso, plasmato da istituzioni diverse. Le istituzioni creano incentivi molto differenti per gli abitanti delle due Nogales e per le aziende e gli imprenditori disposti a investirvi. Tali incentivi, determinati dalle differenti istituzioni dei due paesi in cui sono situate, sono la ragione principale del divario di prosperità economica di qua e di là dal confine.
Perché le istituzioni degli Stati Uniti sono tanto più adatte a promuovere il successo economico di quelle del Messico e, oltretutto, dell’intera America Latina? La risposta a questa domanda risiede nel modo in cui le diverse società si sono formate durante il primo periodo coloniale, allorché si determinò un processo di divergenza istituzionale, le cui conseguenze perdurano ancora oggi. Per capire questa differenziazione, dunque, dobbiamo cominciare dalla fondazione delle colonie in Nordamerica e America Latina.
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Perché le nazioni falliscono
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REWIRE. COSMOPOLITI DIGITALI NELL’ERA DELLA GLOBALITÀ
È ORA DI RIFARE IL WEB
di Fabio Chiusi
9788823834224Fino a oggi la Rete non ci ha reso più cosmopoliti. Né più interessati alle opinioni altrui. Anzi, ha alimentato gli estremismi. Ma possiamo ancora cambiarla. Parla il guru Ethan Zuckerman
Iperconnesso significa cosmopolita? Non necessariamente, scrive Ethan Zuckerman in “Rewire. Cosmopoliti digitali nell’era della globalità”, Egea, pp. 256 : poter essere connessi a tutto il globo e a tutte le visioni del mondo non significa che ci interessi farlo davvero, e che lo facciamo. Di certo, argomenta il direttore del Center for Civic Media del Mit di Boston, non sarà la tecnologia da sola a renderci cittadini del mondo. Diventarlo costa fatica, spiega in questa intervista a “l’Espresso” in occasione della sua unica tappa italiana, venerdì 2 maggio al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. «Siamo ossessionati dagli algoritmi», dice, «e non pensiamo abbastanza alle persone» e a come usano davvero la Rete, al netto dei proclami.
Zuckerman, dovremmo vivere in un mondo cosmopolita perché sempre connesso. Invece, ad esempio, siamo all’alba di elezioni europee all’insegna della paura di una crescita decisa dei nazionalismi. Come spiega questo paradosso?«A ogni nuova tecnologia c’è chi predice che ne deriveranno pace e cosmopolitanismo. Basta ricordare la retorica sulla radio, a partire da quella di Guglielmo Marconi. Diceva che avrebbe reso la guerra impossibile, perché l’avrebbe resa assurda. La sua teoria era che una volta che avessimo potuto sentire la voce di popolazioni di altri paesi non saremmo mai andati in guerra contro di loro. Lo stesso è stato ipotizzato per l’aereo. Prima che diventasse uno strumento di guerra, si pensava che potendo le persone viaggiare in luoghi lontani, e i diplomatici incontrarsi faccia a faccia, il risultato di quella nuova tecnologia sarebbe stato la pace. Lo stesso per il telegrafo, il telefono, la televisione. C’è sempre questo salto immaginativo, e poi l’impatto con la realtà: la radio, nei fatti, ha portato distrazione più che incontro. E si può sostenere lo stesso si stia verificando con Internet».
Qual è l’argomentazione dettagliata nel suo libro, in proposito? 
«È che dobbiamo liberarci dell’ottimismo ingenuo, che in sostanza dice: siamo tutti connessi, quindi andrà tutto bene, vivremo in un futuro cosmopolita. Ciò di cui c’è invece bisogno è un ottimismo informato. Significa sostenere che possiamo usare Internet per affrontare questo tipo di questioni, ma non accadrà automaticamente, senza sforzo da parte nostra. Il cosmopolita digitale si chiede: quali sono i modi per concretizzare gli effetti positivi della tecnologia?».
Lei scrive che il paradosso sta nell’essere iperconnessi e allo stesso tempo avere visioni del mondo più ristrette. Esistono studi che mostrano un legame tra la diffusione delle tecnologie digitali e il rinforzarsi di posizioni nazionaliste, anche in termini elettorali? 
«Non ne sono a conoscenza, probabilmente perché il ruolo delle tecnologie in quel tipo di studi sarebbe decisamente di secondo piano: da scienziato sociale posso dirle che il nazionalismo ha molto più a che fare con le ristrettezze economiche. Tuttavia ho recentemente lavorato con alcuni colleghi sull’hate speech mentre ero in Birmania, che si sta connettendo alla Rete solo ora e ha terribili problemi di tensioni etniche. Molti sono preoccupati per ciò che significa Facebook per le violenze tra islamici e buddisti, perché è un contesto dove si pensa di parlare a pochi intimi e non in pubblico, e di conseguenza i toni sono molto più estremi. Le ricerche svolte sulle elezioni del 2013 in Kenya confermano, mentre su Twitter è più chiara la percezione di essere in pubblico, e dunque ci si modera. Ecco, questo potrebbe fornire una prova che il problema non è Internet ma come lo usiamo».
Ovvero? 
«Che se lo usiamo in modo da avere conversazioni private con un gruppo di persone di cui ci fidiamo, potremmo effettivamente finire per avere opinioni più estreme. E del resto, è così che funziona tra i neonazi e gli ultranazionalisti. Se invece lo usiamo in modo da rendere quelle conversazioni visibili, potendole trovare, confrontare ed esporre a refutazione allora forse è possibile farne uno strumento per controbilanciare gli estremismi».
Il che ci porta alle sue riflessioni sull’importanza dell’architettura stessa dei social network per il cosmopolitismo. Nel libro argomenta in favore della creazione di piattaforme per la “serendipità”, ossia per la scoperta casuale. Come le immagina? 
«Ci ha lavorato uno dei miei studenti, per la sua tesi. È molto interessante, si chiama “Terra Incognita”. Quel che fa è osservare quali notizie leggiamo sul Web, e aiutarci a comprendere a quali parti del mondo stiamo prestando attenzione. Per scoprire per esempio che leggiamo molto sull’Unione Europea, diversi siti tecnologici statunitensi, ma poco o nulla sull’Asia dell’est. Così, aprendo una nuova pagina sul browser, invece di una pagina bianca il software può mostrarci una città dell’est asiatico, e qualche buon link al riguardo. La speranza è catturare l’attenzione del lettore».
Ma una simile piattaforma ha senso dal punto di vista economico? Il modello di business dominante, attualmente, si basa al contrario sulla iperpersonalizzazione dei contenuti di cui fruiamo. Serve a definire e inquadrare le nostre preferenze, e venderci prodotti tarati esattamente su di esse. La serendipity è un fattore di disturbo, in questo senso: rende meno precisa l’immagine che le aziende pubblicitarie hanno di noi, perché ci suggerisce – montalianamente – ciò che non siamo e non vogliamo. 
«Vero, non ha senso dal punto di vista economico. Di certo ne ha meno che dare alle persone esattamente ciò che vogliono. Se sono un pubblicitario e so che sei un fan della Serie A è molto meglio suggerirti notizie sul calcio che cercare di convincerti a conoscere il Muay Thai, l’arte marziale tailandese. Ma se ho una responsabilità civile oltre che fiscale, che è tra i compiti dell’informazione, renderci dei buoni cittadini include anche darci una buona visione di ciò che accade nel mondo. Farci considerare noi stessi non solo come statunitensi o italiani, ma anche come nordamericani, europei, cittadini dello stesso pianeta».
Basterà ribadire il ruolo civico del giornalismo? 
«Non c’è solo quello. Credo che l’avvento della rete sociale possa comportare la volontà da parte di alcuni di spendere del denaro per ottenere la serendipità. Un piccolo esempio: io pago per la app Instapaper, la sua funzione di ricerca dei contenuti salvati dagli amici e dagli altri utenti è uno dei miei principali motori di wesattamente per quella funzione. Credo che sarà possibile avere modelli di redditività basati sulla serendipità».
La rete di per se stessa è una infrastruttura globale. Ma le rivelazioni di Edward Snowden hanno portato a proposte per “balcanizzare” Internet, ossia dividerla in tante isole tra loro sconnesse. La sorveglianza di massa complica le prospettive del cosmopolitismo digitale? 
«Il modello di business di Internet, al momento, è la sorveglianza. Google lo dice chiaramente; Facebook è molto meno trasparente. È possibile, anche se improbabile, che la risposta sarà la costruzione di un altro modello di business, basato sui contenuti a pagamento in cambio di una privacy reale».
Così da possedere davvero i nostri dati. 
«Sarebbe magnifico se accadesse. Possiamo immaginare Facebook dire: pensiamo di poter ricavare 20 dollari dalla vendita dei tuoi dati; dacceli e non li venderemo. Non credo accadrà a meno di forti pressioni governative, e non riesco a immaginare che un governo le faccia. La mia preoccupazione è che potremmo vedere il verificarsi della balcanizzazione, e se ciò significasse niente più brasiliani su Facebook e Twitter perché sono sostituiti da servizi locali sarebbe tragico. E del resto è quanto accaduto in Cina: se molti di noi sono così sprovveduti sulla Cina è perché le conversazioni avvengono su Weibo e WeChat, e buona parte di noi non vi è iscritta. Non è solo una barriera linguistica, ma anche di piattaforma. Temo che nel tentativo di riavere indietro la nostra privacy potremmo finire per spezzettare luoghi pubblici di cui abbiamo bisogno ora più che mai».
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Riforme: verso il presidenzialismo

da Libertà e Giustizia
le Repubblica

Riforme: verso il presidenzialismo


Andrea Montanari
In questa intervista a Repubblica Roberto Calderoli avanza il sospetto che nel patto del Nazareno ci sia stato un accordo tra Renzi e Berlusconi per trasformare la nostra repubblica da parlamentare a presidenzialista. «Berlusconi è da sempre un sostenitore del presidenzialismo – dichiara il senatore leghista – e nessuno ha mai visto il testo di quel patto. Anzi sarei curioso di poterlo leggere. Tutti ne parlano, ma nessuno lo ha mai visto. E a quel confronto hanno partecipato solo loro due».
Senatore Roberto Calderoli, lei è co-relatore del testo della Riforma del Senato: cosa risponde a Berlusconi che dice che senza il presidenzialismo la riforma è un castello di carte destinato a crollare?
«Mi sembrava strano che Forza Italia rimanesse in silenzio, ora vedo che finalmente ha messo sul tavolo la sua posizione».
Per la verità, Berlusconi sostiene di essere in contatto quasi quotidiano con lei.
«Per me, il presidenzialismo non è un tabù. Non mi crea problemi parlarne, semmai li crea al Pd. Ma sono un pragmatico. A me interessa portare a casa le riforme. Se il presidenzialismo diventasse
una pregiudiziale per qualcuno, mettiamolo da parte. Preferisco portare a casa quel pezzo di riforma che si può
fare».
Dunque, lei che è della Lega, non è d’accordo con Berlusconi.
«A suo tempo avevamo votato un testo che non lo escludeva. Si tratta di mettersi d’accordo: introdurre il premierato, il cancellierato o il vero presidenzialismo. Ma il problema non è questo».
Qual è?
«Lei è così sicuro che Berlusconi e Renzi non ne abbiano parlato nel patto del Nazareno? Ne sarei molto sorpreso ».
Sta dicendo che in realtà Renzi sapeva già tutto?
«Berlusconi è da sempre un sostenitore del presidenzialismo. Nessuno ha mai visto il testo di quel patto. Anzi sarei curioso di poterlo leggere. Tutti ne parlano, ma nessuno lo ha mai visto. E a quel confronto hanno partecipato solo loro due».
E se Berlusconi le chiedesse di sostenere la sua posizione?
«Posso capire Berlusconi. Visto che si cambia sul ruolo del Senato, che non voterà più la fiducia, perché non mettere sul piatto anche il presidenzialismo? Ma non sarò io a fare questa proposta. Anche se non nego che ce ne sarebbe bisogno ».
Perché?
«Basterebbe pensare a quanto è avvenuto durante l’ultima elezione del capo dello Stato, ai franchi tiratori che hanno portato a dover rieleggere Napolitano. Se si cambia la forma di Stato non vedo perché non si possa cambiare anche quella di governo. Altrimenti il rischio è che la riforma sia monca».
Per quale motivo allora non è disposto a sostenere la proposta del leader di Forza Italia?
«Perché quella proposta può essere la buccia di banana su cui scivola tutta la riforma. Non dimentichiamoci che nella scorsa legislatura saltò tutto proprio quando qualcuno propose di discutere di presidenzialismo».