La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

Il calcio dell' Asino
Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

lunedì 3 ottobre 2011

SIMONI SEMINA MORTE NEL MEDIOEVO E IL SUO MERCANTE SCALA LA CLASSIFICA

 


Marcello Simoni con la copertina del suo libro Marcello Simoni con la copertina del suo libro 

Simoni semina morti nel Medioevo e il suo mercante scala la classifica

di Andrea Curreli
Dall’Italia alla Spagna e ritorno. L’ascesa di Marcello Simoni nella classifica dei libri più letti del Belpaese è una di quelle storie a lieto fine che piacerebbero agli sceneggiatori hollywoodiani. Un giovane di 36 anni, un perfetto sconosciuto con la passione per la scrittura e con ottime conoscenze storiche, prende le pagine del suo racconto ambientato nel Medioevo, le impacchetta e le spedisce a varie case editrici italiane. Il solito iter di un amante della penna che si conclude con il più classico: "le faremo sapere". Nessuno è profeta in patria pensa Marcello Simoni che decide di provare altrove e, dato che il suo personaggio è iberico, tenta fortuna spedendo il plico in Spagna. La risposta è positiva e dopo l’uscita nel mercato spagnolo anche l’Italia si ricorda quel giovane archeologo e bibliotecario e arriva la chiamata della Newton Compton Editore. Bingo. Al resto pensa il classico passaparola, Il mercante di libri maledetti si diffonde in modo virale e Marcello Simoni sorride mentre riceve la medaglia d’argento nell’ipotetico podio dei libri più letti. Storia a lieto fine a parte, Il mercante di libri maledetti è un buon libro di genere. Come molti thriller il testo si apre con l'azione. Un monaco scappa e inevitabilmente muore perdendo un libro misterioso. La ricerca di questo testo da parte di un mercante chiamato Ignazio da Toledo viene caratterizzata da omicidi e violenze, mentre entrano in gioco eretici e sette cristiane.
Simoni, partiamo dal "viaggio" del suo libro: doveva andare in Spagna per conquistare l’Italia?
"Evidentemente sì. Sono stato in una sorta di limbo per tre anni perché la stesura del libro è terminata nel 2008, ho mandato tutto in Spagna nel 2009 dove è stato pubblicato nel 2010 con il titolo di El secreto de los cuatro àngeles e infine nel 2011, anche grazie all'aiuto di un agente letterario, è stato edito anche in Italia dalla Newton Compton. E' già stato venduto in Serbia, Grecia, Brasile e Germania e presto arriverà anche in Francia e Gran Bretagna. Inoltre ho già scritto altri due capitoli di quella che è la trilogia del mercante Ignazio di Toledo".
Passiamo ora al romanzo: il mix tra storia e thriller si è rivelato vincente.
"Sono un grande appassionato di cinema e quindi cerco di scrivere nel modo più fluido possibile in modo che la gente si diverta quando legge. Ho sfrondato tutte le parti saggistiche e ho dato un'impostazione narrativa diversa. L'ambientazione può richiamare alla mente Il nome della rosa, ma Umberto Eco ha scritto un giallo alla Agatha Christie ambientato nel Medioevo. Io sono cresciuto con Emilio Salgari, Alexandre Dumas, Jack London e Jules Verne e quindi ho scritto un thriller puntando molto sull'avventura. Volevo un qualcosa in più che facesse muovere i personaggi lungo un itinerario. Se posso fare un parallelo con il cinema penso a qualcosa come The Bourne Identity dove l'azione è costante dall'inizio alla fine. Poi ammazzo un uomo ogni quaranta pagine (ride ndr)".
Dove finisce la ricostruzione storica fedele e inizia la fiction?
"E' come chiedere a un prestigiatore dove è il trucco. Ma va bene perché, in realtà, il romanzo storico  è un grande gioco di prestigio. Nel fantasy il lettore parte del presupposto che sia tutto inventato, invece nel romanzo storico si rende verosimile l'immaginario  e lo si adatta a una ricostruzione rigorosa. Tutte le ambientazioni sono autentiche tranne il monastero  di Santa Maria del Mare che è in realtà Santa Maria in Padovetere nel comune ferrarese di Comacchio. Tutti gli eventi storici sono realmente accaduti nel modo in cui vengono descritti e in quell'ordine. Ho cercato di strutturare la storia in modo che si arrivasse in un punto in quel determinato momento. L'invenzione riguarda invece i tre personaggi principali, ma sono verisimili. Non sono esistiti con quei nomi, ma non si discostano da uomini del 1300".
I nomi bizzarri come Hulco, Maynulfo o Willalme che si alternano nel romanzo sono reali?
"Mi sono documentato nella onomastica medioevale e solo il nome Hulco è inventato perché deriva dal latino hulcus ovvero ulcera. Tutti gli altri sono nomi utilizzati in quel periodo. Willalme ad esempio compare nell'opera della metà dell'XI secolo scritta in provenzale La Chanson de Roland. I nomi di Maynulfo, Rainerio, Ginesio e degli altri monaci compaiono in un elenco dei religiosi dell'Abbazia di Pomposa del 1200. Il conte Enrico Scalò è inventato, ma quel cognome è esistito nel patriziato veneziano di quel periodo". 
Il misterioso libro Uter Ventorum è realmente esistito?
"No, ma tutte e quattro le parti che lo compongono sono realmente esistite. Il libro di evocazione angelica, il quadrato magico, il tatuaggio con le fasi lunari sono tutti elementi che appartengono alla cultura esoterica medioevale. Inventando questo libro ho cercato e messo in relazione tra loro elementi che potessero convivere insieme. Un testo come l'Uter Ventorum potrebbe essere realmente esistito, ovviamente senza questo nome".
Oggi la cultura esoterica è sinonimo di mistero mentre allora era quanto di più vicino alla scienza. E' così?
"Spesso per noi il termine esoterico viene affiancato a quello satanico, ma in realtà nel Medioevo non era percepito così.Tutto nasce quando la cultura araba inizia a penetrare in Europa attraverso la Spagna e il Sud d'Italia. I testi arrivano in massa senza essere catalogati e gradualmente vengono tradotti. In questi testi c'è un po' di tutto: dalla filosofia greca ai trattati di medicina, dall'alchimia alla matematica senza dimenticare l'astrologia. A rendere più complicato il tutto c'è l'arrivo dei testi ermetici ovvero trattati di filosofia talismanica. Un corpus vastissimo attribuito a Ermete Trismegisto , un personaggio immaginario identificabile con Mercurio. I filosofi del Medioevo scrivevano dei testi che poi attribuivano al 'tre volte maestro'. Non si riesce quindi a segnare un limite preciso nel quale finisce l'esoterico, l'ermetico o il magico e inizia lo scientifico".

domenica 2 ottobre 2011

La via dei conventi, di Pino Adriano-Giorgio Cingolani

La via dei conventi. Ante Pavelic, fascismo e chiesa cattolica



Non un libro sul turismo religioso ma un approfondimento storico sul movimento ustascia in Croazia, prima e durante la Seconda guerra mondiale e sui suoi influssi e riflussi nella Jugoslavia titina. Una ricostruzione fatta sulla base di documenti doplomatici e d'archivio di numerosi Paesi.

Vittorio Filippi

La via dei conventi


Talvolta i titoli portano altrove. In questo caso non si parla di percorsi spirituali per i pellegrini del turismo religioso, ma – come recita il sottotitolo di questa pubblicazione - del movimento croato degli ustascia e dell’indiscusso capo Ante Pavelić. E delle vie di fuga che utilizzarono spesso, appunto, conventi ed istituti religiosi conniventi, specie francescani.

Le due Jugoslavie e gli ustascia

Ma andiamo con ordine: in questo ricco e documentato lavoro – 600 pagine di cui circa cento di note e di bibliografia – gli autori Adriano e Cingolani ripercorrono il faticoso percorso delle due Jugoslavie che si sono succedute nel Novecento – quella monarchica dei Karađorđević e quella socialista di Tito – vedendolo però dal lato di quel movimento ultranazionalista croato detto degli Ustascia o insorti, in ricordo delle lontane ribellioni antiturche.

L’ustascismo, nelle intenzioni di Pavelić e dei suoi, avrebbe dovuto restituire alla Croazia quell’antica grandezza che avrebbe avuto - a suo avviso - nel leggendario regno fondato nel decimo secolo sul lato occidentale dei Balcani. Curiosamente la stessa Croazia produsse, nell’Ottocento, due ideologie completamente diverse. La prima, quella illirista, tendeva allo jugoslavismo (ne era leader il vescovo zagabrese Josip Strossmayer), cioè all’unione – in chiave antiasburgica ed antiottomana - degli Slavi meridionali, cattolici ed ortodossi che fossero. L’altra invece, mescolando nazionalismo, clericalismo e razzismo, puntava non solo ad una grande Croazia statualmente autonoma (e quindi di fatto irriducibilmente antiserba) ma anche etnicamente pura.

Protezione italiana

Pavelić parte ovviamente da quest’ultimo pensiero e lo organizza con il terrorismo negli anni Trenta con l’obiettivo di smantellare la prima Jugoslavia, cioè il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (SHS) in cui la Croazia era “prigioniera”. Non solo il re Alessandro venne ucciso a Marsiglia nel 1934 da mano ustascia, ma per tutti gli anni seguenti proseguì l’opera di destabilizzazione del Regno jugoslavo. Opera francamente facilitata da un lato dall’oggettiva fragilità e rissosità del giovane Stato, dall’altro da chi, come l’Italia fascista, aveva mire egemoniche sul vicino Regno.

Non meraviglia dunque che Pavelić ed i suoi ustascia vengano generosamente accolti e protetti in Italia in attesa del momento propizio. Momento che arriverà presto con l’invasione italotedesca della Jugoslavia, la sua frantumazione e la nascita, nell’aprile 1941, dello Stato indipendente croato (NDH) guidato dal poglavnik (duce, capo) Pavelić.

Uno Stato che si presentava non solo filofascista ed ultracattolico, ma anche violentemente razzista. Obiettivo: spazzar via i serbi, gli ebrei ed i rom; i massacri e la pulizia etnica ebbero la scientificità massima nel famigerato campo di Jasenovac, un vero e proprio lager (con tanto di forno crematorio) guidato anche da un frate, detto efficacemente frà Satana.

Dopoguerra

Con la sconfitta tedesca e la vittoria partigiana, gli ustascia in fuga dimostrarono una grande abilità nel nascondersi approfittando di una rete vasta di appoggi e di coperture fornite soprattutto da influenti sacerdoti e frati croati nonché da chi vedeva negli ustascia una forza anticomunista comunque utile nel momento in cui il mondo si spaccava nella guerra fredda. Dopo l’Austria e l’Italia fu l’Argentina peronista la meta “naturale” di tanti dignitari ustascia, Pavelić compreso.

Il poglavnik morì nel 1959, quando ormai la Jugoslavia, avendo rotto con l’URSS, era ritenuta geostrategicamente “utile” all’Occidente. L’ustascismo si era ormai ridotto alle azioni terroristiche, che ebbero il picco in quella “Primavera croata” del 1970-71 che fece esplodere ampie rivendicazioni nazionalistiche poi represse dallo stesso Tito.

Il libro finisce qui. Ma sappiamo che, come vampiri, gli ustascia (insieme con i cetnici serbi) riapparvero lugubremente negli anni delle violente convulsioni che smembrarono la Jugoslavia federale. Lo stesso presidente Franjo Tuđman ed il suo partito HDZ ebbero il sostegno di una robusta diaspora anticomunista dalla tinta decisamente filoustascia. E bisognerà aspettare nel 2002 il centrosinistra di Ivica Račan (ex Lega dei comunisti) perché si cominci a pensare di vietare in Croazia il proliferare della simbologia ustascia, cui si erano aggiunte le foto di Ante Gotovina. Ma, come un fiume carsico, non è detto che l’ustascismo non possa trovare nuovo consensi dalla destra radical-populista, magari rifiutando quell’Europa che tra due anni dovrebbe accogliere la Croazia.

Perché quel che è certo – ed il lavoro di Adriano e Cingolani ben lo dimostra – è che l’ustascismo si innerva incontestabilmente sulla storia croata, o perlomeno di una certa Croazia, e quindi anche sulle dinamiche sempre piuttosto aggrovigliate dei Balcani.




Pino Adriano, Giorgio Cingolani
La via dei conventi. Ante Pavelić e il terrorismo ustascia dal Fascismo alla Guerra Fredda
Mursia, Milano 2011
€ 20

(Da: http://www.balcanicaucaso.org)

Beppe Fenoglio, Una questione privata



lunedì 19 settembre 2011

Da leggere: Beppe Fenoglio, Una questione privata



Un libro "assurdo e misterioso" come la vita. Una storia di una bellezza dolorosa. La guerra partigiana come mai era stata descritta prima. Una Terra di Langa fangosa e terribile. Tutto questo è "Una questione privata", uno dei pochi grandi romanzi della letteratura italiana del Novecento.

Letteratura e Resistenza 2

Beppe Fenoglio, Una questione privata

«Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d'un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l'Orlando furioso, e nello stesso tempo c'è la Resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto piú forti quanto piú impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest'altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché».

Italo Calvino


Michele Lupo

L’antiretorica di Beppe Fenoglio

In alcuni brevi saggi raccolti in italiano nel volume minimum fax Nel territorio del diavolo, una pubblicazione di qualche anno fa, la grande autrice di racconti Flannery O’Connor centrava alcune questioni decisive dell’arte dello scrivere, tenute con forza e concentrazione estrema dentro il luogo che davvero le compete: quello della verità. La narrativa secondo la O’Connor ha da fare con i sensi e la materia giacché essa “è un’arte basata sull’incarnazione”: personaggi in situazione, dall’azione drammatica dei quali lo scrittore tenta di approssimare il nucleo d’irripetibile individuale verità. Non spiegando e interpretando dall’esterno, ma “guardando fisso le cose”.

E’ ciò che fece Beppe Fenoglio nello splendido Una questione privata, racconto di ambiente resistenziale ma svolto al netto di qualsiasi faciloneria, il caso di dire, partigiana. Fenoglio fu combattente, ufficiale di collegamento con gli Alleati, e aveva chiaro l’altissimo senso morale e il valore politico di ciò che stava facendo (non abbiamo l’equivalente nella nostra storia precedente – e successiva meglio tacere – quanto a dignità di un popolo e partecipazione dal basso), ma sapeva altrettanto bene che la letteratura non si riduce a slogan né a esercizio di articolazione delle proprie ragioni.

Una questione privata è un racconto nel quale, nonostante l’amarezza di fondo – il partigiano Milton, badogliano che ha l’incauta idea di tornare nei luoghi in cui nacque il suo amore per la giovane torinese Fulvia, viene a conoscenza della probabile relazione fra la ragazza ed il suo amico Giorgio, anch’egli partigiano, e nel mezzo della guerra si mette alla sua ricerca per conoscere la verità sino in fondo –, attraverso un’arte ineguagliata della descrizione palpita una fisica plasticità che ha pochi paragoni nella letteratura italiana. Milton, immerso in un fango «giallo come zolfo, tenace come mastice», si muove in un paesaggio invaso continuamente da una nebbia spessa, che “intasava i valloni e si stendeva in lenzuola oscillanti sui fianchi marci delle colline”, poi “formava spessori concreti, una vera e propria muratura di vapori” o anche “un mare di latte, rimescolato in fondo da pale gigantesco e lentissime” – e via di questo passo, attraverso decine di pagine di straordinaria densità espressiva.

In questi casi si dice che il paesaggio è un personaggio. Io direi che queste Langhe in cui “Milton ha sempre la sensazione del cozzo e della contusione” sono la storia – quella del libro, s’intende. La dimostrazione che per chi ha occhi per vedere la natura può farsi essa stessa racconto. Ché è da un dentro fisico, da uno spazio materiale e sensoriale che noi viviamo queste nostre vite in transito. Occorre saper vedere sì, avere il senso del ritmo che aveva Fenoglio, sulla pagina, e la lucidità (è più la lucidità che il sentimentalismo terreno buono per la poesia) di riconoscere che le buone e ottime e fondamentali ragioni storiche non impediscono a un uomo di trovare in un altrove, un amore definitivo e infelice il cuore della propria esistenza, di innescare un meccanismo di fuga che non è irresponsabilità ma adesione alla verità delle cose – in letteratura, oltre le poetiche, anche quella di programma che si chiamava neorealismo. Tanto che la morte Milton va a rischiarla non per uccidere un fascista o un tedesco ma per ritrovare l’amico che chiudeva il beffardo triangolo amoroso. Del resto è questo il grande libro di Fenoglio, non Il partigiano Johnny, troppo programmatico nella sua ostinata e un po’ fredda ricerca stilistica. Laddove la scrittura di questo romanzo breve è a tratti straordinaria eppure emotivamente intensa, capace di restituire tragica evidenza alle cose, di saggiarne il sapore e di ascoltarne i rumori – corpi che pesano, sensibili. Vivi nell’inevitabile sfida a un destino tutt’altro che scontato. Uno dei libri migliori del secondo Novecento italiano.


(Da: www.liberolibro.it)


Beppe Fenoglio
Una questione privata
Einaudi 2006
€ 11

Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza

da vento largo

Da leggere: Giorgio Caproni, Racconti scritti per forza


Una raccolta di racconti che permette di comprendere meglio la poesia di Caproni. Un libro da leggere.

Giovanni Tesio

Racconti scritti per forza


Scritti «per forza» significherebbe proprio cio' che il titolo dice. Ossia scritti su commissione, scritti per lucro, scritti «per occasioni», come precisava Giorgio Caproni in un'intervista a Mario Picchi. Scritti specialmente tra gli Anni Trenta e Quaranta e sparsamente pubblicati su quotidiani e periodici. Nella difficolta' e nei «momentacci» che hanno travagliato la vita di uno dei poeti piu' limpidi del nostro Novecento, un'attivita' collaterale, insomma, che poteva servire a integrare il piccolo stipendio di maestro o di umile correttore di bozze.

E tuttavia guai a prendere alla lettera i poeti che giocano al ribasso e che si mimetizzano dietro le loro nevrosi: «il povero caproncello versificatore» delle lettere a Betocchi. Perche' questi Racconti scritti per forza, appena pubblicati da Garzanti grazie alla cura di Adele Dei (con la collaborazione di Michela Baldini) mostrano poi di fatto una forza che resta difficile annettere ad una pura e semplice rubrica della mano sinistra. Il primo a farne oggetto di studio era stato Luigi Surdich, ma qui la Dei raccoglie tutti i «quarantacinque Racconti> > (quasi come i quarantanove di Hemingway) in prima e terza persona, e li dispone in sezioni, che magari tradiscono il criterio della semplice collocazione cronologica, ma consentono di identificare dei nuclei - anche temporali - di temi e motivi, se non sempre omogenei, sicuramente affini. Un buon aiuto, in definitiva, per un lettore comune che voglia accostarsi al mondo di Caproni per una via ben piu' importante di quanto le testimonianze e le dichiarazioni personali ce la facciano ad ammettere. Non solo perche' la prosa (almeno dalla consapevolezza di Leopardi in poi) ha sempre nutrito e innervato i versi dei poeti, ma anche perche' attraverso la prosa narrativa di Caproni (una sorta di porta di servizio) possiamo meglio entrare nel mondo poetico piu' suo. Senza per questo dimenticare il piacere del testo che si propone qui in tutta la sua (solida) autonomia.

Il nucleo piu' forte e' quello costituito dai capitoli del romanzo rimasto inedito, La dimissione, insieme con il nucleo dei Racconti partigiani, ambientati tutti e due in Alta Valle Trebbia, dove Caproni fece il maestro elementare e dove passera' poi sempre l'estate. Il romanzo e' una cupa storia di taglio realisticamente surreale, che tra realta' e simbolo disegna i contrasti e gli avvisi di un'umanita' prigioniera, chiusa dentro un paesaggio di forte evidenza emblematica: «Stava davanti a me un paesaggio di sasso, dove il mio disagio spaziava su un mare pietrificato di monti e di rocce rosse, a onde qua e la' rotte in una delle tante frane disseminate nel verde quasi minerale».

Per parte loro, i Racconti partigiani sono quanto di meglio possa darsi nel panorama di un «genere» che da Calvino a Fenoglio non e' stato proprio avaro di risultati. Storie di orrore e solitudine, di sangue e gelo, di freddo e fame, di digiuno e sgomento, di imboscate e crudelta', di colpe e tremori; la contraddittoria e spietata pieta' che prende - come nel racconto Un discorso infinito - di fronte alla morte finalmente comune di chi ha fatto scelte diverse di campo. Sempre agisce in Caproni, in ogni sezione del libro, e persino quando il racconto pare farsi piu' ilare come nel lungo scherzo della Maliarda, l'ambiguita' dei labirinti umani (s'intitola Il labirinto uno dei Racconti piu' convincenti) che si muovono tra disperazione e speranza, tra ira e pianto, tra pieta' e disprezzo, tra angoscia e rancore, tra bellezza e tristezza, tra cattiveria e colpa, alla ricerca continua del «filo giusto da infilar nella cruna della verita'». Sempre un'esattezza che e' la stessa della poesia, la ricerca di un ritmo che anche in questi Racconti e' voce di dentro: quali che siano le tante occasioni «per forza» che - nella piu' ardua conversione della cosa in parola - possono avere indotto un poeta come lui a farsene narratore.

(Da: Tuttolibri-La Stampa)


«Credo [...] che la forma narrativa sia l'ossatura di qualsiasi scrittura artistica, anche della poesia, anche della poesia più lirica. Mi dà fastidio che, per esempio, chiamino i miei versi liriche [...] perché mi piace raccontare, penso proprio che all'uomo piaccia stare a sentire un discorso, un racconto insomma.»

Giorgio Caproni
Giorgio Caproni
Racconti scritti per forza
Garzanti, 2008
21 Euro

''Mani bucate'' di Marco Cobianchi

''Mani bucate'' di Marco Cobianchi, la pioggia cddegli aiuti di stato: dai film agli skilift

Pamphlet. In «Mani bucate»
un'analisi del giornalista
Marco Cobianchi su
finanziamenti e sussidi pubblici

La pioggia degli aiuti di
Stato: dai film agli skilift

In tutto 30 miliardi: più di due terzi del disavanzo pubblico. E si finanziano anche progetti per cinquanta campi da golf in Sicilia

di Sergio Bocconi
per il Corriere della Sera 29/9/2011



Indovinello: cosa hanno in comune il colosso della difesa Finmeccanica e il Sicilia Golf Resort, il gruppo di microelettronica Stm e gli skilift del Norditalia, l'«Avanti» di Valter Lavitola e il film Matrimonio alle Bahamas di Claudio Risi, la Fiat e l'Hotel Mont Blanc di Courmayeur, i cinema con schermo adatto a proiezioni in 3D e perfino la mafia? In apparenza nulla. Invece una cosa c'è: tutti hanno ricevuto a vario titolo e con effetti assai diversi, per canali e in proporzioni molto differenti, aiuti pubblici, cioè soldi dei contribuenti. Nostri. Una pioggia, o per meglio dire un'orgia incontrollata di sussidi che non si riesce nemmeno a quantificare perché a governare l' erogazione è solo il caos. Il giornalista di «Panorama» Marco Cobianchi nelle 300 pagine di Mani bucate, edito da Chiarelettere (euro 15,90) in libreria da oggi, ha impiegato due anni a consultare documenti ufficiali, dalla «Gazzetta» alle sentenze della Corte dei Conti, per ricostruire il percorso del fiume di miliardi che ogni anno viene distribuito a qualsiasi tipo di impresa: high tech o obsolete, in utile o in perdita, start-up o decotte, localizzate al Nord, al Centro, al Sud, in aree davvero depresse o dichiarate tali. Soldi che vengono utilizzati per finanziare nuove assunzioni o ripagare i debiti alle banche, per sussidiare impianti che spariscono una volta finiti i sussidi o sovvenzionare corsi di formazioni di dubbia efficacia o ristrutturazioni glamour. A stanziarli provvedono migliaia di leggi e contratti di programma, che dispongono spese cash o sgravi fiscali. Il risultato è che è impossibile fare un bilancio: l'autore per primo non se la sente di ricostruire cifre monstre ma poco attendibili e si affida a «un numero che probabilmente risponde in modo meno approssimativo di altri alla domanda sulla spesa totale a favore delle imprese», elaborato dall'economista Mario Baldassarri: nel 2010 la somma raggiunge 40 miliardi, dai quali bisogna toglierne 15 destinati ai trasporti locali e aggiungerne circa 5 fra interventi di sostegno non contabilizzati a favore dell'energia verde e sconti fiscali. «In tutto 30 miliardi: più di due terzi del disavanzo pubblico da recuperare entro il 2013, poco meno della metà di quanto lo Stato paga di interessi sul debito ogni anno». Funzionano gli aiuti? La domanda sembra quasi fuori luogo se si pensa ai 2,5 milioni all'anno (il dato è del 2008) erogati a Lavitola, oppure ai cinquanta progetti per campi da golf in Sicilia, alle migliaia di euro destinati ad alberghi di lusso in tutta Italia, ai soldi indirizzati a società vinicole legate a famiglie mafiose, legali ma oggetto di truffe che li moltiplicano (anche con il sangue), ai finanziamenti stanziati per gli impianti di risalita in Val d'Aosta o per i parchi di divertimento. Ma una risposta ci vuole, vista la mole di soldi nostri che circolano in modo incontrollato. Eccola: Cobianchi l'affida al governatore Mario Draghi: «I sussidi alle imprese sono generalmente inefficaci e creano distorsioni che penalizzano gli imprenditori più capaci». Più chiaro di così. Però l'orgia continua.

Ceci n' est pas du cinema! al Museo Nazionale del Cinema di Torino



CECI N'EST PAS DU CINEMA!
Una rassegna di giovane video arte italiana
presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino

ottobre e novembre 2011, gennaio 2012

Il Castello di Rivoli, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, presenta, nei mesi di
ottobre e novembre 2011 e gennaio 2012, CECI N'EST PAS DU CINEMA! Una rassegna di giovane video arte italiana, a cura di: Marcella Beccaria, Andrea Bellini, Francesco Bernardelli, Beatrice Merz, Marianna Vecellio.


La rassegna nasce con l’intento di proporre un’ampia panoramica di video realizzati negli ultimi
decenni da una giovane generazione di artisti italiani. Si tratta di una vera e propria indagine
esplorativa volta a presentare anche la produzione più recente. I video saranno proiettati al Cinema
Massimo prima dei film in programmazione, negli spazi che in genere vengono utilizzati per gli spot
pubblicitari. L’obiettivo è quello di raggiungere un pubblico ampio e non necessariamente legato al
mondo dell’arte contemporanea.
Con questo progetto il Castello di Rivoli dimostra interesse e capacità di osservazione anche nei
confronti della ricerca artistica italiana più giovane, affermando ancora una volta la sua volontà di
sostenerla e promuoverla. Al contempo, il Museo Nazionale del Cinema si inoltra ancora una volta nei
percorsi della video arte, forma di espressione artistica sempre più utilizzata dai registi contemporanei.
Caratteristica fra le più evidenti della video arte è il fare spesso ricorso a strutture narrative solo
apparentemente realistiche, per minare dall'interno e mettere in crisi i mezzi stessi di rappresentazione.
Si può così arrivare a parlare di un linguaggio (ed una retorica) del Video elaborata su simboli, icone,
momenti/frammenti e atmosfere che, utilizzando i punti di riferimento delle strutture narrative
convenzionali, modificano e ribaltano questi cardini per arrivare a creare opere la cui inedita logica
interna è diventata il vero mezzo d'espressione. In altre parole, l’espressione video arte si riferisce a un
insieme di strumenti anziché a un particolare orientamento estetico.
Dalle questioni legate al punto di vista impiegato (il soggettivismo - o per converso l'oggettività
dell'occhio osservatore), alle strutture linguistiche (ereditate/rimaneggiate più o meno
consapevolmente dalla storia del cinema), fino ai meccanismi narrativi o alle strutture produttive ed
economiche (rimesse in questione), la maggior parte dei titoli scelti per il progetto mettono in mostra e
inevitabilmente rappresentano esempi in qualche modo anomali, quasi unici. Si tratta di forme
eccentriche, disorganiche rispetto al linguaggio del cinema, che offrono però preziosi mezzi
d'esplorazione di quei nessi che si formano fra realtà e finzione, fra immaginazione e documentazione.
Video arte come modalità sempre più libera ed imprevedibile, in grado di innescare catene
d'associazioni (mentali - concettuali) e di reinventare la macchina comunicativa che regola e lega il
patto di complicità fra spettatore e regista.

CASTELLO DI RIVOLI MUSEO D'ARTE CONTEMPORANEA MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
Consulente stampa: Silvano Bertalot Resp. Ufficio Stampa: Veronica Geraci
tel. +39 011.9565211 tel. +39 011 8138509 - +39335 1341195
s.bertalot@castellodirivoli.org geraci@museocinema.it


PROGRAMMA DELLE PROIEZIONI – OTTOBRE 2011
Ceci n'est pas du cinéma!
Cinema Massimo (sala 2), prima dello spettacolo serale
Lorenzo Scotto di Luzio
Mondo fantastico (2004, video, colore, sonoro, 12’)
1-3 ottobre
Marzia Migliora
Forever overhead (2010, 35 mm trasferito su DVD, colore, sonoro, 5’48”)
4-6 ottobre
Luca Bolognesi
Pinocchio (2007, colore, sonoro, 3’)

7-9 ottobre
Rä di Martino
La Camera (2006, 16 mm trasferito su DV, bianco e nero, sonoro, 12’)

10-12 ottobre
Patrizio di Massimo
Duets for Cannibals (2010, colore, sonoro, 3’)

13-15 ottobre
Rossella Biscotti
Dalla Stazione Marittima al Ministero del Lavoro e Politiche Sociali (8mm trasferito su DVD, bianco e nero)

16-18 ottobre
Alis/Filliol
Muro (2010, colore, 3')

19-21 ottobre
Pennacchio Argentato
Modernrelics (2008, colore, sonoro, 3’)

22-24 ottobre
Giulia Piscitelli
Todos (2008, Colore, sonoro, 10’)

25-27 ottobre
Stefania Galegati
Walk in Paradise (2002, 35mm trasferito su DVD, colore, sonoro (italiano) 12')
Con Franca Maresa e Leo Pantaleo

28-30 ottobre

Peter Pan il musical

PETER PAN il musical
Image

Il Teatro Moderno torna ad ospitare le compagnie amatoriali della provincia, e lo fa presentando uno spettacolo magico...

Sabato 1 ottobre ore 20:30
Domenica 2 ottobre ore 17:30

Ingresso  € 10,00

Info e prenotazioni 0773 471928
Una simpatica miscela di divertimento e fantasia approda al Teatro Moderno di Latina con l’arrivo della nave dei pirati di Capitan Uncino. Sabato 1 Ottobre alle ore 20.30, in replica domenica 2 Ottobre alle 17.30, sul palcoscenico del Teatro di via Sisto V, angolo Piazza San Marco, arrivano le avventure di Peter Pan, interpretato da Roberto Calì. Tutti pronti dunque ad incontrare incredibili personaggi come Spugna, Trilly, i bimbi sperduti ed un simpatico e famelico coccodrillo! Il laboratorio teatrale del Circolo Culturale Nemesis Onlus di Pontinia, dopo il consenso di pubblico riscosso con il musical Mary Poppins, si cimenta in questa nuova esperienza rappresentando il Musical di Peter Pan sempre con la regia di Simone Peverati. Musiche coinvolgenti e diversi momenti di interazione con il pubblico creano un'atmosfera magica con le suggestioni evocate dal corpo di Ballo della Scuola di Danza Modulo di Pontinia sullo sfondo delle scenografie firmate da Arianna Lorenzon. Oltre trenta personaggi in costume si avvicenderanno sul palco per farvi vivere la magia di Peter Pan: ragazzi giovanissimi e volontari che vogliono parteciparvi del loro entusiasmo per il teatro.

La stagione di prosa 2011/2012 del Teatro Moderno di Latina prenderà il via il 29 e 30 Ottobre 2011, con “Una Notte bianca” di Gabriele Pignotta, da lui stesso interpretata e diretta insieme a Fabio Avaro e Cristina Odasso.

Per ulteriori informazioni: 0773.471928 oppure 346.9773339