22-11-1963
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Da tempo Stephen King non era più lui. I fan non lo avrebbero ammesso nemmeno sotto tortura (se no che fan sarebbero?), ma i suoi libri non erano più belli come una volta. Secondo alcuni, la crisi dello scrittore risaliva al 1999 quando fu investito, durante la quotidiana passeggiata della salute, da un furgoncino guidato da uno schizzato. L’incidente fu interpretato dallo scrittore come un avvertimento del destino e gli ingenerò grande inquietudine. Secondo me, la crisi preesisteva. Sui motivi c’era solo da sbizzarrirsi. C’è chi diceva: «Troppi soldi, troppo successo». Vale a dire (secondo l’abbastanza spregevole motto di Steve Jobs) che King non aveva più fame. Altri sostenevano che non aveva più sete (nel senso che aveva smesso di bere e gli si era prosciugata l’ispirazione). Personalmente, propendevo per la pista coniugale. La moglie di King, Tabitha, ha sempre preteso di essere scrittrice anche lei. In nome delle pari opportunità e delle quote rosa letterarie, deve avere talmente stressato il povero Stephen da fargli venire un paralizzante senso di colpa in merito al portentoso talento di cui madre natura lo ha dotato.
Insomma, sembravano ormai al game over. E, invece, no. Qualsiasi cosa sia accaduta in questi anni di crisi ha smesso di accadere nel momento in cui King, ripescando un’idea di quando era sconosciuto, ha scritto 22-11-1963, il giorno in cui Lee Oswald uccise John Fitzgerald Kennedy a Dallas, la data spartiacque dopo il quale l’America non è più stata la stessa. King immagina che un tranquillo professore di letteratura scopra, per caso, la possibilità di viaggiare nel tempo e decida di impedire l’attentato. Sarà l’inizio di un incubo. Quello che lo aspetta è una ri-creazione del mondo.
Dopo tante stupende storie diaboliche, Stephen King ha scritto il più divino dei suoi romanzi.
di Antonio D’Orrico
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