La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

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Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

mercoledì 25 giugno 2014

I corpi desideranti di Michel Foucault

da il manifesto
CULTURA

I corpi desideranti di Michel Foucault

Michel Foucault. In Francia pubblicato il corso «Subjectivité et vérité». La sessualità ha sempre svolto un ruolo centrale nella definizione di una soggettività che fa esperienza della verità
Per­ché, oltre al reale, esi­ste anche il vero? Nel corso Sub­jec­ti­vité et vérité, tenuto al Col­lège de France nel primo tri­me­stre del 1981 e appena pub­bli­cato in Fran­cia (a cura di Fré­dé­ric Gros, Seuil/Gallimard, pp. 335, euro 26), Michel Fou­cault ci invita a stu­pirci dell’esistenza di qual­cosa come la verità. La verità, infatti, non è inscritta nel cuore del reale, in quanto suo attri­buto essen­ziale e ori­gi­na­rio, ma si aggiunge al reale. La verità è un «evento sto­rico sin­go­lare», essa accade alle cose, viene pro­dotta a pro­po­sito del reale, e non sco­perta nei suoi recessi. Tale pro­du­zione ha con­se­guenze rile­vanti, in par­ti­co­lare per il sog­getto. Ed è pro­prio di que­sto che Fou­cault parla in Sub­jec­ti­vité et vérité: di come, a par­tire da un certo momento della sto­ria dell’Occidente, la verità si sia appun­tata al sog­getto, e di come al sog­getto sia stato impo­sto di sco­prire la verità a pro­po­sito di se stesso.
Sog­get­ti­vità e verità, dun­que. La pecu­lia­rità di que­sto corso, tut­ta­via, risiede nell’esplorare e nel mani­po­lare tale cop­pia con­cet­tuale a par­tire da un terzo «polo», il sesso – giac­ché, secondo Fou­cault, è solo rico­struendo le peri­pe­zie sto­ri­che del sesso, del pia­cere e del desi­de­rio che è pos­si­bile com­pren­dere in che modo la verità si sia incro­stata sul sog­getto, e lo abbia costi­tuito in rela­zione a una pro­fon­dità (a un’«interiorità») che essa stessa ha prov­ve­duto a sca­vare; in che modo, insomma, sia emerso un sog­getto al quale è richie­sto di tenere un discorso vero, di con­fes­sare la verità a pro­po­sito di una parte di se stesso – la «ses­sua­lità» – con­si­de­rata indis­so­cia­bile da ciò che egli è. Un com­pito che si rive­lerà par­ti­co­lar­mente arduo.
Da un lato, infatti, Sub­jec­ti­vité et vérité mette radi­cal­mente in discus­sione la tesi di una cesura netta tra l’Antichità greco-romana e il cri­stia­ne­simo, schiac­ciati su un sem­pli­ci­stico schema bina­rio che oppone la libertà all’austerità, il godi­mento alla rinun­cia. Non solo la morale ses­suale antica era già carat­te­riz­zata da per­cetti austeri e da nume­rosi inter­detti, ma, secondo Fou­cault, l’idea stessa di cop­pia ete­ro­ses­suale spo­sata come unico luogo nel quale può essere eser­ci­tata un’attività ses­suale «legit­tima» è stata ela­bo­rata ben prima del cri­stia­ne­simo. Essa si riscon­tra in molti trat­tati stoici di epoca impe­riale, nei quali, inol­tre, la nozione di desi­de­rio viene dis­so­ciata da quelle di atto e pia­cere, rice­vendo così una valo­riz­za­zione auto­noma, pre­lu­dio del ruolo chiave che rive­stirà la «con­cu­pi­scenza» nel cri­stia­ne­simo.
D’altro canto, però, il lavoro genea­lo­gico che Fou­cault com­pie in que­sto corso fa emer­gere anche la radi­cale ete­ro­ge­neità dell’esperienza antica degli aph­ro­di­sia (le opere di Afro­dite) rispetto all’esperienza cri­stiana della «carne» e a quella moderna della «ses­sua­lità». Solo che il discri­mine non è rap­pre­sen­tato dalla costi­tu­zione della morale coniu­gale o dall’emergenza del con­cetto di desi­de­rio, ma da un’idea total­mente dif­fe­rente della verità e della sog­get­ti­vità, e da una diversa con­fi­gu­ra­zione dei loro rap­porti. Se il cri­stia­ne­simo (così come, più recen­te­mente, la psi­coa­na­lisi) obbliga l’individuo a ver­ba­liz­zare i pro­pri desi­deri al fine di sco­prire la verità più pro­fonda di se stesso, al fine di sco­prire chi è vera­mente, nella cul­tura greco-romana il sog­getto di desi­de­rio non è mai pen­sato come oggetto di cono­scenza. Gli aph­ro­di­sia, infatti, non sono né pro­prietà di natura, né dimen­sioni della sog­get­ti­vità, bensì una serie di atti carat­te­riz­zati dall’intensità del pia­cere che pro­vo­cano nell’individuo, e che richie­dono per que­sto un lavoro di «sti­liz­za­zione» che scon­giuri il rischio di una per­dita del con­trollo di sé. Insomma, nel mondo antico, gli aph­ro­di­sia sono l’oggetto di un’«arte di vivere», la mate­ria sulla quale l’individuo è chia­mato ad appli­care una serie di «tec­ni­che di sé» (per que­sto il rin­vio è a L’origine de l’herméneutique de soi, Vrin) per costruire un rap­porto con se stesso che sia dell’ordine della padro­nanza, e non un segreto pro­fondo che costi­tui­rebbe la verità della sua sog­get­ti­vità. È così che, nelle mani di Fou­cault, la «sto­ria della verità» assume una por­tata squi­si­ta­mente etico-politica.

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