La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

Il calcio dell' Asino
Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata
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giovedì 5 maggio 2011

“Non sto tanto male” Quella carogna del direttore, uno come noi, di Celestino Tabasso


Cultura

“Non sto tanto male”

Quella carogna
del direttore,
uno come noi

Giovedì 05 maggio 2011
È una delle regole di ferro della narrativa. E infatti funziona da più di duemila anni, da quando Terenzio con quel suo humani nihil a me alienum puto decretò che non c'è perfido, crudele zozzone in cui non ci si possa identificare. Perché quel malvagio è umano come noi, e almeno una nostra parte, un nostro spicchio oscuro condivide le sue pulsioni ignobili. E se è valso per il killer di “American Psyco”, se abbiamo sentito affine il nazista delle “Benevole” (che non a caso salutava i lettori con un “Fratelli umani, lasciate che vi racconti”), allora ci si potrà sentire affratellati anche a Valdo Norman, il direttore di giornale spregevole, maniacale e arido che Gianni Zanata ha scelto come protagonista del suo “Non sto tanto male” (Quarup editore, 96 pagine, 12,90 euro).
Pur essendo giornalista (è caposervizio del tg di Sardegna 1), Zanata non cede alla tentazione di fare del direttore e della sua redazione macchiette folk, riassuntini delle pecche e dei luoghi comuni che martirizzano la professione. Il suo secondo romanzo (dopo “Prestami una vita”) è la storia di una carogna che dirige un giornale, certo, e lo fa senza rispetto di sé, del mestiere e dei colleghi, ma il punto non è questo. Potrebbe essere il boss di un'azienda tessile, o il socio anziano di uno studio legale. Il punto è il suo essere gelidamente, fastidiosamente uno di noi.
Spregevole ma romantico, sa inciampare in un tenero e stralunato incidente sentimentale. Odioso ma vulnerabile, vive assediato da fobie angosciose e cerca rifugio in un bunker di abitudini, rituali, pranzi rigorosamente a base di fritti e insalatine, alienati struggimenti davanti al fluire vellutato, innocente del detersivo azzurro nel candore del lavandino. Perché le tecniche di autorassicurazione ognuno se le crea come gli pare. Le paure purtroppo no: «Le paure, si sa, mica te le puoi scegliere. Sono loro che scelgono te». Disgustoso e psicolabile, ma a modo suo sensibile, pronto a turbarsi per un ricordo, un'evocazione, un suggerimento sensoriale. Appena può si immerge in un sentiero di fragranze che lo riportano all'età felice, e sceglie il Vetril come una sorta di madeleine proustiana che, nel giro di due o tre annusate, lo spedisce dritto in un pomeriggio d'infanzia, quando se ne sta spensierato all'ombra della mamma che - in piedi sulla sedia - strofina e pulisce le finestre. Con un linguaggio molto efficace, in particolare nei dialoghi, e con un'attenzione documentaristica alla degenerazione paranoide che va a braccetto con sprazzi improvvisi di umorismo, Zanata ci porta per mano sul sentiero di un piccolo carnefice aziendale che va di terrore in amarezza, di spavento in speranza immerso in una totale, bizzarra solitudine.
E poi la pace. Dove tutto è bianco e perfetto, dove finalmente possono uscire le paure e le angosce di una vita. E tutto può essere finalmente lasciato libero di fluire.
Celestino Tabasso

mercoledì 13 aprile 2011

Non sto tanto male, romanzo di Gianni Zanata

Non sto tanto male


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Recensioni: 

Autore pubblicazione

Gianni Zanata

Abstract

Un uomo di successo, Valdo, direttore di un grande quotidiano e una mora bellezza mediterranea di vent’anni, intravista in un mattino di primavera, in una storia perbene finirebbero prima o poi l’uno nelle braccia dell’altra. Specie se a fare da ruffiano al loro “incontro” è l’altrettanto mediterranea luce di una città di mare. Ma qui fuori, lo sappiamo, c’è il buio, e ancor più scure e contorte si rivelano a volte le idee degli uomini e le loro strade.
E allora capita che l’uomo di successo sia cinico e arrogante quanto basta per farsi disprezzare dalla maggior parte dei suoi colleghi, e da sua moglie. E che la mora sia nello stesso tempo una concreta e invitante preda, e un’ombra sfuggente al limite dell’irraggiungibile. E che gli odori che permeano il racconto non siano solo iodio e salsedine, ma anche le chimiche sospette di detersivi e ammorbidenti – tutti rigorosamente di color celeste gomma, “rassicurante” – allineati con maniacale precisione, perché solo così i “pensieri brutti e violenti” vanno via.
La quotidianità di Valdo è scandita dalle riunioni di redazione, dagli incontri con l’analista, dalla ricerca di un avvocato che si prenda cura della causa di separazione dalla moglie e da timidi sforzi per disintossicarsi finalmente dalla dipendenza da cocaina, intrecciata a un amore folle che diventa ossessione.
Come il gesto ostinato di versare nel lavandino l’intero contenuto di un ammorbidente, per “far passare quel brutto senso di vertigine”.
Ed è così che quella premessa inizia ad avvitarsi in una ossessiva rincorsa tra ordinario e impossibile, in un gioco tra i percorsi dei piedi e quelli dei neuroni che – proverbialmente – nessuno riesce mai a mettere d’accordo fino in fondo e per sempre.
Non sto tanto male. Appunto.
Fare o farsi del male, invece, quello è assolutamente possibile: l’amore, specie se imprevisto, può alterare tutto.
E l’ironia pure, nel bene e nel male.
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Gianni Zanata è nato a Cagliari nel 1962. Giornalista professionista, ha cominciato alla radio ed è ora volto noto a chi svolazza sul satellite.
Ha già pubblicato un romanzo, Prestami una vita (2008), vero emblema delle potenzialità moltiplicatrici del passaparola, ed è capace di suonare un numero imprecisato di strumenti con i quali ha il coraggio di presentarsi in veste di musicista.
Scrive anche poesie e canzoni, ma tutto sommato è un uomo di buon senso.

mercoledì 2 febbraio 2011

Da leggere: Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici

Da leggere: Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici

E' da pochi giorni in libreria l'ultimo libro di Marino Magliani. Ne pubblichiamo l'incipit.


Marino Magliani

La spiaggia dei cani romantici


Alla fine di febbraio a Lincoln finiva anche l’estate. Con la negra i posti dove farci a pezzi si riducevano a due o tre. Negra solo perché era ordinaria, a Lincoln se uno è ordinario è negro anche se è biondo, ma scura di pelle la negra lo era davvero. Per me era semplicemente negrita e la cominciai a chiamare così prima ancora di impalmarla. Questa parola che sentirete parecchio da qui in avanti non significa mica sposarla, da noi si impalma quando a una donna le si conosce il cuoio, e si scende al presepe.
Non credo che la negra se la prendesse per come la chiamavano, forse perché a Lincoln, come dappertutto, non c’è niente di peggio che incazzarsi se ti danno un nome. E quando lo capisci è tardi.
Quell’anno avevo deciso che sarei andato in Europa. Tolti i dieci mesi trascorsi tra caserma, guerra e ospedale militare, il resto della mia vita era marcato pampa, aveva l’odore delle sgommate e della benzina bruciata sul Falcon del vecchio, per le strade larghe di avenida Rivadavia, a dar di retromarcia contro i pali della luce per vedere se se ne muoveva uno, o quello di borotalco delle carte, le sere passate al club a farmi spellare, e l’odore della negra, quando ho smesso di andare a manuela.
Ventidue anni così, e ogni estate, durante il periodo della raccolta, una settimana di vacanza all’estancia, a centoventi chilometri da casa, tra Lincoln e Chacabuco, dove abbiamo i campi; così il vecchio poteva tenere d’occhio gli asalariados che non ci rubassero il raccolto. Eppure siamo una delle migliori famiglie di Lincoln e la gente come noi d’estate se ne va un mese a Mar del Plata. Ma noi siamo i Dronero, siamo dei pidocchiosi. E lo sanno tutti. Dietro casa il nonno piantava la verdura e papà ha mantenuto l’usanza. A Lincoln non glielo perdonano, per la gente se pianti i pomodori sei un tirchione che non vuol dar vita al verdurero…
E questa è Lincoln.
Dicevo che la negra non si è mai incazzata ma il nome non gliel’hanno tolto lo stesso. Come a me che da bambino mi chiamavano Almeja, ostrica, perché avevo poco collo, poi il collo m’è cresciuto e mi hanno continuato a chiamare Almeja.
In Europa mi chiameranno matado o colgado, che significano entrambi morto di fame, ma ora in Europa devo ancora andarci.
Impalmerò un mucchio di donne in Europa, ucciderò militari inglesi, venderò dragoni ai soldati americani, e molto altro. Così dicono. Sarà vero?
Non ho cominciato dalla soledad di Lincoln per parlarvi di questa storia e della fine dell’estate, ma solo perché quando muore l’estate in Sudamerica ne comincia una in Europa. E poi anche da voi, certamente, i posti più tristi non sono mica quelli turistici, i litorali pieni di gelaterie e spiagge che a un certo punto restano deserti, ma i posti come Lincoln dove tutto finisce, anche l’estate, senza mai iniziare.
Eppure a Lincoln, credete a me che non ci torno da mille anni, e non so neanche più se ci sia ancora qualcosa che si chiama così, avvengono lo stesso delle cose speciali che fanno dire addio all’estate. Non parlo dei bambini che un giorno rivanno a scuola, o del primo vento tra gli alberi del parque o della chiusura della piscina pubblica, ma dei chicos piola, la banda di perdigiorno nata e cresciuta in queste strade che alla fine di febbraio, regolarmente, ogni anno, riattraversa la pozzanghera ed emigra in Europa.
Un giorno questo me l’ha detto anche mio padre, con quel tono severo e misurato che usa quando crede d’inventare qualcosa di importante per l’economia argentina: «L’estate, Almeja» mi chiama così anche lui, «a Lincoln termina quando spariscono dalle strade i chicos piola».
Dovete sapere che questa dei chicos piola (significa «i ragazzi all’occhio» e sono una decina in tutto) è una cosa nata solo qualche anno fa: e da allora, quando i chicos piola tolgono le tende, la gente vive la loro partenza come un cambio climatico.
Rumbo Europa. Fanno Baires-Madrid-Las Palmas. Si fermano marzo e aprile a Playa del Inglés, Gran Canaria, o a Tenerife, o a Lanzarote, e a maggio si trasferiscono a Lloret de Mar, sulla Costa Brava.
Vivono praticamente di notte e d’estate, pare, e si mantengono lavorando nelle discoteche.
Cosa facciano in realtà lo scoprirò fra poco.
Una cosa è certa: ce li ritroviamo ciclicamente a Lincoln a novembre, con il primo caldo australe, e allora siamo tutti lì che ci facciamo dire com’è andata, quante ne hanno impalmate, gli scoli che hanno preso.
E chiediamo loro di farci registrare la musica nuova e mostrarci come si balla quest’anno in Europa.

Gennaio 1983, l’altr’anno ci sono stati i mondiali, persi da stupidi, e quest’estate, oltre alla musica e alla collezione di camicie colorate da putos e alle pastiglie che fanno ridere e vedere i dragoni, i chicos piola si sono portati a Lincoln Gregorio, un italiano, un tano, come vi chiamiamo noi in Argentina, che a Lloret de Mar lavora con loro.
Diciamo pure che per non contraddirsi i chicos piola dal l’Europa non potevano che portarsi dietro un apparato del genere, uno per cui il mondo ha la forma della fica e il resto si esaurisce in erba da fumare.
Una sera i chicos piola e il tano Gregorio sono venuti a mangiare la pizza dove vado anch’io, da Romero Morsa. Il tano, con la sua camicia variopinta, i pantaloni di pelle, la faccia pesta e le labbra gonfie che si aprono storte, passa dal mio tavolo e mi saluta militarmente. Forse qualcuno gli ha detto che sono stato alle Malvinas. Gli faccio un gesto di interrogazione, lui alza le spalle. Vengo a sapere poi dal cameriere che i milicos l’hanno menato per farsi dire chi vende l’erba e se c’è davvero qualcuno, come gira voce, che intende portarsi in Spagna qualche etto di coca rosada boliviana.
Il tano non sapeva nulla e così hanno insistito, poi l’hanno dovuto rilasciare perché della faccenda se ne sono occupati il padre e lo zio di Julio Pantelic, un ragazzo amico dei piola, gente mezzo mischiata con la junta.
Quando i chicos piola vanno in pizzeria o nei bar, paga sempre la gorda Raja, una bestiona di Lincoln che gira con loro, studentessa in farmacia, i genitori grandi proprietari terrieri, forse ancora più dei miei. La gorda la impalma un piola, il Gatto Luque, tipo alto e secco che in Europa gira voce svuoti i portafogli delle donne.
Il Gatto Luque se ne sta abbracciato alla gorda, circondato dai chicos piola, aspettano la pizza e bevono caraffe di vino mendocino. Anch’io da Romero Morsa bevo mendocino, lo mischio a gaseosa o Coca-Cola, una moda giunta dalla Spagna.
Ogni tanto il tano Gregorio si alza, mi passa accanto, mi saluta militarmente e rientra nel cesso a guardarsi la faccia gonfia allo specchio.
Il tano si sta impalmando un’amica della gorda Raja, la Carmen Botti, figlia del fabbro che vende lotteria illegale.
Ma del tano gira voce che non scende al presepe e la Carmen di questa cosa ne ha parlato alla gorda Raja, come fanno le donne, sapete, e questa alle amiche. Ora lo sa tutta Lincoln: il tano Gregorio al presepe non ci scende.
Così son tutti che gli danno addosso, specie i chicos piola, che hanno un’immagine da difendere: «Tano» gli dicono, «vergüenza, alle argentine se non ci scendi al presepe le lasci zoppe!» La voce è arrivata fino al fabbro Botti, e gli hanno chiesto se sua figlia era zoppa. Sono dovuti intervenire i milicos…
È la peggior pizzeria della pampa questa di Romero Morsa, un vino pessimo, e quella della moda europea di tagliarlo con Coca-Cola o gaseosa è una buona scusa per farlo scendere.
Non so perché ci vengo. Perché ci sono i chicos piola immagino, sono loro l’attrazione.
Sono entrati attirando subito gli sguardi, con le loro camicie e le loro battute in inglese, e Romero Morsa, che è stato anche lui a Lloret de Mar una stagione – poi il padre, per farlo rimanere a Lincoln, gli ha aperto la pizzeria.





Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

Marino Magliani
La spiaggia dei cani romantici
Instar Libri, 2011
€ 14,00