La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

lunedì 31 dicembre 2007

Paulette e Hannah (2)

Paulette tace e ascolta Hannah.
‘’Tuo nonno e’ quello che viene fuori da questi scritti. Un uomo romantico, sognatore, idealista, poco pratico, un poco bugiardo. Non puoi sapere quanto mi facesse incazzare. Ma poi mi riconquistava e non potevo fare a meno di lui perche’ puro, onesto, disponibile, generoso, sempre pronto al sorriso, dalla battuta allegra per alleggerire le situazioni e dissacrare anche le cose serie, o meglio, seriose. Era innocente e schietto. Un gran lavoratore. In redazione sgobbava per ore e ore. A scrivere, a passare i pezzi dei colleghi, dei corrispondenti, ad organizzare il lavoro del giorno dopo. In queste carte trovi tuo nonno, nei pregi e nei difetti. Forse non c’ e’ tutto perche’, nonostante la sua schiettezza, tendeva a nascondersi. Gli mancava, talora, infatti, il coraggio, il fegato, la tenacia di prendere di petto la situazione di svantaggio, ma istintivamente sapeva prendere le decisioni importanti. C’ e’, comunque, il tanto per comprenderlo’’.
Paulette ascolta Hannah con sorpresa. E’ la prima volta che le descrivono con parole affettuose nonno Peter. Capisce quanto Hannah lo ami.
E’ anche dalla sua parte.
Glielo dice.
‘’Sei come lui’’ osserva Hannah, ‘’Istintivamente si fidava delle persone. Mi sembra di capire che anche tu abbia questa caratteristica. Ti avvicina molto a lui. Al contrario, invece, mi sembri ben determinata e risoluta nel volere ottenere quello che ti sei prefissata. Anche lui pero’, nonostante il suo nascondersi, le sue indecisioni, ha sempre saputo raggiungere i suoi obiettivi. Magari prendeva le decisioni quando proprio non ne poteva fare a meno, quando vi era costretto. Non mollare mai, ma godi anche la vita, in particolare l’ amore. Non diventare mai dura e non analizzare troppo. L’ amore e’ altra cosa che il lavoro. Talora bisogna sapere essere anche indulgenti, anche se qualche volta il tuo compagno potra’ farti sentire come un puzzle che una piccola esplosione ha fatto saltare per aria, disperdendo i pezzi qua e la’. Non avere paura di ricominciare da capo e mettere tutto in ordine se veramente vuoi bene al tuo uomo. Io l’ ho fatto con Peter e non mi sono mai pentita’’.
‘’Paulette adesso mangiamo qualcosa. Non sono brava in cucina come Peter, un cuoco raffinato, ammirato da tutti i nostri ospiti, ma so far funzionare molto bene il forno a microonde e so preparare degli ottimi manicaretti con i cibi congelati, che, comunque, nonostante fossero detestati da Peter, sono una grande invenzione. Il tutto accompagnato da una ottima birra analcolica, fresca’’.
Mentre parla prepara la cena, tirando fuori dal freezer bocconcini surgelati di spinaci con il formaggio e dei naselli.
‘’Peter li sopportava solo per amore mio, ma per fortuna che, per una donna come me impegnata molte ore al giorno, troppe ore, nel lavoro, ci sono i surgelati. E soprattutto surgelati di pesce. I tanto buoni filetti di sogliola, di platessa o di altro pesce. Non si devono togliere le spine o l’ intera lisca e non si riempie la casa di puzza di pesce. Tutto pronto. Da infilare solo nel forno, preferibilmente in quello a microonde e via. Un boccone e giu’, magari accompagnato da un buon bicchiere di vino bianco, fresco, preferibilmente Nuragus o Vermentino di Sardegna, una regione molto amata da tuo nonno, una terra, diceva, tanto bella, selvaggia, ospitale. Bianchi deliziosi, da bere giovani a una temperatura di circa sei gradi per gustarne tutte le caratteristiche’’.
Mentre il forno a microonde prepara le pietanze Hannah da’ un’ occhiata alla tavola. Riaggiusta la tovaglia, i tovaglioli, i fiori. Mordicchia una mandorla salata. Mette in bocca una manciata di noccioline americane, di pistacchi. Per lei e Paulette versa nei bicchieri un aperitivo leggermente alcolico: bitter rosso, succhi vari di frutta esotica, liquore d’ arancia, una spruzzatina di ‘’filu ‘e ferru’’, un’ acquavite sempre originaria della Sardegna. Peter ogni volta che vi si recava tornava a Castle con l’ automobile carica di vini, acquavite e formaggi, di pecora e capra. L’ aperitivo e’ una invenzione di Peter, solo che lui ci metteva il liquore d’ arancia fatto in casa dalla mamma di Hannah, la quale oggi ultranovantenne non ha piu’ voglia di far distillare arance, mandarini, limoni, mirto, per ottenere deliziosi liquori, o di mettersi davanti ai fornelli per le sue marmellate, soprattutto di limoni, di cui Peter era goloso.
‘’Mi piaci e mi sei simpatica. Peter mi parlava sempre di te. Devo dire che possiedi una delle sue caratteristiche: sai ascoltare. Tuo nonno sapeva ascoltare, molto bene, chi parlava era sempre al centro della sua attenzione. Inoltre era un grande affabulatore. Ti faccio una proposta: ti metto a disposizione le sue carte. Le potrai consultare, leggere, quando vorrai. Per questo ti lascero’ le chiavi di casa per non essere legata ai miei impossibili orari. Potrai venire qui quando vorrai, anche a studiare se lo desideri. Peter ha sempre avuto la voglia di farti conoscere la mia, nostra, sua casa. Non glielo hanno mai permesso’’.

Buon Anno

Che la strada si alzi per venirti incontro.
Che il vento sia sempre alle tue spalle.
Che il sole brilli caldo sul tuo viso.
E possa la pioggia cadere dolcemente sui tuoi campi.
Cammina in pace e sii contento
Ovunque tu sia sulla tua strada,
E finche’ non ci incontreremo di nuovo
Che Dio ti tenga gentilmente nel cavo della sua mano.

Tra i miei numerosi libri ho trovato in ''Le parole portano lontano'', di Nick Owen, questo augurio originario dell' Irlanda. L' ho fatto ''mio'' e lo trasmetto a voi tutti.

domenica 30 dicembre 2007

Non esiste spazio se non esiste luce


Dall’ alto del bastione che domina Castle, la citta’ vecchia e quella nuova, lo sguardo raccoglie l’ intera distesa della citta’. Dal porto alla laguna di Saint Gilles, alla spiaggia, al promontorio della Devil Saddle, allo stagno di Jus Ranthelmo. Lo spettacolo e’ magnifico. Qualche suono indistinto proviene solo dall’ interno della passeggiata coperta, sotto il piazzale del bastione, dove sono in corso opere di restauro.
Anche se siamo in marzo, il sole, un caldo sole, abbacinante, invade Castle.
Peter e’ appoggiato ad una delle balaustre del bastione. Indossa un abito nero di velluto con panciotto. E’ elegante e discreto, con camicia bianca di cotone, senza colletto e piegoline sul davanti.
Pochi mesi prima si era sposato per la terza volta. Stranamente pero’ gli era sembrato di assistere alle nozze di un’ altra persona.
Pensa che non esiste spazio se non esiste luce e che non e’ possibile pensare il mondo senza pensare alla luce. La violenta luminosita’ che e’ sopra Castle conferma il suo pensiero.
Fuma un sigaro, appoggiato a quel parapetto mezzo bruciacchiato dai mozziconi di sigaretta lasciati li’ a consumarsi. Sembra intenzionato ad approfittare dello spettacolo per fumare tranquillamente.
La luce bacia i tetti, scivola per le strade, risveglia in ogni albero, in ogni pietra, in ogni finestra l’ entita’ dormiente della citta’.
Si allontana dal parapetto e lentamente prende la strada verso casa.
Apre la porta. I cani gli vengono incontro guaendo.
Entra nella camera da letto. Nello specchio dell’ armadio vede riflessa la sua persona. La guarda con disgusto.
Sul letto e’ distesa Hannah. E’ vestita con i pantaloni bianchi e la giacca argento del giorno delle nozze.
E’ immobile.
Lo sguardo fisso.
Senza vita.

Paulette e Hannah (1)

Hannah fa entrare Paulette nella sua casa, nella loro casa, perche’ e’ anche di Peter.
Molti particolari testimoniano la sua presenza.
La sua collezione di orologi da tasca fa bella mostra nello studio. Orologi in argento, prevalentemente inglesi, dell’ ottocento, qualcuno anche della fine settecento. Tutti a carica manuale, con chiavetta. Poi gli Swacth da tasca della fine del secolo scorso. Moderni, a batteria, ma ugualmente di valore perche’ pezzi non trovabili tanto facilmente. E ancora la sua collezione di penne e pennini. Sparse qua e la’ le sue pipe.
A ricordare la sua presenza sono soprattutto alcune fotografie che sono in vista in soggiorno, accanto alla preziosa collezione di fischietti in terracotta, cominciata da Hannah e poi da Peter, acquistati in diverse parti del mondo.
Le foto attirano Paulette.
Sono Hannah e Peter a una festa di fine anno. Il primo trascorso insieme, nel lontano 1994. Una festa esclusiva, nel piu’ elegante hotel di Castle, ospiti dei cugini di Peter, i proprietari dell’ albergo.
Hannah e’ bella, affascinante, prorompente. Il suo viso, il suo sguardo, i suoi occhi sono eccitanti. E’ fasciata da un body nero. Anche la gonna e’ in seta nera, lavorata a pizzo. Poi una grande e bella fascia di colore rosso a dare luminosita’ alla persona e all’ insieme. E’ radiosa. E’ evidentemente felice.
Peter e’ elegante. Indossa un raffinato smoking. Anche lui mostra di essere felice.
Hannah segue con attenzione Paulette.
Osserva i suoi sentimenti cerca di scoprire cosa le passa per la mente.
‘’Voglio conoscere quest’ uomo’’ dice Paulette, precedendo ancora una volta la domanda di Hannah.
‘’Desidero sapere tutto di lui. Mi e’ stato negato. Mi e’ stato negato. Mi e’ stato impedito di avere sentimenti nei suoi confronti: indifferenza, disprezzo, odio, comprensione, affetto, amore. Uno qualsiasi. Sarei stata io a decidere. Invece cosi’ mi e’ stato tolto qualcosa. Con quale diritto? Perche’?’’.
‘’Sono la meno indicata a rispondere alle tue domande’’ dice Hannah.
‘’Posso dirti che sei stata sempre nei suoi pensieri. Ha sempre detto che la tua nascita ha segnato una svolta nella sua vita. Mi raccontava del suo grande amore per la sua bambina, la sua bella sposa. La prima nipote, vissuta in casa sua per qualche anno. Prima dell’ ostracismo della sua famiglia, quando tornava a casa usciva sempre con te. In braccio prima e poi, quando avevi preso a camminare da sola, per mano. Si dirigeva al bar nella piazza vicino casa. Li’ comprava delle tavolette di cioccolato e mentre ne concedeva una o due a te, mangiava le altre con golosita’’’.
Hannah allora apre un cassetto, il primo dell’ armadio, dove lei in genere mette le cose piu’ importanti. Tira fuori centinaia di fogli, scritti a mano utilizzando una penna stilografica. La grafia e’ bella, ordinata, talora svolazzante. Estrae anche un lungo scritto, il racconto della sua vita, battuto al computer.
‘’Vuoi conoscer tuo nonno? Vuoi sapere di lui, l’ uomo piu’ attraente che abbia conosciuto. Elegante. Uno dei piu’ eleganti di Castle. Spiritoso. Allegro. Ottimista. Sempre. Bene. Allora devi leggere quello che ha scritto. Da buon giornalista qual’ era aveva grande facilita’ di scrittura, caratterizzata da fantasia, dolcezza e profondi sentimenti che riusciva ad esprimere in versi, racconti e lettere che conservo gelosamente’’.
Mentre parla la commozione prende Hannah. Gli occhi diventano lucidi. Alla mente le tornano i momenti gioiosamente felici trascorsi con Peter.
Anche Paulette ha l’ animo in subbuglio. Sente stringersi lo stomaco. La tensione e’ alta.
E’ sorpresa dal fatto che il nonno fosse un giornalista, un bravo giornalista, esperto di politica, economia, agricoltura e enogastronomia, che aveva lavorato anche per la televisione e la radio.
Comprende ora la sua passione per l scrivere, la sua scelta universitaria, il suo desiderio di voler lavorare nei giornali.

mercoledì 26 dicembre 2007

Mio padre e la liberta'

Non ho mai conosciuto mio padre, morto in guerra, l' ultima, quando avevo tre anni. La sua grande umanita', cultura, amore per la liberta' e la giustizia le ho conosciute soprattutto attraverso i racconti di mia madre.Quando penso a lui vedo mio padre, mentre mi fissa con i suoi occhi azzurri e mi dice che la liberta' va strappata dalle mani degli oppressori.Un insegnamento che trasmetto ogni giorno ai miei figli e nipoti con il mio comportamento. Come dice Adorno nei ''Minima moralia'': non si da' vera vita nella falsa.
L’ idea di liberta’ mio padre me lo ha trasmesso pochi mesi prima di morire.
E’ l’ unico ricordo che ho di lui. Un ricordo mio, esclusivamente mio.
‘’Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente’’.
Dostojevskij: ‘’Memorie del sottosuolo’’.
Quando mi ha parlato di liberta’ a ogni costo, da strappare dalle mani degli oppressori, siamo io e lui da soli. Andiamo, la mia mano nella sua, da Nayaders, dove, in tempo di guerra, aveva trasferito la famiglia, a New Adolya, un altro centro dell’ Alleopartshire, distante un paio di chilometri.
E’ marzo, non so se il giorno del mio compleanno. Ha avuto due giorni di licenza, ho poi saputo da mia madre quando dopo anni, molti, racconto l’ episodio. E’ di stanza a Castle, circa venti chilometri da Nayaders.
I miei ricordi dell’ ambiente della campagna sono piuttosto sfuocati. Diventano nitidi solo sulla sequenza della passeggiata e delle sue parole.
Camminiamo sul ciglio destro della strada. Sto alla sua destra per non correre pericoli, anche se il traffico e’ limitato a poche biciclette, a qualche carretto trainato dai cavalli, molte le persone a piedi, soprattutto donne e qualche ragazzo. Uno di questi ci passa accanto correndo.
Lui e’ in borghese, indossa un abito scuro, io un capottino chiaro con il colletto in velluto. Nella mia mente tutto e’ chiaro, soprattutto i suoi occhi di un intenso azzurro.
Camminiamo in silenzio. Mio padre mi stringe la mano. Il suo viso e’ sereno. Sono raggiante. Non passo molto tempo con lui. Quando la sera, non tutte le sere, lui torna a casa, io sono a letto e dormo, e la mattina, quando riparte, non sono ancora sveglio. Mia madre mi ha sempre raccontato che appena entrato in casa veniva nella mia camera, mi accarezzava sui capelli e mi dava un bacio sulla fronte. Rito che ripeteva quando andava via.
Arrivati all’ altezza del cimitero di Nayaders ci fermiamo, ci sediamo, uno a fianco all’ altro, su un poggiolo ricoperto d’ erba.
Comincia a parlare. Dice quanto bene vuole alla mamma, a me, agli altri due figli. Poi racconta delle brutture della guerra, della inutilita’ di un conflitto scatenato da un pazzo e assecondato da un altro stolto, solo per sete di potere, delle false speranze di vittoria decantate dal Duce, dal Re. Espone i suoi concetti di liberta’, fratellanza, di giustizia e pace tra i popoli. Parole allora non comprese. Troppo difficili per me. Sono pero’ rimaste incise nella mia mente, capite solo col crescere degli anni.
Siamo rimasti seduti forse una mezz’ ora, poi lentamente siamo tornati a casa.
Quella e’ l’ ultima volta che ho visto mio padre.Non ho altri ricordi di lui vivo.
Dopo alcuni mesi un ufficiale e’ venuto a casa per dare a mia madre la notizia che il marito era morto in un bombardamento di guerra, quella guerra da lui rifiutata, ritenuta inutile, dichiarata da un folle, appoggiata da uno stolto, solo per sete di conquista.

martedì 25 dicembre 2007

Paulette e Hannah

Una sera Hannah e’ ancora nel suo ambulatorio di chirurgia e medicina estetica.
E’ sola e e’ appena andata via l’ ultima cliente, l’ ultimo appuntamento della giornata.
E’ ancora nel suo studio, deve fare come d’ abitudine alcune telefonate alle sue clienti operate la mattina prima. Ne avra’ ancora per un paio d’ ore prima di rientrare a casa. Le sue giornate di lavoro durano sempre a lungo.
Emma ha quasi sessant’ anni ed e’ laurea da quasi quaranta. E’ una affermata professionista, ma la sua organizzazione della sua attivita’, come sempre del resto, e’ incasinata. Per questo poi, ogni tanto si imbufalisce e afferma sempre che le mancano alcune ore: da dedicare a se’, allo studio, al riposo, alla casa.
Sta per comporre il primo numero telefonico quando sente il trillo del campanello.
Suonano alla porta.
Va ad aprire e si trova davanti una bellissima ragazza. Una di quelle giovani donne che chissa’ per quanto tempo non avranno bisogno di lei e delle sue cure estetiche.
Dopo avere risposto affermativamente alla domanda se fosse la dottoressa Hannah Eurem, la fa entrare e accomodare nel suo studio.
E’ abituata a ricevere anche fuori orario. Non ha mai avuto la forza di rifiutare visite, anche quando stanchissima. La sua disponibilta’ e’ stata sempre apprezzata da tutti.
Sta per chiedere il motivo della visita, fuori appuntamento, e vorrebbe puntualizzare di fare presto perche’ ha altri impegni. Non ne ha il tempo. La giovane donna senza indugi entra subito nel v ivo della questione.
‘’Non sono qui per una visita o un consulto’’ dice, dopo aver detto di chiamarsi Paulette.
‘’E’ una vicenda molto personale’’ continua ‘’e riguarda lei e me. Sono la nipote di Peter, il suo compagno. Solo pochi giorni fa e’ saltato fuori questo nonno, che mi e’ stato tenuto nascosto per sedici anni. Non so molto. In famiglia sono reticenti. Mi hanno raccontato alcuni aspetti della sua vita, della sua storia. Ma io voglio saperne di piu’. Ho saputo, dopo molte resistenze, che lei e’ stata la sua donna. Eccomi qua per parlare di lui’’.
Hannah e’ sbigottita.
Peter e’ sempre presente e lei non ha mai smesso di portare all’ anulare la fedina con brillanti che lui le ha regalato a testimonianza del suo amore.
Hannah e’ sorpresa. Non aspettava una simile richiesta. Tace.
Guarda questa ragazza che con fare schietto le chiede di Peter. Ora che la osserva bene vede nei suoi tratti del viso qualcosa che le ricorda il suo Peter, la sua malattia, l’ unico uomo con il quale ha convissuto e con il quale aveva desiderato e stabilito di sposarsi.
‘’Non e’ facile parlare di Peter, l’ uomo piu’ dolce e affascinante che abbia conosciuto. L’ uomo del quale sono stata sempre attratta, fisicamente e spiritualmente, nonostante i suoi difetti. Una persona…, la piu’ importante della mia vita. Un uomo che qualche volta ho avuto paura di perdere per averlo trascurato un po’, per non avere goduto appieno cio’ che mi ha dato. Tenero, adorabile, pauroso Peter, che rifuggiva gli ostacoli, ma che ha avuto il coraggio di scegliermi. Due volte. Di questo gliene sono grata’’.
Paulette ascolta. Guarda questa donna, ancora giovane, piacente, attraente e bella. L’ eta’ sembra non averla colpita.
‘’Per una volta al diavolo le telefonate ai miei clienti. Se hanno bisogno possono chiamarmi al cellulare. Hai tempo? Hai un orario fisso per rientrare a casa?’’.
Dopo che Paulette ha risposto che puo’ tardare e chiesto di poter telefonare ai genitori per dir loro di non preoccuparsi per il ritardo perche’ da una amica, Hannah le propone di andare a casa sua per mostrarle alcuni ricordi di Peter, i suoi scritti, le sue poesie d’ amore, una sorta di diario della loro storia e della sua vita.
___

AUGURI


La felicita' e' un profumo che non puoi versare su un' altra persona senza lasciarne cadere alcune gocce su di te.

lunedì 24 dicembre 2007

Luce pietosa



A poche centinaia di metri di distanza, dalla rinata Palace Square, si affaccia la grande spianata al di sopra di Constitution Square, sempre luogo d’ incontro di Castle. I profili degli edifici, della Cattedrale danno a Palace Square una struttura essenziale, monumenti architettonici di una citta’ orgogliosa di se’. Dalla spianata si gode il panorama dell’ Angels Gulf e del porto di Castle. In lontananza il promontorio della Devil Saddle che domina la spiaggia della citta’.
Dalla finestra della mia camera da letto vedo le parti alte degli edifici di Palace Square, della Cattedrale e il promontorio della Devil Saddle.
Sono sdraiato sulle lenzuola, scoperto con la camicia addosso, in mutande. Sono a letto punto di partenza e di arrivo di tutte le mie giornate.
La luce del giorno bacia il mio viso, il letto, le pareti della stanza. Risveglia in me la vita.
Furioso per il rifiuto.
Lei gli aveva spiegato che aveva bisogno dei suoi spazi, che aveva ecessita’ di tempo per riflettere. Insomma tutto il repertorio classico delle merdate.
Guardai il suo cadavere. Il volto aveva acquistato un’ espressione impossibile da interpretare. Sembrava forse un mostro quella donna? Non in modo particolare adesso che con il proprio rifiuto aveva rovinato per sempre il suo futuro.
Un tocco di luce avvolge pietosa il suo corpo.

domenica 23 dicembre 2007

Hannah


Come d’ accordo, alle 11 del mattino Peter si trovava davanti ai cancelli del cimitero, Hannah non era ancora arrivata.
Di fianco alla porta d’ ingresso, una scritta in grandi lettere indica la direzione della camera mortuaria.
In lontananza le croci, le lapidi, le tombe di famiglia. La ricchezza e la poverta’ di ognuno costituivano un fattore essenziale, dominante: erano i termini di paragone piu’ usitati, indispensabili, ricorrenti, per una distinzione di parte.
Comincia a piovere. Una pioggia fitta, sottile, odiosa.
Peter si muove. Un passante dice, tempaccio, questo umido ti entra nelle ossa.
Poi e’ di nuovo il silenzio.
Peter si porta le mani al viso come se volesse schivare una scena di terrore.
Dentro la bara. Arriva Annah.

martedì 18 dicembre 2007

Staro' con te

Quanto al futuro ascolta: io me ne staro con te come colui che nella maturita' comincia la sua vita e guarda lontano l' arcobaleno.
Meraviglia!
Il sole si alzera' sui tetti della citta vecchia di Castle.
E' l' amore. Scegliero' il tuo sguardo ogni mattina. Ascoltero' le tue parole come musica. Desiderero' il tuo sentimento per viverlo ogni istante.
Mi giro e accarezzo il corpo di Hannah, steso sul letto.
Senza vita.

lunedì 17 dicembre 2007

Fredda Castle di pietra



Fredda Castle di pietra. Strana Castle di pietra. Castle e’ molto ripida.
Sono costretto a recarmi di tanto in tanto in un centro commerciale, il solo luogo al mondo dove tutto coesiste con tutto in insensata contiguita’.
La gente vi si trasferisce in massa. Sono l’ ultima frontiera del mistero. Sono posti stranissimi dove niente e’ mai davvero come sembra.
Sono gia’ le dieci del mattino. Piove di brutto, un temporale tosto. Devo andare lo stesso: non c’ e’ niente in frigo. Devo pur mettere qualcosa tra i denti a pranzo.
Il centro commerciale, non troppo lontano da casa, e’ tutto una ressa: alle casse code raspose. Le donne parlano continuamente tra loro, ogni tanto mutano il tono bruscamente, guardando gli uomini che, impacciati, non sanno andare avanti.
Pago. Sto per uscire. La vedo. E’ bella. E’ vestita di nero. Sotto la giacca si immaginano due tette da sballo. Ho fischiato. Si e’ girata. Mi ha guardato. Ha ripreso a camminare, senza considerarmi.
Mi avvio. Sento un rumore distante di una forte esplosione, un rimbombo che fa tremare tutto l’ edificio.
La vedo volare, insieme ad altri, e poi ricadere senza vita.
La folla grida, poi le grida diventano isteriche.
In fondo non c’ e’ piu’ nulla, eccetto il fumo e i corpi straziati.
Centri commerciali: posti stranissimi dove niente e’ mai davvero come sembra.

In viaggio con gli inganni

Sui colli all’ alba, lontano da Castle, in viaggio con gli inganni
Cammino lentamente, con me Micha, una ragazza fantastica, tutta la pelle visibile interamente coperta di lentiggini. Corpo aggraziato, viso franco, splendidi capelli biondi, morbidi e serici. E’ venuta a dirmi che sarebbe andata a cercarsi un altro perche’ ha necessita’ di rapporti stabili.
In lontananza il mare. Anche le navi a distanza. Le navi hanno qualcosa a vedere con il principio e la fine.
Mi copro il viso con le mani. Getto il sigaro in terra. Micha mi gira le spalle.
Da una tasca tiro fuori una pistola, premo il grilletto con forza, una, due, tre volte… forse piu.
Si va sempre a morire lontano dai posti migliori.

domenica 16 dicembre 2007

Quali malvagita' si annidano nel cuore dell' uomo?


La notte e’ freddissima, ma la luna splende vivamente. Sulle colline vicine un bizzarro uomo passeggia tranquillamente in quel posto e cosi’ tanto freddo.
Un altro uomo di avvicina.
Peter, uno dei due, parla per primo e dice a Frank che comprende la sua inquietudine, ma che tutto senza dubbio si aggiustera’.
Per il momento Peter so bene che non ho niente da temere.
Ti vedo pensieroso, come sempre quando hai un problema difficile.
Quali malvagita’ si annidano nel cuore dell’ uomo? Tu lo sai.
Frank mentre parla si rivolge a Peter con un ghigno demoniaco.
Tu non hai ancora capito.
Che cosa?
La morte, aggiunge Frank.
Ah.
No, tu non hai capito cosa vuol dire ricominciare.
Prendila calma, Frank, prendila calma e abbassa un po’ la voce.
Non la vedro’ mai piu’, urla e piange senza lacrime, lei non c’ era a Castle quella notte, non c’ era. Ha preferito andarsene. Le parole di Frank escono a stento.
Non e’ andata via. Tu trent’ anni fa, su questa collina, in una notte freddissima, con una luna splendente vivamente, le hai preso la faccia fra le mani, l’ hai baciata sulla bocca, con sensualita’. Lei sorrideva, come se avesse nel petto tutta la felicita’ del mondo. Tu allora l’ hai colpita con un coltello a serramanico, conficcandolo nella sua pancia, aprendola come si apre un agnello per scuoiarlo.
Quali malvagita’ si annidano nel cuore dell’ uomo? Peter tu lo sai.
E’ una notte fatata in cui gli uomini si abbandonano ai flutti dei sogni, inseguendo streghe e chimere.

La notte in cui Babbo Natale fu giustiziato

La notte in cui Babbo Natale fu giustiziato mi trovai in mezzo a una tempesta di neve. E’ stato il momento in cui conoscenza e liberta’ mi hanno fatto comprendere come interpretare e cambiare il mondo.
Ho una buona notizia, dice Hannah, l’ albero del giardino variamente adorato ora con la neve caduta nella notte e’ perfetto.
Ti ho sognato stanotte, dico, ma sei piu’ bella che nel sogno.
Perche’ vuoi assolutamente che creda a quello che dici? Al tuo posto la cosa mi lascerebbe indifferente, che mi si creda o no…
Sono turbato da questo strazio di donna. Non puo’ essere buona, bensi’ un demonio.
Tu non capisci, continuo, tu non puoi capire. Ascoltarmi, credermi e tutto cio’ che chiedo.
Va bene, rintuzza lei, cosa ne pensi di tirare una riga su quello che ho detto?
Lacrime di coccodrillo, penso.
Si avvicino’ a me, mi strinse con le gambe, comincio ad accarezzarmi il corpo.Tempo e spazio sono solo forme della nostra conoscenza, del nostro amplesso.
Improvvisamente si alza, si allontana.
Scappo ho un sacco di commissioni da fare in citta’.
La prendo per il braccio e la guardo da vicino, la fisso con occhi di brace. La trascino in cucina prendo un coltello e la sbuccio come una vecchia arancia.
La notte in cui Babbo Natale fu giustiziato, liberta’ per cambiare la realta' del mio mondo.

sabato 17 novembre 2007

Foglie e radici


L’albero ha una vita lunga, a volte lunghissima, che lo fa percepire quasi immortale, è contenitore di fatti, di idee e, nello stesso tempo, anche di contenuto e storia.
Come l’albero, anche l’uomo cresce e si sviluppa divenendo consapevole del proprio successo.
Come l’uomo, anche l’albero ha la sua straordinaria complessità che lo rende unico e comunicativo, attraverso il suo linguaggio simbolico.
L’albero ha una energia che parte dalle radici profonde e nascoste, vive e si sviluppa attraverso il tronco e i rami verso l'alto.
La radice è ciò che permette di dar vita al suo frutto affondando in qualcosa di vasto, il terreno, da cui trae nutrimento. La radice appartiene all’albero e, metaforicamente, spiega sempre l’esistenza di qualcos’altro, spiega la motivazione della propria esistenza. Dunque si può dire che anche l’uomo, per crescere, ha bisogno di partecipare ai frutti dell’albero del sapere.
Il tronco è la storia dell’albero, cresce e si sviluppa con l’alternarsi delle stagioni e degli anni, è la solidità implacabile orientata dall’esperienza e dai valori a cui ci si ispira, sempre.
I rami si estendono con creatività nell’orizzonte circostante, impongono l’autorevolezza che gli appartiene, rappresentano l’ambizione a raggiungere i propri obiettivi.
Le foglie e i fiori rendono l’albero splendido nell’aspetto, traducono poeticamente l’energia della linfa vitale che lo pervade. Sono la rappresentazione visibile della comunicatività e dell’entusiasmo.
Il frutto è quanto di più perfetto l’albero possa realizzare, per l’uomo è il cambiamento interiore, il premio alle proprie fatiche, la realizzazione che permette di gettare il seme nel terreno sconfinato ed essere l’artefice di un nuovo ciclo.
Il seme della Formazione è l’uomo, che nasce e affonda le sue radici nel terreno del sapere in un processo di crescita interiore e consapevolezza, sviluppando complessità e competenze. Divenendo un essere unico, come l’albero!

Peter - Paulette e il nonno (3)

‘’Perche’ non mi avete mai detto che avevo un altro nonno?’’, Paulette domanda un giorno a pranzo al babbo e alla mamma.
La domanda e’ rivolta soprattutto al padre.
Antony sa che non puo’ far finta di niente.
Deve spiegare.
‘’E’ una lunga storia di inganni’’ dice.
‘’Tuo nonno Peter un giorno ci ha lasciati tutti, andando a vivere con un’ altra donna’’ continua.
‘’Cosa vuol dire ci ha lasciati? Tu, mamma, i tuoi fratelli, io, Laurent, e gli altri cugini cosa c’ entriamo. Forse e’ piu’ giusto dire che, finito l’ amore, ha chiuso con nonna Athin, come accade tra tanti coniugi quando il loro rapporto si e’ consumato’’.
‘’No. Ha abbandonato tutti: moglie, figli, nipoti. E’ fuggito con un’ altra’’.
‘’Quanto sei arretrato. Questo quando sarebbe successo?’’ domanda Paulette.
‘’Sedici anni fa’’.
‘’Cioe’ alle soglie del duemila, del ventunesimo secolo. Non farmi ridere. E’ incredibile solo a pensarlo. A me pare che sia stato tu, siano stati i tuoi fratelli, siate stati voi ad abbandonarlo. Forse in un momento in cui lui avrebbe avuto bisogno di voi, di un confronto, anche di uno scontro. Non capisco’’.
Antony non controbatte. Anche lui ha imparato a conoscere Paulette. Sa che quando la figlia ha una sua opinione, anche se fondata su pochi elementi, e’ difficile fargliela cambiare. E’ testarda. Risoluta nelle sue convinzioni. Come lui d’ altronde.
Antony racconta la vicenda del padre e mentre parla osserva la figlia che sgrana gli occhi incredula e scuote la testa non approvando il comportamento del babbo e degli zii, i quali hanno escluso Peter dalla loro vita, nonostante i numerosi tentativi fatti per continuare ad avere con loro dei rapporti.
Paulette ascolta.
‘’Sembra quasi che tu abbia paura di questa storia e delle tue azioni’’ dice, rivolgendosi al padre, stizzita. Non lo da’ a vedere ma si pente subito del tono aspro usato.
‘’Pare che tu abbia paura di ricordarla. Ci giri intorno mentre ne parli. E’ come se si fosse aperta una crepa nella sicurezza della bonta’ della tua, della vostra decisione, o, meglio, di quello che a tutti voi figli ha fatto fare nonna Athin’’.
Tace.
E’ curiosa.
Vuole sapere chi e’ la donna che ha conquistato il cuore di nonno Peter. Desidera conoscere il suo nome.
Sta zitta. Non fa domande. Non vuole irritare il padre.
E’ certa che lo verra’ a conoscere.
E’ sicura di incontrarla.

giovedì 15 novembre 2007

Peter - Paulette e il nonno (2)

‘’Sai cosa ho scoperto?’’ domanda Paulette a una amica con la quale studia e prepara gli esami universitari.
‘’Ho avuto un altro nonno, oltre al padre d mia madre, morto per infarto quando avevo poco piu’ di un anno. Il marito di nonna Athin. Lui, invece scomparso, nel nulla. Partito quando ero piccola’’.
‘’Una scoperta del cavolo. Tutti hanno un nonno che e’ padre del nostro e marito o compagno della nonna’’.
‘’Si e’ vero: Ma questo e’ come se non fosse mai esistito. Non ne avevo mai sentito parlare. Anche mio fratello e i nostri cugini non conoscevano la sua esistenza. Sono stata io a rivelarlo. Non avevo mai pensato che mio padre ne avesse avuto uno. L’ ho scoperto trovando una vecchia foto. Guarda. E’ proprio bello. Affascinante. Chissa’ perche’ poi tutti lo hanno tenuto nascosto. Come qualcosa di cui vergognarsi, anche se ritengo che un figlio non debba mai vergognarsi di u padre, qualunque cosa possa avere fatto. Non credo che questo nonno abbia commesso chissa’ che di terribile. Domani mettero’ alle corde mio padre, anche se sara’ tosta. Mi dovra’ raccontare tutta la storia di nonno Peter. Non potra’ nascondermi nulla. Non gli concedero’ tregua. Da tempo, ormai, non puo’ piu’ zittirmi con ‘qui si fa come dico e voglio io’. Quei tempi sono finiti’’.
Mentre parla, con nocchi adoranti, guarda la foto del nonno, lo sconosciuto Peter.
E’ dalla sua parte, qualsiasi cosa abbia commesso. E’ certa che non potra’ essere una storia brutta. Istintivamente e’ con lui. Non fosse altro perche’ dopo avere saputo della sua esistenza si e’ sentita defraudata di qualcosa che, comunque, le apparteneva.

lunedì 12 novembre 2007

Risorse interiori


Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono ''Perche'?'',

io sogno le cose come non sono mai state

e mi chiedo ''Perche' no?''.

L' amicizia

L' amicizia non e' meno misteriosa dell' amore o di qualsiasi altro aspetto di questa confusione che e' la vita.

A volte ho pensato che l' unica cosa senza misteri sia la felicita', perche' si giustifica da sola.


Jorge Luis Borges - ''Il manoscritto di Brodie''

venerdì 9 novembre 2007

La scelta




Ogni scelta implica di per se'


l' abbandono di tutte le altre alternative.


Meditando sulla mossa da fare.




Paolo Mauresig - ''La scelta, la variante di Lunerberg''

giovedì 8 novembre 2007

Peter - Paulette e il nonno

‘’Ma questa sono io!’’.
Paulette Gardner, una bellissima ventenne, dagli occhi neri, intensi nello sguardo intelligente, i capelli neri, lisci, tagliati corti, alla maschietta, ad esaltare l’ ovale perfetto del viso, un corpo snello, scattante, flessuoso, integro, e’ eccitata nel riconoscersi in una vecchia foto dai colori sbiaditi, mai vista prima.
‘’Ma questa sono io!’’ ripete festosa mentre la tira fuori da una sgualcita busta dimenticata in una scatola di cartone nell’ armadio della nonna, Athin.
‘’Nonna, papa, mamma, guardate sono proprio io: oh come sono piccola. Quanti anni ho? Meglio, quanti mesi? Che bel pagliaccetto bianco’’.
Mostra a tutti la foto, orgogliosa nel riconoscersi, sebbene cosi’ piccola di eta’, graziosa e elegante nel suo pagliaccetto.
‘’Guarda Laurent quanto sono bella, anche se non ho i tuoi occhi di cielo’’ e mostra la foto al fratello, quattro anni in meno.
Alto nella media, Laurent ha un buon fisico, anche se ancora acerbo per la giovane eta’. E’, comunque, di corporatura solida, robusta, ma snella. Un bel giovanottino dagli occhi di un azzurro cielo, identici al suo bisnonno paterno, Louis, conosciuto solo grazie a un grande ritratto fatto nel giorno del suo matrimonio con la bisnonna Ninel, morta poco prima della sua nascita. Una donna, che ne’ lui ne’ Paulette possono ricordare, da tutti decritta come una persona dolce, affettuosa, ma in grado di farsi valere nella vita e nella professione di ostetrica.
Nell’ eccitazione del momento Paulette non ha notato che e’ in braccio a un uomo, sulla cinquantina, la barba rossiccia come i capelli, ricciuti, come quelli di Antony, suo padre, e di Laurent.
Osserva attentamente la foto: l’ uomo sconosciuto rassomiglia molto al padre e al fratello.
Non ricorda di avere mai sentito parlare di lui o di averlo visto tra le tante fotografie della nonna, del padre, e degli altri famigliari: i tre fratelli del babbo.
‘’Papa’ chi e’ l’uomo che mi tiene in braccio. Lo conosci? E tu nonna?’’.
Antony e la nonna non rispondono.
Non sentono o fanno finta. Continuano a parlare tra loro.
Paulette insiste.
Si avvicina e mette davanti ai loro occhi l’ immagine.
‘’E’ mio padre. Tuo nonno. Non lo ricordi perche’ se ne andato via quando tu avevi tre o quattro anni’’.
‘’Il nonno? Tuo padre? Perche’ non ho mai saputo di avere un altro nonno? Perche’ non ne ho mai sentito parlare?’’.
Una raffica di domande senza aspettare le risposte.
‘’Il nonno? Perche’ questo silenzio su di lui? A guardare questa foto sembra mi voglia molto bene. Osservate come mi stringe a se’. Il suo sguardo e’ pieno d’ amore. Parlatemi di lui. Come si chiama?’’.
La nonna Athin, quasi ottantenne, sta zitta, come Antony e Rosy, sua madre.
‘’Si chiama Peter, e’ andato a vivere tanti, tanti anni fa, in una citta’ lontana da Ivory, oltre il mare che ci separa dal resto del paese, sul continente. E’ stata una brutta storia. Non si parla di lui in questa casa per tanti motivi, difficili da spiegare con poche parole. Adesso vinci la tua curiosita’. Prendi la foto. Ti parlero’ di mio padre a casa, in un momento piu’ tranquillo’’.
Paulette e’ sconcertata, ma capisce che non e il momento di insistere. Comprende che la storia del nonno, della sua vita, il non averne mai saputo nulla, un segreto ben custodito per tutti questi anni, mai una foto in giro, sono legati a qualcosa che forse gli altri hanno voluto dimenticare. Aspetti tornati prepotentemente nella loro mente con la scoperta di quella foto, i colori sbiaditi, ma nitida nel mostrare un uomo piacente, giovanile, dal corpo atletico e robusto, dai modi gentili e delicati, almeno a vedere da come la tiene in braccio, e dallo sguardo adorante.
E’ curiosa di sapere.
Si frena.
Non insiste.
Quando il padre si irrigidisce nella sua decisione, non c’ e’ verso di smuoverlo.
Non vuole irritarlo inutilmente.
E’ vero, non e’ piu una bambina. Il babbo non puo’ piu’ molto su lei, ragazza dal carattere forte e risoluto, in grado di contrastare la durezza del padre, che, invece, ha sempre cercato di dominarla.
Ora e’ cresciuta. E’ all’ universita’. Studia giornalismo. Ama scrivere. Vuol fare la giornalista come lo zio John, fratello del babbo, un buon cronista televisivo, esperto di musica rock. Il babbo non puo’ imporle piu’ nulla. Sa come comportarsi. Non ha, come da piccola, quando spesso aspettava con ansia il ritorno a casa del padre, piu’ paura di lui.
Paulette e’ vivace, impulsiva, talora impetuosa, testarda. Sa come tenere testa al padre. Rifiuta di lasciarsi intimidire, come invece, fa la mamma tanto spesso, quando Antony ha i suoi scatti d’ ira, improvvisi, specialmente dopo avere bevuto qualche birra di troppo, e non solo.
Anche questo un lato non molto conosciuto del padre.
Un problema che anche la madre non vuole affrontare.
Paulette sa che in questo momento non riuscirebbe ad ottenere nulla, se non la collera del babbo.
Ormai ha imparato a sapere attendere per riuscire ad avere quello che vuole.
Desidera conoscere la storia del nonno. Sa che riuscira’ a raggiungere il suo scopo.
Pensa, comunque, che e’ strano che tutti, dalla nonna al padre, alla mamma, agli zii, ai cugini, non abbiano mai parlato di nonno Peter. E’ come se tutti, soprattutto la nonna, lo abbiano cancellato dalla loro vita.
Non riesce a capire perche’, quali cause abbiano provocato cio’. Quale arcano nasconde la scomparsa, la rimozione di nonno Peter?
Prima di tornare a casa, comunque, porta via la foto di lei con il nonno. La mette in un libro di storia del giornalismo.

mercoledì 7 novembre 2007

Riflessioni sulla morte






Nella nostra società della morte non si può parlare. È divenuta una parola tabù che solitamente si evita, ricorrendo ad espressioni più eufemisticamente dicibili del tipo: "si è addormentato", "se n'è andato", "ci ha lasciato" e così via seguitando. Invece, e’ opportuno curarsi poco dei tabù linguistici e rifarsi a Epicuro ("Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, né per i vivi, né per i morti, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte noi non siamo più"), Seneca, Cicerone, Agostino, Montaigne, Lessing, Novalis, Schopenhauer, Pascal, Nietzsche, Heidegger per i quali, anche se con diverse sfumature, si deve vivere in modo da avere al momento giusto la propria volontà di morire il "vivere per la morte" costituisce il senso autentico dell'esistenza.
Il cristianesimo parla sempre di eternità, si pone nella dimensione dell'infinito.
Alla luce di una analisi che vede il mondo moderno in preda a un diffuso indifferentismo Kierkegaard vede nella morte (o meglio nel pensiero della morte) la situazione decisiva che è in grado di risvegliare l'uomo dal suo torpore spirituale quotidiano. Ciò si coglie in modo specialissimo nel breve scritto: Accanto ad una tomba. In quest'opera Kierkegaard non intende stendere un invito a "imparare a morire", né fornire consolazioni per la morte, ma suscitare quelle riflessioni che ci portino a una vita più autentica, che ci facciano comprendere come la morte possa essere la sua vera, unica maestra. A suo avviso, è il "pensiero della morte" che fa sì che l'uomo viva un'esistenza che porti le stimmate della serietà e non quelle della vacua fatuità. "La serietà della morte - egli scrive - non inganna, perché non è la morte la cosa seria, ma il pensiero della morte. Se dunque tu, mio caro uditore, terrai fermo a questo pensiero e, nel pensarlo, non ti preoccuperai d'altro che di pensare a te stesso, allora grazie a te questo discorso senza autorità diventerà una cosa seria. Pensarsi morti in prima persona è la serietà, essere testimoni della morte di un altro è stato d'animo". La morte, egli afferma, è maestra di serietà ed è il pensiero della morte ad indicare "la giusta direzione nella vita e la giusta meta verso cui indirizzare il viaggio. E nessun arco si lascia tendere così tanto, nessun arco sa imprimere tanta forza alla freccia, come il pensiero della morte sa sollecitare il vivente - sempre che sia la serietà a tenderlo". Il pensiero della morte non deve portare l'uomo a immergersi nei piaceri sensuali della vita affogandolo nell'oggi e non deve neppure portarlo a coltivare l'idea romantica della morte come unico luogo possibile di felicità, ma spingerlo a impegnarsi nella vita non sprecando il tempo che gli è stato dato. La morte per chi vive seriamente non è un narcotico, ma una "fonte di energia come nient'altro e rende vigili come nient'altro". La morte, infine, è la cosa più certa, ma nello stesso tempo è anche l'unica cosa in cui non c'è nulla di certo, nessun uomo, infatti, conosce il momento esatto in cui l'incontrerà. "La certezza della morte - scrive Kierkegaard - determina una volta per tutte il discente nella serietà, ma l'incertezza della morte è il sorvegliante quotidiano (...) Serietà diventa quindi vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo e al contempo come se fosse il primo di una lunga vita".
La morte è un mistero che gli intellettuali hanno spesso cercato di spiegare, facendosene cioè un'opinione. Ma secondo il filosofo, "per quanto concerne la morte, non ci si deve affrettare ad avere un'opinione. L'incertezza della morte si prende costantemente e in tutta serietà la libertà di verificare se chi ha un'opinione abbia veramente questa opinione, ovvero se la sua vita ne sia espressione". Vale quindi per la morte ciò che Kierkegaard dice valere per il cristianesimo: occorre cioè distinguere nettamente "il sapere cos'è il cristianesimo (la cosa più facile)" dall'"essere cristiani (la cosa più difficile)".
Il concetto cristiano della morte è ricco e consolatore: la morte per il cristiano è il momento di incontrarsi con Dio, quel Dio cercato durante tutta la vita. La morte per il cristiano è l'incontro del Figlio con il Padre; è la intelligenza che trova la suprema verità, è la intelligenza che si impossessa del sommo Bene. La morte non è morte.La morte è la grande consigliera dell' uomo. Ella ci mostra l' essenziale della vita, come l' albero nell' inverno, una volta spogliato di tutte le sue foglie, mostra il tronco. Il grande stimolo per la vita e per la lotta durante la vita, è la morte: potente motivo per il cristiano di darsi a Dio per Dio stesso. E mentre l'incredulo non assume nessuna impresa per timore alla morte, il cristiano si affretta a lavorare perché il suo tempo è breve, perché manca cosí poco per presentarsi a quello che gli diede tutto. Per quelli che hanno fede ogni cosa che vedono gli parla dell' altro mondo, le bellezze della natura, il sole, la luna, tutto non è che immagine che testimonia la bellezza di Dio.
Personalmente il pensiero della morte e' lontano. Tento di vivere in profondita' la mia esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualita', il misticismo, l' essoterismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione e' definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire.
Ecco perche' per me l' assoluto e' in questo mondo.

martedì 6 novembre 2007

L' incontro


L' incontro di due esseri e' come il contatto tra due sostanze chimiche: se c' e' una reazione, entrambe ne vengono trasformate.

La trasformazione fa si' che il regalo piu' grande che puoi fare all' altro essere non e' condividere con lui la tua ricchezza, ma rivelargli la sua.

giovedì 1 novembre 2007

Cambiare il mondo


Solo chi e' cosi' pazzo da credere di poter cambiare il mondo,

lo cambia davvero.


Martin Luther King

mercoledì 31 ottobre 2007

Volo nella tempesta

Dobbiamo fare un trasporto aereo di cose molto importanti: apparecchiature mediche per un ospedale nel centro Africa.
Si cerca il pilota del velivolo.
Non si trova.
Dico: so pilotare, non ho il brevetto, ma sono gia’ stato ai comandi di quell’ aereo.
Senza avvisare la torre di controllo e senza presentare il piano di volo andiamo all’ aeroporto.
Parlo con la direzione dell’ aeroporto e dopo molte insistenze ottengo l’ autorizzazione al volo.
Salgo in cabina di pilotaggio, non senza il pieno presentimento di pericoli imminenti. Molt segni mi davno ragione di temere una tempesta in volo.
Dal parcheggio rulliamo verso la pista.
Attendiamo il via dalla torre.
Lo otteniamo.
Do gas e comincio a prendere velocita’.
La pista e’ ora una strada larghissima, con palazzi ai lati. Ci sono ostacoli. Devo rallentare.
La strada e’ in salita.
L’ aereo sale a una velocita’ moderata.
Scollino. La strada in discesa e’ libera. E’ come una pista d’ aeroporto.
Il velivolo decolla.
Il tempo diventa brutto.
Siamo in mezzo a un temporale.
Un rombo cupo, profondo, simile a quello prodotto dalla rapida rotazione di una macina di mulino, e prima che ne potessi accertare la ragione, sentii l’ aereo tremare. Il momento dopo un turbine di vento ci fece piegare sul fianco, investendo il velivolo davanti e di dietro.
Perdo alcune volte il contatto con le torri di controllo, quella dello scalo di partenza e quella d’ arrivo.
Per uscire dalla bufera salgo sempre piu’ in alto.
L’ aereo scricchiola, al limite.
Inserisco il pilota automatico e vado a controllare se l’ aereo ha subito danni. Fortunatamente non c’ erano varie pericolose er il carico non si era spostato di troppo.
Ogni tanto devo scendere di quota.
La maggior furia della tempesta era ormai passata e poco restava da temere dalla violenza del vento.
E’ circa mezzogiorno, la mia attenzione fu allora attirata dal sole. Non dava luce, quel che si chiama luce, ma un bagliore cupo e triste senza alcun riflesso, come se tutti i suoi raggi si fossero polarizzati.
Il tempo torna sereno. Finalmente.
Atterraggio morbido in una pista magnifica.
Ho compiuto la missione: il trasporto e’ stato effettuato.
Carichiamo le apparecchiature mediche su dei camion e ci dirigiamo verso un ospedale del centro Africa.
Siamo felici perche’ vediamo nei volti di questi medici, infermieri, malati il riconoscimento per l’ opera svolta.
E’ una grande soddisfazione per me. Essere stato utile a queste persone mi riconcilia con la vita e mi fa dimenticare gli ostacoli affrontati. Anche quelli mi hanno rafforzato.

martedì 30 ottobre 2007

Le tre ''R''


Segui sempre le tre ''R'':

Rispetto per te stesso,

Rispetto per gli altri,

Responsabilita' per le tue azioni.


da ''I 18 principi del XIV Dalai Lama''

sabato 27 ottobre 2007

Presente, passato, futuro


Sappiamo che il passato, il presente esistono gia', in ogni minimo dettaglio, nella profetica memoria di Dio, nella sua eternita'; la cosa strana e' che gli uomini possano, indefinitamente, guardare indietro MA NON AVANTI.


Jorge Luis Borges - da ''Il manoscritto di Brodie''

venerdì 26 ottobre 2007

Riuscire nella vita


Le persone che riescono in questo mondo

sono quelle che vanno alla ricerca

delle condizioni che desiderano

e se non le trovano

le creano.


George Bernard Shaw

giovedì 25 ottobre 2007

Il quartiere sparito




Un ospedale.
Il santissima Trinita’ di Cagliari, in via Is Mirrionis. Una ex caserma, trasformata in ospedale, oggi sempre piu’ moderno. Nuovi padiglioni.
Hanno costruito un ultimo.
Per farlo hanno spazzato via una serie di case popolari. Hanno quasi spianato la collina di Tuvixeddu.
Un giardino.
Un grande spiazzo, panchine per i visitatori, per i ricoverati in grado di uscire a prendere il sole.
E’ una bellissima giornata di fine primavera.
Solo a Cagliari e’ possibile avere questo sole, questo tempo, questo cielo azzurro.
Sono tutti in attesa dell’ arrivo del ministro dell’ Interno, Cecco Beppe, un sardo. Politico di lungo corso, passato indenne nella rivoluzione che aveva coinvolto i partiti nella prima Repubblica in scandali di tangenti.
Viene a inaugurare il nuovo centro per la cura delle patologie del sangue.
Grande fermento nell’ ospedale.
Poliziotti ovunque per proteggere il politico. Tutti trasformati in angeli custodi di Cecco Beppe.
Elicotteri che sorvolano il luogo.
Atterrano nell’ eliporto, ne scendono a frotte poliziotti, il volto nascosto da passamontagna per non essere riconosciuti. Sono delle squadre speciali antisommossa, antisequestri.
La gente che aspetta e’ divertita da tutto questo movimento, ride spontaneamente allo spettacolo offerto. Il coro di risa che sale dalle gole delle persone sembra scandire il ritmo dei movimenti delle forze dell’ ordine. Gli agenti fissano con occhi roventi la folla, non accettano queste risate, preferirebbero essere ignorati
Giro tra i padiglioni.
Se possibile devo incontrare il ministro per una intervista. Lo conosco bene da tempo. E’ stato spesso ospite nei miei programmi Tv. Pur non condividendo la sua nuova scelta politica, in un partito di un magnate dei media, dopo una stasi di cinque anni, a seguito del terremoto politico di tangentopoli, l’ ho aiutato a rinascere politicamente ospitandolo spesso nei dibattiti elettorali da me condotti.
Un poliziotto amico della Digos di Cagliari mi ha passato l’ itinerario del ministro.
C’e’ tempo per il suo arrivo.
Ispeziono il percorso per individuare dove poterlo stoppare.
Percorro il giardino, il nuovo spiazzo, scendo le scale, interminabili, con gradini che diventano sempre piu’ alti, e’ difficile scendere, ma piu’ difficile risalire, bisogna arrampicarsi, ma mancano gli appigli.
Man mano che mi avvicino al nuovo reparto la gente scompare.
Entro nell’ edificio, tre piani, e’ deserto, vuoto. Non ci sono medici, infermieri, malati, attrezzature mediche, suppellettili.
Vuoto.
Deserto.
Non esistono piu’ neanche le costruzioni del quartiere.
Tutto il rione non esiste.
Un tetro caos.
Gli alberi quasi tutti decapitati. Una volta al di fuori del muro di cinta dell’ ospedale, ci si accorge che tutto e’ distrutto.
Il paesaggio e’ lunare.
Tuttavia, benché le case siano completamente distrutte, in nessun posto si vedono quelle buche che normalmente fanno le bombe.
In lontananza si vede lo stagno di Santa Gilla.
Si ha l’impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venga a stendersi al di sopra della terra.
Non ci sono persone, ma attorno a me si puo’ un mormorio ininterrotto di preghiere.
E’ una limpida giornata di sole senza nuvole. Un mattino estivo dal cielo terso e carico di azzurro come solo Cagliari presenta.
Al di fuori dell’ ospedale, pero’, uno spazio vuoto e grigio si estende sotto un cielo improvvisamente di piombo.
Soltanto le strade, i ponti e le sponde della laguna sono riconoscibili.
E’ l’inferno divenuto realtà”.
L’ unica vita e’ la presenza dei poliziotti, che armati sorvegliano un quartiere, una citta’ che non c’ e’ piu. Anche Cagliari e’ scomparsa.
Improvvisamente non si sente piu’ il rumore dei motori e delle pale degli elicotteri.
Le auto della polizia si allontanano sgommando.
Il capo della scorta del ministro, davanti all’ ingresso dell’ ospedale, in una strada deserta di gente, senza alberi, senza case, dice :’’Il ministro non viene piu’. D’ accordo, per oggi lo spettacolo e’ finito’’.
Si allontana per salire sull’ ultimo elicottero ancora a terra. Trasforma la sua partenza in una vera e propria ritirata, tanto che quando arriva al limitare dell’ eliporto sta ormai praticamente correndo.
La vita riprende.
I grandi battenti del cielo si aprono. Torna l’ azzurro. La luce del sole illumina di nuovo.
Via Is Mirrionis si rianima: auto che sfrecciano, vetture parcheggiate in doppia e tripla fila, clacson che suonano. Il cuore del quartiere pulsa per la ripresa delle normali occupazioni. I palazzi, le case popolari rivivono. L’ ospedale e’ un fermento di attivita’.
Il quartiere e’ di nuovo presente. Anche Cagliari e’ presente.
E’ il presente da cui hanno cercato di fuggire alla notizia dell’ arrivo di un ministro.
La gente, la citta’, il rione, vogliono tutto all’ indicativo, al presente, anche in un quartiere dove c’e’ casino, droga e brutti ceffi.

Amare


Il modo migliore per amare qualcosa o qualcuno

e' pensare al fatto

che si potrebbe perderlo.


Gilbert K. Chesterton (scrittore poliziesco, 1874-1936)

Corsa verso la liberta'

Cammino con i cani, Susi, come al solito libera, e Pepe al guinzaglio. L’ anima delle cose mi da’ un’interminabile freschezza.
Sono in via della Pineta, ho appena lasciato alle mie spalle lo stadio Amsicora.
Vado verso via Scano.
Cammino nella parte sinistra della strada. Sono diretto la’ dove trionfa l’ azzurro.
Conosco il percorso. Tante volte ho fatto quella strada. Ogni palazzo, case popolari, finestra, donne che stendevano i panni, pensionati affacciati ad osservare le macchine, i pedoni che vi passavano, le persone ferme ad aspettare il bus, i negozi, gli uffici dei consulenti finanziari, non c’ era niente che fosse sfuggito al mio interesse. Riconoscevo a distanza il rombo dei motori, il battere del gommista sulle ruote da controllare, il canto degli uccellini in gabbia, l’ abbaiare dei cani al mio passaggio, specie quando ero accompagnato dai miei, il profumo della pescheria, gli aromi della rosticceria. Tutto mi era familiare.
Anche nella notte piu’ profonda li indovinavo.
Oggi non e’ cosi’.
Tutto e’ corrotto, come le acque stregate. Nella via e’ tenebra, morte.
Il ricordo e’ miseria, a goccia a goccia di rubinetto che perde, a foglia a foglia che cadono nell’ autunno dai rami, si spegne come si spegne lo sguardo di chi abbandona la vita.
La memoria, come puro giglio, e’ recisa da un fatale destino.
Tutto e’ in falso blu notturno.
Il percorso e’ accidentato, l’ asfalto non esiste piu’. Al suo posto fossi, scavi come di trincea, acquitrini per le recenti piogge, fango dappertutto, catrame fuso, pezzi di marciapiede e poi scatole, scatoloni. Davanti ho fantocci, spettri, vermi.
Un silenzio misterioso sale per l’ aria e avvolge le mie speranze, le mie illusioni. Si fa pauroso.
Cammino con difficolta’. Inciampo. Non cado. Resto in piedi. Mi sporco le scarpe, i pantaloni con il fango. Metto i piedi in una pozza di catrame disciolto. Riesco a liberarmi, ma le mie condizioni sono disastrose, le scarpe sono incrostate di bitume, cosi’ pure i pantaloni.
Cammino come in un parco desolato.
Vivo l’ atroce amarezza di non godere nulla, di non sapere dove dirigere i miei passi, mentre mi sento avvolgere da un povero schifo. L’ uragano agita il mio cuore, i miei pensieri.
Ho paura di andare verso la morte. Soffro per le ombre che mi avvolgono. Ignoro dove vado e da dove vengo. Mi sembra di andare verso la tomba che mi attende coi suoi funebri fiori.
Cerco Susi, che si era allontanata e la vedo dall’ altra parte della strada, dove tutto e’ a posto. Il marciapiede e’ ben piastrellato, non ci sono buche, l’ asfalto e’ ben steso, la carreggiata e’ liscia e i pedoni e le auto camminano spediti senza problemi.
L’ azzurro del cielo e’ intenso.
Nelle persone c’ e’ allegria nei gesti. Mi chiamano.
Dopo il lungo faticoso cammino fatto, una musica di tromba, festante, m’invita ad andare da quella parte.
Un rullo di tamburo, suonato da un bambino a bordo di un’auto, al centro del distributore di benzina, mi porta la’ dove ci sono i giardini, la musica, le parole, la serenita’ riflessa del mondo.
La mente si risveglia. Gli occhi della memoria hanno un nuovo orizzonte, tutto raggiante e puro.
Il giorno e’ di nuovo. E’ di piu’
Mi dico. Che scemo! Perche’ non ho seguito Susi.
Attraverso la strada, raggiungo la parte buona della via.
Faccio un segno alla cagnetta.
Viene.
L’ abbraccio, mi commuovo.
Che importa. Mi commuovo. Mi commuovo.Ora cammino spedito, senza problemi. Mentre avanzo con Susi al fianco e Pepe al guinzaglio il catrame, il fango si staccano dalle scarpe dai pantaloni.
Ritorno pulito, come non mi fossi mai sporcato.
E’ come mi fossi cambiato d’ abito e di pianeta.
La compagnia della gente mi rinfranca. Il mondo cresce intorno.
Le difficolta’ non esistono piu’. Sono un ricordo lontano. Non sono mai esistite.
Sono passato attraverso al duro della vita e il mio cuore ricorda.
L’ aria si muove, si alza verso il cielo, in un dorato azzurro.
Il leggero vento che muove l’ aria mi fa fiutare di nuovo il passato, il mio mondo.
Sollevo di nuovo la testa.
Procedo, senza sforzo, dolcemente, nel cammino.
Mi sveglio e apro gli occhi.
E’ l’ ora in cui si accende il sole.
I suoi raggi cadono sul letto. Mi baciano. Mi riscaldano.
Mi alzo.
Esco in giardino a godere il sole. Ascolto la melodia del giorno, il canto degli uccelli.
Il cuore e l’ anima splendono.
La vita vibra, irrompe grande e dolce, inebria la mia anima, il mio cuore.
Felice in mezzo alla festa.

mercoledì 24 ottobre 2007

La donna senza volto


Cagliari.
Forse.
Non riconosco il luogo. Sono in pieno centro. Cammino.
E’ un lunedi’ mattina.
Forse e’ Cagliari, perche’ tutti i lunedi’ sono sempre in questa località’. Forse e’ Cagliari perche’ e’ una citta’ a me molto cara. La amo. Sono innamorato delle sue strade, dei suoi palazzi, della sua gente. La desidero. Camminare per le sue vie m’inebria. Parlare con la sua gente mi emoziona. Quando sono in questa citta’ talora giro senza una meta prefissata. Guardo i negozi dalle vetrine allegre, le ragazze, con il broncio, le forme dei loro corpi, statuari e fanciulleschi, le donne, belle, giovani, le loro silhouette, adocchiate da pappagalli allupati, le vecchie, avvizzite, da tempo scordate. Resto incantato a guardarle sfilare come in parata.
Mi fermo sui marciapiedi, talora al tavolino di un caffe’, l’ Antico Caffe’, in piazza Costituzione, fumo il mio toscano. Ascolto la sua voce e quella della sua vasta umanita’ con il cuore gonfio di felicita’. Con le narici alla strada cerco di riconoscere i suoi odori.
Potete scommetterci la testa e’ inebriante. Mi piace tanto cosi’. E’ il mio grande amore. E’ l’ essenza primordiale.
E’ giorno. Guardo l’ orologio, segna le dieci del mattino. Il sole splende. Mi piace la luce del giorno. Detesto vedere il sole che tramonta la sera. Si’, non amo vedere la luce del sole che lentamente cala. La sera, le prime ombre della sera, le ombre che allungano le immagini non mi piacciono. Il sole che tramonta, la luce che sparisce, mi fanno pensare al mio ultimo giro.
Cagliari.
Non so, non riconosco i luoghi.
Cagliari.
Forse.
Forse perche’ cammino con piacere, come solo mi accade quando sono nella mia citta’. Non riconosco pero’ i posti, le strade, i negozi, i caffe’, i bar, le persone.
Forse non ci sono posti, strade, negozi, caffe’, bar, persone.
Non sono solo. Accanto a me una figura femminile. Sono in compagnia di una donna. E’ una figura indeterminata, non chiara. Il viso non si distingue, e’ in ombra. Forse non c’ e’, non ha volto.
Non parla. Non ha bocca.
Cammina senza guardare la strada e me che le sono a fianco. Non ha occhi.
Va al lavoro. Si affretta. Va ad infilarsi in una vischiosa giornata di lavoro.
Provo ad insegnarle la differenza tra il bene e il male. Provo a spiegarle l’ amore, la liberta’. Le mie parole si allargano. La mia voce e’ chiara, come la luce del sole, come il cielo azzurro di Cagliari.
Parlo. Non ascolta. Non ha orecchie.
Anche lei all’ ultimo giro.
Ad un certo punto mi accorgo di indossare un abbigliamento sportivo, calzoncini, maglietta e scarpe da corsa.
Mi metto a correre. Vado spedito, piu’ di quanto non abbia mai fatto, anche quando ero in pieno allenamento.
Mi allontano dalla persona che era con me.
Corro piu’ forte di quanto un uomo possa fare. Mi allontano sempre piu’ da questa donna. Non voglio fermarmi, perdere tempo. Il mondo mi aspetta.
Mi dico: guarda come corri, meglio di prima. Le mie ginocchia sembrano a posto. Il mio menisco rotto, i miei legamenti strappati non mi danno fastidio. Non ho piu’ male. Non sono state mai cosi’ bene, mi sembra di essere un ragazzo da quanto corro veloce. In effetti sono giovane. Ho l’ eta’ di quando, studente liceale in Toscana, partecipavo alla campestre scolastica.
Mi sento bene, le mie gambe sono a posto.
Corro su per la collina. Monte Urpinu, Calamosca, il colle di Sant’ Elia, verso il forte di Sant’ Ignazio? Galoppo verso il Poetto? Non so. Forse.
Il posto e’ dolce e sono felice. Sono fuori di me per la gioia. Il cuore e’ gonfio di piacere, d’allegrezza. Esulto.
Programmo, mentre volo con grandi falcate, di riprendere gli allenamenti per prepararmi non piu’ per percorsi medio-lunghi, ma per una maratona.
Vado lontano, da qualche parte, lontano, oltre lei, ora nel buio. Verso la luce che m’inonda. Un richiamo per la vita
Corro a rotta di collo finche’ qualcuno non mi sveglia.
E’ meglio che stia ancora nel mio letto.
Nel mio sogno.
Dorato.
Vero.
Felice della mia liberta’.










La verita'

Inerrabilis aetatis et luminis, formanque non satis ab hominibus intellecta.
(Di eta' e di splendore impareggiabili, di bellezza tale da sfuggire alla piena comprensione degli uomini).
Francesco Petrarca - ''Secretum meum'', dialoghi tra Petrarca e Sant' Agostino -