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sabato 3 gennaio 2015

La ricreazione è servita

da il manifesto
CULTURA

La ricreazione è servita

Saggi. «A casa del popolo» di Antonio Fanelli, per Donzelli. Una ricerca antropologica sul campo per rintracciare le origini dei luoghi di associazionismo operaio e proletario

All’indomani del Risor­gi­mento le plebi ita­liane si affac­cia­rono alla vita poli­tica. I cen­tri di socia­liz­za­zione e incon­tro furono da prin­ci­pio le can­tine e le oste­rie, alla bevuta si accom­pa­gnava così la let­tura ed il com­mento di qual­che foglio o dei primi gior­nali; la «Cana­glia», il «Comu­nardo», l’«Anticristo». Erano i tempi dei Costa, dei Mara­bini, degli uomini che posero le basi poli­ti­che ed orga­niz­za­tive per la nascita del movi­mento ope­raio nel nostro paese.
È in que­sta fase dello svi­luppo, con­tem­po­ra­nea alla nascita del par­tito e del movi­mento socia­li­sta, che fio­ri­scono le prime case del popolo. In un unico luogo fisico si ritro­vano a svol­gere le loro atti­vità orga­niz­za­zioni poli­ti­che, sin­da­cali, mutua­li­sti­che, coo­pe­ra­tive e ricrea­tive. In pochi anni, gra­zie anche alla lotta con­tro l’analfabetismo e agli sforzi per divul­gare una pre­pa­ra­zione pro­fes­sio­nale, le case del popolo diven­tano il sim­bolo dell’unità, dell’espansione e della forza del movi­mento. Se è vero che a que­sta forma avan­zata di asso­cia­zio­ni­smo con­tri­bui­scono anche demo­cra­tici e cat­to­lici, è altret­tanto vero che deci­sivo è il rap­porto, via via sim­bio­tico, che viene a sta­bi­lirsi con le orga­niz­za­zioni operaie.
L’esigenza di rico­struire la sto­ria del movi­mento asso­cia­tivo fio­ren­tino nel secondo dopo­guerra, e in par­ti­co­lare delle case del popolo e dei cir­coli Arci, ha spinto Anto­nio Fanelli, dot­tore di ricerca in antro­po­lo­gia presso l’Università di Siena, a rea­liz­zare il libro A casa del popolo. Antro­po­lo­gia e sto­ria dell’associazionismo ricrea­tivo (Don­zelli, pp. 258, euro 30). Si tratta di una ricerca di antro­po­lo­gia sto­rica con­dotta sul campo, attra­verso tren­ta­cin­que testi­mo­nianze orali di diri­genti locali e lo stu­dio degli archivi sto­rici delle case del popolo.
Fanelli ne rico­strui­sce, quindi, l’evoluzione da luo­ghi dell’autonomia pro­le­ta­ria, in cui forti erano i sen­ti­menti di soli­da­rietà e iden­tità di classe, «a spazi plu­rali della società civile».
Sullo sfondo dei pro­fondi muta­menti avve­nuti in que­sti ultimi decenni sul piano della par­te­ci­pa­zione e della soli­da­rietà, emerge – a giu­di­zio dell’autore — «una forte capa­cità di resi­stenza e di adat­ta­mento delle case del popolo», la cui fun­zione sem­bra quindi estrin­se­carsi, per un verso, nella media­zione dei con­flitti e nell’integrazione sociale, per un altro, nella pro­mo­zione della cul­tura e del tempo libero.
Ad essere venuto meno, sem­bra utile sot­to­li­neare, è il pro­getto com­piu­ta­mente poli­tico di eman­ci­pa­zione, la cosid­detta pro­spet­tiva: quell’orizzonte per cui le case del popolo, nei cen­tri più pic­coli e nelle cam­pa­gne in par­ti­co­lare, erano «la prima pie­tra di una società nuova» (Ragio­nieri, 1956). «Case­matte» attra­verso cui i lavo­ra­tori, «prima di con­qui­stare il potere gover­na­tivo» (Gram­sci, Q 19), ini­zia­vano ad assu­mere una effet­tiva fun­zione diri­gente, ela­bo­rando coscienza e costruendo forme di rela­zione e di vita, espe­rienze e lin­guaggi, «libe­rati» dallo sfrut­ta­mento. Di que­sta man­canza, tra­dot­tasi in crisi di con­sa­pe­vo­lezza e diso­rien­ta­mento, vi è trac­cia tra le testi­mo­nianze rac­colte.
L’attenzione dell’autore, in più punti della trat­ta­zione, si con­cen­tra sul com­plesso rap­porto tra l’intellettualità di sini­stra, e più in par­ti­co­lare comu­ni­sta, e la cul­tura di massa. Se l’elaborazione dell’Arci sul tema, fin dalle ori­gini e ancora nei primi anni set­tanta – a guida socia­li­sta, fu impron­tata a «cogliere con mag­gior prag­ma­ti­smo le oppor­tu­nità di svi­luppo della moder­nità», rap­pre­sen­tando per­tanto «una moda­lità ’altra’ di accesso al mondo dei con­sumi da parte dei ceti popo­lari», quella del Pci, a parere dell’autore, fu vit­tima di uno «sche­ma­ti­smo illu­mi­ni­sta», che limi­tando la capa­cità di com­pren­sione della dina­mica delle «tra­sfor­ma­zioni in corso», finì per dar luogo a forme di «con­ser­va­to­ri­smo».
Posta in ter­mini anti­no­mici la que­stione rischia, tut­ta­via, di essere sem­pli­fi­cata. All’irreggimentazione del dibat­tito poli­tico, e cul­tu­rale, lungo i canali della guerra fredda, cor­ri­spose, infatti, una dia­let­tica di posi­zioni asso­lu­ta­mente tra­sver­sale alle orga­niz­za­zioni del movi­mento ope­raio dato che, peral­tro, assai spesso si trat­tava di per­sone che mili­ta­vano con­tem­po­ra­nea­mente, con fun­zioni diri­gen­ziali, in diverse organizzazioni.
Un peso indub­bio, in que­sta vicenda, lo ebbe cer­ta­mente la cul­tu­ral cold war: in una prima fase, infatti, le atten­zioni della diplo­ma­zia cul­tu­rale ame­ri­cana si erano con­cen­trate pro­prio sulla cul­tura popo­lare, cui si attri­buiva «un ruolo cru­ciale nel mobi­li­tare le scelte del popolo»: l’Italia del resto, spiega Simona Tobia in Adver­ti­sing Ame­rica. The Uni­ted Sta­tes Infor­ma­tion Ser­vice in Italy (2008), secondo la valu­ta­zione del Dipar­ti­mento di Stato, era il paese dell’Europa occi­den­tale più vul­ne­ra­bile al «rischio» del comunismo.
Il Pci dal canto suo, pur con dei ritardi, seppe cogliere il cam­bio di clima poli­tico deter­mi­na­tosi nel paese. Para­dig­ma­tica è la vicenda delle ele­zioni per il Comune di Bolo­gna del 1956, in cui la Dc tentò, con Dos­setti, di sfi­dare da «sini­stra» il governo locale comu­ni­sta, pre­di­cando una via di auste­rità. Il Pci, di con­verso, assu­mendo la pro­mo­zione e la difesa del benes­sere mate­riale delle classi popo­lari e medie quale pro­prio ruolo nevral­gico, riu­scì a pre­va­lere net­ta­mente nelle urne. è in que­sto qua­dro, in con­clu­sione, che il «cen­tri­smo» a marca Dc, la for­mula poli­tica che avrebbe dovuto garan­tire la cre­scita dei con­sumi e più in gene­rale dell’economia, man­te­nendo gli equi­li­bri sociali dell’Italia tra­di­zio­nale e il rela­tivo sistema dei valori, entra in crisi, get­tando le basi per una serie di cam­bia­menti poli­tici, non ultimo, il pro­ta­go­ni­smo del Psi.

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