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sabato 3 gennaio 2015

Meritocrazia: il privilegio è solo di classe

da il manifesto
CULTURA

Meritocrazia: il privilegio è solo di classe

Saggi. Torna fra gli scaffali, con le edizioni di Comunità, «L'avvento della meritocrazia» di Michael Young. Il libro, che uscì nel 1958, già smontava l'idea della scalata sociale, paventando uno stato totalitario post-orwelliano

Per Michael Young, autore de L’avvento della meri­to­cra­zia, ripub­bli­cato recen­te­mente dalle Edi­zioni di Comu­nità (pp. 232, euro 15), la meri­to­cra­zia è un regime tota­li­ta­rio dove la posi­zione di un indi­vi­duo viene deter­mi­nata in base ai test di intel­li­genza som­mi­ni­strati dalla scuola ele­men­tare in poi e dove la ric­chezza e il potere ven­gono distri­buiti da una casta di «meri­to­crati» ancora più oppri­mente e arro­gante delle oli­gar­chie che oggi sfrut­tano pri­vi­legi nepo­ti­stici o espro­priano la ric­chezza comune con la cor­ru­zione e criminalità.
Que­sto sag­gio sati­rico, o disto­pia, fu scritto nel 1958, e imma­gina il futuro dispe­rante delle società capi­ta­li­sti­che nel 2033, anno in cui il popolo si ribel­lerà san­gui­no­sa­mente con­tro i meri­to­crati al potere. Ripub­bli­carlo oggi signi­fica resti­tuire l’onore per­duto a un grande labu­ri­sta, impe­gnato atti­va­mente con il governo Atlee sin dal secondo Dopo­guerra, poi diven­tato Lord di Dar­ting­ton. Ispi­ran­dosi al suo libro, ma modi­fi­can­done pro­fon­da­mente il signi­fi­cato, il «New Labour» di Tony Blair portò a com­pi­mento un’operazione cul­tu­rale di cui ormai abbiamo com­preso il significato.
L’ancora oggi cele­brato (dal Pd di Renzi) cori­feo della «terza via» tra­sformò infatti la meri­to­cra­zia in un’attitudine dell’individuo e non dello Stato. Fino ad allora la meri­to­cra­zia era stata con­ce­pita da Frie­drich Von Hayek come una società buro­cra­tiz­zata anti­te­tica al potere dei capi­ta­li­sti di valu­tare il merito e il poten­ziale pro­dut­tivo dei loro dipen­denti. Blair cercò di imporre tre nuovi signi­fi­cati: la meri­to­cra­zia non richiede un inter­vento ammi­ni­stra­tivo; la com­pe­ti­zione nella meri­to­cra­zia va inco­rag­giata; non viene richie­sta una per­fetta distri­bu­zione delle com­pe­tenze per­ché il mer­cato ha il potere di vita o di morte sull’individuo. Così facendo, l’incubo post-orwelliano di uno Stato tota­li­ta­rio imma­gi­nato da Young diventò l’etica del cit­ta­dino con­tem­po­ra­neo: un pic­colo «impren­di­tore di se stesso» dispo­ni­bile a tutto pur di «meri­tare» una posi­zione di primo piano sul mercato.
In quest’accezione, la meri­to­cra­zia è stata impor­tata in Ita­lia. I buoni uffici dell’ex mana­ger McKin­sey Roger Abra­va­nel, rac­colti nel best-seller Meri­to­cra­zia, rap­pre­sen­ta­rono la cassa di riso­nanza per la disa­strosa riforma Gel­mini della scuola e dell’università. A quat­tro anni dalla sua impo­si­zione, il suo sistema mostra tare irre­ver­si­bili. Nell’università ha impo­sto inven­zioni meri­to­me­tri­che quali le mediane, la clas­si­fi­ca­zione delle rivi­ste o la Valu­ta­zione della Qua­lità della Ricerca (Vqr). Esempi di prassi scien­ti­fi­ca­mente inaf­fi­da­bili, disfun­zio­nali e inca­paci di garan­tire ogni cri­te­rio di effi­cienza sul piano dell’attuazione. Nella scuola, il pro­getto di Renzi di stra­vol­gere la car­riera degli inse­gnanti impo­nendo gli scatti meri­to­cra­tici al posto di quelli di anzia­nità è stata respinta dalla con­sul­ta­zione online sulla «Buona scuola». Un boo­me­rang che ha costretto il governo a fare mar­cia indietro.

Per Young la meri­to­cra­zia è sino­nimo di un potere arbi­tra­rio in un sistema che tende ad auto­di­strug­gersi. Lo Stato moderno è inca­pace, almeno quanto lo è il mer­cato, di deter­mi­nare un’equa redi­stri­bu­zione delle com­pe­tenze e dei meriti. Più che un sistema effi­ciente, la meri­to­cra­zia indica l’attitudine di una classe domi­nante che rende i suoi espo­nenti imper­mea­bili ad ogni cri­tica o a slanci verso una redi­stri­bu­zione sociale che non sia quella impo­sta dall’interesse di classe. Una tesi soste­nuta da Young in un arti­colo pub­bli­cato sul Guar­dian nel 2001, inti­to­lato «Abbasso la meri­to­cra­zia». Facendo i conti con Blair, Young sostenne che la meri­to­cra­zia non serve a miglio­rare le pre­sta­zioni di un sistema, ma sem­mai a peg­gio­rarle in una buro­cra­zia kaf­kiana. Essa afferma il senso di supe­rio­rità basato sul pri­vi­le­gio della pro­prietà, sulle ren­dite di posi­zione e sulla cen­tra­lità acri­tica e indi­scu­ti­bile dell’impresa. La meri­to­cra­zia serve «ad ali­men­tare un busi­ness che va di moda — scrive Young — Se i meri­to­crati cre­dono che il loro avan­za­mento dipende da ciò che gli spetta, si con­vin­ce­ranno che meri­tano qual­siasi cosa pos­sono avere». «I nuovi arri­vati oggi pos­sono dav­vero cre­dere di avere la mora­lità dalla pro­pria parte».

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