La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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venerdì 27 marzo 2015

L’erba cattiva /2

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sette-minuti-di-stefano-massiniChe cosa sono, sette minuti di intervallo in meno, in una fabbrica tessile che è appena passata di proprietà e mentre tante altre aziende concorrenti chiudono, licenziano, diminuiscono i salari?
Niente, non sono niente. Infatti quando la sessantenne delegata sindacale Blanche torna con questa notizia dalla trattativa, sembra scontato che tutte le lavoratrici approvino, piene di sollievo. Temevano peggio, molto peggio.
Ma perché, perché bisogna regalare – tutte insieme – seicento ore di lavoro al padrone? E soprattutto: la resa di fronte a questa richiesta non aprirà la strada poi a molte altre, fino alla riduzione dei salari o dei turni, o addirittura fino ai liberi licenziamenti? Così, a fronte dell’entusiasmo delle colleghe per non aver perso il lavoro, Blanche si chiede: «E se il lavoro lo perdessimo proprio per aver votato sì?» .

Ecco, dice Blanche: «Forse ci chiedono sette minuti per vedere come reagiamo. Ci mettono alla prova. Per ottenere di più, sempre di più. Lo fanno in modo furbo: se cercassero tutto subito non l’otterrebbero, ci sarebbe uno scontro. Hanno scelto un’altra via: i sette minuti». Uno scenario teorico, certo; solo teorico. A cui quindi di slancio reagisce con rabbia una collega, giovane e immigrata dall’est Europa: «Fesserie. Dovremmo ringraziarli, altro che rifiutare. Io voto sì, e subito». E un’altra, diretta a Blanche: «Ma tu per un’idea vuoi mettere in discussione il lavoro, che è una cosa concreta?».
Si intitola appunto “7 minuti – consiglio di fabbrica“, il libro di Stefano Massini da poco uscito per Einaudi con i testi di una pièce teatrale che è stata messa in scena, poco prima della morte, anche da Luca Ronconi.
E c’è tutto il lavoro dipendente contemporaneo, nel dramma di quei sette minuti: l’azienda che vuole conquistare un territorio in più nei confronti dei lavoratori, la paura della crisi e della disoccupazione, l’erba cattiva che si mangia quella buona fino a diventare l’unica esistente, quindi facendoci credere che sia ottima, da mangiare.
E poi, la frantumazione e parcellizzazione delle condizioni e quindi delle visioni anche tra chi fa lo stesso lavoro (altro che blocco sociale!) perché ogni lavoratrice ha il suo passato, i suoi impegni, la sua etnia, le sue diverse prospettive e speranze, quindi nulla è più facile che dividerle tra loro. E contano molto anche le differenze generazionali (quindi culturali) tra chi ritiene il lavoro un diritto e chi invece una grazia ricevuta, una fortuna, un privilegio. Differenze tali, tra le operaie, da far saltare rapidamente i già deboli rapporti di solidarietà e fiducia, nella discussione sui “sette minuti”, e a far divampare i più assurdi sospetti.
Il libro di Massini riprende un fatto realmente accaduto in una fabbrica francese nel 2012; il testo è quindi ambientato in Francia, ma potrebbe essere ovunque, in Europa e non solo. Si legge in meno di un’ora. Mette addosso un senso di rabbia, ma anche di amore. E lascia – nella chiusa – un grande vuoto, fatto di paura e di incertezza: «Dunque?». Buio.
Da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

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