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sabato 21 luglio 2012

RUMORE DI PASSI NEI GIARDINI IMPERIALI

RUMORE DI PASSI NEI
GIARDINI IMPERIALI
Romanzo di Alberto Liguoro

Recensione del professore, scrittore, saggista Pietro VUOLO


Caro Alberto, ho letto con attenzione il tuo ultimo libro e, sebbene esuli dai miei specifici interessi letterari, l'ho molto apprezzato, soprattutto per lo stile linguistico, per la rara finezza delle riflessioni, per le ambientazioni fantastiche e per la peculiare costruzione narrativa.

Ha risvegliato nella mia mente il mito dell' ippogrifo ariostesco o la stessa funzione del libro come tale, nel suo significato culturale ed emblematico, cioè del libro come biblos, fortemente espressivo. Da buon don Ferrante manzoniano, mettendo a cuccia la parte donna Prassede di me stesso, e senza alcuna convinzione che la peste nera venisse dagli astri, mi sono appassionato alla lettura e, parafrasando la bella frase dello scrittore Paulo Coelho a pagina 298, deduco che, pur sempre come una vita, ogni libro è una storia di tutta l'umanità e rappresenta un momento intellettuale, cristallizzato in sé, ma in progress nel rapporto con gli altri momenti della stessa catena intellettuale:

proprio come diverse vite, cristallizzate in loro stesse, si svolgessero nella successione, evolutiva o involutiva che potesse essere, del flusso generazionale.

Il libro effettivamente diviene, così, uno dei tanti monoliti culturali dell'

autore, cristallizzato in sé, ma in evoluzione con gli altri della successione, offerti, sempre tutti, generosamente, all' indagine chirurgica, nella fase produttiva dell' interpretazione, all'infinito, quanti, progressivamente, siano i lettori.

Il libro narrativo è umanizzato e, così, rappresenta la collettività sociale, e resta sempre attuale e globale, assoluto e, al contempo, oggettivo nel senso, pur nato da una invenzione soggettiva: la vicenda narrata diviene metafora universale.

I "libri perduti sono anime perse", ma la perdita di un libro riscatta un'anima dalla perdizione, si dichiara a pag. 53. Ogni anima è un libro, nella discrasia che la sopravvivenza delle due entità è esclusiva: vive l'una o solo l'altra, inconciliabili tra loro. Il libro e l'anima-faber si escludono reciprocamente, nel rapporto spazio-tempo, del prima e dopo, del dentro o fuori. O vive Miguel o don Quijote, il Della Mancia esclude De Cervantes. L'uno, nella rappresentazione narrativa e drammatica, è l' esclusione dell' altro.

Ma l'uno, al tempo stesso, è sempre con l'altro: accade un pò come ad Algor, che non è Alberto Liguoro, o, almeno, lo è, nelle trasfigurazioni profonde e segrete, psichiche ed intellettuali, ancestrali e inconscie. Ma l'uno non è l' altro, anzi, l'uno è, all'occhio estraneo, la finzione dell' altro. Nella fase narrativa, l'errore resterebbe risibile ed anche un fallo veniale romperebbe l'impianto, come un lambrusco tappato in un fiasco!

Ho cercato di intendere, innanzitutto, il senso del titolo del mitico libro "I giardini imperiali": ho trovato la presenza di un libro simbolico, il libro per antonomasia, nel suo significato totemico, collettivo e positivo, non intellettualistico e non individualistico, ma fortemente scenico e rappresentativo, espressionistico e impressionistico, soggettivo e oggettivo al contempo.

Le vicende narrative, sceniche ed espressive, talvolta venate di non-senso polemico, sottendono impressioni profonde e mettono a nudo segretissime pulsioni intellettuali, intime fino all' erotismo. L'empiria aristotelica lascia, tuttavia, espandere l' intimismo platonico: il libro si fa mito della caverna, nel cui fondo, come nella nostra mente, si disegnano immagini diverse, ora drammatiche quanto le tele di El Greco o di Munch, ora vive e viventi nel colorismo, tra solare o allucinato, di Van Gogh. Le vicende, sospese tra scienza e fantasia, tra concretezza ed astrazione, si svolgono su un palcoscenico cosmico sconfinato ed infinito, in forme parallele, senza spazio e senza tempo. L' autore non è in rapporto intrusivo col mondo del libro, vi abita ed alimenta la sapienza generatrice delle vicende correlate, reali quanto sacri i giardini imperiali. L' anima dell' autore resta discreta e genera solo rumore di passi, cadenzati decisamente e reiterati in immagini fantasiose, in colorazioni linguistiche, in accumulazioni lessicali apparentemente inutili. La molteplicità delle forme e delle figure, delle postille e delle stesse parole sconfinano in innumerevoli variazioni di altre figure, in creature evanescenti e allucinate, in parole virtuali e in mondi artificiali. Il linguaggio si fa arte del dialogo e talvolta diviene monologo intimo, in una narrazione sempre di natura drammatica e rappresentativa.

La narrazione procede così per immagini, tra scene difformi, con linguaggi differenti, orchestrati, ora musicalmente armonici, ora discordanti in detriti e fonemi linguistici, alla contemplazione di certe atmosfere contrasta l' houmor grottesco di altri scenari. La finzione narrativa è la realtà proiettata su uno schermo deformante, che, in men che si dica, diviene onnivoro e fagocita ogni vicenda ridotta in marciume, come triturata, da un immane e inumano shaker, in un macabro coktail.

Il libro, così, nella narrazione progressiva, si fa rappresentazione visiva di effetti speciali, sconvolgimenti emotivi, riflessione introspettiva e trasforma i capitoli in atti teatrali.

La visitazione di questo universo cartaceo, aperto in sè stesso, e perciò infinito, resta, tuttavia, marginale perché le vicende hanno il loro senso compiuto nella satira sociale della follia collettiva e nella progressiva inefficacia del sistema. Nella fruizione corrente, pragmatica, scientifica, asettica, per un verso, o completamente irrazionale e d' evasione, per un altro verso, tutto è omologato al massimo profitto. Ogni vecchia arte comunicativa, ormai rovente, è ridotta all' immediatezza, all' uso del consumo. Ma un "Disastro telematico provoca sconvolgimenti senza precedenti sul pianeta e nello spazio". Tutto è perduto per effetto di un fantomatico virus, resta speranza solo in ciò che era stato giudicato demodé, ed archiviato nel Cestino. I mondi artificiali crollano, resta solo speranza nel "Tempo che fu".

Mi sono cimentato, perciò, anch'io, poeta da strapazzo, in una breve smozzicata e disarmonica versificazione che sintetizzasse il concetto, dal titolo "Demodé":



"Demodé,

ma pur sempre viva

l' immagine della vita,

impressa nella stampa.

La memoria delle radici,

salda,

neppure svanisce

negli impalpabili guizzi

scintillanti

del tempo che si brucia.

Ed anche l' Itaca sognata,

mito demodé,

infantile e passatista,

resta perenne

nell' odissea della vita.

Il Presentismo e il Futurismo

hanno ammalato il mondo

di labilità e di obsolescenza" .



Ho letto un libro fortemente intellettualistico, ed ancorato a profonde radici sentimentali e a solide convinzioni razionali dell'esistenza, non un semplice libro di fantascienza: "Rumore di passi nei giardini imperiali" è un libro per raffinati e nostalgici amanti del cerebralismo letterario. Mi verrebbe di pensare al Canetti del Dieblendung, tradotto in italiano col titolo Autodafé.

I veri protagonisti sono, perciò, idealizzati. Essi sono il Passato, scientifico e negativo, il Presente, mortifero, violento, ascetico, irrazionale e fetibondo ed il Futuro, mistico, luminoso e fiabesco. Va da sé che le dimensioni temporali sono anche spaziali e culturali, come nel mitico viaggio di Dante Alighieri, nei mondi dell' aldiqua e dell'aldilà, o del mio amato Pappacena.

Le dimensioni del libro sono, perciò, sacralmente tre, e sarebbe insensato ritornare, da parte mia, sulla narrazione, atto unico, della costruzione romanzata o sulla scansione in nove, quanti sono i capitoli: verrebbe da dire, se non facesse ripugnanza la fede ottusa nelle scienze, che tre per tre faccia

nove: quando la narrazione è pari alla vita corrente, i calcoli matematici dimostrano la loro limitatezza, anzi, minacciano la forma sostanziale dell'esistenza.

Il Passato illusorio predefinisce il Presente ed alimenta il rivolo di sangue che ingrossa a fiume destinato al diluvio universale, come se la dimensione acquatica del bel kolossal di Costner, Waterworld, si fosse materializzata in una notte di lerciume e di orrore, un mondo di creature mutanti e mostruose, nel quale, all' adattamento irreale e irrazionale, si contrappone solo la cancellazione: il mondo di quella gente che vedo ognidì legata all' appedice fonica del padiglione auricolare, sempre collegata al computer e al telefonino satellitare.

L'imposizione viene da Semia (sistema economico mondiale internazionale astrale), sotto lo sguardo vigile di un divino cannocchiale: questa sarebbe la corrente apocalisse, ma la narrazione si apre su un mondo postapocalittico, già presentato, nel primo atto, a mo' di preazione scenica, con l' "Isola del sole", in cui vive il personaggio mitico e regnante di Paribanu, l' Afrodite di una nuova tappa ciclica della storia universale dell' umanità.

Il mondo presentato nel libro è, perciò, anche la proiezione trasfigurata del mondo reale... verrebbe da pensare a "L'inizio della fine" di "Balle spaziali". Ma la trasfigurazione si cristallizza in positivo nel mondo incantato di Paribanu. Il fascino di quella principessa suona come il lontano campanellino legato al collare della mitica cagnolina di nome Lola, nell'atto di annusare, come in un fotogramma inceppato nel sistema, un camionciono in miniatura della Coca & Cola, giocattolo preistorico e antidiluviano.

Beato te! Ottimista, riuscendo ancora a combattere in una prospettiva solare e lanciare messaggi interspaziali e ultradimensionali da zone esposte al risucchio della notte assassina. Le tue radici, antiche e generazionali, sono solidissime e ti permettono una tale ardita alea.

Io mi limito al piccolo cabotaggio, roba terrestre, terra terra, e mi fermo a guardare ogni cosa, senza timore di apparire un guardone.

Pertanto mi beo della mia attività letteraria di saggista nel campo della storiografia settoriale e locale e non esito a collocare il tuo romanzo nel genere della denuncia del mondo che si autodistrugge, delle foreste bruciate, delle mutazioni climatiche, dei cibi artefatti e del vino a metanolo... la denuncia della società umana che smarrisce la bussola.... Perciò "Rumore di passi nei giardini imperiali" è un autentico romanzo di formazione sociale, umana e intellettuale, un bildungsroman di impostazione fantascientifica. Invita al recupero delle radici, con altrettanta genialità del viaggio nel futuro, del famoso film "Il pianeta delle scimmie" dal romanzo di Pierre Boulle.

Anche dal tuo libro verrebbe un interessante testo cinematografico, semmai rielaborato in storie cicliche o anche di una serie TV. Io, per me, ho tratto i remi in barca e mi sollazzo a ricostruire il deja vu, cercando di far rivivere il Passato. Vivo come un galeone antico nei mondi tranquilli delle profondità oceaniche, tienimi sempre al corrente delle tue escursioni inter ed extraspaziali... e anche con le balle.

Complimenti per questo tuo ultimo bel libro. Sei geniale come sempre.

Pietro Vuolo



RUMORE DI PASSI NEI GIARDINI IMPERIALI

Romanzo di Alberto Liguoro Ed. Maremmi Editore Firenze (MEF)  ISBN 978-88-517-1559-5




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