La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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sabato 7 novembre 2015

IN RICORDO DI ADELE CAMBRIA

da il manifesto

COMMENTI 
In ricordo di Adele Cambria, l'artista delle «dimissioni» 

- Bia Sarasini 
Non sta den­tro nes­suna defi­ni­zione, Adele Cam­bria, lei così minuta, dai linea­menti defi­niti e pre­ziosi come una por­cel­lana. Eppure incon­te­ni­bile, per la mol­te­pli­cità delle cose fatte, delle esplo­ra­zioni com­piute, delle curio­sità senza fine. E del corag­gio delle pro­prie idee, intran­si­genti, che l’hanno por­tata a pra­ti­care l’arte delle dimis­sioni. Ecco allora Adele Cam­bria pio­niera delle gior­na­li­ste ita­liane, che parte dalla sua Reg­gio Cala­bria con l’assoluta deter­mi­na­zione di scri­vere. E dal Giorno di Gae­tano Bal­dacci, fino all’ultima col­la­bo­ra­zione, con l’Unità, in un sus­se­guirsi di dimis­sioni, come dice il titolo di uno dei suoi libri più recenti «Nove dimis­sioni e mezzo». (Don­zelli). Una pra­tica severa, la dimis­sione, che non faci­lita le car­riere e spiega come il suo grande talento non l’abbia por­tata, come le sarebbe dovuto, nell’empireo rico­no­sciuto delle grandi giornaliste.
Biso­gnava ascol­tarla, quando rac­con­tava con grande iro­nia come, all’inizio, essendo lei una gio­vane donna, fu desti­nata alla cro­naca mon­dana. Al cui ser­vi­zio mise la sua scrit­tura. Secca, tagliente, capace di mille sfu­ma­ture. Un eser­ci­zio di stile che appli­cava a tutti i media in cui ha lavo­rato, la tv e la radio, dove ho lavo­rato con lei a Radio­tre. Per­fino il blog, il suo ultimo luogo di scrit­tura, era trat­tato da lei con lo stesso rigore. Fu dun­que natu­rale, per lei, diven­tare femminista.
Tra la fine degli anni Ses­santa e Set­tanta Adele, che era nata il 1931, scelse di stare con quello che emer­geva di nuovo, con i gio­vani. E soprat­tutto le donne. Par­te­ci­pando ad assem­blee, col­let­tivi, riu­nioni, coin­volta in pieno dal nuovo fer­vore che scon­vol­geva la società ita­liana, met­ten­dosi al cen­tro di pro­getti nuovi, come Effe, o fir­mando quo­ti­diani come Lotta Con­ti­nua, per gene­ro­sità poli­tica, essendo il suo orien­ta­mento radi­cale e socia­li­sta. E ha col­la­bo­rato a lungo con Noi­Donne, anche se non è tra le sue co-fondatrici, come è stato erro­nea­mente ripor­tato. E gene­rosa Adele è stata con tanti e tante. Donna capace di grandi furori, era in realtà un’amica dol­cis­sima, attenta. Lo fu cer­ta­mente con Goliarda Sapienza, a cui era molto legata e che pro­tesse in molti modi.
È nel fem­mi­ni­smo che Adele trova lo spa­zio e l’occasione a scri­vere testi di varia natura. A comin­ciare dal tea­tro, con Nono­stante Gram­sci rap­pre­sen­tato per la prima volta nel 1975 al Tea­tro La Mad­da­lena, di cui era una delle fon­da­trici. Fino al primo romanzo Nudo di donna con rovine, del 1984, in cui inau­gura quel genere di rac­conto che l’ha carat­te­riz­zata, una spe­cie di memoir sper­so­na­liz­zato eppure rico­no­sci­bi­lis­simo, al ritmo di una scrit­tura impec­ca­bile. Per­ché Adele pra­ti­cava l’arte del rac­conto. Per chi ha avuto la for­tuna di ascol­tarla, era evi­dente che le sue sto­rie, le sue descri­zioni, appa­ren­te­mente improv­vi­sate, erano frutto di una com­plessa ela­bo­ra­zione, di un sapiente dosag­gio di pause, sim­bo­liz­za­zioni, descri­zioni senza appello. Mi è rima­sta impressa, per esem­pio, una sua defi­ni­zione, che a mia volta ho spesso usato.
Era­vamo in una riu­nione di reda­zione di Noi­Donne, all’epoca era diret­tora Franca Fos­sati, si trat­tava di dedi­care un dos­sier agli uomini che cam­biano, che acqui­stano tratti fem­mi­nili. E Adele fa: «Ci sono voluti secoli se non mil­lenni di lavoro alle donne, per diven­tare un per­fetto oggetto ses­suale. Ne dovranno fare di strada gli uomini, per acqui­sire lo sta­tus di uomo-oggetto». Ica­stica, con una forza di rap­pre­sen­ta­zione unica. Mai pen­tita di avere but­tato all’aria una vita più tra­di­zio­nale, ne ha rac­con­tato i prezzi pagati senza fare sconti a nes­suno, con mera­vi­gliata consapevolezza.


COMMENTI 
In ricordo di Adele Cambria, un'amica della terra di Calabria 

Ha dimostrato che si può essere glocal, pur vivendo a una sfera globale
- Tonino Perna 
Adele Cam­bria è stata una grande gior­na­li­sta e scrit­trice cala­brese, che è rima­sta sem­pre legata alle sue ori­gini a dif­fe­renza di altri intel­let­tuali di suc­cesso fug­giti dalla Cala­bria o dal Mez­zo­giorno, quasi ver­go­gnan­dosi della terra d’origine. L’ho cono­sciuta da stu­dente uni­ver­si­ta­rio durante i “fatti di Reg­gio” nell’estate del 1970, inviata dall’Espresso, allora un set­ti­ma­nale molto seguito nel nostro paese.
Con lei abbiamo fatto l’unica inchie­sta con que­stio­na­rio, pub­bli­cata da i Qua­derni Cala­bresi, nei quar­tieri popo­lari della cosid­detta “Repub­blica di Sbarre” e “Gran­du­cato di Santa Cate­rina”, pro­ta­go­ni­sti della rivolta per Reg­gio Capo­luogo. Adele, andava e veniva da Roma, seguendo passo passo l’evolversi della rivolta, anche come diret­trice respon­sa­bile di Lotta Con­ti­nua, a cui aveva pre­stato il suo nome per ren­dere pos­si­bile l’uscita del gior­nale (gra­zie all’amicizia con Adriano Sofri). Appas­sio­nata, mai ideo­lo­gica e set­ta­ria, riu­sciva a par­lare con tutti ed a costruirsi in auto­no­mia una pro­pria visione del mondo spesso fuori dal coro, pagan­done le con­se­guenze in ter­mini di car­riera nei gior­nali nazio­nali dove ha lavo­rato. In nome della sog­get­ti­vità fem­mi­nile, del diritto delle donne ad avere pari oppor­tu­nità, con­qui­stata a caro prezzo anche nell’abito fami­liare come tanta parte del mondo fem­mi­nile, Adele non ha mai accet­tato ricatti, cen­sure o discri­mi­na­zioni nei diversi luo­ghi di lavoro che ha attraversato.
Spi­rito inquieto, estre­ma­mente curioso delle tante forme della vita sociale, poteva pas­sare tran­quil­la­mente da un arti­colo sulle sfi­late di moda a Firenze a quello sui migranti a Bado­lato, sem­pre con la stessa gra­zia e un forte senso dell’autoironia.
Per qua­ranta anni l’ho incon­trata quasi ogni estate quando veniva a pas­sare le vacanze nella sua Catona (fra­zione nord di Reg­gio Cala­bria), in quella casa baciata dagli euca­lipti giganti che face­vano fil­trare splen­dide imma­gini dello Stretto. Adele Cam­bria, ci tengo a dirlo, è stata la dimo­stra­zione di come si possa essere glo­cal, vivere in una sfera glo­bale senza dimen­ti­care le pro­prie radici, impe­gnan­dosi con i pro­pri mezzi per il riscatto di una terra martoriata.
Ci man­cherà la sua iro­nia dolce ed amara come una pie­tanza giap­po­nese, i suoi occhi di acqua­ma­rina che riflet­te­vano i colori dello Stretto Mes­sina quando diventa un lago, il suo girare in largo e lungo nel nostro Sud alla ricerca di sto­rie da rac­con­tare, di un’altra Cala­bria da far cono­scere al resto del nostro paese, la sua leg­ge­rezza e la forza con cui ha affron­tato l’età che avanzava.
Certo, Adele è stata ben altro– lea­der del nascente movi­mento fem­mi­ni­sta, penna raf­fi­nata ed apprez­zata a livello nazio­nale, gene­rosa madrina di movi­menti di lotte per i diritti civili e tante altre cose – ma io la voglio ricor­dare come una grande amica che ha dato tanto alla nostra terra, sem­pre con gioia e senza rim­pianti. E la voglio ricor­dare anche come una donna che con la sua fie­rezza ed il suo corag­gio mi ha inse­gnato tante cose sull’altra metà del cielo.

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