La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

martedì 30 dicembre 2008

Ma, nella stanza, niente di strano...

‘’L’ anarchie, pas d’ ordre e pas de loi, le lois e le commandements ne sont pas sans le desordre de la realité, le temps est la seule loi. Je désorganiserai tuojours tout dans la vie des univers parce que le temps c’ est’ moi’’.
‘’Dormendo e sognando in questa vita, prima di potersi risvegliare qui, scendendo nell’ Ade teminera’ il suo sonno. Dove chi giunge trovera’ riposo del cammino e fine del viaggio’’.
E’ uno Sconosciuto, con a lato due leoni, uno di colore verde e l’ altro di colore rosso, i leoni degli alchimisti, che cosi’ mi parla citando Antonin Artaud e Platone.
‘’Adesso ascolta’’ dice lo Sconosciuto, che indossa una tunica bianca e oro, con sul petto un doppio ‘’pi greco’’, abbassando la voce, che d’ improvviso prende un tono d’ ombra, distante e nello stesso tempo paurosamente nitida.
‘’Ascolta’’.
Fa una pausa.
Poi, non so se lentamente, ma ho l’ impressione di si’, mi dice queste parole: ‘’Niente di tutto questo e’ mai esistito’’.
‘’Mi è venuto di ‘indagare’ – continua lo Sconosciuto - su te e su Sorella Honey.A parte alcune ‘avvisaglie’ erotiche, questo lato non riesce a essere incisivo come fatto reale. E’ chiara l’ impressione che non si tratta di concezioni temporali, ma di cose di un piano astrale.Questo significa che sei stato portato a fare così, non c'era altro modo e la tua inclinazione esoterica ne è l’origine.Sul piano astrale le cose sono diverse da quello della realtà della vita sensibile, che in modo cosciente tutti sperimentiamo di consueto nella fase notturna mentre si dorme, su una scala più o meno labile e in genere inconsciamente (salvo episodi frammentati che quasi sempre nello svegliarsi si dissolvono). Qui, le esperienze consuete riguardano il basso astrale (in relazione al fatto che si tratta di iniziazione al sesso eterno e perciò sulle parti basse del corpo) dove è condizionante l’assenza della luce comune che invece è del genere oscuro ma visibile come si fa in pratica con gli strumenti di visione che sfruttano la radiazione infrarossa. Ma è ancora meglio il genere di percezione come quella dei pipistrelli che si basa sulla tecnica radar. In questo caso si ha l’idea più o meno vaga di fatti non visibili e così il pensiero, in questo modo, non è preso a decodificare le immagini. Di qui l’esperienza della veglia perenne: il corpo dorme ma la mente no ed il pensiero è tale da non dissolversi più: resta tutto in memoria in seguito, ma con tempi sempre limitati.Il calore delle emozioni consuete è come assente, tale da non far lasciare traccia del dolore e del piacere: in entrambi i casi si muore e si rinasce. Ti sei alzato, vestito e sei andato via, lasciando il corpo di Sorella Honey, li’ supino con il coltello piantato nel ventre. Come di una cosa normale e senza particolare incisività emotiva. Ricorda le voci degli studenti ‘Sorella Honey e’ fuggita. Ha lasciato il College’. E’ un circolo che si chiude ed il disco può continuare a ripetere in modo indefinito le stesse cose’’
Lo Sconosciuto fa ancora una pausa.
Lunga.’’In Sorella Honey – riprende con tono sempre piu’ basso - si configurano i tre mondi, della causalità, dell’intelletto, infine, tutto il resto. E’ il ‘ventre’ di ‘Sorella Honey’ a fare la parte erotica. Infatti la ‘penetrazione’ con il ‘coltello’ ne costituisce l’emblema iniziatico cui si dispone a sperimentare senza drammi Sorella Honey’’.
‘’Di qui – continua con quella sua voce bassa, profonda, distante e nello stesso tempo paurosamente nitida e vicina - la possibilità che tu, giovane di quest’epoca, senza essere tanto conscio, vivi l’astrale perché sta morendo l’altro , quello antico. Come di un nuovo mondo prossimo a confermarsi. Nell’Apocalisse viene presagito questo mondo che per gli eletti viene chiamato Gerusalemme Celeste:’Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più...’. (Ap 21,1).Cosa indica il mare? Il vecchio astrale – mettiamo – quello degli alchimisti per le loro operazioni per ‘l’opera al nero’ prima d’altro. Dove si trova il ‘mercurio’ da perfezionare che viene chiamato Alkaest o Leone Verde e in tanti altri modi. Quindi niente più concezioni magiche, iniziati di tal fatta, chiaroveggenti e via dicendo. Ecco la spiegazione del perché la Chiesa ha sempre cercato di porre al bando simili cose. Non poteva essere ma occorreva porre un freno in vista della Gerusalemme Celeste.E ‘Sorella Honey’? Un ‘ventre’ da trasmutare. Una Venere (‘ven’) trina (‘tre’) senza tanto erotismo superfluo, quel tanto che basta per farla nascere nei tre mondi. Una novella Maria per le generazioni di uomini del prossimo domani, ma alcuni di loro...’’.
Una grande paura fisica si e’ impadronita di me.
Non so dove e cosa guardare senza che mi trasmetta un senso di terrore.
Quando ho il coraggio di alzare gli occhi, nella mia stanza oltre a me non c’ e nessuno.
Il grande specchio dell’ armadio mi fissa vuoto.
Accendo la lampada che sta sul comodino.
La mano mi trema.
La luce diffonde nella stanza una dolce sicurezza, una subitanea flebile allegria.
Non c’ e’ nessuno.
Ho sognato?
Non posso stabilire se si’se no.
Mi guardo intorno in preda a un terrore che vive, rigido, nelle mie cellule.
Ma, nella stanza, niente di strano.
Niente?
Su uno scafale sporge un libro, sembra stia per cadere.
Mi alzo, con un gesto rapido, quasi ne vada della mia sorte, lo afferro, e’ ‘’ L'Apocalisse di Giovanni, comunemente conosciuta come Apocalisse o Rivelazione o Libro della Rivelazione (da Αποκάλυψις, apokalupsis, termine greco che significa "rivelazione"), è l'ultimo libro ed il solo profetico del Nuovo Testamento.
Non so ma il titolo e' l’ unica cosa che ho visto subito, come se il resto della copertina fosse completamente bianca …
Lo apro e leggo: ‘’ Se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro; se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dell'albero della vita e della santa città che sono descritti in questo libro (Ap. 22,18-19).
Un monito a non oppormi al mio destino, profetizzato da Sorella Honey?
Proprio questa la sensazione.
Ma, nella stanza, niente di strano …

lunedì 29 dicembre 2008

Geometria, Esoterismo E Specchi Ustori Nel Cenacolo Di Leonardo Da Vinci

Dal blog della sorelina Annarita Ruberto http://lanostramatematica.splinder.com/post/19433487#more-19433487

rubo questo interessante post che riporta una ricerca esoterica dell' amico Gaetano Barbella.

Cari lettori, (per voi ragazzi il post è di difficile comprensione, però se volete leggere...) l'amico Gaetano Barbella questa volta ci propone un saggio affascinante e complesso. Uno studio sul "Cenacolo" del grande Leonardo in cui si intrecciano mirabilmente il significato esoterico dei simboli sottesi al capolavoro pittorico, la geometria strutturale della Quintessenza, la geometria delle sezioni auree dei due caducei di Ermes o Mercurio, la ruota di fuoco del tiburio e l'esadecagono della sua forma poligonale nella Chiesa di S. Maria delle Grazie...E non è finita qui! Non ci facciamo mancare neanche gli specchi ustori!
Riporto il brano introduttivo per poi rimandarvi al download del file pdf per la lettura integrale del saggio!
Buona lettura e come sempre: grazie, Gaetano!
***
Leonardo da Vinci
SPECCHI USTORI NEL CIELODEL CENACOLO


Illustrazione 1: Il Cenacolo di Leonardo
L’ossessione trinitaria di Maurizio Bernardelli Curuz
Cosa cela in realtà il Cenacolo di occultamente attrattivo che sembra rivelarsi ai tanti occhi critici ma che non se ne ravvisano segni concreti? Eppure il tema, che attraverso di esso si sviluppa, pur non togliendo nulla alla concezione cristiana in coerenza ai Vangeli canonici, lascia intendere velatamente che si tratti di un’impostazione esoterica, in cui Leonardo deve aver profuso tutto il suo sapere e ingegno.In materia di arte pittorica rinascimentale, per quanto la critica sia comunque portata – come è naturale che lo sia – all’analisi “visiva” (colore, forma, volume, linea ecc.), tuttavia oggi c’è in essa anche propensione a rivolgere l’attenzione al significato nascosto ed alle simbologie latenti, facendo ipotesi e deduzioni che, per quanto non verificabili, sono indubbiamente interessanti.A tal proposito si può dire che il Cenacolo di Leonardo sia l’opera che, più di altre famose, ha subito l’assalto di indagatori dell’occulto, prova ne è, ad esempio, il clamore epocale che si è disposto intorno all’interpretazione di Dan Brown con il libro Codice da Vinci.
Dal canto mio, non credo proprio che Leonardo da Vinci, si sia disposto fino al punto di predisporre il dipinto com’è stato immaginato da Dan Brown, e di conseguenza prendersi beffa dei Domenicani della Chiesa di S. Maria delle Grazie di Milano, ove egli ha eseguito l’opera. Piuttosto sono propenso per l’approfondimento dell’interpretazione che diede tempo fa un autorevole critico d’arte bresciano, il dott. Maurizio Bernardelli Curuz con un articolo [1] proprio su questo tema.
Si tratta di un intervento in coda alla questione suddetta del Codice da Vinci da cui egli prende razionalmente le distanze, tuttavia non nega nel Cenacolo evidenti risvolti esoterici.«Quel che è certo sotto il profilo pittorico – egli dice –, pur nella cornice all’apparenza naturalistica del dipinto – con quell’attenzione al vero, alle “cose”, alle espressioni – è la forza di messaggi che vanno al di là di ogni narrazione pedissequa del fatto. Il costante riferimento al tre (tre le finestre, tre gli apostoli per ogni gruppo, tre gli spazi bianchi tra le porte che si aprono nei muri laterali) e alla piramide (ogni gruppo d’apostoli forma una figura solida suscitata da una composizione di triangoli, come piramidale è la stessa figura di Cristo, al centro della scena), costituisce, senza ombra di dubbio, una sottotraccia armonica e simbolica evidentemente cercata dall’artista per costruire subliminarmente un’ossessione trinitaria, quindi una proiezione dal piano dell’umano (la mensa amicale) a quello del divino (il cielo). Gesù, in quell’istante, fa già parte del Regno dei morti.».
Dimostrerò, con questo capitolo, quanto sia concepibile il punto di vista di Bernardelli Curuz sviluppato in prospettiva dei supposti risvolti esoterici non solo quale sottotraccia dei canoni della Chiesa romana ma anche secondo le concezioni ermetiche della pratica alchemica. E non meraviglia affatto che si attribuisca a Leonardo una predilezione per simili cose.Perciò, prima di occuparmi della questione esoterica in seno all’opera pittorica in osservazione, è d’uopo disporsi a capire meglio la trattazione evangelica dell’Ultima Cena che Leonardo si è apprestato a dipingere nel refettorio dei Domenicani della Chiesa di S. Maria delle Grazie di Milano. Questo per verificare se c’è intesa fra la teologia cristiana in relazione al tema in questione e l’esoterismo ipotizzato alla luce delle concezioni ermetiche cui si sarebbe ispirato Leonardo.
In quanto all’ipotesi della Maddalena al posto di Giovanni apostolo, a ragione delle fattezze femminili di questi, sostenuta da Dan Brown con il suo Codice da Vinci, io ritengo sia sorto un equivoco sulle reali intenzioni di Leonardo nel configurare le cose in merito. Se alla base dello scenario del Cenacolo sussiste l’intenzione del suo autore di riferirsi ad un piano diverso da quello temporale, onde rappresentare un suo peculiare ipotetico processo alchemico, occorreva in qualche modo rappresentare la figura di una Vergine con cui unirsi in matrimonio, secondo la prassi ermetica. Ma questo non vuol dire che sul piano temporale sia da porsi la cosa allo stesso modo. Si tratta di polarismi genetici che in Giovanni è chiaramente del genere passivo del tutto analogo a quello di una donna. Dunque è quanto potrebbe bastare per lasciare al posto suo Giovanni per concepire un’ipotetica corrispondente Vergine sul piano ultraterreno, dove le cose sono diverse da quelle terrene. Tanto più che Gesù, prima di spirare sulla croce, disse prima alla madre: «Donna, ecco tuo figlio» e poi a Giovanni: «Ecco tua madre». [cfr. Gv 19, 26-27].
***
Scarica il documento pdf per la lettura integrale del saggio "Specchi ustori nel Cenacolo di Leonardo".
Consulta i post correlati, presenti sul blog.
Geometria Della Trasfigurazione In "Sposalizio Della Vergine"
Geometria Astronomica In "Sposalizio Della Vergine" Di Raffaello Sanzio
Geometria Nell'Arte E Nella Storia: Il Pentagramma Dell'Arco Di Costantino
Geometria nell'Arte (1)
La Geometria nell'Arte (2)
La Geometria nell'Arte (3)


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Futuro



Non penso mai a cosa succedera' nel futuro.




Arriva cosi' presto.




Albert Einstein










sabato 27 dicembre 2008

Sorella Honey e l' iniziazione di un SK

‘’Sorella Honey e’ fuggita. Ha lasciato il College’’.
Il lunedi’, alla ripresa delle lezioni, non si parlava d’ altro tra gli studenti del College ‘’La Pianora’’ nella campagna della lucchesia, vicino le Apuane.
Honey, dolcezza, era il nome che gli studenti avevano dato a Sorella Violetta, l’ addetta all’ infermeria, ammirata per la sua bellezza e la giovane eta’. Era corteggiata da tutti. Si diceva che avesse una relazione con Fratello Paolo, un giovane veneziano, docente di letteratura italiana. Spesso si vedevano in giro per il parco che circondava la villa ‘’La Pianora’’, una volta residenza estiva dei principi Borbone di Lucca, intenti in lunghe discussioni.
La scomparsa, o la fuga, di Sorella Honey era sulla bocca di tutti, anche degli abitanti del vicino paese. Era pero’ impossibile parlarne con i Fratelli docenti, soprattutto con il rettore Fratello Rizzardo e con Fratello Paolo.
Il College ‘’La Pianora’’ si trovava, e si trova tuttora, in Versilia. Vicino vi sono i resti di una villa rustica romana sovrapposti ad un preesistente sito etrusco. Questa tipologia di villa si ritrova in tutto il comune di Camaiore e nel vicino comune di Massarosa, specialmente lungo le sponde del lago di Massaciuccoli. E’ situato nella Villa Borbone il cui corpo centrale risale al XVIII secolo. Nella villa è nata Zita di Borbone-Parma, ultima imperatrice d’Austria, sposa dell'Arciduca Carlo di Asburgo-Lorena.
Il complesso della Villa è costituito da tre edifici di epoche diverse: la parte nord è stata costruita nel 1964, il corpo centrale alla fine del XVIII secolo, mentre la parte sud risale alla fine del XIX secolo.
Il corpo centrale, la parte più antica della villa, è un edificio di modeste dimensioni, frutto della ristrutturazione di un mulino. Fu adibito a villa dalla duchessa di Lucca Maria Teresa di Savoia, moglie di Carlo Lodovico di Borbone.
Alla costruzione era annessa una cappella che subì diverse modifiche nel corso dell'Ottocento. Oggi si presenta con una curiosa facciata neo rinascimentale, realizzata mediante una struttura in legno dipinto con un portale con architrave, timpano e una lunetta intagliata che simula le ceramiche dei della Robbia. La struttura fu realizzata nel 1893, in occasione del matrimonio della figlia maggiore del duca di Parma Roberto I, Maria Luisa con il principe Ferdinando I di Bulgaria. All'interno si trova un altare ligneo che proviene dalla cappella della villa della Rinchiostra dei Cybo Malaspina.
La costruzione ottocentesca, posta a Sud, è un imponente palazzo di tre piani, dove e’ il College, che riprende alcuni temi architettonici rinascimentali. Sono ben conservate le ricche decorazioni degli interni: soffitti a cassettoni, stucchi e marmi policromi.
Il parco, opera dell'architetto paesaggista Deschamps, fu realizzato contemporaneamente all'edificio ottocentesco. Questo è composto sia da specie autoctone che esotiche come era d'uso nella moda dell'epoca.
Si racconta che nella Villa sia stata assassinata una delle dame di Corte di Maria Teresa di Savoia, della quale nelle notti di luna piena si sentono i suoi lamenti.
‘’Sorella Honey ha lasciato la comunita’ perche’ innamorata di uno dei professori laici o di uno dei tutor del College’’. Questa era la voce dominante tra gli studenti, i quali facevano le ipotesi piu’ disparate. L’ ‘’imputato’’ piu’ gettonato era Rodolfo, uno dei tutor, giovane e brillante laureato in filosofia, alla Normale di Pisa, che si era licenziato due mesi prima della scomparsa di Violetta.
Sorella Honey, ventitre’ anni, era una bellezza alta e flessuosa dalla capigliatura color ebano. I suoi neri capelli erano divisi nel mezzo e ricadevano in morbidi onde non del tutto spontanee. Aveva una carnagione color avorio, due belle sopracciglia e due grandi occhi blu, sempre dolci e teneri, che non facevano che rafforzare il nomignolo.
Fuggita per amore?
L’ unico a conoscere la verita’ ero io.
‘’Non andare a casa questo fine settimana, come tutti. Resta nel College. Ti iniziero’ a un nuovo gioco d’ amore, di vita e di morte’’. Mi aveva detto una mattina. Mi aveva seguito stando attenta che nessuno l’ avesse vista mentre mi avvicinava.
Invito inequivocabile. Allettante. Il sesso: qualcosa a cui pensavo costantemente, ma che praticavo poco. Non con gli altri almeno.
Venerdi’ pomeriggio, mentre tutti partivano per trascorrere con le proprie famiglie il weekend, rimasi, solo studente, nel College. Al rettore dissi che volevo rivedere alcuni punti del programma di studio, cosa che non avrei potuto fare a casa. Altro argomento fu che non volevo stancarmi troppo con un lungo e faticoso viaggio per raggiungere i miei nella lontana Sandalyon. Fratello Rizzardo si congratulo’ con me per la scelta fatta. Prediligeva gli studenti responsabili, soprattutto quelli, come me, che eccellevano in filosofia, la sua materia d’ insegnamento.
Sabato mattina, un paio d’ ore prima della colazione, mentre ero ancora a letto, sentii aprire con attenzione, per non fare rumore, la porta della mia camera. Era Sorella Honey. Si avvicino’ al letto, si chino’ e mi bacio’ in fronte, dolcemente.
‘’Come va?’’ mi chiese e poi senza aspettare la risposta ‘’Hai fatto bene a restare’’. Si sedette sul letto. Mise a posto le coperte e con la mano destra tocco’ il mio basso ventre. Una manovra delicata, quasi impercettibile, distratta.
Il mio pene si agito’. Si eccito’. Cambiai posizione. Mi sdraiai sul fianco sinistro per paura che lei potesse intuire, o vedere, il suo inturgidire.
Sorrise. Maliziosamente.
‘’Sei molto carino. Verro’ a trovarti piu’ tardi’’. Considerato che sei l’ unico studente, ti portero’ la colazione in camera’’.
Verso le otto ritorno’ con il vassoio con i bricchi del latte e del caffe’, biscotti, marmellata e un uovo sodo.
‘’Quanto disordine sul letto’’, disse.
Si avvicino’, per rassettare e la sua mano, questa volta decisa, si appoggio’ sul mio ventre e comincio’ a fare un movimento di su’ e giu’. Il mio pene si gonfio’, quasi a esplodere. Ma la mia governante, mia prima istruttrice del sesso, mi aveva insegnato a resistere. Sorella Honey, mise la mano sotto le coperte e lo afferro’. Il suo palmo giocava sul prepuzio. Poi si inginocchio’ e dopo averlo scoperto vi appoggio’ dolcemente le labbra. Lo bacio’ delicatamente, ma senza metterlo in bocca.
‘’E’ la prima volta?’’, chiese.
‘’No. La governante, la tata, e’ stata la mia maestra’’.
‘’Fammi vedere se sei stato un buon allievo’’.
Accarezzo’ il mio corpo, baciandolo.
Le sue labbra sulle mie. La sua lingua si fece strada e cerco’ la mia. L’ attorciglio’. Continuo’ ad accarezzare il mio pene. Si stacco’ da me. La sua bocca lo accolse con una frenetica fellatio fino a farmi esplodere come un vulcano che riprende dopo secoli la sua potenza eruttiva con lapilli e lava.
‘’Adesso fai colazione. Non posso trattenermi molto. Dopo il pranzo raggiungimi al lato nord, dietro la villa, dove sono i ciliegi. Ti faro’ conoscere i segreti del parco. Ci sono angoli, sotterranei solo a me conosciuti. La’ completero’ la tua educazione sessuale insegnandoti cio’ che fara’ felici le donne e io raggiungero’ l’ estasi alla quale aspiro. Ricorda: non e’ un caso che abbia scelto te. Vi ho studiato uno per uno, ma solo tu hai le caratteristiche giuste. Devi essere contento di essere l’ eletto’’.
Prima che possa dire qualcosa ha gia’ lasciato la stanza.
Dopo pranzo mi diressi alla parte nord, dietro la villa, la’ dove ci sono i ciliegi. Erano in fiore. Tra qualche mese sarebbero stati presi d’ assalto da noi studenti. I piu’ agili sarebbero saliti su di loro per raccogliere i dolci frutti, che nessuno avrebbe raccolti, i quali poi sarebbero stati gustati da tutti. Mentre camminavo nel parco un daino addomesticato si avvicino’. Si fermo’ davanti a me. Allungo’ la testa verso di me e, come un cagnolino, mi lecco’ la mano. Gli accarezzai l’ ispido pelo del dorso e mi diressi, subito dopo, verso Sorella Honey, che gia’ mi aspettava sotto uno dei ciliegi. La raggiungo. Mi prese per mano.
‘’Spero che ti piaccia questo posto’’, disse, ‘’Qui c’e’ la vera pace. Il riposo sicuro. Eterno’’.
Il paesaggio era grigio. Eravamo a marzo. Il cielo era coperto. Tutt’ intorno le colline, i boschi, nuvole e un leggero vento. Oltre le colline le Apuane. Non c’ erano altre persone. Ci inoltriamo in una stretta stradina, tra gli alberi del parco della zona nord, frequentata solo quando le ciliegie erano mature. Stradina che poi non proseguiva piu’, dal momento che oltre non c’ era niente: il mondo finiva li’.
Almeno cosi’ mi sembrava.
Sorella Honey si faceva strada tra gli alberi, tra i cespugli di rovi. Con sicurezza spostava i rami, senza pungersi. Creava un varco, proseguiva e mi invitava a seguirla. Totale silenzio. Camminava sicura spostando rami e poi rimettendoli a posto per nascondere il passaggio. Avanzava senza indugi. Seguiva un percorso solo a lei conosciuto. I nostri passi producevano un’ eco che sembrava un dolce respiro, per poi sparire fra gli alberi del bosco. Muta la natura conduceva la sua semplice vita. Violetta mi sorrideva con l’ aria deliziata di un neonato e accarezzava avanti e indietro, teneramente, la mia mano, guidandomi verso i segreti della ‘’Pianora’’.
Improvvisamente davanti a noi l’ ingresso di una grotta. Apparentemente. E’, invece, l’ ingresso di una galleria. Entrammo. Nemmeno un’ eco remota dei nostri passi si sentiva piu’.
‘’Questo e’ un passaggio segreto che porta fino alla villa, con la quale pero’ non c’ e’ alcuna comunicazione. La galleria finisce con un muro che la separa dalla cucina del College. Se appoggio l’ orecchio al muro sento le chiacchiere della Sorelle cuoche, intente a preparare i pasti’’, spiega.
Avanzavamo. Sorella Honey faceva luce con una torcia a batterie.
‘’Questo posto’’, disse ‘’Era sicuramente un rifugio segreto dei nobili che hanno abitato la villa nei secoli scorsi. Ci sono, infatti, sale che forse una volta servivano per nascondersi. Inoltre, la galleria porta verso una strada che scavalca le colline. Sicuramente una via di fuga. Nessuno oggi conosce questo posto. Non ci ho mai portato alcuno. Tu sei il primo. Tu sei l’ eletto’’.
Racconto’ di uno stupro subito a diciassette anni. Da allora, disse, si era votata a insegnare ai giovanissimi uomini le arti dell’ amore.
‘’Con te sara’ diverso. Sarai iniziato all’ amore eterno e io con te raggiungero’ l’ eternita’ dell’ estasi. Morire e far morire d’ amore e’ la cosa piu’ bella. L’ ho sempre desiderato. Non avevo pero’ mai trovato l’ uomo giusto. Poi sei arrivato tu a frequentare il liceo. Sei giovane e bello, hai tutte le caratteristiche per far morire le donne. Stamane ho visto come sai dominare il tuo corpo’’.
Ricordai la mia iniziazione al sesso avvenuta verso i tredici anni. La mia giovane tata mi aveva insegnato a controllare gli stimoli a non avere fretta. Accarezzava il mio pene con dita di seta, con la lingua, con le labbra, rallentando e fermandosi quando si accorgeva che stavo per arrivare all’ orgasmo. Mi insegnava ad assaporare il piacere lentamente per farlo durare a lungo. Dopo alcuni mesi mi aveva concesso la penetrazione. Sensazioni incredibili, indicibili, apprezzate per la giovanissima eta’ non in maniera consapevole.
Arrivammo in una grande sala.
Sorella Honey appoggio’ la torcia su una rientranza del muro. Si avvicino’. Mi abbraccio’. Accarezzava il mio corpo. Anche io l’ accarezzo. Conosco il corpo delle donne. Molte volte ho sfogliato i libri di ginecologia di mia madre. Le immagini sono nitide nella mia mente. Ricordo ogni particolare. Vedere, toccare, accarezzare, baciare l’ eburneo corpo di Violetta erano estatiche sensazioni. Facemmo l’ amore, raggiungendo l’ orgasmo, poi un altro, una serie. Pura estasi.
I nostri corpi, allacciati, erano come cavalli senza briglia in corsa selvaggia.
Gettiti di lapilli fosforescenti.
Un’ esplosione.
Una suprema alchimia.
Eravamo sdraiati, sui nostri abiti, uno accanto all’ altro.
‘’Ora l’ iniziazione promessa’’, disse.
‘’Tu cerca di seguirmi, se ti riesce’’, e spiego’ che sono le parole che Diotima donna esperta in cose d’ amore fa a Socrate ‘’Dunque, chi vuol tendere rettamente a tal fine deve cominciare fin da giovane ad andare verso i bei corpi. Deve diventare un innamorato di ogni bel corpo e colmare quella sua eccessiva passione per uno solo di essi. In seguito comprendere che la bellezza di ogni corpo e’ sorella di quella di ogni altro corpo, e che quindi, se bisogna perseguire cio’ che e’ bello nell’ aspetto esterno, sarebbe grande stoltezza il non ritenere unica e identica la bellezza in tutti i corpi’’.
‘’Tu’’, prosegui’ ‘’Sei l’ eletto, per questo ho deciso di educarti nella scienza dell’ amore, attraverso la contemplazione progressiva e giusta del bello. L’ amore e’ di per se’ quella forza che anima non solo certe azioni particolari dell’ uomo, ma tutte quante le azioni con le quali ricerca il Bene e cio’ che consegue dal possesso del Bene, ossia la Felicita’. Lo stesso morire per la Felicita’ degli altri e una ricerca di immortalita’. Questo di morire e far morire per gli altri in vista dell’ eterna fama e’ Amore. E’ un amore al tempo stesso donativo e ricevente. E’ questo poter morire e donare morte che porta la donna e l’ uomo ad essere nell’ Olimpo dell’ estasi, ad essere nella Felicita’ eterna’’.
Si avvicino’ a me. La sua bocca cerco’ la mia. Un lungo e appassionato bacio. Mentre le nostre lingue frullavano all’ unisono, Sorella Honey prese un coltello dalla tasca della sua veste. Lo mise nella mia mano destra e con la sua la guido’ verso il suo corpo aiutandomi ad affondare l’ iridescente lama nel suo ventre.
L’ uscita del sangue fu bloccata dal coltello, nel suo corpo come in un caldo fodero.
‘’Morire e far morire d’ amore e’ la cosa piu’ bella’’, disse ‘’L’ ho sempre desiderato, ma non avevo mai trovato l’ uomo giusto. Poi sei arrivato tu, giovane e bello, con tutte le caratteristiche per far morire le donne’’.
Silenzioso scambio di sguardi. Un’ acuta fitta di tenerezza.
Parole strozzate nelle sua bocca: ‘’Adesso sei un essere dal potere supremo, darai sempre vita e morte. Eterne. Ogni volta sara’ una emozione fantastica, come la prima volta, come oggi’’.
Mi alzai. Mi vestii. Andai via.
Il corpo di Sorella Honey, li’ supino con il coltello piantato nel ventre.

giovedì 25 dicembre 2008

Lettera di Babbo Natale


Che novita? vorrete voi sapere.
Se le cose van bene, e' un gran piacere;
e se no, chi mai resti da incolpare,
e se il caro Orso Polare
meriti un sette, un cinque o solo un due:
si e' comportato bene o e' stato un bue?
Gia' in novembre, cosi' per cominciare,
una scheggia* si e' andato a conficcare
nel piede, e ha portato le stampelle
fino a dicembre; e quindi la pelle
del naso e delle zampe si e' sbucciato
quando sul focolare si e' scottato
cuocendo le castagne senza molle,
e s' e' messo a strillare come un folle -
Mezzo chilo di burro (del migliore)
s' e' spalmato a reprimere il dolore.
Ma non ancora contento, il maledetto
il ventitre' e' salito sopra il tetto
per spalare la neve, che, diceva,
il camino e il tiraggio gli chiudeva.
Va da se' che le tegole ha sfondato,
tonnellate di neve giu' ha versato.
Ha rotto piatti, bicchieri, scodelle;
cioccolata ha mangiato a crepapelle.
Casse m' ha fatto cadere sui calli;
ha calpestato soldatini e cavalli.
Ha rotto molle, ha guastato trenini;
ha mischiato le strenne dei bambini.
Di libri nuovi, quanti ne ha sgualciti!
e mille palloncini sono spariti
-un botto solo, e che razza di schiocco!
Senza contare le rune che lo sciocco
ha decine e decine e scribacchiato
sulla mia carta buona, e lo sbadato
s' e' pulito le zampe con i lini
e le lenzuola piu' belle e piu' fini.
Ma, in fin dei conti, bisogna convenire
che e' buono e che sa farsi compatire.
Ha sgobbato, portato, caricato,
per una settimana intera ha impacchettato
doni, mille volte scendendo giu' in cantina
per giorni e notti fino alla mattina.
Paksu vi manda i suoi cari saluti
e Valkotukka poi vi abbraccia tutti.
Sono ancora da me; e' passato un anno,
sono un po' piu' sensati e resteranno
ancora a lungo qui sulla gran Roccia.
Di folletti, neppure piu' la traccia-
voglio dire qui al Polo per quest' anno.
Perche', ho saputo, vanno a fare danno
piu' a sud da dove poi, ripreso fiato,
torneranno nel Nord ch' hanno lasciato
e scaveranno grotte e gallerie.
Ma noi sapremo, queste mene rie,
disfarle tutte, e appena mi vedranno
come al solito in rotta fuggiranno.

*Storie, tanto per fare la rima. In realta' era un chiodo - e arruginito, per di piu'. Orso Polare.


VENTINCINQUE DICEMBRE POSCRITTO DI ILBERETH

Anche quest' anno Natale e' tornato
e Orso Polare un guaio ha combinato.
Dicono che ha mangiato le nocciole
intere, con i gusci. E ora gli duole
la pancia, una cosa davvero ''polare''
su cui sarebbe meglio sorvolare.
S' e' abboffatto mangiando a crepapelle
e le ha inzeppate, quelle sue budelle,
e giu' prosciutto, patate, pane, e giu'
carne, e ci vorra' una settimana e piu'
per rimetterla in piedi, la bestiaccia!
Il piatto preferito? Una focaccia
di pasta dolce, salsiccia e una cremina,
che ingollava la sera e la mattina
a chili interi in un solo boccone.
E dopo si metteva sul testone
a zampe in aria, e son meravigliato
che il caro Orso gia' non sia crepato.
(TUTTE CRETINATE!
NON MANGIO PATATE,
NON HO MALE AL PANCINO,
STO ANZI BENINO.
PREFERISCO I DOLCETTI
- POCHI ETTI -
ED E' PER QUESTO
(E LO SI VEDE PRESTO)
CHE SONO DOLCE,
GRASSO
IMPELLICCIATO,
BRUTTO ELFO SPELLATO
E RINSECCHITO! ORSO POLARE)

Conoscete gli amici troppo bene
per creder, come a volte si sostiene,
che qui da noi ci siano discussioni
o litigi. Siamo tutti buoni
e quest' anno ci e' andata benone
(salvo il chiodo nel piede del crapone).
Ma per adesso basta con le rime.
Scende una neve fitta, fitta, fine,
ma son pronti a partire i fattorini
Con i doni che portano ai bambini
e che devono giungere a Natale.
Sono le due, e ci sono tante scale!
Perche' in cantina bisogna calare,
biscotti e cioccolato su portare,
e mille pacchi bisogna riempre
che in tutto il mondo dobbiamo spedire.
Tanti saluti e auguri per Natale:
Tutto ci vada bene e niente male!
BABBO NATALE

L' autore di questa lettera di Babbo Natale, scritta nel 1938, e' John Ronald Reul Tolkien (1892-1973), che e' stato uno dei piu' grandi filologi, ma e' soprattutto noto come creatore della Terra-di-Mezzo e della trilogia ''Il signore degli Anelli''.
Il 25 dicembre 1920 Tolkien comincio' ad inviare ai propri figli (John, Michael, Cristopher, Priscilla) lettere firmate Babbo Natale.
Infilate in buste bianche di neve, ornate di disegni e affrancate con francobolli delle Poste Polari e contenenti narrazioni illustrate e poesie, esse continuarono ad arrivare in casa Tolkien per piu' di trent' anni, portate dal postino o da altri misteriosi ambasciatori.
Con Babbo Natale vivono l' Orso Polare e i Cuccioli suoi nipoti, tra cui Pasku e Lakotukka (''Grasso'' e ''Pelobianco''), gli Uomini-di-Neve e i loro bambini; gli Gnomi Rossi e gli Elfi (uno dei quali Ilbereth, diventera' segretario di Babbo Natale).




''Le lettere di Babbo Natale'' di J.R.R. Tolkien sono pubblicate in Italia da Rusconi editore.
































mercoledì 24 dicembre 2008

Merry Christmas and Happy New Year


Che la strada si alzi per venirti incontro.
Che il vento sia sempre alle tue spalle.
Che il sole brilli caldo sul tuo viso.
E possa la pioggia cadere dolcemente sui tuoi campi.
.. ..
Cammina in pace e sii contento
Ovunque tu sia sulla tua strada,
E finche’ non ci incontreremo di nuovo
Che Dio ti tenga gentilmente nel cavo della sua mano.
(augurio irlandese)

mercoledì 17 dicembre 2008

Ho capito tutto

Si dice che i SK abbiano avuto problemi in famiglia.
I miei genitori Johanna e Louis erano delle persone fantastiche, innamoratissime.
La loro e’ storia da raccontare.
Mia madre nata nei primi anni del ventesimo secolo era una donna straordinaria. Figlia di un imprenditore di Castle che operava nel settore dei trasporti era cresciuta in una delle piazze centrali della citta’, dove erano le proprieta’ di mio nonno, Frank: casa padronale, stalle, cavalli, calessi, landau, carri per il trasporto delle merci e la stazione di posta dove i cavalli degli operatori delle campagne intorno sostavano, in attesa del ritorno nei paesi, una volta che i loro padroni avevano concluso i loro affari o scaricato le merci che poi venivano distribuite da mio nonno.
La famiglia di mia madre comprendeva altre tre sorelle e due fratelli.
Nonno Frank, molto severo, impediva ai figli, soprattutto alle sue bambine, di andare nelle stalle dove bazzicavano gli stallieri e gli uomini del contado.
Mia madre, ribelle, era l’ unica che trasgrediva gli ordini del padre. Appena alzata si precipitava nele stalle e trafficava con i cavalli.
Col crescere degli anni, oltre ad essere sempre piu’ bella, una donna dalla pelle madreperlacea, capelli corvini, occhi scuri, labbra carnose, naturali, non come quelle rifatte oggi dai chirurghi plastici, che realizzano interventi mostruosi che trasformano le bocche delle loro clienti in antiestetici canotti di carne, era diventata un’ abile amazzone. Cavalcava come gli uomini, non seduta con le gambe pendenti sul lato sinistro dell’ animale, come si usava in quegli anni, ma incosciando la bestia per meglio stringerlo tra le gambe e poterlo governare senza problemi. Cavalcava spesso a pelo, senza sella, ed era bravissima nell’ eseguire acrobazie con il cavallo lanciato al galoppo. Era la disperazione del padre. Inoltre si divertiva a fare capriole aggrappata alle travi delle stalle. Partecipava con grande perizia anche alla doma dei puledri.
Una volta la vide il proprietario di un circo il quale propose a nonno Frank una scrittura per la figlia.
Johanna dovette restare chiusa nella sua camera per due settimane, fino a quando il circo lascio’ la citta, non fosse mai che la ribelle figlia decidesse di aggregarsi alle troupe circensi.
Nonno Frank aveva paura dell’ estrema socievolezza della figlia che esibiva sempre e che forse per i tempi, secondo lui, non era consona con una particolare maturita’ di comportamento.
Mia madre andava nella vicina spiaggia di Little Gorge a fare lungo galoppate che immancabilmente si concludevano con un bagno in mare del cavallo e suo. Si divertiva a lanciare il cavallo nella grigia distesa dalla spiaggia che arriva sin quasi all’ orizzonte. Generalmente Little Gorge era poco affollata. Quasi sempre poca gente distesa sulla sabbia o seduta sulle sedie a sdraio, pochi altri a prendere il sole vicino all’ acqua. Gli uomini o in completi o nei loro costumi interi e le donne nei loro pagliaccetti con l’ ombrellino a impedire una, allora, disdicevole abbronzatura Una volta, in sella a Devil, uno stallone dal manto nero, fu trascinata al largo dalla corrente. Mia madre, sotto gli occhi terrorizzati del padre, che gia’ presagiva una disgrazia, riusci’ con pazienza e perizia a ritornare a riva, assecondando il nuoto di Devil nelle onde e nella corrente. Anche questa bravata le costo’ la ‘’reclusione’’ di due settimane nella sua camera, guardata a vista dalla severa governante, che avrebbe dovuto proibirle anche di mangiare i dolci preparati dalla cuoca. Invece la governante le portava di nascosto piu’ di una fetta di torta, senza dire una parola, un dito sulla bocca in segno di avvertimento, in un ironico teatro della cospirazione.
Uno degli stallieri soprannominato Lead Feet per il modo di camminare pesante, come se i suoi piedi fossero infilati in scarpe di piombo le aveva insegnato a sparare con la pistola. Ogni giorno si esercitava al tiro sparando a barattoli di latta o bottiglie. Naturalmente quando il padre non era in casa. Se l’ avesse scoperta le sarebbero toccati altri giorni di clausura.



Mia madre aveva il potere di evocare gli spiriti.
Gli spiriti, i fantasmi, si dice, regnarono in tutti i tempi. La storia che sto per narrare e’ un esempio della loro esistenza? Puo’ darsi. Affermo che gran parte della incredulita’ su queste vicende sono legate al fatto che non sempre si comprende che non possiamo essere sempre soli.
La vicenda si svolge a Nayaders, un paese non lontano da Castle, la piu’ importante citta’ di Sandalyon, una grande isola dei mari temperati.
Sono le sette del pomeriggio di un giorno di settembre del 1943. Si sentono le ore suonare nel vicino campanile della chiesa. parrocchiale. La luce del giorno comincia a calare.
Sono nel salotto di casa, una stanza con un divano, due poltrone, una credenza con i servizi buoni di piatti e bicchieri, argenteria esposta, il tavolo tondo, quadri e foto alle pareti, una lampada a stelo, sul tavolo anche un portacenere di vetro e rame con un cavallino di rame sul bordo, nonostante in casa nessuno fumi. Gioco con un cavalluccio di latta, accoccolato dietro la sedia in cui mia madre e’ seduta, intenta a cucire e a lavorare a maglia.
Improvvisamente qualcosa accade in cucina, rompendo il silenzio che regna nella casa.
Rumore di sedie trascinate e rovesciate. Poi come di piatti, bicchieri. Per terra. Rotti.
-Peter? Che cosa hai combinato?
Mi alzo e mi faccio vedere. Si accorge che le sono accanto.
-John Charles? Che cosa e’ successo?
Nessuna risposta.
Si alza. Va in cucina per guardare il disastro. Niente. Tutto e’ in ordine.
Mi fratello e’ in giardino. Gioca con il cane.
Mia madre lo raggiunge.
-Hai toccato qualcosa?
-No.
Torna in salotto Alle abituali faccende. Riprende a cucire e a lavorare a maglia.
Un’ altra sera. E’ sola in casa. Le tenebre sono gia’ arrivate. Le poche e deboli luci in strada sono accese. Noi figli siamo da una vicina.
Improvvisamente rumore di stoviglie.
Corre in cucina: piatti, bicchieri, tegami, padelle e pentole sono sul tavolo, tirati fuori della credenza.
Sbianca in viso. Le mani le tremano. Ha paura. Va anche lei dalla vicina.
Quando torniamo a casa riassetta.
Non racconta l’ accaduto.
Poi una notte, siamo tutti a letto, e’ un continuo sbattere di porte e finestre. Le ante dell’ armadio si aprono e la biancheria è scaraventata a terra.
In casa non ci sono altre persone.
Mia madre e’ spaventata, ma mantiene la calma, per non allarmare noi figli, svegliati dal fracasso.
Recita a voce alta un’ Ave Maria e un Padre Nostro. La sua voce e’ perfettamente ferma, tranquilla, composta, ma seria. Ci invita a recitare con lei le preghiere. I miei due fratelli le dicono, sempre ad alta voce. Io, ho appena tre anni, non le so per intero.
Dice: Se sei un’ anima buona vieni in pace. Se sei uno spirito cattivo l’ inferno ti inghiotta.
Ci rasserena. Fa persino un debole tentativo di sorridere.
Ancora di sera, siamo tavola, in cucina, stiamo cenando. D’ un tratto, la porta d’ ingresso è colpita come da un forte getto d’ acqua, come di secchi svuotati con violenza.
Va verso la porta che da in giardino. Rimane qualche istante ferma pensando al da farsi. E’ indecisa se tornare a sedersi o aprire. Apre. Nessuno. Solo una grande pozza.
Di nuovo recita un’ Ave e un Padre e ripete l’ invito a venire in pace se spirito buono, altrimenti tornare tra i dannati.
L’ indomani va in chiesa e parla degli accaduti con il parroco. Mia madre parla lentamente, come per aiutarsi a ricordare tutti i particolari e non tralasciare nulla. Il corpo e’ immobile, le mani strette indissolubilmente in grembo e lo sguardo conficcato sul crocifisso appeso alla parete. Il prete l’ ascolta con gli occhi fissi sul suo viso. E’ tranquillizzata. Le dice che forse e’ ancora scossa per la recente morte del marito.
Una mattina John Charles gioca in salotto. Ha una monetina in mano. Gli sfugge. Rotola sul pavimento, raggiunge la parete e si infila in una fessura, tra una mattonella e il muro. Fa per prenderla ma questa scompare nel pavimento e dopo qualche secondo si sente un pling, fine caduta. Mia madre che ha seguito la scena capisce che li’ il pavimento copre un vano vuoto. Inspiegabile. La casa non ha cantina.
Ricorda che si e’ parlato della casa come di quella dove sarebbe stato ucciso, almeno un secolo prima, un uomo per rubargli gli averi, una cassetta con centinaia di monete d’ oro. Quando la mia famiglia era andata a viverci una vicina aveva raccontato a mia madre il triste episodio, affermando che nessuno l’ aveva mai voluta acquistare e era rimasta disabitata per molti decenni. Le aveva detto che qualcuno affermava di aver visto il tesoro, fornendo una descrizione molto particolareggiata degli oggetti. Questo tanti e tanti anni fa. Poi il silenzio sulla vicenda, sulla casa, sul tesoro.
Questa volta si rivolge a un prete di un paese vicino, conosciuto come esorcista. E’ un prete alto, con gli occhiali, il cranio pelato, un sorriso franco e beneducato.
Mia madre racconta gli episodi, la storia della morte violenta, della casa e del tesoro con voce sommessa, ma molto chiara. Parla, ma un vago timore, forse terrore, gli prende l’ anima, probabilmente in ragione della calma che, comunque, aveva nel cuore. Sembra contemplare, sbigottita, sgomenta, spaurita le visioni, nascoste ai piu’, che ora si librano nella sagrestia dalle pareti alte, coperte, dall’ alto al basso da una pesante tappezzeria, a intervalli irregolari tappezzata da figure di santi e immagini della passione del Cristo..
Il sacerdote ascolta, poi dice serio:
-Potrebbe essere uno spirito buono che vuole attirare la tua attenzione per farti trovare il tesoro che gli assassini non sono riusciti a rubare. Potrebbe pero’ essere anche uno spirito maligno. Lo stesso Belzebù:
Mia madre sta in silenzio. Guarda i disegni sulla tappezzeria e nota al centro di una parete il disegno di una colonna attorno alla quale correva attorcigliata con la forza di un serpente la fiamma di un fuoco vivo.
L’ esorcista prosegue:
- Se non hai altro da riferirmi, posso andare a casa tua e recitare le preghiere per allontanare il demonio. Non sapro’ pero’ mai dirti se in casa c’e’ un tesoro. Per saperlo dovrai levare le mattonelle e scendere nel vano. Puoi trovarci, pero’, non monete d’ oro e altri oggetti preziosi, serpenti e scorpioni, l’ emblema del male. Te la senti di correre questo rischio?
Mia madre accetta l’ invito del sacerdote a benedire la casa. Non fa altro, anche perche’ gli episodi dopo le preghiere dell’ esorcista non si ripetono. Non osa guardare sotto il pavimento perche’ teme che il demonio prenda se’ e le sue creature per trascinarle nei gorghi dei fiumi infernali, nelle tenebre, nelle profondita’ del silenzio, trascinandole giorno e notte, estate e inverno, senza mai riposare.
Dopo qualche mese trasferisce la famiglia a Castle, la citta’ dove esercita la sua professione di ostetrica condotta.
Dimentica la vicenda.
Le torna in mente quando viene a sapere che il nuovo inquilino e’ diventato improvvisamente ricco.
Questa era una prerogativa di mia madre.


Io che amo i misteri, la vita, la morte, un aspetto della vita…eterna, avro’ preso da lei?
Forse.
Sicuramente le assomiglio nella dolcezza e nel dare felicita’.
Per me, pero’, c' e' un solo mezzo in questo mondo per essere felici, ed e' quello di fare tutto quello che si puo' fare per rendere felici gli altri. So che le donne amate, per essere felici, hanno bisogno di essere uccise. Io le rendo felici.
Il modo migliore per amare una donna e' pensare al fatto che si potrebbe perderla. La morte per mia mano e' averla per sempre.
Con la morte dono eta' e splendore impareggiabili, di bellezza tale da sfuggire alla piena comprensione degli uomini.
Che cosa e' la pietra del buio e delle tenebra?
E' la fine che appartiene all' oscurita'...
Che cosa significa fine?
E' un luogo in cui vi e' solo ricordo dell' eta' e della bellezza avute in dono.


Un giorno quando Johanna e’ appena entrata nell’ adolescenza nella sua vita compare Louis, un ufficiale di un corpo speciale dell’ esercito, originario di una regione del Nord Europa.
Non ho mai saputo dove mia madre e mio padre si videro per la prima volta. Forse nella grande piazza antistante la grande casa dove abitava, che comprendeva anche le stalle e i cortili per la sosta dei carri e i grandi magazzini per i depositi delle merci.
I dettagli del loro incontro e della loro prima conversazione non li ho mai conosciuti.
Certo e’ che mia madre fu colpita da questo uomo in divisa, non molto alto, biondo, e occhi di un celeste del cielo. Il colore degli occhi di mio padre, diceva sempre mia madre, era sicuramente pari a quello del paradiso e emanavano una luce particolare che davano al suo sguardo il calore dei primi raggi del sole del mattino che si alzano a scaldare il mondo dopo il freddo della notte. Occhi azzurri penetranti e intelligenti su un viso dalla carnagione pallida da nordico, incorniciato dai capelli biondi, con un leggero principio di sicura incipiente calvizie,
Il suo sorriso mostrava una bella chiostra di denti regolari e, ricordava mia madre, metteva gli altri nella condizione di restituirglielo.
Louis, diceva mia madre, era una persona sensibile, colta e religiosa.
Credo che mia madre abbia sentito, incontrando Louis, l’ incombere di quei momenti decisivi che ti cambiano la vita: una di quelle svolte in cui o afferri l’ opportunita’ fugace che ti si presenta o la guardi inerme scivolare via dalle tue mani e ritornare nel nulla.
Ritengo che abbia subito compreso, a parte il resto, che doveva rivedere quell’ ufficiale dagli occhi di cielo, che doveva imporre a suo padre.
Mia madre non mi ha mai raccontato di grandi difficolta’.
Si sposarono dopo un breve fidanzamento: lui 23 anni, lei 19.
Nel giro di due anni hanno due figli: Admeto, da un personaggio della mitologia greca (re di Fere in Tessaglia; fu anche sposo di Alcesti. Figlio di re Fere, da cui la città prende nome, fu uno degli Argonauti e prese parte alla caccia al Cinghiale Calidonio. Era celebre per la sua ospitalità e per il suo senso di giustizia), e John Charles.
Dopo14 anni, allo scoppio della seconda guerra mondiale, sono nato io.
Non ho molti ricordi di mio padre.
Solo questi due.
Non ho mai conosciuto mio padre, morto in guerra, l' ultima, quando avevo tre anni. La sua grande umanita', cultura, amore per la liberta' e la giustizia le ho conosciute soprattutto attraverso i racconti di mia madre.Quando penso a lui vedo mio padre, mentre mi fissa con i suoi occhi azzurri e mi dice che la liberta' va strappata dalle mani degli oppressori.Un insegnamento che trasmetto ogni giorno ai miei figli e nipoti con il mio comportamento. Come dice Adorno nei ''Minima moralia'': non si da' vera vita nella falsa.
L’ idea di liberta’ mio padre me lo ha trasmesso pochi mesi prima di morire.
E’ l’ unico ricordo che ho di lui. Un ricordo mio, esclusivamente mio.
‘’Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente’’.
Dostojevskij: ‘’Memorie del sottosuolo’’.
Quando mi ha parlato di liberta’ a ogni costo, da strappare dalle mani degli oppressori, siamo io e lui da soli. Andiamo, la mia mano nella sua, da Nayaders, dove, in tempo di guerra, aveva trasferito la famiglia, a New Adolya, un altro centro dell’ Alleopartshire, distante un paio di chilometri.
E’ marzo, non so se il giorno del mio compleanno. Ha avuto due giorni di licenza, ho poi saputo da mia madre quando dopo anni, molti, racconto l’ episodio. E’ di stanza a Castle, circa venti chilometri da Nayaders.
I miei ricordi dell’ ambiente della campagna sono piuttosto sfuocati. Diventano nitidi solo sulla sequenza della passeggiata e delle sue parole.
Camminiamo sul ciglio destro della strada. Sto alla sua destra per non correre pericoli, anche se il traffico e’ limitato a poche biciclette, a qualche carretto trainato dai cavalli, molte le persone a piedi, soprattutto donne e qualche ragazzo. Uno di questi ci passa accanto correndo.
Lui e’ in borghese, indossa un abito scuro, io un capottino chiaro con il colletto in velluto. Nella mia mente tutto e’ chiaro, soprattutto i suoi occhi di un intenso azzurro.
Camminiamo in silenzio. Mio padre mi stringe la mano. Il suo viso e’ sereno. Sono raggiante. Non passo molto tempo con lui. Quando la sera, non tutte le sere, lui torna a casa, io sono a letto e dormo, e la mattina, quando riparte, non sono ancora sveglio. Mia madre mi ha sempre raccontato che appena entrato in casa veniva nella mia camera, mi accarezzava sui capelli e mi dava un bacio sulla fronte. Rito che ripeteva quando andava via.
Arrivati all’ altezza del cimitero di Nayaders ci fermiamo, ci sediamo, uno a fianco all’ altro, su un poggiolo ricoperto d’ erba.
Comincia a parlare. Dice quanto bene vuole alla mamma, a me, agli altri due figli. Poi racconta delle brutture della guerra, della inutilita’ di un conflitto scatenato da un pazzo e assecondato da un altro stolto, solo per sete di potere, delle false speranze di vittoria decantate dal Duce, dal Re. Espone i suoi concetti di liberta’, fratellanza, di giustizia e pace tra i popoli. Parole allora non comprese. Troppo difficili per me. Sono pero’ rimaste incise nella mia mente, capite solo col crescere degli anni.
Siamo rimasti seduti forse una mezz’ ora, poi lentamente siamo tornati a casa.
Quella e’ l’ ultima volta che ho visto mio padre.Non ho altri ricordi di lui vivo.
Dopo alcuni mesi un ufficiale e’ venuto a casa per dare a mia madre la notizia che il marito era morto in un bombardamento di guerra, quella guerra da lui rifiutata, ritenuta inutile, dichiarata da un folle, appoggiata da uno stolto, solo per sete di conquista.



‘’Ciao Duke. Che sorpresa! Come mai a casa?’’.
Cosi’ mia madre aprendo la porta di casa e trovandosi davanti il cognato, in divisa da militare, ma senza cinturone, senza armi. Sorride. E’ contenta di vedere il marito della sorella di suo marito. In tempo di guerra un parente che ti viene a trovare e’ sempre una festa.
Duke entra. Non ha il viso allegro. Immediatamente dietro di lui si materializza un ufficiale dell’ esercito, un maggiore del comando generale. Anche lui e’ serio. La faccia e’ tirata.
Mia madre fa entrare anche lui. La sorpresa aumenta. A casa non sono mai venuti colleghi di mio padre, anche lui militare, di stanza a Castle, nella sede del comando generale. Si domanda il perche’ di questa visita.
In casa, oltre mia madre, c’ e’ la governante: e’ in cucina e mi tiene in braccio. Mi mette nella culla e raggiunge in salotto mia madre per chiedere se ha necessita’ che prepari qualcosa per gli ospiti. Sta in silenzio in attesa di ordini.
‘’Johanna’’ attacca Duke ‘’non e facile quello che devo dirti…’’.
Mia madre si agita. Ha capito il motivo della visita. Il giorno prima, il 13 maggio del 1943, Castle e’ stata oggetto di un violento bombardamento, che l’ ha rasa al suolo. Le bombe cadute a migliaia sulla citta’ hanno completato l’ opera cominciata nella precedente incursione aerea, quella del 28 febbraio, nel corso della quale erano morte centinaia di persone, tra cui, una delle sorelle di mia madre, Dhelyn.
Ricordo che l’ aria e’ molto pesante, grigia, come prima di una tempesta.
‘’Cosa e’ successo? E’ ferito? Come sta? E’ morto? Come e’ successo? Dove e’ accaduto? Dove e’ adesso? Lo so e’ morto. Se fosse ancora vivo il maggiore non sarebbe venuto con te. E’ vero. Questa e’ la comunicazione ufficiale della sua morte.’’
Mentre parla mia madre si alza. Si avvicina al cognato. Prende il suo viso tra le mani.
Le sue forze cedono, le gambe crollano e la sua testa si svuota del tutto. Non gli viene in mente una sola parola.
Cade a terra. Svenuta.
Mio zio, l’ alto ufficiale, la governante la sollevano e la portano nella sua camera e la depositano sul letto, vicino alla mia culla. Vedo tutta la scena, ma non capisco. Nessuno si interessa di me. Sono tutti attorno a mia madre.
Rinviene. Comincia a piangere, sommessamente. Pronuncia sottovoce parole di dolore.
Da molto lontano si sente il lento rintocco di una campana – con lunghe pause – riecheggiare per le campagne.
La notizia vola a Nayaders, il paese, a venti chilometri da Castle, dove in quel periodo di guerra la mia famiglia risiede. Mia madre e’ molto conosciuta e ben voluta. Vi ha lavorato per alcuni anni come ostetrica condotta. Io sono nato li’. Tre anni prima, poco dopo la dichiarazione dell’ entrata in guerra del mio Paese. Un conflitto mondiale inutile, scatenato da due pazzi solo per questioni di potere, per tentare l’ impossibile dominio del mondo occidentale.
Immediatamente arrivano le vicine di casa. Vengono a portare conforto e a badare a me e ai miei due fratelli, nel frattempo rientrati a casa.
Tutto il giorno e’ un via vai di gente. Vengono a fare le condoglianze. Le donne si fermano per preparare, come si usa nel paese, i pasti per la famiglia del morto.
Il maggiore dice che mio padre e’ morto vittima del suo dovere: ‘’Si e’ attardato per chiudere a chiave il comando e poi mentre cercava di raggiungere uno dei vicini rifugi antiaerei e’ stato travolto da un palazzo, crollato perche’ centrato da una bomba. Suo marito e caduto sotto le macerie, sotto una nuvola di fumo o di polvere. Troppo tardi.’’
L’ alto ufficiale, dopo avere consegnato alcuni effetti personali di mio padre, riparte.
Mio zio Duke, invece, si ferma per altri due giorni per aiutare mia madre e i nipoti ad affrontare questo triste momento.
Mia madre da quel giorno veste in nero. Ai miei fratelli e a me viene cucito sugli abiti un nastrino di seta nero.
Quel giorno, i successivi e i seguenti anni sono vissuti da me senza coscienza.
Ho capito tutto, diventando grande, su quello che mi e’ stato raccontato da chi mi ha visto crescere.

lunedì 15 dicembre 2008

Finito, tutto finito ora




Sole al tramonto
Fasci di luce variopinta
Parco ombreggiato
Palcoscenico ideale dei
Miei stati d' animo
Zampillo languido di
Sensazioni piacevoli
Lieve fremito
Sophie singulto'
Occhi piuttosto folli
Beffardo sogghigno
Vedere la lama fredda
Spaccare il suo petto
Come pezzo di pollo in gelatina
Finito, tutto finito ora

http://myspacetv.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=31976945


di

Kompozitorz




venerdì 12 dicembre 2008

I due leoni cibernetici, di Gaetano Barbella

Un blog letterario non puo' ignorare un interessante e-book

dal blog di Annarita Ruberto




rubo questa presentazione dell' e-book dell' amico Gaetano Barbella.



Cari amici e lettori,
sono molto lieta di presentarvi il primo e-book dell'amico Gaetano Barbella "I Due Leoni Cibernetici", pubblicato da MACROEDIZIONI.



Ma chi sono i due Leoni Cibernetici del titolo del saggio?



Si legge da un estratto dell'e-book: "Se è la matematica il piano degli argomenti qui disquisiti, si sa di un solo pi greco, quello a tutti noto che deriva dal rapporto della circonferenza con il relativo diametro, il cui valore numerico è 3,14...



Ma è proprio nel porre in relazione questo numero con un secondo sta la novità matematica fuori dai canoni accademici concepita dall'autore. Si capirà, a cominciare dalla presente prefazione, che il secondo numero vi si approssima, in più è un numero di rango. Anch'esso è irrazionale e deriva dalla nota sezione aurea, il cui valore numerico, come si sa, è 1,618... E per quel che conta, sappiamo che questo numero non è trascendente, ovvero può essere determinabile con un'equazione e geometricamente individuabile con l'uso di riga e compasso.



Per la precisione i numeri che derivano da pi greco e sezione aurea, sono per il primo 3,14.../4 = 0,785... e √(1/1,618...) = 0,786... per il secondo.



Del primo pi greco, ovvero 3,14... sappiamo che si sono accaniti inutilmente fior di ricercatori dal V secolo a. C. fino al XIX d. C., tentando di arrivare a imbrigliarlo con la famosa concezione della “quadratura del cerchio”, anche se la convinzione diffusa era che non fosse possibile. Ne abbiamo tutte le testimonianze,con una marea di letterati o artisti che hanno dato suggerimenti (Dante, certo, Brunelleschi, forse Giotto, Piero, Dürer etc).Come ben si sa, solo alla fine del XIX secolo la questione è stata chiarita del tutto ed oggi sappiamo in modo definitivo che il problema non è risolubile.È intuibile a questo punto che la tesi di fondo intrapresa dall'autore col libro in questione è procedere per correlare il primo pi greco, che è quello vero, con il secondo, nell'intento di svincolarlo dal suo isolamento che lo rende trascendente. Sembrerebbe l'idea di un pazzo che, prevaricando le definitive concezioni matematiche su pi greco, tenta la strada metafisica nel vano tentativo di “fissare il volatile” pi greco, per dirla in modo alchemico, appunto. Giusto in relazione ai “due leoni”, i nomi scelti per essi che sanno di alchimia. Ma con gran stupore, questa follia si dimostra invece una geniale concezione attraverso un procedimento non facile per giungere a questo scopo, data la densità delle numerose operazioni matematiche che si susseguono in modo preponderante. Nondimeno il percorso è reso agevole per il fatto che si tratta di concezioni matematiche elementari acquisite nelle scuole superiori. Quindinon occorre affatto che si debba essere degli accademici. Il resto, grazie al quale si perviene a quanto suddetto, è davvero allettante perché, come anzidetto, riguarda la cibernetica attraverso un complesso “pacco di sfere” che l'autore ha concepito e chiamato “sphere packing” allo stato di aggregazione della materia.Ma questo argomento della chimica viene appena sfiorato e conta solo capire che “sphere packing” è un particolare involucro a forma sferica contenente determinate sfere, e che funge da modello geometrico capace di servire da sistema cibernetico di autocontrollo, appunto. Cosa che si otterrà seguendo l'itinerario di una piacevole meccanica ingegneristica."
Bene! Se volete leggere il seguito andate alla pagina dello screenshot, dove troverete le indicazioni per acquistare l'e-book ad un prezzo molto contenuto.
Ulteriori informazioni: qui e qui.



mercoledì 10 dicembre 2008

Dolcissime nenie


Sanginolenta luna

Cielo nero

Riflesso d' ostrica della citta'

Terreno imbevuto

Odore di erba tagliata

Pioggia leggera in sottofondo

Tambureggiare sordo

Mare poco lontano

Sciaborda sulla battigia

Camera dai muri scrostati

Soffitto alto

Sul letto Danae

Consapevole donna tempio

L' amante accoltellatore

Piccolo taglio su lobo sinistro

Sangue luminescente

Contro il bianco del lenzuolo

La lama nel ventre

Dentro lentamente

Delicato ricamo

Perfetta riproduzione

Dipinto di Klimt

Rimanere li' immobile

Ascoltare lo sciabordio del mare

La pioggia in sottofondo

Tambureggiare sordo

Dolcissime nenie






martedì 9 dicembre 2008

Prestami una vita, romanzo di Gianni Zanata, presentazione alla Spezia



Sabato 13 Dicembre 2008 alle ore 18,30 presso la Libreria Ubik di Corso Cavour 36, La Spezia, si terrà la presentazione del libro:

“Prestami Una Vita” di Gianni Zanata

edito da Edizionirebus (http://www.edizionirebus.it/)

Sarà presente l’autore (http://www.giannizanata.it/) (www.myspace.com/giannizanata)
con Bruno Catarsi e Luca Venturi Grandi
Letture di Alessandro Albertini


Seguirà:

“A Cena con l’Autore”

Presso il Ristorante “Osteria Fontani”, via Gioberti 26 La Spezia, insieme allo staff della Casa Editrice (prenotazione obbligatoria).

Per informazioni e prenotazioni telefonare allo 0187 –732164 o inviare un’email all’indirizzo info@edizionirebus.it

Il libro:
Quante vite ci occorrono per imparare dai nostri errori? O, se preferite, quanti errori ci vogliono per imparare a vivere? Duilio Settembrini, inquieto musicista di una rock-band in crisi di identità, spende buona parte della propria, di vita, nel tentativo di attribuirle un senso, un ordine soddisfacente, di colmare il vuoto dal quale si sente avvolto. Con esiti risibili, peraltro. Vita disordinata la sua, irrimediabilmente e non in senso metaforico, quantomeno non solo. L’appartamento che divide con Teresa, che, tanto per essere chiari fin da subito, è lesbica e intrattiene con il suo coinquilino una profonda ma bizzosa amicizia, ne è lo specchio fedele. Trovare qualsiasi cosa là dentro corrisponde a una scommessa dall’esito scontato come una puntata al gioco delle tre carte. L’ultimo litigio tra i due si consuma a causa di un vinile di Neil Young, resosi improvvisamente e ostinatamente irreperibile. La porta quel giorno sbatté violenta alle spalle di Teresa.
Solo, la testa persa dietro a ricordi lontani, nel caldo afoso di un pomeriggio di inizio estate, Duilio udì squillare il telefono. Uno sconosciuto, dall’altro capo, bussò alla sua vita: ne aveva una seconda da offrirgli in prestito.
Questo romanzo colpisce e rapisce per le sorprendenti capacità narrative evidenziate da Zanata. Arguzia e ironia, sapientemente dosate, condiscono una storia che appassiona.
L’autore:
Gianni Zanata è nato a Cagliari, classe millenovecentosessantadue. Giornalista professionista, scrittore perseguitato dai dubbi, chitarrista appassionato di blues. Gli esordi musicali risalgono alla fine degli anni settanta in piccole e sconosciute rock band. Le prime esperienze lavorative agli inizi degli anni ottanta a Radio Alter e Radio Studio 96. Quindi la tv: notiziari, reportage, inchieste, documentari, rubriche di spettacoli, cultura e musica. Prestami una vita è il suo primo romanzo.

venerdì 5 dicembre 2008

Domenica 19 novembre

Il cielo e’ dominato dal colore rosso-cupo della luna.
Il mare ha un aspetto singolare.
L’ aria e’ calda. Insopportabilmente calda, nonostante sia meta’ novembre.
Una torrida estate di San Martino.
Arrivano odori acuti, si odono sfrigolii simili a quelli che mandano la spada arroventata del Santo protettore dei mendicanti al contatto con l’ umidita’ dell’ aria.
Calma totale, assoluta.
Sul mare, in lontananza, luci di navi petroliere dirette verso la raffineria di Corrasi, di cui si vedono le torri con i loro cimieri di fuoco.
Troppa calma.
Pieno presentimento di temporale.
Improvvisamente un rombo cupo, profondo, simile a quello di un maglio che si abbatte sul terreno. La terra trema al centro.
Il cielo diventa nero profondo e pesanti nuvole coprono la luna. Uno squarcio di luce lo attraversa e illumina la zona fino ad allora avvolta da fittissime tenebre, tali da non far vedere un oggetto a distanza di un passo.
Dal mare arriva la furia estrema del libeccio.
Onde furiose si riversano sulla spiaggia fino a coprirla e a sfiorare la litoranea che da Castle porta alla Sun Residence, una lottizzazione di Caput Mundi, un paese non molto lontano dalla citta’ capoluogo di regione.
Cade una pioggia torrenziale, le fanno compagnia tuoni e fulmini.
L’ automobile di Melanie corre veloce sulla litoranea.
Nonostante la visibilita’ sia quasi nulla, Melanie, sicura ed esperta guidatrice, pigia il piede sull’ acceleratore. Ha fretta di tornare a casa.
Peter l’ aspetta.
E’ tornato dopo un mese di assenza. Era in viaggio per un reportage-inchiesta sugli aiuti alle popolazioni africane coinvolte nella guerra civile.
Nelle comunicazioni e-mail ha raccontato delle atrocita’ tra i diversi gruppi etnici coinvolti nel conflitto.
Peter e’ stato prevalentemente in Sudan, nel Darfur, che ha continuato a essere attanagliato dal conflitto e dall'insicurezza, entrambi favoriti dal proliferare di armi e di gruppi armati. Ha scritto che i servizi di sicurezza hanno impiegato forza letale contro dimostranti pacifici, comprese persone che protestavano contro la costruzione della Diga di Kajbar, nel Sudan settentrionale. Almeno 23 persone sono state condannate a morte e di sette ha avuto luogo l'esecuzione. La libertà di espressione è stata limitata e giornalisti sono stati detenuti come prigionieri di coscienza. Nel Sudan meridionale sono continuate le detenzioni arbitrarie. Ha raccontato che gruppi armati hanno inoltre compiuto violazioni dei diritti umani, comprese uccisioni deliberate di persone catturate e altre uccisioni illegali, detenzioni illecite di oppositori e presa di ostaggi.
Ha descritto come le principali parti coinvolte nel conflitto hanno compiuto violazioni delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario, tra cui uccisioni illegali, detenzioni arbitrarie, attacchi a operatori ed equipaggiamenti umanitari, tortura e maltrattamenti, e presa di ostaggi. Lo stupro, ha scritto, ha continuato a essere un fenomeno diffuso, specialmente ai danni di donne e ragazze sfollate che raccoglievano legna da ardere al di fuori dei loro campi. Ha anche descritto che le mutilazioni genitali femminili hanno continuato a essere praticate sistematicamente nel Sudan settentrionale.
Melanie ricorda i terribili racconti di Peter e corre verso casa immaginando l’ incontro con il suo uomo e la notte d’ amore che l’ aspetta.
Un mese di lontananza e’ stato duro.
Nelle comunicazioni e-mail, nelle conversazioni in video-chiamata con Skype non hanno mai parlato della lontananza fisica, corporea, del dover stare a letto da soli, della mancanza di sesso.
Melanie ha fretta di arrivare. Da gas. Non ha paura della pioggia e dell’ asfalto viscido.
La luce dei fari illumina la strada bagnata che rimanda un cupo e triste riflesso che si proietta sugli arbusti lungo strada, tormentati, straziati, martoriati, martirizzati dalla furia del libeccio. Si possono ascoltare i gemiti dei rami e delle foglie martirizzati e suppliziati dalle violente raffiche.
Le onde del mare lambiscono i bordi d’ asfalto e talora l’ attraversano buttandosi nella laguna che confina con la strada, una scura lingua che corre tra due mondi d’ acqua.
La vettura corre su un cuscino d’ acqua. Talvolta perde aderenza, ma Melanie controlla la corsa dell’ auto senza problemi. La macchina fila con velocita’ incalcolabile, davanti a riprese di pioggia torrenziale e di vento che si succedono rapidamente e che, pur non essendo uguali nella violenza, sono sempre piu’ forti di qualunque altro temporale che si fosse vista fino ad allora nella zona.
L’ auto e Melanie sono davanti al cancello di casa, che si apre lentamente sotto l’ azione del telecomando.
La luce del salotto e’ accesa.
Mentre parcheggia l’ auto Melanie sente, nonostante il rumore dei tuoni e della pioggia i Beatles
‘’Paperback writer
Paperback writer, writer
Dear Sir or Madam will you read my book,
It took me years to write will you take a look?
It’s a dirty story of a dirty man
And his clinging wife doesen’t understand.
His son is working for the Daily Mail,
….
[Scrittore di libri tascabili/scrittore di libri tascabili, scrittore di libri tascabili/Egregio signore o gentile signora/ non vuol leggere il mio libro/Mi ci sono voluti anni per scriverlo/Non vuoi darci un’ occhiata?/ E’ la sporca storia di uno sporco uomo/Ossessionato da una moglie/Che non lo capisce./Suo figlio lavora per il ‘’Daily Mail’’/…]
Scende.
Corre verso la porta d’ ingresso.
Apre.
Tuono violento.
Un lampo accecante illumina a giorno il giardino e la casa.
Manca la luce. Buio totale.
La canzone s’ interrompe.
Entra.
- Peter sei in casa?
Silenzio.
Totale.
Assoluto.
- Peter dove sei?
Nessuna risposta.
Come avanza, dopo il primo passo, ancora un rombo cupo, profondo, simile a quello provocato dal rapido e subitaneo movimento di una gualchiera, che prende a battere con i suoi magli la stoffa per infeltrirla.
E’ dentro casa. Cammina a tentoni per la mancanza di luce.
Ecco un improvviso aiuto: ‘’ignes fatui’’ arrivano dalla porta veranda che da’ sul giardino a guidare i suoi passi, ritmati da un lento, malinconico, mesto, triste, sconsolato suono di tamburi.
- Peter?
La luce di un fulmine illumina una grande maschera appoggiata sul tavolino del salotto.
Le lampade si riaccendono.
Cessa il tambureggiare.
Lo sguardo di Melanie va sul tavolino. Solo riviste e un libro. E’ come l’ aveva lasciato la mattina. La maschera non c’ e’.
Tutto in ordine.
Nella casa si diffonde la voce di Woody Guthrie
The radio reported, we listened with alarm
The wild and windy actions of this great mysterious storm
From Albuquerque and Clovis, and all New Mexico
They said it was the blackest that ever they had saw.
From old Dodge City, Kansas, the dust had rung their knell
An few more comrades sleeping on top of old Boot Hill
From Denver, Colorado, they said it blew so strong
They thought that they could hold out, but they didn’t know how long.
….
[Acoltavamo preoccupati la radio mentre raccontava/ L’ imperversare implacabile e tumultuoso di questa grande tempesta misteriosa/ Da Albuquerque e Clovis, e attraverso tutto il New Mexico/ Dicevano che quella era la peggior tempesta mai vista./ La polvere suono’ la campana a morto nella vecchia Dodge City, in Kansas/ Per alcuni compagni che abbiamo seppellito sulla Collina degli Stivali/ Da Denver, nel Colorado, ci dissero che la tempesta soffiava cosi’ forte/ Che non sapevano per quanto tempo ancora avrebbero potuto resistere.]
- Peter dove sei? Giochi a nascondino?
Va di sopra dove c’ e’ la camera da letto e lo spogliatoio.
Nessuno.
Melanie ha la sensazione di non essere sola.
Porge bene l’ orecchio a mobilitare tutte le energie dell’ udito. Non capta nulla, a parte il fruscio del vento fra le fronde degli alberi del loro giardino e di quelli dei vicini, lo scroscio della pioggia sull’ erba del prato e lo scricchiolio di rami e foglie suppliziati, martoriati dalle folate della bufera. Dalle finestre vede solo un buio nero, interrotto dai lampi, che alita verso la casa dalle fauci del cielo. Le arrivano poi gli odori antichi di terra impregnata d’ acqua.
Di sotto, forse dallo studio di Peter, una roca voce recita :
‘’Comunque il tempo e’ arrivato a spiegare
L’ Eternita’ dorata
E’ come l’ ornamento iridescente di radianti candele
Smetta
Quando smette la mente
Perche’ lo so com’ e’ morire
Smettere l’ attivita’ mentale, un giorno sono morto
Veramente, svenuto; mi chinavo odoravo
Legavo i fiori nel giardino del cosmo
Dell’ accogliente casa floreale di mia madre
…’’
‘’Poesia’’ di Jack Kerouac, una delle preferite di Peter.
Si precipita in salotto.
Nessuno.
Vuoto.
Silenzio.
Non tuona piu’. Ha smesso di lampeggiare. La pioggia si e’ fermata.
Calma totale, assoluta.
Troppa calma.
Pieno presentimento di disgrazia.
Un’ ombra bassa e scura passa d’ un tratto nel perfetto silenzio sopra la sua testa, ondeggia sulle tende, quasi toccandole, e passando rende per un istante buio tutto il salotto, ma dopo un momento si allontana, senza il minimo rumore.
In quella frazione di tempo e’ stato come qualcosa abbia coperto tutto di una coltre nera e pesante.
Per un momento nel cuore di Melanie passa il terrore di un prodigioso incantesimo.
Una nenia africana si diffonde per la casa, sembra accompagnare il sommesso canticchiare della laguna, poco distante.
Si alza un leggero vento.
Una finestra sbatte.
E’ quella dello studio.
Apre la porta.
Nella stanza danzano ‘’ignes fatui’’. Illuminano un oggetto sinuoso che ricorda la forma di una maschera, e forse e’ davvero una maschera. Africana.
Melanie d’ un tratto non la vede piu’, non sente piu’ nemmeno il rumore dei suoi passi, ma ha paura di alzare la voce per chiamare Peter. Ha il presentimento che sia proibito alzare la voce perche’, in fondo, non si sente sola in casa, ha la sensazione che qualcuno chissa’ dove la stia aspettando. O forse sta semplicemente in silenzio, immobile, fra le ombre della casa, tenendola costantemente d’ occhio.
Dentro quel silenzio profondo che cala su tutto, a Melanie sembra d’ un tratto di non essere sola a sentire il battito del proprio cuore, ma che ci sia qualcuno, li’ nella casa, che la guarda fisso e che e’ anche in grado di sentire.
La luce degli ‘’ignes fatui’’ illumina altre maschere che danzano al ritmo della nenia.
Accende la luce.
Tutto in ordine.
Il Pc e’ acceso.
Nello schermo una e-mail di Peter:
‘’Non posso tornare, come promesso. Sono trattenuto da un’ improvvisa svolta dell’ inchiesta. Perdonami. Ti voglio bene. A presto. Vale. Peter’’.
Spedita alle 17:17 di oggi, venerdi’ 17 novembre.
L’ ora della telefonata di Peter che annunciava che l’ aspettava a casa.
Si dirige alla finestra e scosta un poco la tenda.
Peter e’ in giardino. Gioca con una piccola torcia con la fiamma viva. Si diverte come faceva a Londra a mangiare il fuoco. Ha le gambe allargate, il braccio teso che tiene la torcia in modo che la fiamma vada verso l’ alto. Poi piega la testa all’ indietro e con mossa veloce porta il fuoco in bocca, la chiude, toglie cosi’ l’ ossigeno che alimento il fuoco, che soffocato si spegne. Tira fuori la torcia spenta.
- Peter non giocare, vieni dentro, dice Melanie affacciandosi.
L’ uomo sparisce come inghiottito dal buio della notte.
Peter riappare alle sue spalle. Adesso gioca con alcuni battutoli di cotone, imbevuti di alcol o di benzina per accendini, accesi. Li passa da una mano all’ altra e poi alternativamente li porta in bocca, estraendoli poi spenti dalla mancanza d’ aria
Melanie sorride all’ esibizione di Peter. Fa per avvicinarsi ma l’ uomo sparisce di nuovo.
Lo studio e’ vuoto.
In giardino si accendono e si spengono ‘’ignes fatui’’. Seguono il ritmo della nenia che e’ aumentato di volume.
Melanie va al telefono.
Muto.
Il temporale ha isolato la zona.
Prova ad usare il cellulare.
Nessun segnale.
Succede spesso quando nella zona di Caput Mundi scoppiano temporali, anche di minore intensita’.
Torna nella stanza di soggiorno e accende la lampada sul tavolo. Sotto quella luce piu’ intensa legge sul quotidiano locale un titolo ‘’Donna uccisa a Sun Residence. Sgozzata mentre infuria un temporale’’. Resta un poco a leggere il giornale, a rimuginare cosa gli convenga fare e a rispondersi che non aveva la minima idea in proposito.
Resta seduta in poltrona, piu’ rigida di una legata a una sedia elettrica.
Si sente invasa da un’ ondata di paura, ma allo stesso tempo si sente cosi’ indolente. Capisce che la sua sorte e’ segnata, e forse non aspettava altro.
Chi ha ucciso la donna? Sono io? Si chiede.
Se sono io, pensa, sono stata uccisa da Peter, o sono stata fatta fuori da qualcuno conosciuto prima del matrimonio. Qualcuno che l’ aveva perduta di vista e che l’ ha ritrovata sposata ad un altro e che non ha mandato giu’ un fatto del genere. Qualcuno che conosce la zona. Qualcuno che l’ odiava follemente. Qualcuno che ha telefonato spacciandosi per Peter tanto da convincerla a correre a casa. Qualcuno che ha inviato l’ e-mail. Qualcuno che l’ ha presa alle spalle, l’ ha sgozzata con una affilata pattadese, poi l’ ha buttata nel lago ed e’ filato via.
Si alza e decide di andare dai vicini. Esce in giardino e si avvia verso il cancello. Solo adesso si accorge che Scott e Honey, i cani di Peter non ci sono.
Li chiama.
Nessuna risposta.
Si avvicina alla cuccia.
Vuota.
Melanie rimane qualche istante ferma, pensando al da farsi. Andare dai vicini o rientrare in casa.
Guarda davanti a se’ e vede che il cancello non e’ proprio chiuso, ma solo accostato. Una stretta fessura e’ tra i due battenti. Forse Scott e Honey terrorizzati dai tuoni e dai fulmini sono scappati per rifugiarsi sotto qualche cespuglio della campagna attorno.
Decide di andare a cercarli.
Dall’ auto prende una torcia a pile per illuminare la zona.
In lontananza sente latrare dei cani. Va in quella direzione che porta alla laguna.
In lei non c’ alcun senso di allegria, nemmeno curiosita’ o un coraggio ardente. Ha dentro di se’ una sensazione grigia, grigia e salda che l’ avvinghia. Sempre li’, su lei, mentre si dirige verso la laguna.
Il corpo di Melanie viene trovato due giorni dopo. La pattadese ha quasi staccato la sua testa.
Sul tavolino del salotto gli investigatori trovano il quotidiano locale con in prima pagina la notizia della donna uccisa a ‘’Sun Residence’’.
La data e’ quella del ritrovamento del corpo: domenica 19 novembre.

lunedì 1 dicembre 2008

Prestami una vita, romanzo di Gianni Zanata, presentazione a Roma



"PRESTAMI UNA VITA"

- ROMA 7 dic 08 -

"Più Libri Più Liberi"
Presentazione "Prestami una vita" (Edizionirebus) di Gianni Zanata

"Più Libri Più Liberi"

Roma, PALAEUR

domenica 7 dicembre '08

ore 10.00 Sala Corallo a cura di Edizionirebus

Intervengono:Alessandro Albertini, Bruno Catarsi, Luca Venturi Grandi e Gianni Zanata.

info: