La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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sabato 19 ottobre 2013

VI RACCONTO LA LUNGA NOTTE DEI 101

Imma000gine

VI RACCONTO LA LUNGA NOTTE DEI 101 (Marco Damilano)

Esce in libreria, edito da Laterza, “Chi ha sbagliato più forte. Le vittorie, le cadute, i duelli dall’Ulivo al Pd” di Marco Damilano. La storia del centrosinistra nella Seconda Repubblica. Pubblichiamo una parte del capitolo in cui Massimo D’Alema parla della vicenda del Quirinale e (vedi sotto) la stessa giornata raccontata da Romano Prodi
I governi di centrosinistra hanno svolto un ruolo positivo nel Paese (…) Al governo, però, ha corrisposto un’estrema debolezza politica del centrosinistra. Non siamo riusciti a risolvere in modo efficace il tema della leadership. La leadership non è la ricerca dell’uomo della Provvidenza, così come è concepita dai media italiani, una visione primitiva. Se si legge la collezione di “Repubblica” si vede che nel corso degli anni sono stati selezionati come uomini della Provvidenza, sono stati proposti come la panacea di tutti i mali personaggi che poi, alla prova dei fatti, si sono dimostrati delle meteore (…). In Italia il dibattito sulla leadership è stato condizionato da una violenta campagna anti-politica di cui la sinistra è stata vittima. La crisi dei partiti, il grande rivolgimento della fine degli anni Ottanta, ha visto entrare in campo una borghesia sostanzialmente anti-democratica che non ha mai tollerato i partiti. Vogliono comandare loro, attraverso i loro giornali, la potenza del denaro (…) Il leader solitario che si oppone al partito viene esaltato a priori: Renzi è l’ennesima messa in scena di questo spettacolo. Renzi rischia di essere anche lui vittima di questo schema, basta vedere la sovraesposizione a cui i media lo sottopongono (…)».
«Il centrosinistra ha sempre oscillato tra la costruzione di un partito europeo e l’idea che, invece di fare un partito, il problema fosse quello di trovare un Berlusconi di sinistra. Non so se sia una legge, ma quando il partito è stato diretto da chi non ha mai detto “non sono stato comunista”, sono state consentite operazioni coraggiose e sono state costruite soluzioni che ci hanno fatto vincere (…) Questo è sempre stato il mio limite, non riesco a nascondere il fastidio per certi salotti che amano essere adulati, non rispettano la forza della politica, a loro piace la politica che si mette al servizio. Me lo disse una volta Gianni Agnelli: “Lei è bravissimo, è un uomo di grande prestigio, ma da noi non le sarà mai riconosciuto”» (…)
«Non c’è mai stata a sinistra un’analisi esatta della consistenza della destra. Abbiamo sempre sofferto dell’idea sbagliata che Berlusconi fosse colpa nostra, che eravamo stati noi di sinistra a tenerlo in piedi perché non avevamo fatto la legge sul conflitto di interessi… Sia chiaro, la legge andava fatta all’epoca e va fatta oggi. Lo dico con convinzione, perché sono stato io, nel centrosinistra, a impegnarmi più di ogni altro per far approvare un testo serio. Ma dobbiamo essere consapevoli che se l’avessimo fatta Berlusconi avrebbe preso due milioni di voti in più! Avrebbe venduto tutto ai figli, dichiarando che si spogliava dei suoi averi per colpa dell’esproprio dei comunisti, ma che lo faceva per il bene dell’Italia. Insomma, Berlusconi è, ci piaccia o no, espressione di una certa pancia del Paese. E la destra, in questo Paese, ha avuto e continuerà ad avere una rilevante base di massa con la quale non si potrà non fare i conti (…). L’ideologia che i partiti sono cattivi mentre la società civile è buona è una visione chiaramente distorta della società italiana. E nasconde i problemi reali: anche la questione morale non è un’esclusiva dei partiti. Basta pensare al mondo dell’economia, delle professioni e persino al mondo dell’informazione (…). Nel momento in cui viene alla luce la lista dei giornalisti che ricevono soldi da Finmeccanica oppure la testimonianza delle relazioni di Luigi Bisignani con quello che viene considerato il maggiore quotidiano italiano, questa sarebbe l’occasione, per un giornalismo vero, per aprire un dibattito sulla libertà di stampa nel nostro Paese e non per nascondere tutto in un clima di omertà. Lascio immaginare se ci fossero stati dei politici in quelle intercettazioni, che fine avrebbero fatto».
«Alle elezioni del 2013 abbiamo subito uno shock, c’è stato un rigore a porta vuota sbagliato. Siamo stati incapaci di intercettare un bisogno di cambiamento che c’era nel Paese e che si è manifestato in forme radicali, confuse, qualunquiste, come è tipico della storia nazionale, ma che sarebbe stato attratto da una proposta più convincente (…). C’è stata una eccessiva continuità con il passato, uno scarso contenuto innovativo, scarsa capacità di comunicazione e di messaggio, di fronte a un elettorato mobile, incerto fino all’ultimo momento (…). Nel voto c’è stata una radicale domanda di governo e di innovazione che non siamo stati in grado di incrociare (…). Voglio bene a Bersani, l’ho sostenuto in ogni modo. Anche il gesto della rinuncia alla candidatura al Parlamento lo ha certamente aiutato nel fuoco delle primarie. Cosa potevo fare di più? Ma dopo il voto ha perso lucidità, era dominato dall’idea che senza avere la maggioranza avrebbe comunque potuto fare il governo, cosa palesemente infondata. Ne parlammo e gli dissi di stare attento, era il segretario del partito che aveva la maggioranza alla Camera ed era la chiave della maggioranza presidenziale, era in una posizione di forza, insistere per farsi dare l’incarico di formare il governo lo avrebbe invece seriamente indebolito. Gli consigliai di fare un gesto, di cambiare lo scenario, di candidare Rodotà alla guida del governo. Il Movimento 5 Stelle sarebbe stato messo in difficoltà e forse la legislatura sarebbe cominciata diversamente (…)».
«Nelle ore che precedettero le votazioni per il presidente della Repubblica ho parlato al telefono con Prodi, era ancora in Africa, è stata una conversazione molto sincera e amichevole. Lo avvertii che il modo in cui si era giunti alla sua candidatura, dopo la liquidazione di Franco Marini, rischiava di esporlo a una vera e propria trappola. Non è vero che quella mattina tutti applaudirono Prodi, nessuno si è dato pena di sapere cosa è successo quella mattina. Non c’ero, ma me l’hanno raccontato in tanti: i parlamentari si sono trovati di fronte a quella che è stata da molti vissuta come una scelta imposta, come una decisione contraddittoria, non discussa. In sala c’era la metà di chi avrebbe dovuto partecipare, c’è stato l’applauso di alcuni, c’è stato l’errore grave di chi non era d’accordo, avrebbe dovuto parlare e non lo ha fatto (…). Trovo grave che dopo il disastro che era accaduto con Marini la segreteria non abbia sentito il dovere di aprire una discussione politica: si poteva votare scheda bianca e intanto riflettere su cosa fare. (…).
«Il giorno in cui fu concordato il nome di Marini, mi telefonò Berlusconi. Non lo sentivo da diversi anni, all’inizio mi chiese se ci davamo del tu o del lei. “Ci sono dei parlamentari del Pdl, soprattutto i più giovani, che vorrebbero votare per te. Ma noi non possiamo farlo: i nostri elettori ti considerano l’avversario più pericoloso, più insidioso…”. E cominciò a farmi l’elenco dei mali che gli avevo procurato. Io lo bloccai: “Fermati, ti prego, queste cose dille in un’intervista a “Repubblica”, così smettono di rompermi…”. Parlammo di altre personalità per il Quirinale, io avrei visto bene Amato. “Comunque non siamo messi in imbarazzo”, concluse malignamente, “tanto il tuo partito non ti propone”. Sapevo da Berlusconi che non potevo venire fuori da quel tipo di scenario, ero assolutamente sereno» (…).
«Ritengo sbagliata la pretesa di Renzi di impadronirsi del partito con l’idea di farne il tramite per la presidenza del Consiglio. È un errore grave, destinato a creare una ferita seria e rendere il suo cammino verso la premiership non più agevole ma più difficile. Non so che cosa possa accadere, c’è una parte del nostro mondo che per protesta adesso lo sostiene, vedo anche episodi di opportunismo. Non so se Renzi abbia davvero voglia di impegnarsi a fare il segretario del partito e comunque temo che lo guiderebbe in un quadro di fortissima conflittualità. Rischia di logorarsi, e per non logorarsi ha una sola via d’uscita: logorare il governo Letta. Ma non è il Pd che può assumersi la responsabilità di far cadere il governo Letta per la fretta di qualcuno».
«Renzi è figlio del nostro tempo. Di un’idea della politica molto esteriore, non so quali capacità effettive di governo abbia (…). Letta viene da una scuola più robusta e ha esperienze di governo che Renzi non ha. Il suo compito non è la pacificazione con Berlusconi, ma creare le condizioni per cui il conflitto sia più civile e produttivo per il Paese. Un compito transitorio (…). La verità su questo governo si vedrà quando usciranno le proposte di riforma costituzionale e elettorale: se il progetto ha un senso allora il governo andrà avanti, ci sarà il semestre di presidenza europeo e si potrà votare nel 2015, altrimenti si deve fare una legge elettorale di tre righe in cui si abolisce il Porcellum e si ripristina il Mattarellum e poi tornare a votare».
«Una volta tanto sono d’accordo con un giornalista, Gian Antonio Stella. Ha scritto che il vero avversario da cui deve guardarsi Renzi è Renzi. Una certa sensazione di smania di voler fare tutto, di voler dichiarare su tutto, comandare tutto non può che alienargli delle simpatie. Lui mi ha combattuto, ma non gli voglio male nel modo più assoluto. Ho cercato e cerco di condurre un dialogo con lui, che spero sia utile a tutti noi. Tenga conto, Renzi, che il Pd è un partito plurale, che può sostenere con convinzione un candidato, ma che difficilmente accetterà un capo plebiscitario. Sto parlando di politica. Non vi è nulla di personale, non solo perché Renzi mi è simpatico, ma anche perché penso che chi fa politica non debba mai farsi condizionare né dal rancore né dall’amicizia (…). Ricordo due anni fa che durante una riunione con Fini e Casini per far cadere il governo Berlusconi, Casini mi rivelò che erano stati loro due a impedire la mia elezione al Quirinale nel 2006, in quel momento a Berlusconi conveniva sostenermi. “Tu ci dovresti odiare”, mi disse. Ma io gli risposi che non coltivo questi sentimenti. Io faccio politica, non ho tempo di odiare».

QUELLA TELEFONATA CON NAPOLITANO 
di ROMANO PRODI
Il primo a capire che le cose non stanno andando come dovrebbero è proprio Romano Prodi, che pure è distante migliaia di chilometri dall’Italia, ancora in Mali. Questo è il suo racconto di quella lunga giornata: «Il giorno della mia candidatura al Quirinale ero a Bamako in Mali, dove non arrivavano le mail, ma il telefono funzionava. Mi chiama Bersani, la sera, dopo la caduta di Marini: “Nel partito c’è questo orientamento sul tuo nome, ti prego di accettare”. Mi richiama la mattina dopo per informarmi sull’esito dell’assemblea. Gli dissi che avrei preferito una votazione a scrutinio segreto ma Bersani mi ha rassicurato: “Non c’è stato bisogno, al tuo nome è partita una standing ovation”. Richiamo il professor Parisi e l’onorevole Sandra Zampa e insieme a loro decido di fare quattro telefonate. Una l’avevo fatta già per conto mio a Stefano Rodotà, per un rapporto di amicizia personale. Nell’ordine il primo che chiamo è Marini: un calore eccezionale, vediamoci subito, quasi ci sposiamo! Metto giù e chiamo D’Alema. Mi fredda: “Per fare nomine di tale importanza bisognerebbe consultare almeno la direzione del partito”. Ho capito il messaggio, ho chiamato mia moglie e le ho detto: “Flavia, oggi pomeriggio vai pure a quella riunione che hai, tanto non passa”.
Il terzo nome da chiamare è Monti. Cortese, mi dice che il mio nome è divisivo e che non mi può votare. La cosa più interessante è che passa un minuto e mi arriva un sms da parte di un deputato montiano: “So che hai parlato con Monti, se gli prometti di nominarlo presidente del Consiglio è fatta”. Naturalmente non posso giurare sul rigore di questo messaggio. La quarta e ultima telefonata è con Giorgio Napolitano: il colloquio è stato cordiale, anche lui ormai aveva capito che la cosa era saltata. Non è stata certo la telefonata di un presidente uscente con il suo successore».

A Bamako è metà mattinata, in Italia sono quasi le due del pomeriggio, a quell’ora la candidatura Prodi è già tramontata. (…) «Dopo il voto Bersani mi ha richiamato, invitandomi a non mollare. Mi sono preso una mezz’ora di tempo per riflettere. Pensai che i 101 voti mancanti avrebbero creato una band-wagon all’inverso, un meccanismo per cui nella votazione successiva altri sarebbero scesi dal carro. I veti, non i voti sarebbero aumentati. E poi in realtà, se devo credere alle testimonianze di chi mi ha garantito di aver votato per me in altri gruppi, gli oppositori nel Pd erano più di 101: forse 117, 120. Così ho rinunciato. Guardando nella storia delle elezioni presidenziali questo non è nemmeno un evento straordinario. Tuttavia bisogna sempre riflettere sugli avvenimenti. L’esito del voto e il fatto che, caso insolito per l’Italia, nessuno ne abbia assunto la responsabilità, mi hanno confermato nella decisione presa, già da ormai qualche anno, di considerare terminata la mia esperienza politica».

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