La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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sabato 23 novembre 2013

SERRA, CUORE DI PADRE

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SERRA, CUORE DI PADRE (Silvia Truzzi)


“Gli sdraiati, lettera di un papà a un figlio adolescente” è già un caso editoriale: 50 mila copie vendute, cinque ristampe in 15 giorni.
Al liceo c’era un rito il lunedì ed era la lettura collettiva di Cuore, forse l’unico giornale da cui un gruppo di adolescenti poteva guardare seriamente l’agonia della Prima Repubblica. Gli eroi della resistenza umana (e scolastica) si chiamavano Staino, Vauro, Disegni… e naturalmente il direttore, Michele Serra. Vent’anni dopo quegli adolescenti non ci sono più: al loro posto, i figli dei moschettieri delle pagine verdi. I ragazzi always connected, sneakers, felpe e monosillabi, sono Gli sdraiati, titolo dell’ultimo libro di Michele Serra. Non è un vero e proprio romanzo, ma certo non è un saggio. Dovendo scegliere una definizione potremmo azzardare questa: un lungo telegramma, senza “STOP”, inviato al figlio nella speranza di farsi ascoltare. Il mezzo è il messaggio, dunque per raccontare una generazione frammentata bisogna usare una forma adeguata. E forse la scelta è anche dettata dall’istinto di sopravvivenza, nel tentativo di scansare la retorica, il paternalismo (!) o il banale (e sempreverde) “Questa casa non è un albergo”.
“Gli sdraiati” è già un caso editoriale: cinque ristampe in quindici giorni, 170 mila copie tirate, 50 mila vendute. Questo fine settimana oserà, quasi certamente, scavalcare Fabio Volo sulla Strada verso casa . Sfidando gli avvertimenti di Madame Bovary (“Non bisogna toccare gli idoli: la doratura resta sulle dita”), si può avvicinare l’autore, in una giornata di raffreddori diffusi e zuppa d’orzo. Al pranzo ci si presenta dopo aver digerito il libro, per scoprire che ha avuto una gestazione lunghissima (pur non essendo un imponente tomo). Sette anni, a essere precisi: nel frattempo la prole, i quattro figli di una famiglia allargata, è cresciuta. “Da ragazzini ora sono ventenni . Ma questo non è un libro su di loro, non c’è praticamente nulla di autobiografico, a parte un episodio. Quando ho pensato il libro avevo il titolo e la prima riga. Ci ho messo molto a decidere di scriverlo”, spiega Serra.
La prima riga vale la pena citarla perché fa ridere e commuovere: “Ma dove cazzo sei? Ti ho chiamato quattro volte e non rispondi mai”. Le parolacce sono sdoganate, i cellulari dei figli suonano a vuoto, come quelli dei mariti adulteri e delle amanti offese. Dei libri non bisogna parlare troppo, soprattutto bisogna leggerli. Senza pretese di essere esaustivi diremo però che in questa lunga lettera – ironica, indifesa, amorevole e a tratti amara – si prende soprattutto atto di una condizione: l’imperfezione. L’autore nuota in un universo quasi sconosciuto di cuffiette, chat, incomprensibili silenzi, felpe, nomi storpiati. Non ci sono indicazioni stradali, cartelli d’avviso per gli errori: per questo il padre scrivente si fa mille auto-obiezioni nel tentativo impossibile di non sembrare un trombone e contemporaneamente affermare la propria natura: “Sono un borghese di sinistra”. E comunque queste parole, da sole o nel loro combinato disposto, non hanno alcun significato per i ragazzi “liquidi” di oggi.
“I discorsi di generazione sono insopportabili. Penso, spero, che questo libro si salvi perché è narrativa, parla di un padre e di un figlio senza pretese di essere un paradigma. Ho cercato di raccontare i miei sentimenti di odio, affetto e insofferenza”. Un amore fragilissimo, struggente e incazzato: il filo che tiene la narrazione è una richiesta, una supplica che nasconde il desiderio di incontrarsi su un terreno neutro “dove io sono un po’ meno io e tu un po’ meno tu”. Dunque qual è la disperata preghiera? Una passeggiata padre-figlio sul Colle della Nasca (per quelli che si affannano sulla cartina geografica: non esiste), che infine si compirà. È un incontro possibile, pur nelle smisurate diversità. “La grande differenza tra me adolescente e i ragazzi di adesso è che io a me stesso non pensavo mai”, dice ancora l’autore. “Un principio educativo da cui ripartire potrebbe essere bandire la parola ‘io’. Oggi c’è un’oscena mancanza di pudore, di vergogna, di limiti del proprio desiderare. Dire ‘io’ è impegnativo. Non avere il senso del limite è pericoloso perché produce lamentele continue, paranoie, indicibili sofferenze. Per decenni gli psicanalisti hanno lavorato sui conflitti interpersonali e adesso lavorano solo sulle turbe del-l’Io, tutto avviene all’interno del sé. E di sé che sono sempre più fragili. Le fotografie di quarant’anni fa erano diverse da quelle di oggi: adesso la foto non rappresenta il desiderio di avere un ricordo, di una persona o di un momento, ma la necessità di vedere confermata la propria esistenza. Sono stato ad Auschwitz e anche lì, dentro un forno, c’erano delle ragazze americane che si immortalavano sghignazzando con il telefonino, manco fossero state davanti alla Torre di Pisa”.

Ma, ed è un ma non di poco conto, il mondo dei figli è quello lasciato dai padri: e questo mondo è particolarmente disastrato. “È una componente che nel libro c’è poco, o forse non c’è. Ho tolto un paio di capitoli, penso i più duri nei confronti dei ragazzi, che però potrebbero essere loro utili. Ne racconto uno: l’incontro che ho avuto con un mastro vetraio a Murano, che mi ha raccontato la sua difficoltà di trovare apprendisti. Mi ha detto: vedevo i ragazzi di Murano al bar tutto il giorno e li ho invitati a bottega. Mi hanno chiesto solo se il sabato era libero. Il risultato è che lui ha soltanto lavoranti sloveni e arabi. Allora, va bene: è un mondo senza prospettive, il lavoro non vale nulla, noi padri abbiamo fatto un disastro. Ma accidenti reagite, fate la rivoluzione. È così difficile capire che fare il mastro vetraio è meglio che lavorare da precari in un call-center? Invece pensano che fare l’artigiano sia dequalificante. Noi avremo pure lasciato un mondo terribile, ma loro sono un po’ fighetti”.

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