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sabato 11 luglio 2015

Omar Sharif, il fascino discreto di un giocatore

da il manifesto

Omar Sharif, il fascino discreto di un giocatore

Cinema. Carismatico, seduttore, talento che incantava lo schermo, l’attore egiziano è morto ieri al Cairo. Per tutti sarà per sempre «Il dottor Zivago», e «Lawrence d’Arabia» ma a scoprirlo era stato Chahine
Per uno dei tanti para­dossi dell’immaginario Omar Sha­rif è cono­sciuto dal pub­blico ita­liano più gio­vane per una scena che com­pare in un film in cui lui non figura tra gli inter­preti. Nel 1989 Nanni Moretti firma Palom­bella rossae davanti a un tele­vi­sore che dif­fonde Il dot­tor Zivago si raduna varia uma­nità con par­te­ci­pa­zione da sta­dio alla scena in cui Sharif-Zivago sul tram vede dal fine­strino Christie-Lara cam­mi­nare lungo il marciapiedi.
Sus­sulto di emo­zioni forti. Nanni con la calot­tina da pal­la­nuoto, davanti a lui una gio­va­nis­sima Asia Argento tifano e urlano per­ché Lara si volti e veda Zivago dopo tanti anni di sepa­ra­zione. Invece nulla, lei tira dritto incon­sa­pe­vole. Lui scende dal tram abboz­zando una corsa e un infarto lo stronca. Fic­tion nella fic­tion.
Pur­troppo ieri pome­rig­gio, in un ospe­dale del Cairo, la realtà ha deciso di sten­dere un velo sulla vita di Omar pro­prio con una crisi car­diaca. Già segnato dall’Alzheimer, come aveva pub­bli­ca­mente dichia­rato qual­che mese fa Tarek, il suo unico figlio, se ne va a 83 anni l’attore di ori­gine araba più famoso al mondo.
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Sha­rif nasce a Ales­san­dria, in Egitto, e il suo vero nome è Michel Dimi­tri Shalhoub,figlio di Joseph,commerciante, e di Claire Saada, greci cat­to­lici, pro­ve­nienti dal Libano. Il gio­vane stu­dia presso l’inglese e pre­sti­gioso Vic­to­ria Col­lege e si lau­rea in mate­ma­tica e fisica ma pro­prio in quel periodo sco­pre di essere attratto dalla reci­ta­zione. Un’infatuazione momen­ta­nea per­ché, ter­mi­nati gli studi, ini­zia a lavo­rare con il padre, che si riac­cende però quando Yous­sef Cha­hine, il grande mae­stro del cinema egi­ziano, lo rec­cluta per il film Lotta nella valle – Cielo d’inferno. Sul set Omar cono­sce Faten Hamama, la pas­sione divampa. Michel si con­verte all’Islam, e prende il nome di Omar el Sharif.
I due si spo­sano (divor­ziano una ven­tina d’anni dopo e Sha­rif non si rispo­serà più), hanno un figlio, Tarek, rea­liz­zano molti film insieme, soprat­tutto diretti da Salah Abu Seif, regi­sta che per­mette loro di lasciar tra­spa­rire anche una impen­sa­bile carica di sen­sua­lità e diven­tano la cop­pia cine­ma­to­gra­fica più ammi­rata d’Egitto. Omar ha cari­sma e talento, buca lo schermo come si dice, e dal cinema egi­ziano, che comun­que all’epoca godeva di note­vole cre­dito, comin­cia a fre­quen­tare anche pro­du­zioni internazionali.
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La con­sa­cra­zione arriva nel ’62 con Law­rence d’Arabia di David Lean. Per la sua inter­pre­ta­zione dello sce­riffo Alì viene nomi­nato all’Oscar come migliore attore non pro­ta­go­ni­sta e si aggiu­dica il Gol­den Globe per la stessa cate­go­ria oltre al pre­mio come miglior esor­diente.
Da quel momento Sha­rif diventa una star inter­na­zio­nale, ha talento e non viene rele­gato al ruolo dell’«arabo». Le sue inter­pre­ta­zioni spa­ziano tra per­so­naggi di ori­gini diverse: spa­gnolo in E venne il giorno della ven­detta accanto a Gre­gory Peck (saranno ancora insieme in L’oro dei McKenna) e anni dopo, accanto a Sofia Loren, per Fran­ce­sco Rosi in C’era una volta. Mon­golo in Gen­gis Khan, ridi­venta emiro in Le mera­vi­gliose avven­ture di Marco Polo, è anche uffi­ciale nazi­sta in La notte dei gene­rali e l’arciduca Rodolfo d’Austria in Mayer­ling con Cathe­rine Deneuve.
 
Il suc­cesso tra­vol­gente, che lo rende un’icona fuori dal tempo arriva con Il dot­tor Zivago (’65), diretto ancora da David Lean che lo vuole per il per­so­nag­gio del medico russo la cui vita è scon­volta dalla rivo­lu­zione del romanzo di Boris Paster­nak — uscito prima in Ita­lia gra­zie al lavoro di Gian­gia­como Fel­tri­nelli. Sha­rif vin­cerà un nuovo Gol­den Globe, que­sta volta però da protagonista.
 
Gli anni che seguono lo vedono sem­pre in primo piano, anche se il suc­cesso di quei due titoli sarà irri­pe­ti­bile. Il 1967 è l’anno della guerra dei sei giorni. Omar, accanto a Bar­bra Strei­sand in Funny Girl, dove inter­preta un gio­ca­tore ebreo, diventa vit­tima dei pre­giu­dizi, prima della comu­nità ebraica che fa dubi­tare la pro­du­zione sul rispetto del con­tratto, poi dei suoi stessi com­pa­trioti che vor­reb­bero gli venisse revo­cata la cit­ta­di­nanza per una scena d’amore con l’attrice.
Nei decenni suc­ces­sivi viene spesso chia­mato per ruoli impor­tanti, e la sua fil­mo­gra­fia è fitta (Il seme del tama­rindo di Blake Edwards con Julie And­tews,Jug­ger­naut di Richard Lester) com­prese anche diverse appa­ri­zioni in pro­du­zioni egi­ziane. Ma viene ricor­dato più per le sue pas­sioni (il bridge, il gioco d’azzardo e le donne) che per il suo lavoro cinematografico.
 
Biso­gna aspet­tare il 2003 per ritro­varlo con Mon­sieur Ibra­him e i fiori del Corano di Fra­nçois Dupey­ron, e alla Mostra di Vene­zia di quell’anno Omar ritrova l’affetto e l’apprezzamento del pub­blico che gli asse­gna il suo pre­mio. Poi c’è anche molta tv, appa­ri­zioni, ma anche scrit­tura di epi­sodi, e ogni volta che il suo volto baf­futo appare è un sus­sulto legato a quello sguardo intenso e a quel sor­riso sor­nione impre­zio­sito dagli inci­sivi leg­ger­mente sepa­rati. Solo un paio d’anni fa Vale­ria Bruni Tede­schi lo ha reclu­tato per il suo Un castello in Ita­lia, niente più che un’amichevole par­te­ci­pa­zione, una delle sue ultime, prima che la malat­tia lo rapisse e il cuore facesse i capricci facendo appa­rire la scritta fin

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