La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

lunedì 28 gennaio 2008

L' appuntamento

Sono in anticipo. Come sempre, l’ ansia che mi prende quando ho un appuntamento importante mi ha fatto arrivare mezz’ ora prima.
Ho sempre paura che accada qualcosa che mi faccia perdere incontri ai quali tengo.
Questo e’ un rendez-vous al quale mai avrei voluto mancare.
Sono dieci anni che abbiamo divorziato, tredici dalla separazione. Lei aveva continuato a stare nella casa di Saint Bartholemy, nella quale avevamo vissuto per dodici anni. Poi l’ improvvisa separazione e il divorzio. Avevo tradito la sua fiducia, aveva sostenuto, senz’ altra spiegazione.
Il dramma e’ che non avevo capito. E continuo a non capire.
Dal giorno della separazione, o meglio dalla cacciata dalla casa di Hannah, mi ero trasferito a Caputmundi, alla Residenza del Sole, a una diecina di chilometri da Castle, vicino lo stagno di Littlestain.
Questi dieci anni per me sono stati una vita automatica. Una vita di comodita’ e di studio, di accumulo di lauree, un tran tran di pasti, poco denaro, sesso, di persone equilibrate, lo sprofondamento dell’ anima dentro rituali sociali.
Nei primi tempi avevo avuto nostalgia per il calore della voce e del corpo di Hannah. Poi mi ero convinto che era possibile estrarre il bene travolto dalla valanga. C’ era la possibilita’ di aprire una pagina nuova. A ogni modo il dovere e’ stato di continuare. Vietato arrendersi.
Oggi dopo dieci anni, dall’ udienza di divorzio in tribunale, potro’ rivederla …
Come sara’?
Sono emozionato, come un ragazzo al primo appuntamento d’ amore. I miei sentimenti suscitano anche una strana sensazione di struggimento per me stesso.
Passeggio nervosamente.. Il mio volto esprime agitazione. Gli occhi si chiudono per sfuggire alla luce abbacinante del primo pomeriggio di un caldo giorno d’ estate. Mi strofino gli occhi. Non riesco a reprimere un brivido, di emozione che, forse, cela qualcosa di piu’
Ricordo quando l’ ho conosciuta in Ospedale, il nostro decidere di vivere insieme, il giorno delle nozze. Stranamente mi sembra di assistere alle nozze di un’ altra persona.
Mentre i ricordi mi assalgono mi chiedo come sara’ l’ incontro. Mi viene tanto da filosofare. Mi domando quando e’ effettivamente avvenuto il distacco da lei dopo la separazione. In quale punto del tempo. Non ho una risposta. La risposta e’ non lo so. Pero’ e’ avvenuto. Mi ero imposto il dovere di continuare. Non accettazione rassegnata e dolente. Intelligenza nel capire che la vita e’ accettazione del nuovo.
Rivederla dopo dieci anni mi toglie il respiro. Comprensibile, e illogico.
Procedo sul sentiero lastricato che porta all’ interno del parco di Saint Michael. Lontano si sente una musica. Tento invano di riconoscerla, ascoltando con tutto me stesso.
Entro nel parco, un luogo come un giardino, pieno di fiori, che si estende per molti ettari, su una leggerissima collinetta, Mi avvio verso la chiesetta, che e’ al suo interno. Il luogo dell’ appuntamento.
Sono sul piazzale antistante la chiesetta e vedo la macchina dove e’ lei che arriva. E’ seguita da altre auto. Amici e parenti. E’ un giorno particolare.
L’ auto si ferma davanti a me.
Resto immobile qualche istante. Mi avvicino immediatamente e prima che lo faccia l’ autista, apro io lo sportello.
Guardo dentro.
Allungo la mano destra.
Depongo una rosa rossa sulla sua bara.

venerdì 25 gennaio 2008

La caccia

Controllo l’ orologio e verifico che e’ l’ ora di andare a caccia.
Sono per strada e mi accesi un mezzo toscano.
Vedo una berlina verde ferma accanto al marciapiede.
Mi avvicino, lentamente. All’ interno, seduta al posto di guida una donna, gli occhi di un azzurro metallico. Controlla una pianta di Castle.
- Ha necessita’ d’ aiuto?
- Crede che abbia necessita’ di aiuto?
- Si’. Non consulterebbe la mappa della citta’, altrimenti.
- E’ vero. Cerco il Castello, ma non lo trovo.
- Cara signora il Castello e’ un rione, un quartiere della citta’ medioevale. Se volete vi accompagno io.
Sono gia’ seduto al suo fianco, prima che possa rispondere.
- Piacere, Peter, sono un cronista.
- Lieta, Hannah, sono un chirurgo.
Gira la chiavetta dell’ accensione, mette in moto l’ auto. Il motore prende a ronzare, ingrana la marcia e ci dirigiamo verso il Castello. Segue le mie indicazioni.
La osservo mentre guida. E’ bella. Un viso interessante, occhi grandi, tendenti al verde, labbra tumide. Sorriso accattivante.
Sto bene attento a destare sospetti.
Arriviamo in Palace Square. Parcheggia davanti al King Palace, oggi sede della rappresentanza di Governo. Li’ a fianco la Cattedrale.
La luce del giorno comincia a calare. Si accendono le luci.
Passeggiamo per le strette strade, per i vicoli. Faccio da guida. Illustro la storia di Castle, che vive in quel quartiere, una volta esclusiva residenza dei nobili.
- A quest’ ora il popolo doveva lasciare il Castello, attraverso le porte che si aprivano lungo le mura della citta’ medioevale. Di queste ne restano solo due: Saint Christine e the Lions, vicino alle due torri di difesa ancora in piedi: Elephant Tower e Saint Pancras Tower.
Camminiamo una accanto all’ altro. Ammiriamo il magnifico panorama che si gode dai due bastioni: Saint Remy e Saint Cross. Lo spettacolo e’ davvero bello. Le luci amplificano la bellezza di Castle, che si estende sotto il Castello.
La sera e’ calda. C’ un profumo sonnolento di fiori, che si affacciano alle finestre delle vecchie case, ma soprattutto di mare, che arriva trasportato da un leggero vento di levante.
- Posso invitarti a cena. C’ e’ un ristorante nei pressi del porto, ‘’First Opera’’, dove si possono gustare dei deliziosi fritto di mare e di verdure, ma se tu preferisci un’ ottima tagliata di manzo ai ferri. Ha anche un’ ottima cantina.
- Bene!
Non ha fatto una piega per l’ invito di un uomo conosciuto solo alcune ore prima.
Mangiamo i gustosi fritti, sempre abbondanti, accompagnati da una bottiglia di vino bianco, Purple Cove, del nord dell’ isola di Sandalyon.
Quando usciamo la prende sottobraccio e la stringo a me. Sento il suo corpo vibrare. Non respinge l’ intimita’.
- Dove finiamo la serata?
- Andiamo a casa mia. Sono ospite da un’ amica che mi ha prestato la sua casa al mare, di fronte alla spiaggia del Poet.
Dal porto alla casa dell’ amica di Hannah in un baleno. Ha guidato incurante dei limiti di velocita’.
Infila l’ auto in uno stretto parcheggio, dando una leggera botta al paraurti posteriore di una vettura.
Scendiamo. Mi afferra per un braccio e mi trascina. Ride, allegra.
Dentro casa mi spinge sul divano. Fa scivolare sul tavolino del salotto due bicchieri di grappa. Si siede al mio fianco. Sorride con fare cordiale, ammiccante e prepotentemente sincero. Beviamo un piccolo sorso di grappa.
- Mi piaci. Hai avuto un modo insolito per abbordarmi. Sai, quando mi piace qualcuno preferisco dirglielo. E’ un buon sistema per evitare di perdere tempo e di illudermi.
- Anche tu mi piaci. Ti ho notata subito.
La stringo a me. Le prendo il viso tra le mani e la bacio.
Le nostre labbra restano incollate mentre cominciamo a spogliarci.
Mi inginocchio e comincio a baciarle i piedi. Un eccesso di passione. Trema. Il suo corpo freme. Mi rialza, mi afferra e mi spinge verso il ventre, ormai nudo. Lo bacio. Scendo fino al monte di venere. I miei baci la fanno o trasalire. All’ improvviso mi prende e mi ritrovo la sua bocca sulla mia. Una sua mano va sul mio pube e prende il pene, gia’ indurito, turgido, e comincia a masturbarmi, lentamente, stando attenta a non far salire piu’ di tanto la mia passione. Si china, bacia il pene. Lo prende in bocca e inizia una delicata fellatio.
Il divano e’ la nostra alcova. Le allargo le gambe. Infilo la lingua tra le sue grandi labbra e poi le titillo il clitoride. Sento vibrare tutto il suo corpo. Mi solleva e con la mano fa entrare il pene nella sua vagina.
Tanto passionale, quasi animalesco, era stato il nostro rapporto, quanto delicata e’ stata la penetrazione, l’ entrare nel suo ventre e continuare nel coito.
Mi guarda con i suoi occhi azzurri, metallici, innocenti. Le nostre bocche si cercano. Le lingue si attorcigliano.
Con dolcezza spingo il mio pene nel suo ventre.
Improvvisamente, senza interrompere la scopata, allungo la mano destra verso i miei pantaloni. Senza movimenti bruschi recupero la mia leppa, un coltello a serramanico, usato dai pastori di Sandalyon per tagliare il formaggio, la salsiccia, o sgarrettare le pecore dei nemici.
Lei con gli occhi chiusi cerca ancora le mie labbra. Con le gambe stringe i miei fianchi per impedire che il mio pene esca dal suo ventre.
Apro il coltello e con delicatezza lo affondo sul suo ventre, certo di arrivare all’ aorta addominale.
Sento che le forze del suo corpo l’ abbandonano. Le sue gambe si rilasciano e mollano la presa sui fianchi. Le sua braccia si staccano dal mio collo. Un ultimo fremito muove il suo corpo.
Mi stacco da lei e la guardo priva di vita.
Sono ancora in crescente eccitazione sessuale, desideroso del suo ventre.
Voglio mangiarla: prima una gamba, poi l’ altra, poi in progressione eccitata un occhio, l’ altro, la testa, le tette, poi l’ addome.
Non lo faccio.
Con la leppa disseziono il pube. Prima che possano perdere la turgidita’ sopravvenuta all’ atto sessuale asporto le grandi e piccole labbra e il clitoride.
Vado in bagno, mi lavo, mi rivesto e torno a casa.
Vado in cucina, in una padella, con il fondo coperto da un filo d’ olio, metto i miei trofei e li faccio scottare per un paio di minuti, da una parte e dall’ altra, aggiungo un po’ di grappa, senape, sale e pepe verde.
Poi a tavola a gustare la piu’ aprezzata parte del corpo di una donna. Accompagno la mia prelibata, esclusiva pietanza, con alcuni bicchieri di Nepente, un vino decantato anche dal vate Gabriele D’ Annunzio, uno che di donne si intendeva e ne ha amate molte.

giovedì 24 gennaio 2008

Fabianne

Fabianne e’ a casa di Peter
Parlano con grande intimita’. E’ un rapporto di sincera amicizia. Nato dietro un corteggiamento non insistente, delicato. Poi la sorpresa: Fabianne e’ lesbica. E’ una dolce ragazza, bella, il viso non regolare, ma gradevole, la pelle candida, occhi belli, sorriso franco, accattivante. E’ bella, persino irregolare nelle labbra tumide, senza trucco, impresse a sanguigna sul volto, di avorio. Gli occhi, di un marrone profondo. La fronte regolare con sopra ogni tanto ciuffi dei capelli. Tutto in lei e’ dolcezza senza delicatezza, e’ bellezza senza ricercatezza.
Peter quando ha saputo casualmente della sua omosessualita’ si e’ spiegato gli atteggiamenti di Fabianne, il fatto che sia sempre senza trucco, vestita sportiva, giaccone, jeans, scarpe da tennis Nike, grigio argento, bordature celesti e suole di colore giallo canarino, all’ ultima moda, segnalate anche da riviste di fashion. Le scarpe sono l’ unica concessione di vanita’. Tanto e’ semplice quanto e’ ricca intellettualmente. Ama la fotografia e vorrebbe frequentare l’ Accademia di Fotografia di Roma.
Peter, principalmente, si e’ innamorato della mente di Fabianne. Senza essere invadente, con delicatezza l’ ha manifestato. Lei lo ha compreso e in maniera altrettanto soft ha fatto outing, un giorno che parlavano di religione, delle interferenze della Chiesa in problemi laici come divorzio, aborto e omosessualita’.
La confessione di Fabianne non ha modificato l’ atteggiamento di Peter nei suoi confronti: l’ amore per la sua mente, per la sua intelligenza.
Si frequentano molto. E’ una amicizia sincera senza che il sesso possa intromettersi a guastarla.
Peter le ha raccontato che dopo averla conosciuta aveva cominciato a tessere la rete del ragno per fare in modo che prima o poi la sua preda sarebbe rimasta imprigionata alla sua merce’.
Il ragno ha spiegato fissa il filo, il primo, poi gli altri, ciascuno di seguito all’ altro, uniti al centro, poi fissa come dei nodi sulle trame successive, finche la rete e’ costruita, regolare, con forme geometriche perfette, concentriche. Ogni nodo della rete e’ come un punto esclamativo di colore sempre diverso a seconda delle ore del giorno, della luminosita’ del sole. Una forma pefetta nello spazio, soprattutto del mattino, alle prime luci del giorno, nella quale le vittime del ragno restano impigliate. Il gioco allora e’ fatto. Fabianne sa che Peter e’ il serial killer che la polizia cerca. Conosce il segreto dell’ amico. Ha letto le sue confessioni in internet, nel blog di Peter.
Non capisce come la polizia non sia ancora arrivata a lui.
Fabianne non ha paura di Peter. Non teme vederlo. Non ha timore di andare a casa sua, di riceverlo nella propria.
Sa che non ha nulla da temere.
Peter non ammazza tutte le donne che incontra o con le quali esce.
Uccide solo quelle che si chiamano Hannah e Athjin. Donne mature, sposate, con le quali ha un rapporto sessuale o sta per averlo.
Fabianne non teme perche’ il rapporto con Peter e’ cerebrale, intellettuale. Lo ascolta volentieri. Quando lui parla chiude gli occhi per meglio assaporare le immagini che le parole di Peter evocano. Ama l’ idea di solidita’ che trasmette.
Lui ascolta i sogni di Fabianne, la sua voglia di diventare fotografa professionista. La consiglia e la spinge a tentare il grande salto. Andare a Roma o a Milano per frequentare l’ Accademia e poi trasferirsi a Parigi o Londra o New York per frequentare master e entrare nel mondo del giornalismo, della moda.
I loro discorsi sprigionano colori elettrici, qualche volta troppo abbaglianti. Sono sempre alla ricerca di velati e delicati ritocchi. A loro non piacciono i contrasti e i contorni netti. Non amano i toni acuti e le voci squillanti. Sanno di esagerazione, di scarso controllo e di insensibile invadenza.
Per questo si piacciono e stanno bene insieme. Nessuno dei due decide di essere. Hanno una perfetta armonia tra cio’ che passa per la loro testa e quello che mettono in pratica. Gustano anche, senza scrupoli, momenti di pigrizia, ma utili ai sentimenti.

lunedì 21 gennaio 2008

Il viaggio



E’ quasi mezzanotte. E’una notte piu’ buia del solito. Piove a dirotto. Le luci delle strade e della piazza della stazione di Castle non fanno vedere molto. Anche il bianco palazzo comunale e’ in ombra. Una oscurita’ profonda e’ scivolata sull’ edificio.
Il buio e’ un crudele nemico. La notte e’ assai pericolosa. Nella zona stazionano spacciatori, papponi, prostitute, i loro clienti, barboni, vagabondi. Questa notte, per il tempo impietoso, la piazza appare deserta e silenziosa. In lontananza vaghi rumori.
Mi precipito all’ interno della stazione degli autobus per prendere l’ ultimo mezzo diretto a Caputmundi, un paese ad una ventina di chilometri dalla citta’. Devo tornare a casa, alla ‘’Residenza del sole’’, qualche chilometro prima del paese.
Con me salgono due ragazze. Si chiamano Hannah e Athjin. Ho sentito i loro nomi quando si sono salutate. Vanno a Caputmundi. Ho visto la destinazione quando hanno mostrato i biglietti all’ autista.
Siamo solo tre viaggiatori e il conducente.
Le ragazze si siedono verso il fondo del mezzo. Io occupo la poltrona immediatamente dopo le loro.
L’ autobus, puntuale, si muove a mezzanotte. Immediatamente, per l’ inesistente traffico, data l’ ora e il tempo, e’ subito sulla statale che porta a Caputmundi.
Si intuisce il paesaggio, grigio e triste. Tutt’ intorno il mare che mugghia per il vento, lo stagno di Saint Gilles, dove nelle belle giornate si possono ammirare i Flamingo e un’ altra infinita’ di specie di uccelli acquatici. Il cielo e’ nero per le nuvole cariche di pioggia, che batte violenta sui finestrini.
Mi sono seduto dietro Hannah e Athjin per ascoltare i loro discorsi. Mi piace il parlare dei giovani: si puo’ imparare molto del loro essere.
- Figo, dice Hannah.
- Siiiiiii’, eeeeeeeh, cioeeee’… mi hai capitoooo?
- Finito?
- Siiiiiii’ … sono rimasti in due, eeeeeeh, cioe’ … hai capitooo?
- Eeeeeeh, si’, no, cioe’ … aaaaah …
- Si’ bastano, ma cioe’ no … eeeeeeh, hai capitooooo?
- Si’, no, cioe’ … dunqueeeeeee
- Cioe’, siiiiiii’, hai capitooooo?
- Va beneeee, aaaaah … uuuuuuh
- Eeeeeeeeh …
- Aaaaaaaaah
- Niente …
- Si’, no, cioe’, eeeeeeeh, hai capitooooo?
In silenzio, uno sconcertato silenzio, ho ascoltato questo demenziale dialogo fatto solo di si’, no, cioe’, hai capito? E mugolii vari.
Non c’ e’ nulla da imparare da queste due deficienti.
Il silenzio della notte, il mugghiare del mare, il rumore della pioggia battente e’ interrotto dalle smozzicate parole delle ragazze, che parlano, parlano?, senza interruzione.
Levo dalla tasca del giaccone da caccia il mio coltello a serramanico, dalla lama affilatissima.
Mi sollevo dal sedile, mi protendo su loro, sempre intente a parlare fitto fitto, e prima che si accorgano delle mie intenzioni, faccio un taglio secco alla gola delle due. Un unico gesto, continuo, preciso, sicuro. Colpo da perfetto conoscitore dell’ anatomia. I miei vecchi studi di medicina e le dissezioni sui cadaveri servono per la mia opera. Le loro carotidi sono recise di netto, come pure la trachea.
Prima che la testa cada sui loro petti, dalle bocche delle due esce un gorgoglio simultaneo, un rantolo, un ooooooh soffocato.
Silenzio finalmente.
Una pace di morte e’ scesa nella corriera.
Sono arrivato. Scendo e sotto una pioggia sempre piu’ intensa con in lontananza i monti di Caputmundi, le fioche luci di poche finestre illuminate delle case, mi avvio verso casa.
Cammino soddisfatto per la mia dimostrata professionalita’ di serial killer.
Nel silenzio notturno, piu’ denso e nero che di giorno, penso ‘’Il mio grande compito non e’ vedere cio’ che giace distante, ma nel fare cio’ che e’ a portata di lama’’.

domenica 20 gennaio 2008

Il tesoro










Gli spiriti, i fantasmi, si dice, regnarono in tutti i tempi. La storia che sto per narrare e’ un esempio della loro esistenza? Puo’ darsi. Affermo che gran parte della incredulita’ su queste vicende sono legate al fatto che non sempre si comprende che non possiamo essere sempre soli.
La vicenda si svolge a Nayaders, un paese non lontano da Castle, la piu’ importante citta’ di Sandalyon, una grande isola dei mari temperati.
Sono le sette del pomeriggio di un giorno di settembre del 1943. Si sentono le ore suonare nel vicino campanile della chiesa. parrocchiale. La luce del giorno comincia a calare.
Sono nel salotto di casa, una stanza con un divano, due poltrone, una credenza con i servizi buoni di piatti e bicchieri, argenteria esposta, il tavolo tondo, quadri e foto alle pareti, una lampada a stelo, sul tavolo anche un portacenere di vetro e rame con un cavallino di rame sul bordo, nonostante in casa nessuno fumi. Gioco con un cavalluccio di latta, accoccolato dietro la sedia in cui mia madre e’ seduta, intenta a cucire e a lavorare a maglia.
Improvvisamente qualcosa accade in cucina, rompendo il silenzio che regna nella casa.
Rumore di sedie trascinate e rovesciate. Poi come di piatti, bicchieri. Per terra. Rotti.
-Peter? Che cosa hai combinato?
Mi alzo e mi faccio vedere. Si accorge che le sono accanto.
-John Charles? Che cosa e’ successo?
Nessuna risposta.
Si alza. Va in cucina per guardare il disastro. Niente. Tutto e’ in ordine.
Mi fratello e’ in giardino. Gioca con il cane.
Mia madre lo raggiunge.
-Hai toccato qualcosa?
-No.
Torna in salotto Alle abituali faccende. Riprende a cucire e a lavorare a maglia.
Un’ altra sera. E’ sola in casa. Le tenebre sono gia’ arrivate. Le poche e deboli luci in strada sono accese. Noi figli siamo da una vicina.
Improvvisamente rumore di stoviglie.
Corre in cucina: piatti, bicchieri, tegami, padelle e pentole sono sul tavolo, tirati fuori della credenza.
Sbianca in viso. Le mani le tremano. Ha paura. Va anche lei dalla vicina.
Quando torniamo a casa riassetta.
Non racconta l’ accaduto.
Poi una notte, siamo tutti a letto, e’ un continuo sbattere di porte e finestre. Le ante dell’ armadio si aprono e la biancheria è scaraventata a terra.
In casa non ci sono altre persone.
Mia madre e’ spaventata, ma mantiene la calma, per non allarmare noi figli, svegliati dal fracasso.
Recita a voce alta un’ Ave Maria e un Padre Nostro. La sua voce e’ perfettamente ferma, tranquilla, composta, ma seria. Ci invita a recitare con lei le preghiere. I miei due fratelli le dicono, sempre ad alta voce. Io, ho appena tre anni, non le so per intero.
Dice: Se sei un’ anima buona vieni in pace. Se sei uno spirito cattivo l’ inferno ti inghiotta.
Ci rasserena. Fa persino un debole tentativo di sorridere.
Ancora di sera, siamo tavola, in cucina, stiamo cenando. D’ un tratto, la porta d’ ingresso è colpita come da un forte getto d’ acqua, come di secchi svuotati con violenza.
Va verso la porta che da in giardino. Rimane qualche istante ferma pensando al da farsi. E’ indecisa se tornare a sedersi o aprire. Apre. Nessuno. Solo una grande pozza.
Di nuovo recita un’ Ave e un Padre e ripete l’ invito a venire in pace se spirito buono, altrimenti tornare tra i dannati.
L’ indomani va in chiesa e parla degli accaduti con il parroco. Mia madre parla lentamente, come per aiutarsi a ricordare tutti i particolari e non tralasciare nulla. Il corpo e’ immobile, le mani strette indissolubilmente in grembo e lo sguardo conficcato sul crocifisso appeso alla parete. Il prete l’ ascolta con gli occhi fissi sul suo viso. E’ tranquillizzata. Le dice che forse e’ ancora scossa per la recente morte del marito.
Una mattina John Charles gioca in salotto. Ha una monetina in mano. Gli sfugge. Rotola sul pavimento, raggiunge la parete e si infila in una fessura, tra una mattonella e il muro. Fa per prenderla ma questa scompare nel pavimento e dopo qualche secondo si sente un pling, fine caduta. Mia madre che ha seguito la scena capisce che li’ il pavimento copre un vano vuoto. Inspiegabile. La casa non ha cantina.
Ricorda che si e’ parlato della casa come di quella dove sarebbe stato ucciso, almeno un secolo prima, un uomo per rubargli gli averi, una cassetta con centinaia di monete d’ oro. Quando la mia famiglia era andata a viverci una vicina aveva raccontato a mia madre il triste episodio, affermando che nessuno l’ aveva mai voluta acquistare e era rimasta disabitata per molti decenni. Le aveva detto che qualcuno affermava di aver visto il tesoro, fornendo una descrizione molto particolareggiata degli oggetti. Questo tanti e tanti anni fa. Poi il silenzio sulla vicenda, sulla casa, sul tesoro.
Questa volta si rivolge a un prete di un paese vicino, conosciuto come esorcista. E’ un prete alto, con gli occhiali, il cranio pelato, un sorriso franco e beneducato.
Mia madre racconta gli episodi, la storia della morte violenta, della casa e del tesoro con voce sommessa, ma molto chiara. Parla, ma un vago timore, forse terrore, gli prende l’ anima, probabilmente in ragione della calma che, comunque, aveva nel cuore. Sembra contemplare, sbigottita, sgomenta, spaurita le visioni, nascoste ai piu’, che ora si librano nella sagrestia dalle pareti alte, coperte, dall’ alto al basso da una pesante tappezzeria, a intervalli irregolari tappezzata da figure di santi e immagini della passione del Cristo..
Il sacerdote ascolta, poi dice serio:
-Potrebbe essere uno spirito buono che vuole attirare la tua attenzione per farti trovare il tesoro che gli assassini non sono riusciti a rubare. Potrebbe pero’ essere anche uno spirito maligno. Lo stesso Belzebù:
Mia madre sta in silenzio. Guarda i disegni sulla tappezzeria e nota al centro di una parete il disegno di una colonna attorno alla quale correva attorcigliata con la forza di un serpente la fiamma di un fuoco vivo.
L’ esorcista prosegue:
- Se non hai altro da riferirmi, posso andare a casa tua e recitare le preghiere per allontanare il demonio. Non sapro’ pero’ mai dirti se in casa c’e’ un tesoro. Per saperlo dovrai levare le mattonelle e scendere nel vano. Puoi trovarci, pero’, non monete d’ oro e altri oggetti preziosi, serpenti e scorpioni, l’ emblema del male. Te la senti di correre questo rischio?
Mia madre accetta l’ invito del sacerdote a benedire la casa. Non fa altro, anche perche’ gli episodi dopo le preghiere dell’ esorcista non si ripetono. Non osa guardare sotto il pavimento perche’ teme che il demonio prenda se’ e le sue creature per spingerle nei gorghi dei fiumi infernali, nelle tenebre, nelle profondita’ del silenzio, trascinandole giorno e notte, estate e inverno, senza mai riposare.
Dopo qualche mese trasferisce la famiglia a Castle, la citta’ dove esercita la sua professione di ostetrica condotta.
Dimentica la vicenda.
Le torna in mente quando viene a sapere che il nuovo inquilino e’ diventato improvvisamente ricco.

lunedì 14 gennaio 2008

Il brav' uomo


Sono un serial killer.
Altri sono borseggiatori, truffatori, spacciatori, papponi, rispettabili professionisti, politici, non sempre onesti, religiosi, non sempre coerenti..
Sono un serial killer. Un coscienzioso serial killer: cosi’ per passare il tempo.
Voglio l’ attenzione delle donne. Le ascolto, pero’, ogni volta che hanno uno dei loro cazzi di su e di giu’. Sul fatto che non hanno comprato questo o quello, che si sono lasciate e prese con questo e quello, che i loro bambini oggi hanno la febbre, che sono incasinate nei divorzi, che i mariti non le comprendono e le lasciano sempre troppo sole.
Mi attirano le casalinghe. Le piu’ frustrate. Spesso per la famiglia hanno rinunciato a un lavoro gratificante o non ne hanno mai avuto una occasione perche’ rimaste incinta ragazzine e costrette a sposarsi. Donne sole che trovano la loro realizzazione nella finzione delle fiction televisive e nei reality-show.
Le abbordo nel parcheggio dei centri commerciali.
Visto cosi’ ho l’ aria di un brav’ uomo. Ispiro fiducia.
Le aiuto a caricare la macchina e a portare la spesa a casa. Mariti e figli sono sempre fuori casa: al lavoro e a scuola.
Vado a letto con loro. Mi infilo sotto le loro lenzuola. Scopo in silenzio. Non stanno mai zitte: continuano a parlare, dei loro problemi. Non chiudono mai la bocca. Sono convinte di poter parlare su qualunque cosa e di poter fare le vittime che si prendono la loro rivincita scopando con il primo uomo che stanno a sentirle.
Le ascolto. Non dico nulla.
Ascolto. In silenzio. Non voglio entrare nei loro casini.
Questo mi facilita’ poi ucciderle.
L’ unico modo per dare un senso alla vita.
La mia.
Loro trovano pace nella morte.
La loro.

Il tempo


Drin. Driin.Driinn.Driiiiiiiiiiiiinnnnnn.
Suona la sveglia.
Apro gli occhi. Guardo la stanza e vedo un decina di bambini.
Piccoli, piccoli, piccoli, piccolissimi.
Girano, in tondo, lentamente nella camera e scandiscono il tempo.
Tic-tac, tic-tac, tic-tac ….
Eh! Beh! Per forza! Sono minuti.

mercoledì 9 gennaio 2008

Il regalo e la sorpresa

Arrivo a casa. In giardino vengo assalito dai miei cani, Scott e Honey. Sono come impazziti. Mi saltano addosso. Sono avidi di carezze. Li accontento con una giusta razione di coccole e mi libero dalla loro morsa. Apro. Chiudo subito la porta dietro di me con un colpo tremendo che risuona nella casa vuota. Non accendo la luce.
Il telefono suona nel buio, lo cerco a tentoni, con difficolta’. E’ Fabienne.
- Dimmi.
- Carissimo Dott. Peter, che bel dono mi hai fatto, parole e situazioni che mi hanno fatto desiderare un' altra dimensione, il ritorno all' infanzia e guardare il mondo con quegl' occhi puliti e innocenti come quella bimba di stamane tutta contenta sul dondolo musicale, cosi innocentemente felice di quella semplicita’. E un' altra dimensione che mai potrò avere, quella di viaggiare nel tempo stando in silenzio, solo da spettatrice, per cent' anni con l' involucro di un uccello. Cent' anni dopo essere un cane poi un cavallo e magari esser anche un pesce. Questa lettura apparentemente semplice mi ha fatto sorridere, immaginare, sperare, desiderare. Grazie dottore.
Rimango in silenzio qualche secondo. Sento affiorare alle labbra una specie di sorriso, infantile.
- Carissima, il tuo e' il piu' bel ringraziamento che mi sia stato fatto per un regalo. Questo fatto mi porta a perdonarti la tua presa in giro (o e' un modo per tenere le distanze il tuo dott. Peter?)
Sono convinto che il regalo piu' grande che si possa fare ad una persona non e' condividere con questa la propria ricchezza, ma rivelarle la sua. Mi auguro che il libro che ti ho regalato ti abbia fatto conoscere la tua ricchezza, intimamente piena.
Attendo la risposta. Non viene.
- Per questo Natale ho avuto oltre al tuo grazie la piu’ bella dedica che sia stata scritta su un regalo. Paulette, la mia nipote, la mia ‘’bella sposa’’, mi ha donato un quaderno appunti Moleskine. In un post-it artigianale ha scritto ‘’Amo troppo leggere libri, per poterne scrivere uno’’, un detto di Oscar Wilde, aggiungendo ‘’Chissa’ invece se tu avessi la voglia di raccontare qualcosa qui dentro. Noi potremo sempre darti l’ ispirazione’’. Dolcissima dichiarazione d’ amore della mia ‘’bella sposa’’.
Mi metto a guardare il soffitto pensieroso. Aspetto di sentire la sua voce, ma prima che lei possa parlare velocemente la precedo.
- Ho pensato a quanto mi hai detto del tuo desiderio: frequentare l' accademia di fotografia di Moran - mi pare ce ne sia una anche a Mylijan, altrettanto buona - , ti consiglio, ancora una volta, segui il tuo desiderio. Mia cara ricordati che il mezzo piu' sicuro per non fallire e' essere fermamente decisa a riuscire e che il modo migliore per predire il futuro e' crearlo.
- Sono contenta che tu abbia gradito il mio ringraziamento per il libro che mi hai donato, sono felice perchè è un ringraziamento sentito. Quanto al dottore, quanto poco ancora mi conosci, io chiamo cosi affettuosamente tutti gli amici diventati dott., è un mio modo di scherzare con effetto. Quanto a prendere le distanze, cosi ti dò modo di capirmi meglio, io non prendo le distanze mai da nessuno, sono semplice, e quando non lo sono mi sforzo d' esserlo, non amo nemmeno mortificare le persone anche quando ce ne sarebbe bisogno. C' è un unica situazione che mi porta a farmi prendere le distanze da un uomo o da una donna, quando vengo corteggiata ed io non corrispondo, allora si’ divento il polo nord e questo non è il tuo caso. Sono felice di avverti incontrato e di avere la possibilità di conoscerti.
- Attenta Fabienne, cosi’ corri il rischio di restare intrappolata nella rete che il ragno sta tessendo.
- Quanto sei vanitoso e audace.
- Si': Tu mi piaci molto. Sei una ragazza stupenda. Mi piacerebbe che la nostra amicizia si trasformasse in intimita'. Non dire nulla, adesso. Ti chiamero' lunedi' per sapere se e quando tu sia disponibile per venire con me ad incontrare l' assessore comunale della cultura di Caputmundi. Trascorri una buona domenica. Un abbraccio e un bacio.
- Forse mercoledi’mattina potrebbe essere il giorno giusto. Lunedi’ e martedi’ ho delle riunioni del mio collettivo lesbiche.
Silenzio! Di Sorpresa! Interrotto dal clic del telefono.

martedì 8 gennaio 2008

Il mondo e' uno schifo



- Il mondo e’ uno schifo, dice Peter, rivolgendosi a Mary.
Sono in una delle sale del museo archeologico di Castle, nella parte medioevale della citta’, una volta arsenale militare.
Sono i soli visitatori. E’ quasi l’ ora di chiusura. La pioggia e il freddo ha allontanato i pochi turisti che arrivano in citta’ in inverno.
- Sei di cattivo umore?
- Non sono i fatti a turbare gli uomini, ma le opinioni attorno ai fatti.
- Qualcosa non va?
- Incredibile vero? Le donne in questa citta’ sono violentate, uccise e nessuno fa qualcosa…
- Capitano cose che poi comprendiamo con il tempo.
- Intanto accadono e niente si muove.
Mary guarda Peter che gli cammina a fianco. Lo fissa con i suoi occhi azzurri.
Si avvicinano a una delle finestre della sala, una vecchia feritoia.
La citta’ si intravede lontana, nel buio della sera e delle nere nuvole che l' avvolgono. Una casa, una luce che si spegne, un’ altra si accende. Un numero indeterminato di luci intorno che si accendono e spengono. Subito dopo si accendono in cerchio i centri che circondano Castle.
- Visto da qui sembriamo in galera, dice Peter. Beh d’ altronde una volta in questi locali c’ erano le prigioni.
- Sei proprio di cattivo umore. Mi costringi alle discussioni filosofiche. Ho bisogno di fare l’ amore…mi sta venendo in mente una cosa, vieni.
Mary prende la mano di Peter e lo conduce in un angolo buio della sala, lontani dagli occhi indiscreti della televisione a circuito chiuso e dei guardiani, che gia’ si dispongono a lasciare il museo.
- Sara’ un’ emozione allo stato puro, aggiunge Mary.
Abbraccia Peter, aggrappandosi alle sue spalle, lo bacia sul collo, sulle labbra, gli fa sentire la lingua in bocca e comincia a sbottonarli i pantaloni. I suoi seni premono sul petto del suo uomo. Alza la gonna. Si toglie le mutandine. Prende il pene e mentre lo porta dentro di se’, sente un caldo fluire dal suo ventre. Si stacca un po’ da Peter. Vede un coltello a serramanico infilato nel suo corpo e il sangue colare lentamente. Sente la mente svuotarsi, non riesce a pensare, la voce si strozza in gola, le gambe diventano molli e si accascia sul pavimento senza un lamento.
Peter si ricompone. Si avvia all’ uscita, mentre una voce gracchiante esce dall’ altoparlante e annuncia la chiusura del museo.
Esce. Non piove piu’. Nel cielo, in lontananza, si formano nere spirali d’ aria.
Riflette che capitano cose che poi comprendiamo con il tempo.
Pensa che il mondo e’ proprio uno schifo.

giovedì 3 gennaio 2008

L' annuncio della morte di mio padre

‘’Ciao Duke. Che sorpresa! Come mai a casa?’’.
Cosi’ mia madre aprendo la porta di casa e trovandosi davanti il cognato, in divisa da militare, ma senza cinturone, senza armi. Sorride. E’ contenta di vedere il marito della sorella di suo marito. In tempo di guerra un parente che ti viene a trovare e’ sempre una festa.
Duke entra. Non ha il viso allegro. Immediatamente dietro di lui si materializza un ufficiale dell’ esercito, un maggiore del comando generale. Anche lui e’ serio. La faccia e’ tirata.
Mia madre fa entrare anche lui. La sorpresa aumenta. A casa non sono mai venuti colleghi di mio padre, anche lui militare, di stanza a Castle, nella sede del comando generale. Si domanda il perche’ di questa visita.
In casa, oltre mia madre, c’ e’ la governante: e’ in cucina e mi tiene in braccio. Mi mette nella culla e raggiunge in salotto mia madre per chiedere se ha necessita’ che prepari qualcosa per gli ospiti. Sta in silenzio in attesa di ordini.
‘’Ninel’’ attacca Duke ‘’non e facile quello che devo dirti…’’.
Mia madre si agita. Ha capito il motivo della visita. Il giorno prima, il 13 maggio del 1943, Castle e’ stata oggetto di un violento bombardamento, che l’ ha rasa al suolo. Le bombe cadute a migliaia sulla citta’ hanno completato l’ opera cominciata nella precedente incursione aerea, quella del 28 febbraio, nel corso della quale erano morte centinaia di persone, tra cui, una delle sorelle di mia madre, Dhelyn.
Ricordo che l’ aria e’ molto pesante, grigia, come prima di una tempesta.
‘’Cosa e’ successo? E’ ferito? Come sta? E’ morto? Come e’ successo? Dove e’ accaduto? Dove e’ adesso? Lo so e’ morto. Se fosse ancora vivo il maggiore non sarebbe venuto con te. E’ vero. Questa e’ la comunicazione ufficiale della sua morte.’’
Mentre parla mia madre si alza. Si avvicina al cognato. Prende il suo viso tra le mani.
Le sue forze cedono, le gambe crollano e la sua testa si svuota del tutto. Non gli viene in mente una sola parola.
Cade a terra. Svenuta.
Mio zio, l’ alto ufficiale, la governante la sollevano e la portano nella sua camera e la depositano sul letto, vicino alla mia culla. Vedo tutta la scena, ma non capisco. Nessuno si interessa di me. Sono tutti attorno a mia madre.
Rinviene. Comincia a piangere, sommessamente. Pronuncia sottovoce parole di dolore.
Da molto lontano si sente il lento rintocco di una campana – con lunghe pause – riecheggiare per le campagne.
La notizia vola a Nayaders, il paese, a venti chilometri da Castle, dove in quel periodo di guerra la mia famiglia risiede. Mia madre e’ molto conosciuta e ben voluta. Vi ha lavorato per alcuni anni come ostetrica condotta. Io sono nato li’. Tre anni prima, poco dopo la dichiarazione dell’ entrata in guerra del mio Paese. Un conflitto mondiale inutile, scatenato da due pazzi solo per questioni di potere, per tentare l’ impossibile dominio del mondo occidentale.
Immediatamente arrivano le vicine di casa. Vengono a portare conforto e a badare a me e ai miei due fratelli, nel frattempo rientrati a casa.
Tutto il giorno e’ un via vai di gente. Vengono a fare le condoglianze. Le donne si fermano per preparare, come si usa nel paese, i pasti per la famiglia del morto.
Il maggiore dice che mio padre e’ morto vittima del suo dovere: ‘’Si e’ attardato per chiudere a chiave il comando e poi mentre cercava di raggiungere uno dei vicini rifugi antiaerei e’ stato travolto da un palazzo, crollato perche’ centrato da una bomba. Suo marito e caduto sotto le macerie, sotto una nuvola di fumo o di polvere. Troppo tardi.’’
L’ alto ufficiale, dopo avere consegnato alcuni effetti personali di mia padre, riparte.
Mio zio Duke, invece, si ferma per altri due giorni per aiutare mia madre e i nipoti ad affrontare questo triste momento.
Mia madre da quel giorno veste in nero. Ai miei fratelli e a me viene cucito sugli abiti un nastrino di seta nero.
Quel giorno, i successivi e i seguenti anni sono vissuti da me senza coscienza.
Ho capito tutto, diventando grande, su quello che mi e’ stato raccontato da chi mi ha visto crescere.