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giovedì 20 novembre 2014

Il progetto multimediale di Antonello Fresu "Offrimi il cuore" al MAXXI di Roma

open museum open city
24 ottobre – 30 novembre 2014

MAXXI
via Guido Reni 4 A - Roma

***

domenica 23 novembre | ore 17

Tracce del profondo: arte e psicoanalisi
Paolo Aite, Giuseppe Andreetto e Pina Galeazzi (Laboratorio Analitico delle Immagini- LAI)

Offrimi il cuore
di Antonello Fresu

Concerto per cuore e tromba
performance con Paolo Fresu
Visualizzazione di OiC - home TJ small.jpg

Tracce del profondo: arte e psicoanalisi è uno degli eventi di open museum open city a cura di Hou Hanru, direttore artistico del MAXXI di Roma. La mostra, che si tiene al MAXXI dal 24 ottobre al 30 novembre, compie un gesto radicale: il museo viene totalmente svuotato, messo a nudo, per essere riempito di suono.

Gli interventi degli analisti raccontano il senso dell’analisi. La motivazione alla scelta di intraprendere un percorso psicoanalitico è sempre legata alla condizione dello “smarrimento”. Da questo, la necessità di un recupero di orientamento di fronte a spazio, tempo e identità. Nel Gioco della Sabbia, coinvolgente esperienza integrata nel setting terapeutico, soprattutto in area junghiana, la condivisione del gioco, con le percezioni-immagini che lo accompagnano, diviene parte integrante e attivante della relazione analitica. L’impulso alla ripresa di un movimento creativo, necessario per orientarsi e riconoscere e riprendere il proprio cammino, si attiva all’interno della “cornice” simbolica della “sabbiera” e nella percezione della struttura profonda della nostra realtà. Gli analisti racconteranno, anche con immagini, della pratica e delle sensazioni ed emozioni che prendono corpo nell’esperienza del gioco della sabbia.
Visualizzazione di Gioco della sabbia.jpg

Offrimi il cuore – progetto multimediale di Antonello Fresu, in cui convivono arte, musica, video e performance – racconta questo incontro in una prospettiva artistica. Fil rouge del lavoro è il cuore, nucleo pulsante che scandisce il ritmo della vita e della morte, simbolo arcaico e profondo di spiritualità e dell’incontro con se stessi. Il progetto invita musicisti, danzatori, artisti visivi e performer a “improvvisare”, utilizzando, accanto al proprio strumento d’artista – piano, batteria, voce, corpo, ecc. – il suono del proprio cuore, captato in diretta con un ecocardiografo ad ultrasuoni. Il cuore diventa, così, un’inusuale tessitura ritmica da affiancare al proprio strumento, alla ricerca, attraverso il dialogo con se stessi, di quell’armonia ed equilibrio capaci di dare un nuovo senso, dove le esibizioni non sono una semplice esecuzione di partiture sonore, corporee o visive, ma vere e proprie interlocuzioni dialettiche con la parte più intima del proprio io. 
Visualizzazione di Offrimi il cuore - Antonello e Paolo Fresu (m).jpg

La performance con Paolo Fresu che verrà presentata al MAXXI – Concerto per cuore e tromba – rappresenta uno sviluppo live del progetto originario.

Offrimi il cuore è realizzato in collaborazione con il PAV di Time in Jazz, l'associazione culturale isolasenzatitolo e il Centro Laber di Berchidda.

INFO:
tel. 079 214052 | cell. 339 5906900 | press@neroproject.org | www.neroproject.org | www.timeinjazz.it



Offrimi il cuore

Nero Project | Antonello Fresu

Visualizzazione di OiC - locandina MAXXI (m).jpg


Offrimi il cuore è un progetto espositivo multimediale, tra arte contemporanea e musica, ideato e realizzato da Nero Project/Antonello Fresu che ha coinvolto, in sessioni di improvvisazione live registrate nell’arco di cinque anni, quaranta tra musicisti, danzatori, artisti visivi e performer noti a livello internazionale.

Il fil rouge del lavoro – in cui convivono arte visiva, musica, video e performance – è il cuore, centro nascosto dell’essere, nucleo pulsante e strumento primordiale che scandisce il ritmo della vita e della morte, simbolo arcaico e profondo di spiritualità e dell’incontro con se stessi.

Ognuno degli artisti è stato invitato ad “improvvisare” utilizzando come base ritmica, accanto al proprio strumento d’artista – piano, batteria, voce, corpo, ecc. – il suono del proprio cuore, captato in diretta con un ecocardiografo ad ultrasuoni nel corso di una performance, documentata con riprese video, registrazioni audio e fotografie. 

A conclusione del progetto sono stati realizzati quaranta video che sono stati riuniti in una grande esposizione. Trasmesse attraverso 40 monitor di grandi dimensioni, le riprese delle performance sono diventate suggestivi “quadri in movimento” che il pubblico ascolta attraverso auricolari posizionati in ognuna delle postazioni multimediali create appositamente per la mostra. 

Scrive il critico Marco Senaldi nel catalogo della mostra: “Se suonare significa sia ascoltare, che agire col proprio corpo su uno strumento, cosa succederebbe a suonare con il proprio corpo come sottofondo e come strumento? Cosa cambia nella prestazione artistica di un musicista se nel realizzarla è messo in condizioni di sentire “letteralmente” ciò che accade dentro di lui? È come fare e contemporaneamente vedere se stessi mentre si agisce, uno strano sdoppiamento a cui non facciamo più caso, anche se è oggi la regola, imposta o suggerita dai metodi stessi dei media audiovisivi.” 

Fresu, seguendo le poetiche dell’arte contemporanea, propone un’insolita ed coinvolgente lettura del processo, secondo cui – scrive, sempre nel catalogo, Giannella Demuro – “il cuore diventa un inusuale strumento musicale da affiancare al proprio strumento d’artista – il pianoforte, la batteria, la voce, il corpo – alla ricerca di un dialogo con se stessi, di quella armonia ed equilibrio capaci di dare nuovo senso, dove le esibizioni non sono esecuzioni di partiture sonore, corporee o visive, ma vere e proprie interlocuzioni dialettiche con la parte più intima del proprio io.” 

Hanno partecipato al progetto: Dean Bowman (voce, Stati Uniti), Mario Brunello (violoncello, Italia), Carlos Buschini (basso, Argentina), Uri Caine (pianoforte, Stati Uniti), George Colligan (pianoforte, Stati Uniti), Paolino Dalla Porta (contrabbasso, Italia), Paolo Damiani (violoncello, Italia), Max De Aloe (armonica, Italia), Maria Pia De Vito (voce, Italia), Hamid Drake (percussioni, Stati Uniti), Pierre Favre (percussioni Svizzera) Ettore Fioravanti (batteria, Italia), Paolo Fresu (tromba, Italia), Minino Garay (percussioni, Argentina), Philippe Garcia (batteria, Francia), David Gilmore (chitarra, Stati Uniti), Trilok Gurtu (percussioni e voce, India), Tigran Hamasyan (pianoforte, Armenia), Patrice Heral (percussioni, Francia), Brad Jones (basso, Stati Uniti), Pi Keaovong (danzatore, Laos), David Linx (voce, Belgio), Oren Marshall (tuba, Regno Unito), Joan Minguell (mimo, Spagna), Gavino Murgia (sax e voce, Italia), Gianluca Petrella (trombone, Italia), Alex Pinna (artista visivo, Italia), Enrico Rava (tromba, Italia), Giorgio Rossi (danzatore, Italia), Rudy Royston (batteria, Stati Uniti), Antonello Salis (pianoforte, Italia), Boris Savoldelli (voce, Italia), Pinuccio Sciola (scultore, Italia), Omar Sosa (pianoforte, Cuba), Tino Tracanna (sax, Italia), Gianluigi Trovesi (sax, Italia), Peter Waters (pianoforte, Italia), Dhafer Youssef (voce e oud, Tunisia), Bojan Z (pianoforte, Serbia), Cristina Zavalloni (voce, Italia).

L’iniziativa è promossa dal PAV - progetto arti visive dell’associazione culturale Time in Jazz di Berchidda (Sassari).

Il progetto espositivo, accompagnato solitamente da concerti/performances live con musicisti, è stato esposto, in maniera completa o parziale, oltre che nell’ambito del Festival internazionale Time in Jazz a Berchidda (SS), all’Auditorium Parco della musica di Roma, al Bozar di Bruxelles, Anversa, Ghent, Ginevra, Losanna.

Una performance con Paolo Fresu, Concerto per cuore e tromba, sarà presentato al MAXXI di Roma, domenica 23 dicembre 2014, nell’ambito degli eventi della mostra Open Museum Open City, a cura del direttore del museo Hou Hanru.

Una esposizione completa del progetto è prevista, a partire dal 15 dicembre 2014 fino al marzo 2015, nelle sale del Palazzo Ducale di Pavullo nel Frignano.


Testi Critici


Marco Senaldi

Offrimi il cuore
Note di uno spettatore

Collaudo
Che cos’è Offrimi il cuore? Trattandosi di un artefatto abbastanza insolito, la domanda è tutt’altro che oziosa. Forse, possiamo iniziare a dire che cosa Offrimi il cuore non è. Certo, non è la videoregistrazione di un album, anche se i musicisti invitati a partecipare sono numerosi e variegati come per una delle migliori jam session. D’altra parte, non è una performance artistica poiché appunto i musicisti non fanno qualcosa di diverso che suonare. E non è un’opera di videoarte, poiché l’intenzione estetica sembra più che altro un risultato collaterale dell’insieme…. Ma con tutto ciò si tratta di un esperimento estremamente affascinante, . 

Quaranta musicisti infatti sono stati invitati ad auscultare il proprio battito cardiaco amplificato e a improvvisare su questo inedito tappeto sonoro. Basta questo per capire che non si tratta di semplici riprese di musicisti all’opera: lo strano, profondo e ancestrale rumore di un cuore che batte facendo da sottofondo alle performance musicali, non solo le rende particolari, ma ne trasfigura il senso in direzioni inedite. Le luci spioventi, la solitudine, le riprese avvenute tutte in interni, sono altrettanti segni di una serialità estetica che incornicia tutte le performance. Offrimi il cuore così lascia aperte le porte a una serie di ipotesi – come se fosse un artefatto anonimo, un appuntamento al buio che alcuni tra i più grandi jazzisti si sono dati quasi spontaneamente, per “provare”. Ma provare cosa? Il termine “prova” pare qui del tutto adeguato, nel duplice significato di esecuzione preliminare – o anche proprio di “test”, nel senso verifica di una possibilità non ancora esplorata. Ecco - Offrimi il cuore è un collaudo: una verifica dei limiti del gesto stesso del suonare. Se suonare significa sia ascoltare, che agire col proprio corpo su uno strumento, cosa succederebbe a suonare con il proprio corpo come sottofondo e come strumento? Cosa cambia nella prestazione artistica di un musicista se nel realizzarla è messo in condizioni di sentire “letteralmente” ciò che accade dentro di lui? E’ come fare e contemporaneamente vedere se stessi mentre si agisce, uno strano sdoppiamento a cui non facciamo più caso, anche se è oggi la regola, imposta o suggerita dai metodi stessi dei media audiovisivi. 
Visualizzazione di Offrimi il cuore (m).jpg

Cuore
Da sempre il cuore ha goduto di una pessima reputazione, e ha dovuto subire il destino infelice di essere ritenuto la sede privilegiata di tutti sentimenti possibili. Pur essendo vero che le emozioni accelerano o rallentano il battito cardiaco, l’uomo ha sempre aascoltato poco il proprio e l’altrui cuore, forse per timore di restare coinvolto da questo suono – certo il più antico che il vivente abbia mai sentito, avendolo udito come prima cosa nel ventre materno. Così, ci si è fatti l’idea del cuore come di un organo passivo, collocato in mezzo tra il cervello e il sesso – i quali invece, per le sublimi raffinatezze intellettuali o per i rudimentali piaceri carnali, sembrano avere un ruolo da protagonisti. Ma pensare che siano le emozioni a far battere il cuore è un po’ come dire che sono i pensieri a stimolare il cervello, quando invece ci sembra, al contrario, che sia quest’ultimo a crearli. E se fosse così anche per il cuore? Se anche lui fosse non il ricettore passivo delle emozioni, ma un organo nobile e indipendente che dà loro vita e voce? Pensiamo sempre al cuore come a un organo sì romantico, ma muto, goffo, ingolfato di sangue, incapace di esprimersi, e pertanto poco più di un semplice stantuffo che tiene in vita la delicata macchina del corpo. E se invece dovessimo ascoltarlo con più attenzione, se anche lui fosse dotato di una voce non meno affascinante, ad esempio, del respiro? 

Ascoltare il cuore, il proprio o l’altrui – che cosa strana e inquietante, che abbiamo dimenticato di fare per tutto questo tempo, in cui il cuore ci ha fedelmete seguito e, certo, parlato, a modo suo. Offrimi il cuore innesca il dubbio che il cuore sia, per parafrasare Deluze al contrairo, un “organo senza corpo”, o meglio, un vero e proprio strumento che tra l’altro è dotato di un suo tibro, di una sonorità e soprattutto di un ritmo del tutto peculiari.

Arte
Il problema del cuore è essenzialmente il suo rapporto con l’arte. Si danza con braccia e gambe, si suona col fiato o con le dita, si dipinge con le mani, ma si può fare arte con tutto il corpo, o con molti corpi, e per scrivere basta la mente e un organo qualsiasi, controllabile dalla volontà, come ad esempio una palpebra (quella che permette al protagonista del film Lo scafandro e la farfalla di Schnabel di redigere le sue memorie). Si tratta pur sempre di organi di cui possiamo disporre a volontà, pertanto iscrivibili entro una intenzionalità espressiva. Ma del cuore non ce ne facciamo niente, proprio perché non è soggetto alla nostra volontà – ed è dunque, da un punto di vista artistico, inutilizzabile. Eppure il cuore detiene il segreto più profondo della nostra identità: non ci sono due cuori che siano uguali, non ci sono due battiti che si possano sovrapporre, e almeno su questo la tradizione non sbaglia: noi siamo il nostro cuore, lui è il nostro centro, segreto e inascoltato. Con lo storico emergere della body art, negli anni ’70 del Novecento, l’arte ha integrato il corpo nel proprio linguaggio espressivo, ma è interessante riflettere sui modi con cui lo ha fatto. In effetti anche se in apparenza sembrerebbe imparentata con le arti coreutiche, quali danza e mimo, la bodyart è una variante della scultura. La bodyart non impiega il corpo per le sue funzioni espressivo-mimetiche, ma come fenomeno proprio e peculiare, in grado di agire nello spazio (si pensi a Bruce Nauman) o soprattutto di subire (di essere ferito, colpito, agito da qualcun altro; si pensi alla Abramovic, a Acconci o a Chris Burden). Ma nemmeno la bodyart ha veramente esplorato le potenzialità sonore del corpo – cosa che solo gli artisti coinvolti nell’universo musicale, da Cage a Chiari, a esponenti della poesia sonora, come A. Lora Totino, hanno saputo fare. Nel lavoro di questi artisti il corpo è impiegato non solo come un tramite per agire su uno strumento musicale, ma come uno strumento musicale esso stesso – anche se raramente si è arrivati a usare i suoni interni del corpo. Ascoltarsi dentro – dev’essere quest oil segreto che ha stregato i musicisti coinvolti nell’operazione di Offrimi il cuore, i quail, pur secondo modalità ogni volta diverse, mettono in scena una forma di arte del corpo paradossalmente né attiva né passiva, ma, si direbbe, “estatica” nel senso etimologico di ek-stasis, uscita da sé. Uscire da sé per farvi ritorno.

Sistema Binario
E’ proprio col suono interiore generato dal battito cardiaco che interagiscono i musicisti invitati in Offrimi il cuore. A grandi linee, sembrerebbe che la loro reazione possa distinguersi in tre grandi gruppi: quelli che utilizzano il suono del loro cuore come una sorta di metronomo, sopra il quale o seguendo il quale si può organizzare il pezzo (ad esempio Uri Caine); quelli che invece provano a seguirne il ritmo interpretandolo, non solo come tappeto ritmico, ma come parte integrante della loro musica (come Paolo Fresu); e quelli che invece tentano persino di “suonare” il loro cuore (come Ph. Garcia), cioè che non solo ascoltano e cercano di seguire la cavalcata del loro cuore, ma arrivano a sforzarsi di alterarne il battito. In questo duplice intrecciarsi espressivo, il flusso (sanguigno e sonoro) si dimostra essere non uno scorrere indistinto, ma un articolarsi liquido e ritmato, un equilibrio punteggiato che parte da una semplice opposizione contrazione-espansione, ma finisce per dar luogo a elaborate “variazioni sul tema”. Il cuore rivela dunque l’identità di colui a cui appartiene, ma, insieme, il suo “ritmo” svela la natura “aritmetica” di ogni flusso, musicale e naturale, artistico e fisico – sempre basato sul doppio registro del colpo e della pausa, del vai e del vieni, del suono e del silenzio. 




Giannella Demuro

Offrimi il cuore
Introduzione

La ricerca visiva contemporanea, particolarmente in questi ultimi decenni, pare aver definitivamente superato il limite del genere – pittura, scultura, fotografia – per orientarsi sempre più nella direzione di un’arte globale, di una prassi che al “limes”, alla frontiera chiusa, preferisce - con una sostituzione fonetica che è al contempo intrigante slittamento semantico - il “limen”, la frontiera da varcare, da attraversare (F. Horciani - D. Zolo), quella soglia che è il principio di un nuovo agire, di un fare che è processo comunicativo sperimentale, crocevia di linguaggi espressivi vocati alla contaminazione e all’interazione. 

Non poteva essere altrimenti, in un’epoca dominata da mutazioni, ibridazioni e manipolazioni, un’epoca in cui lo sviluppo straordinario delle tecnologie e la globalizzazione della cultura elettronica e informatica consentono azioni fino a poco tempo fa impensabili. In arte, questa nuova consuetudine dal ritmo accelerato e incalzante, ha segnato indelebilmente il processo creativo, catalizzando l’attenzione e la creatività sulle potenzialità dei nuovi media, favorendo l’intersezione dei linguaggi e caratterizzando il lavoro artistico nella direzione di dinamiche comunicative, socializzanti e relazionali. 

Sono frutto di questo diverso approccio metodologico le prime collaborazioni tra gli artisti, particolarmente tra artisti visivi e musicisti, che pur con esiti inizialmente incerti e discontinui, attraverso il sovrapporsi di contaminazioni di vario genere hanno dato l’avvio, già a partire dalla metà del secolo scorso, alla creazione di nuovi codici e linguaggi espressivi contribuendo in misura determinante a ridisegnare le geografie della prassi artistica contemporanea, tanto che performance, live set, happening e installazioni multisensoriali sono tra le declinazioni artistiche più diffuse e più rappresentative del nostro tempo. 

In questa direzione si colloca Offrimi il cuore – progetto multimediale di Antonello Fresu, artista che si firma come Nero Project – in cui convivono arte visiva, musica, video e performance. Pur avendo sviluppato un percorso di ricerca fortemente connotato, autonomo e coerente, riconducibile al recente scenario visivo contemporaneo, Nero Project percepisce il proprio fare artistico come processo collettivo. Non è raro, pertanto, nel suo lavoro, imbattersi, come in questo caso, in un’opera corale dominata da una pluralità di voci e di presenze. 

Ciò nonostante l’opera non appare come una disomogenea combinazione di portati e di estetiche, ma possiede una solida coerenza progettuale e stilistica, che deriva da un nucleo creativo individualmente strutturato attorno al quale si fondono armonicamente gli apporti esterni, non privi, a loro volta, di riconoscibilità e autonomia. 

Fil rouge del progetto è il cuore, centro nascosto dell’essere, nucleo pulsante e strumento primordiale che scandisce il ritmo dell’esistenza, luogo della vita e della morte, ma anche simbolo arcaico dell’anima, perenne e universale essenza metafisica che dimora nell’individuo, interlocutore irrinunciabile nell’incontro con se stessi. 

Partendo da questa idea, l’artista conduce una riflessione profonda sul senso e sulle modalità dell’esistere, che lo porta a scardinare le consuetudini di una prospettiva logora e ad ipotizzare nuove coordinate di consapevolezza che permettano di elaborare un’inversione dell’attenzione della coscienza, normalmente rivolta verso l’esterno e verso gli altri, riconducendola verso l’interno, cioè, verso la parte più profonda di sé, quella da cui i meccanismi abituali del vivere spesso distolgono. Ovviamente, questa prospettiva dissonante non limita il raggiungimento della percezione dell’altro, ma, anzi, lo agevola, lo consente in modo più consapevole e maturo, attraverso il recupero del contatto con il proprio io, con il proprio cuore e la sua voce, con quel qualcosa che per ognuno è talmente “intimo” e profondo che, in maniera immediata, rimanda al legame con la vita e con la morte, con la finitezza e l’assoluto.

Questo legame con il mondo interiore, naturale ma irrazionale, oggi risulta spesso spezzato, perduto in un hic et nunc che costringe il singolo e la collettività dentro le rigide gabbie del contingente. All’artista che coglie, dunque, lo sradicamento e l’insicurezza che accompagnano il presente e legge oltre il visibile dell’ordinaria quotidianità, spetta il compito di riannodare le trame smarrite, di individuare i flussi sopiti, le correnti sotterranee che ciascuno variamente accoglie dentro di sé.

È una riflessione che Fresu esplicita in una performance del 2009, Dowsing, quando, appropriandosi dell’antico rituale dei rabdomanti contadini, traccia una mappatura delle correnti d’acqua sotterranee rilevate all’interno di uno spazio circoscritto al perimetro espositivo, e così facendo indica quale debba essere il compito dell’arte e il ruolo dell’artista nel ristabilire la relazione della coscienza con l’inconscio, individuale e collettivo.

Non di meno, tuttavia, Fresu ritiene che la pratica artistica possa essere un’esperienza di condivisione, una dinamica di reciprocità che coinvolge e impegna allo stesso modo l’artista e il fruitore, ed è proprio da questo input che nasce, nel 2007, Offrimi il cuore.

Il primo nucleo del progetto è un’installazione performativa interattiva, dove lo spettatore non solo è invitato a partecipare, ma diventa egli stesso la condizione sine qua non per l’esistenza dell’opera. Un ampio ambiente buio, una poltrona posta al centro dello spazio e illuminata solo da un suggestivo e morbido fascio di luce, una strumentazione digitale per captare la voce del cuore e amplificarla in diretta. E i cuori. I cuori degli spettatori che accettano la proposta di Nero Project di invertire il flusso del processo creativo – dove è abitualmente l’artista a mettere in mostra il suo pensiero e il suo sentire – e di offrire il proprio cuore, la propria anima. Solo così l’opera potrà vivere, nell’oscurità di uno spazio sonoro abitato da un cuore lasciato in dono, che continuerà a battere finché un altro non verrà a sostituirlo, a prenderne il posto. E poi un altro, e un altro ancora, come nell’ordine delle cose e della vita, ma con una nuova evidente consapevolezza.

Offrimi il cuore appare da subito come un lavoro concluso ma aperto ad ulteriori sviluppi, tanto che già nello stesso anno, Fresu dà l’avvio ad una differente declinazione del progetto, invitando altri artisti a dialogare con se stessi, proponendo a musicisti, danzatori, artisti visivi e performer, di improvvisare usando come base ritmica il battito del proprio cuore, ascoltato in diretta grazie all’ausilio di un ecocardiografo ad ultrasuoni. 

Questa nuova esplorazione lunga cinque anni, compiuta tra il 2007 e il 2012, nelle strutture percettive del sé, è un incontro introflessivo con la voce invisibile della fragilità umana, un dialogo imprevedibile ma non casuale dall’effetto straniante e perturbante. Nero Project crea le condizioni più idonee per consentire agli artisti di ritrovare il proprio cuore: costruisce un involucro di ombre perché ciascuno possa vestirlo col suono cadenzato della vita, quella propria, quella materna, quella prenatale. In questo luogo non esperito ma noto, echeggia rassicurante il respiro antico dell’universo e l’artista, il musicista, il danzatore, si prepara a fare ciò che il cuore gli suggerisce: a ripercorrere esperienze primarie, a giocare, oppure a tacere, se lo desidera, libero anche di non far niente e restare solo in ascolto.

Come Dean Bowman, che non canta ma si limita ad accogliere il cuore, lasciandosi andare all’emissione di suoni lunghi e consumati, pressoché muti, percepibili solo ad un ascolto più che attento, ma tuttavia pregnanti, presenti, densi. Fiati che sembrano emergere da un tempo lontano, difficili da definire musica, difficili anche da dimenticare. O come Paolo Fresu, che dopo aver improvvisato seguendo il ritmo del cuore, scambia i ruoli dei due strumenti, il cuore e la tromba, e trasforma la nota infinita ottenuta dal suo strumento con l’utilizzo della respirazione circolare, in un suono che diventa a sua volta base sonora per il ritmico incedere dello strumento cuore.

Anche Hamid Drake si lascia cullare dal cuore e al contempo lo culla con una struggente melodia africana, disegnando fiabe sulla pelle del suo frame drum, col tocco lieve delle dita. Allo stesso modo, la matita di Alex Pinna lascia sulla carta presenze rarefatte e oniriche.

Come loro anche i percussionisti di Offrimi il Cuore privilegiano una strumentazione minimale – Pierre Favre, Ettore Fioravanti, Rudy Royston – o, addirittura, rifiutano lo strumento a favore di non-strumenti, come le cassette di cartone usate da Minino Garay, il tavolino suonato da Patrice Heral o la piccola bottiglietta di plastica sperimentata da Trilok Gurtu, come se il confronto con qualcosa di così primordiale e profondo generasse il bisogno di confrontarsi a mani nude con il proprio corpo, limitando qualsiasi mediazione strumentale o tecnica.

Lo stesso accade anche a chi usa come strumento la propria voce. Maria Pia Devito, David Linx, Gavino Murgia e Boris Savoldelli abbandonano le parole per concentrarsi su fonemi e suoni vocali semplificati, con i quali attivare un dialogo più diretto con il cuore e con sé stessi, mentre Cristina Zavalloni, recupera dal cassetto del tempo una vecchia canzone dedicata al cuore e la usa come un giocattolo d’infanzia. Accanto a queste voci umane, anche quella suggestiva e misteriosa delle Sculture sonore di Pinuccio Sciola.

Per i performer e i danzatori l’approccio al corpo appare più semplice e naturale, abituati ad un costante e consapevole contatto fisico con il proprio corpo, e Pi Keohavong, Joan Minguell e Giorgio Rossi, trattano il cuore alla stessa stregua, tentando di modificarne ritmi e tonalità. Esperimento che intriga anche Philippe Garcia che, mentre suona la batteria, cerca di imbrigliare il suo cuore nel ritmo della musica.

Ma non c’è solo la fisicità del corpo umano. La tuba di Oren Marshall e il trombone di Gianluca Petrella risaltano per la loro presenza: non ottoni ingombranti e inerti ma oggetti animati, pretesti per giocare con i suoni e con la vita. 

Nella maggior parte delle performance, particolarmente dove lo strumento vincola le modalità del dialogo con il cuore, alcuni musicisti elaborano improvvisazioni musicali che seguono e si intrecciano al ritmo cardiaco: i pianisti Uri Caine, Antonello Salis e Peter Waters, il contrabbassista Paolino Dalla Porta e il violoncellista Paolo Damiani, e con loro Mario Brunello che, pur non improvvisando, con il suo violoncello intesse il ritmo del cuore con le architetture sonore di Bach. Per altri, il battito cardiaco introduce ad una dimensione più intimista, come accade ai pianisti Bojan Z, Tigran Hamasyan, Omar Sosa e George Colligan, ai chitarristi Carlos Buschini, David Gilmore e Brad Jones e assieme ad essi, a Dhafer Youssef con il suo tradizionale oud. 

Alla novità del confronto con il cuore si aggiunge poi, per i musicisti di fiati – Max De Aloe, Enrico Rava, Tino Tracanna e Gianluigi Trovesi – la naturale imprendibilità di un cuore che muta il suo ritmo con il movimento del respiro e che costringe a continue e inaspettate variazioni nell’improvvisazione sonora.

La disponibilità degli artisti a mettersi in gioco, pur mantenendo ciascuno la propria riconoscibile e imprescindibile personalità, ha dimostrato che il cuore può essere davvero un inusuale e affascinante strumento musicale da affiancare al proprio strumento d’artista, con il quale dar vita a improvvisazioni ed esecuzioni straordinarie, partiture sonore, corporee o visive incredibili e irripetibili ma, ancor più, ha dimostrato come questo organo vitale, ben lungi dall’essere un mero muscolo elettrificato, rappresenti un varco privilegiato verso la propria sconosciuta interiorità, capace di attivare profonde e indimenticabili interlocuzioni dialettiche con la parte più intima del proprio io.

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