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domenica 17 febbraio 2013

Beppe Fenoglio primavera di timidezza

dalla Stampa Cultura
17/02/2013

Beppe Fenoglio
primavera di timidezza

Beppe Fenoglio davanti al paesaggio delle sue Langhe. Lo scrittore era nato ad Alba il 1° marzo 1922 ed è morto a Torino il 18 febbraio 1963
 
Nel cinquantenario della morte, La Stampa ripropone in due volumi
Tutti i romanzi dello scrittore: incompiuti, irrisolti, modernissimi
 
piero negri scaglione
«Le posso dire sin d’ora che il mio secondo libro sarà ancora di racconti (molto probabilmente non posseggo ancora, se mai lo possiederò, il fondo del romanziere. Non conosco ancora le 4 marce, per esprimermi con termine automobilistico)»: Beppe Fenoglio lo scrive a Elio Vittorini il 9 giugno 1953, dopo che con Einaudi, nei Gettoni, la collana sperimentale diretta proprio da Vittorini, ha pubblicato i racconti dei Ventitre giorni della città di Alba, e dopo che Vittorini stesso gli ha bocciato il primo romanzo (breve, ma pur sempre romanzo), La paga del sabato.
«Ricordo di averlo iniziato senza particolari attese, giusto contento che ci fosse qualche rimasuglio fenogliano da scoprire ancora: e invece era il libro perfetto»: l’ha scritto di recente Alessandro Baricco, e il libro perfetto a cui si riferisce è proprio La paga del sabato, quello bocciato da Vittorini, quello che aveva convinto Fenoglio di non possedere il numero di marce necessarie per affrontare il percorso accidentato e insidioso della narrazione lunga.

È strano il destino degli scrittori, creatori solitari, tendenzialmente asociali, costretti a confrontarsi con altri asociali come loro per essere riconosciuti, e pubblicati. Ed è specialmente strano il destino di Beppe Fenoglio, che morì – esattamente cinquant’anni fa – poco prima di compiere i 41 anni, che visse tutti i suoi anni ad Alba, con un posto di lavoro da impiegato e tre soli titoli pubblicati, e che non poté neppure sognare di occupare quel posto di primo piano nella letteratura italiana del XX secolo che oggi tutti sembrano riconoscergli (ancora Baricco: «Ogni tanto, quando giro per il mondo, accade che mi chiedano chi sono per me i grandi della letteratura italiana. Si aspettano di sentirsi dire Calvino, perché la cosa li rassicura. Io, per perfidia, Calvino non lo cito mai, e dico: be’, naturalmente Fenoglio»).
«Vittorini s’è sempre più deciso che nel romanzo c’è troppo cinematografo, e vuole fare solo i racconti, pensando che per il romanzo troverai di sicuro un altro editore. Io non sono del suo parere perché come sai il romanzo mi piace, ma la collana la dirige lui e pubblica solo cose che lui si sente di difendere fino in fondo», aveva scritto nel settembre 1951 Italo Calvino a Fenoglio. Non si trattava dunque di una bocciatura assoluta, semmai di un rifiuto occasionale, parziale e motivato.
Secondo Vittorini, c’era troppo cinematografo. E Fenoglio ne trasse la convinzione che gli mancasse «il fondo del romanziere», come se il suo talento, la forza dirompente della sua scrittura, fossero eccessivi, impossibili da collocare all’interno di categorie consolidate, adatti, al massimo, a racconti, novelle, raccolte di racconti e novelle. La verità è che entrambi avevano ragione: c’era troppo cinematografo in quel romanzo, troppo per il 1950, abbastanza per farcelo apprezzare oggi più di allora e per chiedersi come sia possibile che a nessun regista italiano sia venuto in mente di portare sullo schermo quella storia di reduci, di partigiani mai rassegnati al rientro nei ranghi, di giovani che erano stati apocalittici e che faranno di tutto – anche morire presto – pur di non finire integrati (proprio pochi anni prima, lui stesso si era adattato all’impiego in un’azienda vinicola, e sapeva bene di che cosa stava scrivendo). Ma era anche vero, dopo tutto, che Fenoglio non possedeva il fondo del romanziere, in senso classico, ottocentesco: per una ragione o per l’altra, i suoi romanzi raramente sono davvero tali. Quasi mai. Sono incompiuti, non finiti, irrisolti, postumi. Modernissimi.

La paga del sabato, «il libro perfetto», Fenoglio l’archiviò subito dopo il no di Vittorini. A farlo uscire con un altro editore non ci provò neppure: verrà pubblicato nel 1969, quando il suo autore era morto ormai da sei anni. La malora, invece, uscirà nel 1954, subito dopo la lettera delle «4 marce», con la singolare distinzione di ricevere la critica più dura dal proprio risvolto di copertina, scritto da Elio Vittorini in persona, in cui Fenoglio è accomunato a «questi giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile» che rischiano, «appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’Ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena». Si tratta in effetti di un romanzo (breve) che rappresenta una deviazione rispetto al percorso di Fenoglio, articolato su due strade: i racconti «del parentado», storie in genere brevi (anche molto brevi) ambientate sulle colline avite delle Langhe e i racconti di guerra. Si tratta di un esperimento che, anche e forse soprattutto a causa della parole di Vittorini, Fenoglio non tenterà mai più.
Gli altri romanzi di questi due volumi sono invece episodi di un’unica epopea, un unico romanzo cavalleresco che Fenoglio tenterà di scrivere – senza riuscirci, senza pubblicarlo, se non in parte, e senza neppure concluderlo – dalla fine della guerra alla morte. Primavera di bellezza (uscito nel 1959), L’imboscata (pubblicato da Maria Corti nel 1968 con il titolo di Frammenti di romanzo, ripubblicato e rititolato così da Dante Isella nel 1992), Una questione privata (pubblicato due mesi dopo la sua morte), Il partigiano Johnny (nato dall’assemblaggio di due diverse stesure, poi accantonate, solo parzialmente sovrapponibili, pubblicato nel 1968 da Lorenzo Mondo) e in fondo anche I penultimi, che in termine cinematografico si definirebbe prequel (è ambientato ai tempi della prima guerra mondiale ed è uscito in volume nel 1973) fanno tutti parte di quel progetto di «libro grosso», come Fenoglio stesso lo chiamava, che avrebbe dovuto seguire un ragazzo «nel fitto della guerra civile», come Fenoglio stesso scrisse a Livio Garzanti nel 1960.
Un romanzo, il primo, La paga del sabato, gli fu rifiutato da Vittorini. Un altro, La malora, gli fu pubblicato e contemporaneamente stroncato. Il grande romanzo di guerra lo mise in un cassetto lui stesso, amputandolo alle prime riserve del nuovo editore, Livio Garzanti: Primavera di bellezza non è che un pallido annuncio di ciò che sarà Il partigiano Johnny. Una questione privata, il suo capolavoro, non riuscì neppure a finirlo, e uscì pochi mesi dopo la sua morte. Ricordarlo con due volumi intitolati Tutti i romanzi è un gesto che assomiglia moltissimo a un risarcimento. Solo ora, solo dopo la morte, Fenoglio è diventato il romanziere che in vita non riuscì a essere.

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