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mercoledì 20 febbraio 2013

Lisiero: "Informazione on line? Il lettore passivo non esiste più, è nato l'utente che vuole conversare"


Lisiero: "Informazione on line? Il lettore passivo non esiste più, è nato l'utente che vuole conversare"

di Andrea Curreli
Il grande mondo di internet è sempre più una fonte di informazione anche perché i media tradizionali, soprattutto quelli cartacei, stanno rapidamente perdendo terreno. Questa crescita costante, ma molto rapida, ha imposto nuove forme di accesso all'informazione e trasformato radicalmente il tradizionale lettore "passivo" in un utente attivo in grado di essere lui stesso "fonte" di notizie. Questa nuova realtà in continua evoluzione è il tema dell'accurata analisi di Umberto Lisiero, giornalista ed esperto di dinamiche della comunicazione con i nuovi strumenti digitali. "II giornalismo on line è un argomento molto ampio e in rapida evoluzione - spiega Lisiero a Tiscali Notizie -. Quindi ho tentato di fare un po’ il punto della situazione partendo dal presupposto che oggi internet presenta scenari caratterizzati da interattività, ipertestualità e multimedialità. Ho cercato di comprendere in che modo e con quali mezzi i quotidiani on line e in generale tutto il mondo della comunicazione stiano utilizzando la Rete". Il frutto di questa analisi è contenuta nel libro News(paper) Revolution (Fausto Lupetti Editore, 2013).
Lisiero, come si è evoluta l'informazione on line?
"All’inizio internet era un canale utilizzato soprattutto dalle piccole testate. Non è un caso che l’Unione Sarda o Affari Italiani siano stati tra i primi ad andare in Rete. La filosofia era semplice: aumentare il bacino di utenti senza ingenti spese limitandosi a mettere on line i contenuti già utilizzati sul cartaceo. L’interesse iniziale era rivolto soprattutto all’incremento dell’audience e del pubblico da rivendere poi ai pubblicitari. Oggi invece assistiamo a un nuovo fenomeno che parte dall’informazione ma, attraverso dinamiche più complesse che sfruttano al massimo le caratteristiche di internet, porta a una conversazione. Questo grazie all’utilizzo massiccio dei social network".
Quali sono queste dinamiche complesse?
"Se prima e aggiungerei con una discreta ansia si seguiva la regola dell’aggiornamento in tempo reale lasciando l’approfondimento ai quotidiani cartacei, oggi siamo in una fase un po’ più matura. Internet continua a raccontare una notizia quando questa sta accadendo, ma questo non è più l’unico dogma. Grazie soprattutto ai social network. Il nuovo riferimento è quello di un’informazione che offra l’approfondimento con tutti i materiali informativi, la multimedialità, gallerie fotografiche e video, ma anche una conversazione. Diventano parte integrante di questo processo quei soggetti che prima erano semplici lettori del giornale cartaceo, poi arrivando su internet si sono trasformati in utenti e che quindi possono interagire con la notizia, con i giornalisti e con l’intero apparato della trasformazione".
Oggi l'utente può anche diventare fonte della notizia. E' così?
"Sì in un simile contesto l’utente stesso può diventare un canale informativo grazie a Instagram, Twitter e all’utilizzo di un comunissimo smartphone. Lo smartphone permette all’utente non solo di fruire di notizie ovunque e in qualsiasi momento della giornata, ma gli permette anche di inserire i propri contenuti nel mainstream tradizionale. L’utente vuole sempre più essere informato, ma non lo fa attraverso i metodi tradizionali. Per questo il mondo dell’editoria è in crisi. Dal punto di vista strettamente giornalistico questa è la grande novità".
Parliamo della sostenibilità del business dell'informazione on line.
"Anche in questo caso la situazione è radicalmente mutata rispetto alle origini. All’inizio ci sono state delle partnership con delle telco come Tiscali o Libero. Tiscali nasce infatti come operatore telefonico che offre tutta una serie di servizi come la connessione gratuita o l’ e mail, ma che parallelamente propone una redazione vera e propria. Quindi una partnership basata sull’integrazione di servizio e informazione. Oggi però non è così chiaro il modello di business".
Che cosa intende?
"L’utente si è abituato a cercare materiale informativo e a fruirne in maniera gratuita. La pubblicità su internet è in crescita costante ed è in doppia cifra ma, dati i costi elevati delle redazionali del giornalismo classico, non riesce a coprire le spese. La carta e la distribuzione della carta tendono ad aumentare i costi per cui si sta cercando una modalità che permetta un buon compromesso tra l’informazione su internet che costa meno ma non può essere a costo zero perché la professionalità va sempre pagata e degli spazi che gli editori devono offrire agli inserzionisti".
Qual è questo “buon compromesso”?
"Ci sono tanti modelli. Negli Stati Uniti ad esempio si sta portando avanti il modello paywall, che è una sorta di abbonamento mensile che consente agli utenti di leggere un tot di articoli al mese gratuitamente. Sotto questa quota non pagano, successivamente devono sottoscrivere un abbonamento".
Questo sistema arriverà anche in Italia sui siti dei grandi quotidiani come La Repubblica o il Corriere della Sera?
"C’è chi sostiene che sarà così, ma per ora non ci sono riscontri. Posso citare però come esempio quello che è accaduto in Gran Bretagna, dato che il sistema dei media britannico è per certi versi simile al nostro. Un editore ha detto di poter dare l’informazione solo gratuitamente perché c’è un colosso come la BBC che fa ottima informazione e la fornisce gratis. Quindi provocatoriamente ha proposto che per ogni abbonamento con una telco, l’operatore telefonico paghi una tassa. Questi soldi andrebbero raccolti in un fondo e poi divisi a seconda degli accessi di ogni singola testata. Ovviamente siamo davanti a una provocazione e in tanti la considerano una strada non percorribile, ma questo testimonia che siamo in una fase di test per ciò che riguarda il modello di business".
Quindi?
"Sino a oggi si è andati avanti con l’accesso all’informazione gratuito, ma questa strada non sembra più percorribile data la diminuzione parallela dei cartacei. Ribadisco che bisogna cercare un compromesso. Il modello paywall per ora negli Usa sta funzionando, anche alcuni blog americani molto popolari stanno chiedendo all’utente la sottoscrizione dell’abbonamento. Un esempio? Il numero di abbonati al New York Times è in continua crescita nonostante abbia deciso di abbassare la soglia da 20 a 10 articoli gratuiti. Questo perché a fronte di un’offerta enorme di informazione gratuita viene riconosciuta l’autorevolezza del NYT e si accetta l’idea di pagare per avere un prodotto di qualità. La permanenza di spazi di gratuità totale non impedirà ad altre realtà, più autorevoli e al tempo stesso più avanti nelle conoscenze dei meccanismi di internet, di crescere con la formula a pagamento. Aggiungo che questo potrebbe avvenire con un micro pagamento".
Torniamo al panorama italiano dove convivono realtà editoriali tradizionali che hanno occupato uno spazio in Rete e realtà giornalistiche nate sul Web.
"Un raffronto tra le due realtà è possibile. Prendiamo ad esempio il caso di Affari Italiani e Libero. E’ vero che gli utenti che utilizzano la e mail di Libero possono accedere alle notizie, ma è anche vero che il giornale on line diretto da Angelo Perrino e la sua redazione siano sempre più indipendenti dall’operatore telefonico. Ovviamente gli investimenti e le redazioni che possono mettere in campo i grandi quotidiani non sono paragonabili a quelli delle realtà nate on line anche perché queste non possono contare sulle copie cartacee. Non perdiamo di vista però l’utente che oggi, data l’enorme offerta, cerca in un sito un filtro che elimini quelli che potremmo definire rumori di fondo. Per lui poco importa che questo sito sia nato on line o abbia un riferimento anche off line".
Bisogna dare più peso ai numeri oppure al prodotto di qualità?
"La professionalità è un elemento determinante. I dati di traffico in realtà hanno una valenza più per gli investitori che per i giornalisti. Anche perché abbiamo dei dati forniti da Audiweb e dei dati di Audipress per l’on line, ma spesso non coincidono. A questi vanno aggiunte le società che certificano gli accessi dei siti. Ma più intermediari ci sono più si genera confusione. Andrebbe creato un sistema di valutazione unico. Questo dimostra anche che l’evoluzione del giornalismo on line non è stata seguita da un modello di business del giornalismo. Un esempio? Ancora oggi tanti editori on line sono convinti che il banner sia la maggiore fonte di reddito di un sito. In realtà il banner è solo una delle possibilità, pensiamo ad esempio all’online video advertising. Sempre più, inoltre, sarà importante la raccolta dei dati per profilare al meglio i lettori e fornire agli inserzionisti precisi cluster di utenti".

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