La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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mercoledì 3 dicembre 2014

Un palloncino da monumento

da il manifesto
CULTURA

Un palloncino da monumento

Mostre. Al Pompidou di Parigi la retrospettiva di Jeff Koons, artista fra i più cari al mondo, che fa il verso alla società dei consumi e ai supermercati

«Hulk Organ», 2004-2012
­A leg­gere i testi stam­pati sui muri che accom­pa­gnano il per­corso della retro­spet­tiva che il Cen­tre Pom­pi­dou dedica a Jeff Koons (fino al 27 aprile 2015) ci si con­vince di essere di fronte a uno dei grandi arti­sti con­tem­po­ra­nei. Il cura­tore, Ber­nard Bli­stène, diret­tore del Musée Natio­nal d’Art Moderne, che ha rea­liz­zato la mostra in col­la­bo­ra­zione con il Whit­ney Museum, spiega l’intero cor­pus delle sue opere come fosse uno spec­chio della società dei con­sumi: la sua buli­mia, l’ossessione della tec­ni­cità e della per­fe­zione del pro­dotto, il posto pre­pon­de­rante che ha assunto l’entertainment, per­sino le banali fan­ta­sie ses­suali pre­sen­tate nella sola sala chiusa del per­corso (vie­tata ai minori).
La ras­se­gna è una pas­seg­giata cro­no­lo­gica in un grande spa­zio aperto, che ricorda quello di un super­mer­cato. Koons parla di noi e del mondo in cui ci tro­viamo a vivere. Le icone del nostro tempo, da Michael Jack­son a Popeye, i gio­cat­toli ingi­gan­titi — come il famo­sis­simo Bal­loon Dog — sono gon­fiati, vuoti, pieni d’aria, espli­ci­tano solo la super­fi­cie per­fetta, rea­liz­zata con tec­ni­che pre­cise (e caris­sime). Gli oggetti banali che, nella realtà del super­mer­cato, sono di pla­stica, qui ven­gono tra­sfi­gu­rati in manu­fatti pre­ziosi, rea­liz­zati con mate­riali lus­suosi e sofi­sti­cate tec­ni­che di inge­gne­ria. Koons dà l’impressione di ade­rire al modello che pro­pone, «tutto ciò che vi inte­ressa è lì, è dispo­ni­bile». Lo fa al deu­xième degré? È iro­nica la sua rap­pre­sen­ta­zione? «C’è una forma di otti­mi­smo nella mia opera – ha affer­mato – Desi­dero comu­ni­care sen­sa­zioni al pub­blico, voglio che senta che amo la vita, che amo pren­dere parte al mondo». Riven­dica il fatto di rea­liz­zare opere che esal­tano il gusto della classe media ame­ri­cana, si pre­senta addi­rit­tura come il suo por­ta­voce. Ma, aggiunge, par­lando della per­fe­zione delle rea­liz­za­zioni e della monu­men­ta­lità che assu­mono degli oggetti banali della società dei con­sumi: «Forse c’è l’idea di soprav­vi­venza, ho tra­sfor­mato un oggetto senza qua­lità ed effi­mero – un sem­plice pal­lon­cino – in un’opera monu­men­tale che ha il potere di soprav­vi­vere».
Il pro­blema è che le opere hanno perso – o nascon­dono accu­ra­ta­mente – ogni dimen­sione sov­ver­siva o almeno cri­tica, carat­te­ri­stica delle cor­renti a cui Koons fa rife­ri­mento dal punto di vista arti­stico (Duchamp, Pop Art, Mini­ma­li­smo, Dada, Sur­rea­li­smo, Flu­xus, ma anche Manet o Cour­bet). L’artista inter­roga la società solo dalla pro­spet­tiva dei tem­pli del con­sumo, dell’immagine liscia che vuole dare di sé. Non c’è nes­sun rife­ri­mento al rove­scio della meda­glia.
L’adesione al modello domi­nante ha un suo riscon­tro con­creto nella que­stione dei prezzi delle opere: Koons è l’artista vivente più caro al mondo. È que­sto aspetto che ha inve­stito soprat­tutto l’inaugurazione della retro­spet­tiva al Beau­bourg, la prima rea­liz­zata in Europa. Le pole­mi­che sol­le­vate ai tempi del suo inter­vento a Ver­sail­les, nel 2008, sono ormai acqua passata.
Koons, che è stato tra­der a Wall Street (ma solo per pagarsi il costo della rea­liz­za­zione delle opere, assi­cura), è diven­tato l’emblema del mer­cato dell’arte: il record l’ha rag­giunto con la ven­dita da Christie’s a New York nel 2013 di uno dei cin­que esem­plari di Bal­loon Dog per 58,4 milioni di dol­lari (da Christie’s, del resto, era ini­ziata l’ascesa dei suoi prezzi, con il grande Pink Party, la festa pac­chiana nel 2001 con mil­le­quat­tro­cento invi­tati, in onore della Pan­tera rosa — nel 2011 è stata com­prata a 16,8 milioni di dol­lari). I prezzi delle opere di Koons sono saliti negli anni in modo espo­nen­ziale, met­tendo in luce il mec­ca­ni­smo di costru­zione del valore, tra gal­le­rie, case d’asta, fon­da­zioni e musei.
La retro­spet­tiva del Pom­pi­dou pre­senta la pro­du­zione di Jeff Koons degli ultimi tren­ta­cin­que anni. Il per­corso ini­zia con gli Infla­ta­bles, la prima serie dell’artista, del 1979, che si com­pone di gio­cat­toli o oggetti di deco­ra­zione gon­fia­bili, col­lo­cati su spec­chi o Ple­xi­glas: fiori e coni­gli del super­mer­cato diven­tano scul­ture e nature morte. Pre-New The New pre­senta pic­coli elet­tro­do­me­stici sim­bolo della società dei con­sumi Usa, in par­ti­co­lare degli aspi­ra­pol­veri (in inglese vacuum clea­ner, rife­ri­mento al «vuoto»), illu­mi­nati da neon come in vetrine com­mer­ciali.
Con Equi­li­brium, Koons affronta la que­stione della mito­lo­gia dello sport nella cul­tura Usa: ripro­du­zioni in bronzo di diversi arti­coli spor­tivi e i Tanks, gli acquari che con­ten­gono pal­loni da basket, che sfi­dano le leggi della fisica (si è rivolto al pre­mio Nobel Richard P. Feyn­man per rea­liz­zarli). Luxury and Degra­da­tion (1986), è una serie di pit­ture che ripro­du­cono pub­bli­cità di alco­lici (con la rifles­sione che più la bevanda è cara e si rivolge ai ric­chi, più la pub­bli­cità è astratta). Poi Sta­tuary, con ripro­du­zioni di scul­ture, dal busto di Luigi XIV al coni­glio gon­fia­bile, Bana­lity, con opere in legno o por­cel­lana, Cele­bra­tion con scul­ture monu­men­tali che hanno richie­sto, ognuna, anni di lavoro. Seguono esempi delle serie Easy­fun, Anti­quity e i due cicli dedi­cati agli eroi della cul­tura popo­lare, Popeye Hulk Elvis.
La mostra fini­sce con gli ultimi lavori, Gazing Ball, repli­che di capo­la­vori anti­chi, bian­chis­simi, a cui è stato aggiunto un pal­lon­cino blu, ele­mento di deco­ra­zione esterna tipico degli Usa. Nella sala sepa­rata, c’è Made in Hea­ven, quel ciclo hard (ma sem­pre liscio e kitsch) rea­liz­zato con Cic­cio­lina, la porno star che Koons ha spo­sato nel ’91. Ora Koons, ricon­vo­lato a nozze, si pre­senta come un per­fetto padre di fami­glia, con sei figli.


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