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lunedì 7 luglio 2014

DIO E L’ODIO. LE COLPE DELLA CHIESA NEL GENOCIDIO IN RWANDA

DA MICROMEGA

DIO E L’ODIO. LE COLPE DELLA CHIESA NEL GENOCIDIO IN RWANDA


“Mai come in Rwanda la Chiesa ha fatto scempio dei suoi princìpi fondamentali”. A vent'anni di distanza dai massacri e dalle violenze che in cento giorni hanno provocato quasi un milione di morti, un saggio di Vania Lucia Gaito fa luce sulle responsabilità della Chiesa cattolica nel genocidio ruandese. Pubblichiamo la recensione e le pagine iniziali del libro.

LE ORIGINI DEL MALE

recensione di Giampaolo Petrucci

Diffidare dalle definizioni e dalle categorie rigide è d’obbligo, soprattutto quando si parla d’Africa e dei pluriennali conflitti sparsi un po’ su tutto il continente. Emblematico l’esempio del concetto di “guerra etnica”, utilizzato – tanto sul piano istituzionale (locale e internazionale) quanto su quello economico dei grandi colossi multinazionali – per una narrazione spesso molto distante dalla cruda realtà, fatta principalmente di spregevoli interessi economici e geostrategici.

È il caso del Rwanda, piccolo fazzoletto di terra africana che nel 1994 ha consegnato all’immaginario collettivo planetario uno dei più abominevoli punti di non ritorno raggiunti dall’umanità. Un orrore inimmaginabile e inenarrabile, durato un centinaio di giorni tra aprile e luglio, di cui si è appena celebrato il ventesimo anniversario.

Venti anni attraverso i quali il paese ha faticosamente ricominciato a camminare – nonostante la paura e il sospetto ancora impressi negli occhi di molti ruandesi – ma che non sono stati sufficienti a disvelare, una volta per tutte, implicazioni e responsabilità. Principalmente quelle della Chiesa cattolica, radicate nella storia coloniale e missionaria dell’ultimo secolo, che sono l’oggetto dell’ultima fatica di Vania Lucia Gaito, giornalista e psicologa già autrice del saggio sui preti pedofili "Viaggio nel silenzio" (Chiarelettere, 2008).

Nel libro di recentissima pubblicazione "Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica" (L’asino d’Oro Edizioni, 2014, euro 12,00) l’autrice ripercorre approfonditamente le trasformazioni sociali e culturali del secolo precedente al genocidio, rintracciando in esse i prodromi dei cento giorni, per «comprendere i meccanismi che avevano portato a quella cieca volontà di distruzione», individuabili nel connubio tra potere, fede e fanatismo. «Mai come in Rwanda – chiarisce l’autrice nella premessa – la Chiesa cattolica ha fatto scempio della sua stessa dottrina, dei suoi princìpi fondamentali, del suo primo comandamento: ama il prossimo tuo».

Ed è forse proprio questo il nodo più difficile da comprendere per chi ha sempre sentito parlare, ieri come oggi, di un conflitto “etnico” in Rwanda: chi accese la fiamma dell’odio, sottolinea Gaito, «non era un hutu, non era un tutsi, non era ruandese. Era bianco». E, si potrebbe aggiungere, europeo, imperialista, imbevuto delle ottocentesche teorie razziste, cattolico. Quando i tedeschi arrivarono a fine Ottocento nel “paese delle mille colline”, racconta l’autrice nella prima parte del libro dedicata alla ricostruzione storica, il concetto di razza era estraneo alla popolazione ruandese. «Lo esportammo così come oggi pretendiamo di esportare il concetto di democrazia. In nome di una presunta missione civilizzatrice, i colonizzatori europei portarono in Africa i propri preconcetti e li imposero a un intero popolo».

Con la fine della Prima Guerra Mondiale e la Conferenza di Parigi (Trattato di Versailles, 28 giugno 1919), la Germania lasciava il posto al Belgio sul ponte di comando del piccolo paese africano. La Chiesa locale, guidata dal vicario apostolico mons. Léon-Paul Classe e assecondata dall’amministrazione belga, avviò un processo di “conversione” della società locale, ottenendo per il cattolicesimo lo status di religione di Stato, stringendo alleanze con la leadership aristocratica tutsi e diffondendo – grazie alle pubblicazioni dei missionari e alla fitta rete di scuole, ospedali e parrocchie con cui i missionari si garantivano il pieno controllo sociale – una nuova dottrina razziale per la quale i tutsi (alti, ricchi e più chiari), rappresentavano l’etnia “superiore” su cui Chiesa e coloni avrebbero investito per il futuro del Rwanda.


Quando poi i tutsi alzarono la testa contro i coloni belgi, il corso della storia del piccolo paese africano prese una direzione opposta, proprio perché il potere acquisito dalla Chiesa cattolica, braccio “cultural-spirituale” dell’occupante, cominciò a vacillare. Per continuare a garantirsi una base strategica nel cuore dell’Africa, da fine anni Cinquanta i missionari ribaltarono strategia, presero a denunciare la discriminazione degli hutu, a rivendicarne l’emancipazione e la parità di trattamento, radicalizzando ancor più l’etnicizzazione di un conflitto sociale che nasceva su ragioni di diseguaglianza economica.

Protagonista di questo voltafaccia, mons. André Perraudin, padre bianco svizzero, consapevole, scrive Gaito, «che occorreva rovesciare la monarchia, stabilire alleanze con chi, grato dell’appoggio ricevuto, avrebbe continuato a lasciare il potere, le scuole e gli ospedali nelle mani della Chiesa». E così, nel 1959, nacque il Partito nazionale ruandese, sostenuto dalla monarchia tutsi, che rivendicava l’indipendenza del Rwanda, una riforma agraria e amministrativa e la laicizzazione dell’istruzione.

Per tutta risposta fu fondato il Parmehutu (Partito per l’emancipazione degli hutu) – guidato dal segretario di Perraudin e ispirato al Manifesto degli hutu scritto praticamente sotto dettatura del monsignore – che si caratterizzò da subito come partito aggressivo e profondamente razzista. Seguirono due anni di massacri noti come “piccolo genocidio”, una riscossa sociale degli hutu (con 300mila tutsi uccisi e molti sfollati nei paesi limitrofi, tra cui l’attuale presidente Paul Kagame) per la quale i Padri Bianchi esultavano e gli autori della strage riservavano ai missionari grande riconoscenza.

Nel 1961 cadde la monarchia e l’ex segretario del vescovo, Grégoire Kayibanda, guidò la neonata Repubblica fino al 1973, quando un colpo di Stato militare portò al potere il cugino Juvénal Habyarimana, amico della famiglia reale belga, fervente cattolico, che poteva vantare il sostegno di larga parte d’Europa, anche della Francia, che cominciava ad allungare le mani sul Rwanda. Seguì un periodo di soppressione delle libertà fondamentali e il conflitto etnico divenne feroce.

Nel 1987 i profughi ruandesi scappati dal “piccolo genocidio” in Uganda fondarono il Fronte patriottico ruandese, con l’obiettivo di rovesciare la dittatura e rientrare in patria, che dette vita ad anni di guerra e di violenze sulle popolazioni hutu. L’odio razziale raggiungeva in quegli anni un punto di non ritorno, e invano furono siglati gli Accordi di Arusha del 1993 con cui doveva nascere un governo di transizione a guida hutu-tutsi. Il governò importò dalla Cina un’ingente quantità di machete che distribuì tra la popolazione. Invano tentarono anche i governi occidentali e le istituzioni internazionali di opporsi alla deriva, chiedendo l’applicazione dei trattati. Poi arrivò l’esplosione dell’aereo presidenziale a sancire che ormai era troppo tardi. Dell’attentato furono incolpati i miliziani del Fronte patriottico. L’intreccio tra odio e panico nella popolazione fece il resto. Furono compilate liste di proscrizione e i cento giorni di massacro ebbero inizio, in strada, nelle scuole, negli ospedali, nelle chiese. Lasciando sulla strada quasi un milione di persone trucidate, principalmente tutsi ma anche hutu “moderati”.

La seconda parte del libro traccia il profilo di alcuni protagonisti ecclesiastici di quella vicenda. Una galleria degli orrori tale da far rabbrividire anche il più fantasioso regista di film horror. Ritratti di “uomini di Dio” riemersi, anche recentemente in occasione del ventennale, nell’ambito di interpretazioni del genocidio “non allineate” alle gerarchie cattoliche, ancora colpevolmente lontane dall’ammettere le proprie implicazioni e proclamare il doveroso mea culpa (tra le italiane, quella dell’Espressoe di Adista).

Si tratta di preti e suore, amministratori di ospedali e istituzioni pubbliche, che hanno partecipato attivamente e con dedizione alla grande strage e che, una volta concluso il genocidio con la presa del potere da parte del Fronte, sono fuggiti in Europa per evitare la giustizia dei tribunali e vivono ora in parrocchie, impiegati nella catechesi dei bambini e in altre attività sociali, sotto la copertura di diocesi e Vaticano.

Tra gli altri, padre Athanase Seromba, a lungo ospite della diocesi di Firenze, accusato di aver accolto duemila tutsi in cerca di protezione, di averli chiusi nella parrocchia e di aver chiamato i soldati che hanno poi abbattuto la chiesa e giustiziato i sopravvissuti al crollo. E padre Emmanuel Uwayezu (protetto dalla diocesi di Firenze e da quella di Empoli), direttore di un collegio ruandese, accusato di aver abbandonato i suoi studenti nelle mani delle milizie hutu. E p. Emmanuel Rukundo, ex cappellano militare, accusato di aver consegnato ai miliziani i tutsi ospitati nel suo seminario. Oppure il padre bianco Guy Theunis, direttore di uno dei principali organi di informazione che, già prima del genocidio, avevano lanciato una campagna di incitazione all’odio etnico. E ancora, per passare al “ramo femminile”, suor Gertrude Mukangango e la consorella Julienne Kizito (soprannominata “l’animale”), complici attive dei massacri; e suor Theophister Mukakibibi, condannata, tra l’altro, per aver gettato un bambino vivo in una latrina.

Quello che c’è dopo – il cammino di un popolo che tenta timidamente di fare i conti con il proprio passato e guardare con speranza verso il futuro – è narrato dall’autrice con dovizia di particolari, attraverso interviste, testimonianze, citazioni di articoli di giornale. Il quadro, sul piano dell’assunzione di responsabilità della Chiesa cattolica, a molti anni dalla fine del genocidio, è tutt’altro che incoraggiante: ad ogni livello della scala gerarchica, la Chiesa continua a respingere al mittente le accuse di complicità e a ritenere missionari e vescovi di allora “uomini santi” votati esclusivamente all’edificazione del Regno di Dio. E, nella migliore delle ipotesi, a ignorare e denigrare l’importante operato di quanti, come Vania Lucia Gaito con quest’imprescindibile volume, lavorano incessantemente e faticosamente per portare alla luce una verità scomoda, oscurata dalla Chiesa e troppo spesso glissata anche nelle narrazioni dei grandi media mainstream.
DIO E L'ODIO

di Vania Lucia Gaito, tratto da "Il genocidio del Rwanda – Il ruolo della Chiesa cattolica", L’asino d’Oro Edizioni


Premessa
La prima volta che parlai del Rwanda, di cosa era accaduto in Rwanda, fu una sera d’inverno del 2008, a Trento. Ero stata invitata a tenere un convegno sulla genesi della pedofilia e della pederastia nella Chiesa cattolica.
Mi avevano detto che ci sarebbe stato freddo, invece trovai una temperatura mite, quasi primaverile. Forse fu per quello che la sala messa a disposizione degli organizzatori dalla Regione si riempì in fretta. A un certo punto, accennai alle responsabilità della Chiesa anche in altre situazioni vergognose, non solo nelle migliaia di vicende di abusi sessuali sui bambini. Parlai dei danni procurati dalle cosiddette missioni caritatevoli. Presi ad esempio il Rwanda, sottolineando il ruolo che avevano giocato la Chiesa e i missionari nella genesi delle teorie razziali, nei genocidi. Mi guardarono sorpresi. Genocidi? Al plurale? Perché al plurale?

Così raccontai. Raccontai quello che non sapevano. Vicende, meccanismi, motivazioni. Guardavo le facce e leggevo stupore, annichilimento e come una sorta di affascinato raccapriccio. Io raccontavo e loro ascoltavano, dritti, tesi sulle sedute delle poltroncine imbottite che improvvisamente diventavano scomode. E il tempo gocciolava via. Ogni tanto mi fermavo, chiedevo se fossero stanchi. Scuotevano le teste e basta, solo gli occhi chiedevano di andare avanti. Gli altri relatori ascoltavano con lo stesso interesse, muti, dimentichi del tempo che stavo rubando ai loro interventi. Alle undici salì un usciere, fece cenno a uno degli organizzatori: si stava facendo tardi. Provai a chiudere. Mi sommersero di domande.
Alle undici e mezzo fece capolino di nuovo l’usciere. Con la faccia seccata, questa volta. Era stanco e voleva andare a casa. Si fermò sulla soglia, come a ricordarci con la sua presenza che era ora di andare via. Dopo un poco fece due passi nella sala, e dopo un poco ancora si sedette. Dimenticando l’ora.
A mezzanotte ne salì un altro, più determinato. E praticamente ci sgomberò. Restarono tante cose non dette, tante domande a cui non avevo avuto il tempo di rispondere. Un discorso lasciato in sospeso e quella voglia di capire, di conoscere. Non erano tanto gli agghiaccianti dettagli di stupri, omicidi a colpi di machete e stermini a interessarli. Era il perché, era il comprendere i meccanismi che avevano portato a quella cieca volontà di distruzione. Perché certi meccanismi, che coniugano il potere con il fanatismo, sono sempre gli stessi, uguali in qualunque parte del mondo, soprattutto quando il potere si rende forte con la fede, che sia cattolica o musulmana, ebraica o buddista. Era il meccanismo di quel trinomio che erano interessati a capire, potere-fede-fanatismo.
La strumentalizzazione della fede, di qualsiasi fede, per ottenere e mantenere il potere. La strumentalizzazione della fede, di qualsiasi fede, per istigare un uomo contro un altro uomo ad annientarlo, massacrarlo a colpi di machete e mazze chiodate. Ecco, quella strumentalizzazione è la stessa ovunque.
È in nome di una ricompensa promessa dalla fede divenuta fanatismo cieco che un musulmano si imbottisce di esplosivo e si fa saltare in aria come un pacco di stracci su un autobus, in una scuola, in un centro commerciale.
È in nome di quella fede che i palestinesi di Gaza vengono bombardati da Israele con il fosforo bianco che li cuoce vivi, corrode le carni, fa morire in un’agonia straziante e fa desiderare che la morte arrivi presto, presto, con il suo pietoso sudario d’oblio.
È in nome di quella fede che si aizzano uomini contro altri uomini, li si spinge a ucciderli tutti, uomini, donne, bambini, perché di quella razza bisogna distruggere perfino le radici.

Perché proprio il Rwanda, quindi? Altri genocidi, fin troppo vicini, fin troppo benedetti dalla Chiesa, ce n’erano. La ex Jugoslavia, alle porte di casa nostra, ricordi di tempi non lontani. Il genocidio del Kosovo, portato avanti dai militari serbi, figlio delle politiche razziali di Pavelic´e del regime ustaša appoggiati dal cardinale Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II. Un regime che usava continuamente termini come Dio, religione, papa, Chiesa, per attuare i suoi stermini. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustaša. Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic´. I cappellani ustaša giuravano obbedienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale e una pistola. I gesuiti, ma più ancora i francescani, comandavano bande armate e organizzavano massacri. Affermavano che non era «più peccato uccidere un bambino di 7 anni, se questo infrange la legge degli ustaša».
O anche la dittatura militare in Argentina, con l’allora nunzio apostolico, amico intimo di Emilio Massera, Pio Laghi, denunciato dalle Madres di Plaza de Mayo al governo italiano perché «collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta a occultare, tanto verso l’interno quanto verso l’esterno del paese, l’orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».
E ancora, la dittatura spagnola del generalissimo Franco, che rovesciò la repubblica spagnola armato di fucili e crocifisso. Il sodalizio con la Chiesa, già durante la guerra civile, aveva portato il vescovo di Salamanca, Enrique Pla y Daniel, a scrivere in una lettera pastorale che lo scontro cruento fra i cittadini spagnoli «riveste sì l’aspetto esteriore di una guerra civile, ma è in realtà una crociata» e ancor più «una crociata per la religione, per la patria e per la civiltà».

Perché dunque proprio il Rwanda?
Perché in Rwanda quei meccanismi, quelle commistioni, quelle manipolazioni della fede, quella brama di potere erano particolarmente ‘nudi’, evidenti a chiunque volesse dare un’occhiata più da vicino, soffiando via la polvere.
Perché quello del Rwanda sarebbe dovuto essere l’ultimo genocidio, quello che fa dire a un uomo, a ogni uomo: mai più.
Perché in Rwanda non c’erano sovrastrutture ideologiche e culturali a coprire l’infamia.
Perché in Rwanda non si è consumata una lotta tribale, come tentarono di farci credere.
Perché il Rwanda può essere la Grecia, la Spagna, l’Italia. Sì, l’Italia.
Perché il potere usa sempre Dio e l’odio, in una combinazione letale.
Perché mai come in Rwanda la Chiesa cattolica ha fatto scempio della sua stessa dottrina, dei suoi princìpi fondamentali, del suo primo comandamento: ama il prossimo tuo...

1. Un regno camitico nel cuore dell'Africa

Quando arrivò l’uomo bianco, noi possedevamo la terra ed egli portava la Bibbia. Ci ha insegnato a pregare e ci ha detto: «Chiudete gli occhi e pregate». Quando abbiamo aperto gli occhi, noi portavamo la Bibbia e lui possedeva la terra.
Mwalimu Julius Nyerere,
padre dell’indipendenza della Tanzania 

«Erano le 17 e 43 minuti del 6 aprile 1994. Fino a quel momento, era stato un mercoledì come gli altri a Kigali. All’Hôtel des Milles Collines, rendez-vous della crema cittadina, i cooperanti belgi e canadesi si affollavano attorno alla piscina vociando con i loro orrendi accenti mentre ingurgitavano birra Primus o Mateus Rosé. Benché non fossero ancora le sei del pomeriggio, per la maggior parte erano già brilli e in fregola.
«In tutto il tempo che ho passato da quelle parti, non sono mai riuscito a capire che cosa facessero i cooperanti, salvo mangiare i soldi della Banca mondiale e dare la caccia alle puttane. I soldi non mancavano mai, le puttane nemmeno. Erano ancora più numerose dei cooperanti. Anche la barmaid era una puttana, benché avesse soltanto 17 anni. Lo so perché la conoscevo, si chiamava Mado. In circostanze normali, le tutsi sono le donne più fiere del mondo, ma in certe circostanze anche le donne più fiere diventano puttane. Tutti sanno quello che è successo in Italia e in Francia all’arrivo degli americani durante l’ultima guerra. Perfino le Figlie di Maria si vendevano per una tavoletta di cioccolata. Almeno, quelle del Milles Collines costavano più care.
«Pur essendo le donne più fiere del mondo, in quelle circostanze erano puttane, perché quelle circostanze non erano normali. E non erano normali perché le donne in questione erano tutsi mentre l’etnia dominante era hutu. In Rwanda gli hutu avevano tutti i diritti, i tutsi nessuno. E sui passaporti c’era scritto tutsi oppure hutu».
Lui si chiama in un altro modo, ma i ruandesi lo chiamano Dragor. È italiano ma il Rwanda lo conosce bene: gli ha dato molto e gli ha preso altrettanto. Forse più di quanto gli abbia dato. E, sebbene adesso viva a Nizza l’Africa gli è rimasta dentro, incancellabile. Di quell’Africa, di quel Rwanda, di quella tragedia, ogni tanto parla. Per non dimenticare.

«Mado stava piangendo perché un grosso commerciante hutu, appena tornato da Parigi, le aveva ordinato un Pernod e lei aveva risposto che il bar era sprovvisto di quel liquore. ‘Sei una selvaggia’ aveva sbraitato l’hutu in francese per far capire a tutti che era appena tornato da Parigi, cercando goffamente d’imitare l’accento parigino. ‘Una contadina’ aveva aggiunto alzando ancora di più la voce: in Rwanda paysanne, contadina, è un insulto. ‘Come fai a non avere il Pernod? Non sei... non sei...’. Una pausa in cerca della parola giusta, poi scandì le sillabe come fanno gli africani ignoranti quando pronunciano una parola difficile: ‘Ci-vi-li-sée’.
«Ci-vi-li-sée. Non scorderò mai quella parola e quella pronuncia. Ci-vi-li-sée. Perché in quel momento, da lontano, venne un rumore che fece tremare leggermente i bicchieri e le bottiglie sui tavoli. Un rombo di tuono, un colpo di fucile. Si sarebbe potuto scambiare per l’uno o per l’altro. Invece era il rumore di un aereo che si disintegrava in una palla di fuoco. L’aereo del presidente dittatore del Rwanda, Juvénal Habyarimana. E quel rumore segnò il confine. Da quel momento il Rwanda non sarebbe più stato lo stesso».

1.1. La colonizzazione 

Geograficamente, il Rwanda è poco più grande della Sicilia. Un pugno di terra stretto tra i confini dei colossi centroafricani: la Tanzania, il Congo, l’Uganda. Ma non assomiglia alla Sicilia, assomiglia alla Svizzera: colline verdi, terrazzate fino in cima per permettere le coltivazioni, e un clima eccezionalmente mite e secco dove l’inverno non esiste. Lo chiamano «il paese delle mille colline». A guardarlo dall’aereo il verde invade gli occhi, mangia ogni ritaglio di terra.
A Kigali non sembra neppure che vi sia stata la guerra. Manciate di case basse sparpagliate per le colline, la terra rossa disegna lunghi serpenti tra il verde brillante. All’arrivo in aeroporto, tutti i sacchetti di plastica vengono sequestrati. Fa parte del programma per l’ambiente: i sacchetti di plastica sono inquinanti, e quindi proibiti. Formano grandi montagne in un angolo. Che cosa ne facciano, poi, come se ne liberino, non si sa.

I bianchi sono m’zungu, stranieri. E i loro pregiudizi su di noi sono tanti quanti sono i nostri su di loro. Essere m’zungu, in Rwanda, significa essere oggetto di richieste continue: bambini che si attaccano ai vestiti, alle gambe, tendono le mani in un perpetuo chiedere. Vogliono qualche spicciolo, qualche dolce. Ma non solo i bambini. Per i ruandesi, per gli africani, un m’zungu significa denaro, opportunità, tecnologia, ricchezza. Non immaginano neppure che anche tra i bianchi c’è la miseria, la più grande delle disgrazie. Non immaginano quante persone, proprio nella terra che credono ricca e felice, facciano la fila alle mense dei poveri per un pasto caldo, per un letto.

Qui è considerato maleducato scattare foto alle persone senza aver chiesto prima il permesso. Ed è considerato maleducato chiedere a quale etnia appartengano. Nella nuova Costituzione ruandese si legge che lo Stato si impegna a «combattere l’ideologia del genocidio e tutte le sue manifestazioni, sradicare divisioni etniche, religiose o di altro tipo e promuovere l’unità». E dopo quello che è accaduto qui, parlare di etnia, di hutu, di tutsi, significa farsi guardare con sospetto. Non solo dalle istituzioni, ma anche dalla gente. Hanno paura. E nei loro occhi c’è sempre una domanda non espressa, una richiesta che non sa tradursi in parole: tu da che parte stai, tu a chi credi? Perché anche qui la verità è fatta di tante verità differenti e a cercarne una sola, a volerne trovare una sola, si finisce con il dimenticare da quanto lontano venga la fiamma dell’odio e chi la accese. E invece non bisogna dimenticarlo. Perché chi accese quella fiamma non era un hutu, non era un tutsi, non era ruandese. Era bianco. Era m’zungu.

A portare in Rwanda il concetto di razza furono i bianchi, i colonizzatori. Lo esportammo così come oggi pretendiamo di esportare il concetto di democrazia. In nome di una presunta missione civilizzatrice, i colonizzatori europei portarono in Africa i propri preconcetti e li imposero a un intero popolo. Un popolo che condivideva la stessa lingua e lo stesso dio, Imana, l’essere supremo, il creatore, il dispensatore di tutti i benefici. Un popolo che aveva una storia, prima che gli imponessimo la nostra. Una storia fatta di secoli di convivenza. Una storia che non comprendeva il concetto di razza, quanto semmai quello di casta. Una storia che i ruandesi non avevano scritto mai: si erano affidati ai miti, alle leggende, ai racconti passati di bocca in bocca. È sempre facile sostituire la storia scritta alla storia raccontata. Le parole sembrano più vere quando si condensano in gocce d’inchiostro sulla carta.
E la storia del Rwanda scritta dai colonizzatori raccontava di tre popolazioni diverse, arrivate in tempi diversi nel paese. I primi erano stati i twa, molti secoli prima della nascita di Cristo: piccoli di statura – non arrivavano al metro e mezzo –, gli uomini cacciavano e le donne pescavano. I bianchi, millenni più tardi, li ribattezzarono pigmei.

Poi arrivarono gli hutu, più o meno duemila anni fa. Si strutturarono in piccoli regni, spesso in rivalità gli uni con gli altri. Sapevano coltivare la terra ed erano appena un poco più alti dei twa: una quindicina di centimetri in più. E furono forse quei quindici centimetri in più a farli sentire migliori, superiori. O forse fu il fatto che i twa fossero rimasti così ‘primitivi’: facevano i cantanti, gli indovini, gli stregoni; tuttavia, nei loro confronti, gli hutu nutrivano una sorta di inspiegabile rispetto, un timore superstizioso, e ritenevano che l’uccisione di un twa provocasse le ire degli spiriti maligni.
Centinaia di anni più tardi, nel XV secolo, arrivarono i tutsi. Provenivano dall’Etiopia, e si portavano appresso la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri costumi. Erano alti, più degli hutu. Nei primi anni Sessanta, in Italia, spopolava una canzone di Edoardo Vianello, I watussi, che rimase a lungo in testa alle classifiche e tuttora è una delle più popolari tra le hit di quegli anni. La suonavano i jukebox dei bar sulle spiagge, la ballavano le maggiorate nei primi, scandalosi, bikini, sul ritmo dell’hully gully. I tutsi, però, avevano ben poco in comune con gli «altissimi negri» cantati da Vianello. Erano un popolo di pastori: avevano enormi mandrie di bovini, e queste costituivano la loro grande ricchezza. Non impiegarono troppo tempo a prendere il potere, annettendo un po’ alla volta tutti i piccoli regni degli hutu in un unico Stato, governato dal mwami, il re. E sebbene al mwami fosse riconosciuto ogni potere per diritto divino, nelle decisioni di governo si avvaleva anche degli abiiru, un gruppo di consiglieri composto esclusivamente da hutu. Agli hutu, infatti, erano attribuiti poteri sovrannaturali che, associati alla potenza militare dei tutsi, costituivano il cuore dello Stato. Gli abiiru stabilivano le regole di governo: pur non governando essi stessi, suggerivano se fare una guerra oppure no, designavano l’erede legittimo e la famiglia dalla quale doveva provenire.

Nella storia scritta dai colonizzatori, influenzati dalle teorie razziali assai diffuse in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, si esagerarono le differenze tra hutu e tutsi e si minimizzarono le somiglianze. Il significato stesso dei termini ‘hutu’ e ‘tutsi’, anche se originariamente riferiti a due differenti etnie, nel corso del tempo si era evoluto: soprattutto i matrimoni misti avevano sfumato le differenze etniche, se pure ve ne erano state, e alla fine i termini hutu e tutsi erano essenzialmente etichette di classe e di casta. A differenza di quanto si può presumere leggendo la storia scritta dai colonizzatori, il 90 per cento dei tutsi apparteneva alle masse di contadini poveri e non alla classe aristocratica, e non tutti gli hutu erano servi della gleba. I termini hutu e tutsi indicavano quindi differenti classi sociali: i primi erano i poveri, i secondi erano i ricchi. Ma una tale organizzazione della società non era immutabile: quando il figlio di un hutu si arricchiva entrava nel novero dei potenti, quando il figlio di un tutsi si impoveriva diveniva nulla più che un popolano. Esistevano diversi meccanismi di condivisione del potere. Le funzioni di capo non erano ereditarie e, in linea di principio, erano accessibili a tutti. Il re poteva nominare capo anche una persona di origini modeste, come riconoscimento della sua lealtà, del suo coraggio o per importanti servigi resi. Non era insolito che un hutu avesse particolare influenza sul re nelle questioni di governo. Gli abiiru, del resto, avevano un grande ascendente.
I primi europei che arrivarono in Rwanda furono i tedeschi, alla fine del XIX secolo, e ci rimasero per una ventina d’anni. Forse l’unico vero elemento di civiltà che esportarono nel «paese delle mille colline» fu l’abolizione della schiavitù, ma si dimostrarono subito molto più interessati allo sfruttamento economico del paese che alla diffusione di valori etici e culturali. E, subito dopo, giunsero i missionari: i Padri bianchi.

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