La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

IN TERRITORIO NEMICO
Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

Dettagli di un sorriso
romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

Informazione Contro!
Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

NON STO TANTO MALE
romanzo di Gianni Zanata

martedì 1 luglio 2014

Luzi, sperimentalismo per via toscana

da il manifesto
ALIAS

Luzi, sperimentalismo per via toscana

Aragno . Raccolta di «prose» del poeta ermetico fiorentino. Dopo una fase vertiginosa e lirica il Luzi prosatore insegue sempre più la chiarezza esatta del «suo» paesaggio senza tempo: anzi gotico e antico
Quando un poeta scrive in prosa ha due pos­si­bi­lità: eman­ci­parsi dai modi (e più rara­mente dai temi) già pra­ti­cati in versi, oppure con­fer­marli in altra veste. Mon­tale, per citare il mas­simo esem­pio nove­cen­te­sco, è andato più vicino alla prima opzione, dotan­dosi per la scrit­tura nar­ra­tiva e gior­na­li­stica di uno stile lon­tano da quello sublime di Occa­sioni Bufera. Sereni invece è rima­sto in pros­si­mità dell’altra opzione, quasi rove­sciando il rap­porto tra i due generi: nel senso che, in certi casi, la forma secon­da­ria sem­bra quella poe­tica, che affiora ideal­mente o mate­rial­mente (testi­moni le carte e gli scritti dell’autore) da una prosa men­tale lun­ga­mente rimu­gi­nata.
Il caso di Mario Luzi è diverso: per lui entrambe le opzioni sono state dispo­ni­bili, avvi­cen­dan­dosi nel tempo senza annul­larsi reci­pro­ca­mente. Que­sta carat­te­ri­stica si apprezza ora con migliore evi­denza leg­gendo l’ampia rac­colta di scritti nar­ra­tivi e di viag­gio, pub­bli­cati insieme agli elze­viri e ai ricordi di amici: Mario Luzi, Prose, a cura di Ste­fano Ver­dino (Nino Ara­gno Edi­tore, pp. 383, euro 20,00).
Nel volume, che esce oppor­tu­na­mente nel cen­te­na­rio della nascita del poeta, con­flui­scono testi diversi: l’edizione di Trame (1982), di cui fa parte anche la Bio­gra­fia a Ebe (1942), da Luzi stesso defi­nita nella nota con­clu­siva un«parallelo e con­tro­canto» in prosa del suo libro di poe­sia Avvento not­turno (1940); una serie di prose scelte dall’autore nel 2004, che avreb­bero dovuto far parte di una nuova edi­zione, poi non rea­liz­zata (De qui­bus e altro, in cui rien­tra anche un vivido ricordo di Tom­maso Lan­dolfi); altre prose disperse in pub­bli­ca­zioni di non facile repe­ri­bi­lità o addi­rit­tura recu­pe­rate in forma di file e tra­scritte dai col­la­bo­ra­tori di Luzi. (Esem­pio, quest’ultimo, di filo­lo­gia digi­tale che avrà sem­pre mag­gior rilievo nell’ambito degli studi su autori con­tem­po­ra­nei, per cui alcuni cen­tri, come Pavia, stanno met­tendo a punto strut­ture e pro­to­colli appositi).
Il «biso­gno di impie­gare la prosa» scri­veva ancora Luzi nella nota finale diTrame, era det­tato dal desi­de­rio di «stare, anche ana­li­ti­ca­mente, più addosso alle cose, per stu­diare da vicino certi tratti […], per ricon­durre il lin­guag­gio della poe­sia a una nuova par­tenza o per dar­gli una più dut­tile e natu­rale arti­co­la­zione». Un’esigenza avver­tita dap­prima intorno al bien­nio 1943-’44 e poi dieci anni dopo; comun­que dopo la prosa lirica, sti­li­sti­ca­mente ver­ti­gi­nosa e irri­pe­ti­bile (anche per­ché impro­po­ni­bile fuori dalla tem­pe­rie erme­tica) di Bio­gra­fia a Ebe. Quel ‘romanzo’ (ma giu­sta­mente Ver­dino parla piut­to­sto di récit) si pre­senta, come scrive il cura­tore, «ricco di germi […]poi esplosi nella suc­ces­siva poe­sia» e di situa­zioni, come il col­lo­quio con le figure fem­mi­nili, calate «in un clima di con­fi­denza che non c’è nelle coeve poe­sie dell’Avvento, più algide». La nascita alla prosa di Luzi è dun­que all’insegna di uno spe­ri­men­ta­li­smo, forse anche invo­lon­ta­rio, che almeno in parte ali­men­terà la suc­ces­siva pro­du­zione in versi.
È pro­prio quella maniera ara­be­scata a risul­tare più datata (e del resto, come si è detto, è lo stesso autore a col­lo­care negli anni suc­ces­sivi alla Bio­gra­fia la vera neces­sità di una scrit­tura in prosa). Un esem­pio: «Riten­terò così la dol­cezza ora che è noto il nome e l’impero del deserto nell’epilogo di que­ste donne, per la strada dell’esatta pia­nura. Poi­ché tal­volta con­viene mera­vi­gliarsi che la tri­stezza abbia tro­vato i suoi giu­sti con­fini, come fu inerte e com­piuto l’incontro con que­sta àncora bianca di marmo appena pro­fonda da intrat­te­nere la cele­rità del bas­so­piano». È un io, quello che qui prende la parola, spro­fon­dato nei minimi tra­sa­li­menti dell’«uomo erme­tico» stig­ma­tiz­zato da Cal­vino nel Midollo del leone. Ma sarà lo stesso Luzi, e non da solo, a fare i conti con quell’eredità e a pren­derne le distanze. Emble­ma­tico, in tal senso, il passo di una prosa che si legge pro­prio in quest’edizione, il Tac­cuino di viag­gio in Cina (1980), reso­conto di una mis­sione per il Sin­da­cato nazio­nale degli scrit­tori ita­liani, intra­presa in com­pa­gnia di Arba­sino, Malerba e Vit­to­rio Sereni: «Nel per­corso in taxi dall’aeroporto siamo stati iden­ti­fi­cati come poeti erme­tici… “Non c’è scampo” abbiamo detto con Sereni».
Se in Bio­gra­fia a Ebe l’osmosi tra lirica e prosa è totale, la suc­ces­siva ricerca di dut­ti­lità e arti­co­la­zione pro­duce una scrit­tura più esatta, a tratti fin troppo com­pìta per ten­sione alla chia­rezza. Anche que­sta seconda maniera si svolge in parte come espe­ri­mento e pre­pa­ra­zione a una poe­sia rin­no­vata o da rin­no­vare; ma con una coscienza più piena dell’autonomia di un genere rispetto all’altro. L’autore in prosa più vicino a que­sto Luzi sem­bra il Bilen­chi dei rac­conti, sia per lo stile sia in parte per i temi: penso ad esem­pio a Il voca­bo­la­rio, nel libro luziano delle Trame, da acco­stare al bilen­chiano Un errore geo­gra­fico, ana­logo per il sog­getto e l’ambientazione sco­la­stica. Come Bilen­chi, il pro­sa­tore Luzi è uno scrit­tore senza tempo. Non inat­tuale, o forse sì, ma per effetto di una scrit­tura asso­luta, remota dagli spazi e dai temi della con­tem­po­ra­neità; si potrebbe in fondo dire di lui quello che Luzi stesso scri­veva del quar­tiere fio­ren­tino dove sorge la chiesa del Car­mine, cui inti­tola una delle prose qui rac­colte: «Aveva qual­cosa di appar­tato, una spe­cie di dome­sti­cità d’altri tempi in con­fronto con altre zone magari adia­centi. C’erano spazi tran­quilli, piazze, piaz­zette, vicoli poco fre­quen­tati eppure vivi».
Vale anche per la poe­sia di Luzi? In parte sì, prima ma anche dopo l’exploit diNel magma (1963), che pro­ietta l’autore fuori da quella «spe­cie di dome­sti­cità» in cui rischia di rin­chiu­dersi tut­tora la memo­ria delle sue opere. Rischio da cui sem­brano immuni altre ‘corone’ della cosid­detta terza gene­ra­zione: cer­ta­mente Sereni, ma – stando alla for­tuna critico-accademica – anche Caproni e forse Bertolucci.
Certo conta anche la geo­gra­fia esi­sten­ziale e let­te­ra­ria del fio­ren­tino Luzi, diversa da quella lom­barda di Sereni. «Quello che Firenze tra­smette ai suoi» si legge qui nei Para­grafi fio­ren­tini «è para­go­na­bile a una strut­tura fon­da­men­tale, a una gram­ma­tica della mente e del senso». La rac­colta delle prose illu­stra in modo ideale come l’immaginario luziano ade­ri­sca rigo­ro­sa­mente a quella gram­ma­tica, decli­nata nel pae­sag­gio di una Toscana gotica, antica: San Miniato, Siena, l’Amiata. Que­sta è la forza ma anche il con­fine di Luzi, come può mostrare una nota di viag­gio più ‘eso­tica’ (Sky­line), scritta di ritorno dagli Stati Uniti: se per­fino a New York è pos­si­bile «guar­dare il pre­sente con la lente del pas­sato» vuol dire che niente potrà mai spez­zare quella «strut­tura fondamentale».


Nessun commento:

Posta un commento