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sabato 25 ottobre 2014

VISIONI L’umanità perduta nella Foresta rossa e altre di cultura da il manifesto del 25 ottobre 2014

da il manifesto
VISIONI

L’umanità perduta nella Foresta rossa

Teatro. Red Forest, il nuovo spettacolo del Belarus Free Theatre, racconta il rapporto tra l'uomo e l'ambiente. Una storia di violenze in cui il gruppo bielorusso, oggi esule a Londra, continua la sua ricerca di un linguaggio politico sperimentando una forma nuova

Un lungo ser­pente rosso, quasi un drago senza testa, si è sno­dato l’altro pome­rig­gio per via Ales­san­drina, l’antica strada che scorre paral­lela al «falso sto­rico» dei Fori impe­riali al cen­tro della città. A soste­nere quella infi­nita e setosa trac­cia rossa con le pro­prie brac­cia, molte per­sone (qual­che viso noto, di arti­sti e intel­let­tuali e anche dell’assessore Mari­nelli, e molti sco­no­sciuti) che ave­vano rac­colto l’appello al flash mob delle Vie dei Festi­val e del Bela­rus Free Thea­tre, che nell’ambito di quella ras­se­gna ha pre­sen­tato al Vascello Red Forest(oggi alle 18.30 al tea­tro Fab­bri di Vignola, ospite delle Vie mode­nesi ed emi­liane). Per­ché quella pub­blica mani­fe­sta­zione con­tro l’allargamento dis­sen­nato del frac­king, che per­mette di tri­vel­lare alla ricerca di com­bu­sti­bili per­fino le aree abi­tate, era la «fac­ciata esterna» dello spet­ta­colo, che del resto sco­pre un allar­ga­mento di tema­ti­che e lin­guaggi da parte del gruppo bielorusso.
Il Bela­rus è ormai di casa in Ita­lia da anni (nono­stante, o forse pro­prio per­ché, il dit­ta­tore Luka­shenko ha avuto tra i suoi pochi amici l’ex pre­si­dente Ber­lu­sconi). L’ultima volta la com­pa­gnia era stata accom­pa­gnata a Roma da Tom Stop­pard, che con Harold Pin­ter e altri arti­sti e intel­let­tuali della scena inglese per primi hanno soste­nuto il suo diritto all’esistenza e alla ricerca, anche se per­se­gui­tati spie­ta­ta­mente in patria.
Ma tutto que­sto è noto, e i suoi spet­ta­coli che da quell’emergenza sono nati, restano nella memo­ria indi­men­ti­ca­bili, a par­tire dalla men­zione a sor­presa che ne fece un Pre­mio Europa a Salo­nicco. Ma ora, tra­sfe­ri­tisi defi­ni­ti­va­mente a Lon­dra Nata­lia Kaliada e Niko­lai Kha­le­zin (che sono riu­sciti a farsi rag­giun­gere anche dai figli) intra­pren­dono un nuovo per­corso tea­trale e civile. Anche se il punto di par­tenza resta legato alla amata terra natale, e allo scem­pio nuovo e «moderno» che si appre­sta a subire: la costru­zione di una mega­cen­trale nucleare nel loro paese, a Ostro­vets. La Bie­lo­rus­sia ha già subito pesan­te­mente le orri­fi­che con­se­guenze di Cher­no­byl nella vicina Ucraina, e con­ti­nua a pagarne i danni; ma poi­ché il paese è fuori della Ue, nes­suno dall’Europa è riu­scito a proi­bire o con­trol­lare l’iniziativa, che invece rien­tra nei rap­porti assai cor­diali con la Rus­sia di Putin.
Il dopo Cher­no­byl, che già era stato al cen­tro di un duro e strug­gente spet­ta­colo del Bela­rus (attorno alla vicenda del vigile del fuoco impe­gnato nei soc­corsi dopo l’esplosione, e desti­nato a venirne con­ta­mi­nato fino alla morte), è ora pre­sente anche in Red Forest, come un epi­so­dio tra i tanti della fol­lia omi­cida con­tro l’ambiente, che in nome di un fan­to­ma­tico pro­gresso va cau­sando da secoli guerre, distru­zioni etni­che, lotte fra­tri­cide e soprat­tutto un assalto assas­sino alla natura, prima ancora che ai diritti e ai biso­gni delle per­sone. Lo spet­ta­colo è in que­sto senso un vero appello al recu­pero dell’umanità, come prin­ci­pio e come creature.

Il Bela­rus ha rac­colto un gruppo di lavoro inter­na­zio­nale di gio­vani arti­sti (c’è anche un ita­liano) con i quali attra­ver­sare un secolo di sto­ria e di soprusi, di bugie e di con­flitti, dove a rimet­terci sono sem­pre più deboli. Si parte dai nativi ame­ri­cani spinti e costretti a lotte inte­stine e cruente, in cui moriva prima ancora di intere popo­la­zioni, ogni fra­tel­lanza. Per pas­sare con la velo­cità dello sguardo (e quindi della visione tea­trale, fatta anche di musica e danza) ad altri con­ti­nenti, dall’Oceania all’Africa all’Europa. Sull’alto della scena, oltre ai sot­to­ti­toli, scor­rono le imma­gini fasci­nose girate dall’equipe durante la pre­pa­ra­zione del lavoro. Sul pal­co­sce­nico si suc­ce­dono epi­sodi tran­chant di vio­lenze che si infit­ti­scono e dila­gano, imper­so­nate dalla ragazza afri­cana che sra­di­cata dalla Nige­ria al Congo, diviene poi la vit­tima sacri­fi­cale di ogni situazione.
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Cam­bia anche il lin­guag­gio tea­trale del Bela­rus, pure se ne resta alta l’intensità al calor bianco. Si sen­tono e vedono echi del tea­tro antro­po­lo­gico di Euge­nio Barba, ma risuo­nano anche giu­dizi sto­rici degni di Peter Weiss, senza rinun­ciare all’afflato del grande docu­men­ta­ri­smo poli­tico del cinema anni Ses­santa. È anzi molto inte­res­sante come nella visione del Bela­rus tutto que­sto con­viva orga­ni­ca­mente: l’uomo che si sca­glia cie­ca­mente con­tro la natura, è lo stesso che infie­ri­sce con lo stu­pro con­tro una crea­tura indi­fesa. Una visione nell’insieme inquie­tante, che cerca un respiro glo­bale fuori dell’inferno vis­suto in patria, e che non accenna a ter­mi­nare per i com­pa­trioti rima­sti là. Senza sup­po­nenza né pre­sun­zione, il Bela­rus allarga il rag­gio delle respon­sa­bi­lità. Lasciando forse qual­che delu­sione a chi si era affe­zio­nato al loro «iper­rea­li­smo» che poteva affon­dare il col­tello nei dolori di una «jeans gene­ra­tion» postso­vie­tica, o pie­garsi con com­mo­zione senza lacrime su rap­porti fami­liari o di con­vi­venza for­zata, sbia­diti e opa­chi ormai come una rosa appas­sita. E tempo di allar­gare lo sguardo, e alzare il livello d’allarme, sem­brano dire; prima che la Red Forest ci rico­pra ine­stri­ca­bile, col suo por­tato di sangue.





 
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