La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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romanzo di Gianni Zanata

Informazione Contro!

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Blog di controinformazione di Pier Luigi Zanata

NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

mercoledì 31 dicembre 2014

FELICE E RADIOSO 2015

FELICE E RADIOSO 2015


2015 
LA RIVOLUZIONE 
CAMBIARE VERSO

ARPAGONE

A casa di...
Egli, a dire il vero un pò taccagno, spegne all' improvviso tutte le luci.
Sono come un gufo, dice. Vivo nel buio. Gli occhi acquiistano nuna delicatezza di percezione.
Non vedo niente, dico, spalancando gli occhi invano.
Davvero? Ciò non mi stupisce.
Percepisco dalle parole un sorriso di commiserazione.
Già. Ti manca la cultura. Arpagone ti è ignoto.

martedì 30 dicembre 2014

L'ANNO CHE VERRA'

Interno caffé. Mattino. In tanti a far colazione.
''L' anno nuovo sarà buono come nel 2014''. Dice qualcuno sovrastando il chiacchiericcio.
Più voci fanno ''Ah'' con quegli accenti incerti che si assumono quando qualcuno ci parla di eventi lontani, estranei alla nostra vita cosciente.
Capisco che si trattava di Renzi.

Da oggi in edicola il nuovo Almanacco del cinema di MicroMega

 | micromega.net

Da oggi in edicola il nuovo
Almanacco del cinema di MicroMega

Due interviste inedite a Federico Fellini, con numerosi disegni originali del regista; e con lui Ermanno OlmiKen LoachNicola PiovaniPaolo SorrentinoRoberto ScarpinatoWim WendersGiancarlo De CataldoVittorio Storaro. Sono alcuni dei nomi ospitatati all'interno dell'Almanacco del cinema di MicroMega, da martedì 30 dicembre in edicola, libreria, su iPad e pdf.

Un ricchissimo numero monografico che in primo piano ha un focus su Federico Fellini: la sezione si apre con due interviste, inedite in Italia, in cui il grande regista parla della sua burrascosa vita e di Cinecittà. Gianni Canova descrive il Fellini politico (a sua insaputa?), colui che aveva intuito la deriva a cui poi ci hanno condotto vent'anni di berlusconismo. La sua lezione cinematografica ha molti ammiratori, ma pochi eredi. Uno è certamente Paolo Sorrentino il quale evidenzia i tratti comuni col Maestro riminese. La sezione si chiude con un saggio di Gianfranco Angelucci che ripercorre le tante relazioni di Fellini con le donne, alcune intense e fugaci, altre destinate a lasciare un segno per tutta la vita del regista. Alle sue donne Fellini ha dedicato moltissimi disegni, una selezione dei quali accompagna il saggio.

Un iceberg è dedicato a registi ed attori che hanno deciso di impegnarsi politicamente con il loro cinema o con la militanza in prima persona. C'è chi, come l'argentino Fernando Solanas e il britannico Ken Loach, ha addirittura fondato un partito decidendo di entrare direttamente nell'agone politico; chi, come il 'nostro' Elio Germano partecipa attivamente a movimenti e lotte sociali; e chi, troppo giovane per partecipare alle lotte del Sessantotto, come Olivier Assayas, ragiona su cosa significa ‘impegno' per la generazione successiva al maggio francese. Chi invece gli anni Sessanta e Settanta li ha vissuti direttamente è il regista argentino Fernando Birri, maestro di alcune generazioni di cineasti in America Latina, del quale pubblichiamo un testo inedito in Italia.

Ampio spazio è dedicato anche alle nuove serie televisive, un fenomeno di sempre maggior successo. Il saggio di Mario Sesti spiega come, da Breaking Bad a House of Cards (del cui protagonista scrive Giancarlo De Cataldo), i serial tv siano un fenomeno anche 'politico', portatore di molte novità sul fronte del linguaggio e capace di affrontare tematiche scottanti. Il regista Saverio Costanzo racconta la sua esperienza con la serie In treatment. Invece il magistrato Roberto Scarpinato accusa di subalternità il cinema e le fiction che si sono occupate di mafia, suggerendo anche alcuni possibili film che nessuno ha mai fatto.

Una tavola rotonda tra i registi Alice RohrwacherSydney Sibilia e Michelangelo Frammartino ci conduce al nuovo cinema italiano, di qualità ed emergente.

Infine, quattro interviste a grandi artisti di fama mondiale. Ermanno Olmi narra il suo cinema; Nicola Piovani rivela come sono nate alcune delle più belle colonne sonore di tutti i tempi; Vittorio Storaro illustra come è diventato uno dei più importanti direttori della fotografia al mondo e Wim Wenders spiega perché ha deciso di dedicare il suo ultimo film a un grande fotografo come Sebastião Salgado.

IL SOMMARIO
MAESTRI
Ermanno Olmi in conversazione con Federico Pontiggia - Torneranno i prati e li coltiveremo    Dalla sua casa di Asiago, là dove il primo conflitto mondiale oggetto del suo ultimo film infuriò con particolare violenza, Ermanno Olmi si chiede, una volta di più: ‘Perché la guerra?’. Una domanda che è importante porsi, sostiene il regista di Torneranno i prati, nella misura in cui celebrazioni e versioni ufficiali comprendono sempre ‘percentuali di bugie’, mentre l’unico modo per dare una riposta alle migliaia di giovani morti nelle trincee italiane rimane quello di cercare di capire.

ICEBERG 1 - cinema e impegno 
Olivier Assayas in conversazione con Giona A. Nazzaro - Io, cineasta libertario figlio dell’‘Après mai’    Troppo giovane per essere in piazza durante il maggio francese, il regista di Qualcosa nell’aria ripercorre per i lettori di MicroMega il proprio itinerario di avvicinamento al cinema e alla politica negli anni del post-Sessantotto. Ne emergono una vocazione artistica e un modo di intendere l’impegno caratterizzati in senso antitotalitario e debitori nei confronti del situazionismo e della scuola di Francoforte, pronti a mettere in discussione una certa sclerosi delle idee marxiste e perfino i limiti politici di un’icona della sinistra francese come Jean-Paul Sartre.

Fernando Solanas in conversazione con Silvana Silvestri - La mia sinistra oltre l’incubo Menem e la delusione Kirchner    
In Italia è conosciuto soprattutto come il regista di L’ora dei forni, il documentario sul colonialismo e le lotte di liberazione del Latinoamerica che costituì la sua opera prima. Meno noto è invece il fatto che l’impegno artistico e politico di Fernando Solanas è continuato negli anni successivi, fino a sfociare nella fondazione di un movimento politico, Proyecto Sur, e nella creazione del Frente Amplio Unen, la coalizione di centro-sinistra che potrebbe riservare grandi sorprese alle prossime presidenziali in Argentina.

Elio Germano in conversazione con Fabrizio Tassi e Giacomo Russo Spena - Un ‘antidivo’ contro i padroni    
L’interpretazione di Giacomo Leopardi in Il giovane favoloso di Martone lo ha definitivamente consacrato. I suoi riferimenti culturali sono Wittgenstein, Marx e Totò. Politicamente sta sempre dalla parte dei lavoratori e non dei padroni. Partecipa attivamente a iniziative e movimenti che danno fastidio ai poteri forti del cinema, ricevendo persino delle minacce. È ormai un vero e proprio big del grande schermo, uno degli attori più bravi e acclamati del momento, che può essere affiancato alle grandi icone del cinema italiano. Una conversazione con un ‘antidivo’ che non ama le etichette.

Fernando Birri - La rivoluzione nella rivoluzione del nuovo cinema latinoamericano    
Un testo del 1968 del grande regista argentino Fernando Birri ci guida alla scoperta del cinema latinoamericano di quegli anni, che si rifaceva al ‘realismo critico’ – in antitesi al dogmatismo sovietico e alla cultura occidentale – e aveva come punti di riferimento Lukács e Brecht: “Quando i popoli gridano o cantano il loro anelito di liberazione, di cosa deve parlare il cinema? Deve gridare o cantare con essi o, al contrario, tacere?”.

Ken Loachin conversazione con Marco Zerbino - Jimmy’s Left Unity    
Aveva detto che non avrebbe più fatto film a causa dell’età ormai avanzata. E invece Ken Loach è di nuovo nella sale con Jimmy’s Hall, una storia di militanza, amore e divertimento. Parallelamente, il regista inglese continua a portare avanti il suo impegno politico, fino a farsi promotore di un nuovo partito, Left Unity, che punta a colmare il vuoto lasciato a sinistra dal mutamento genetico dei laburisti.

ICEBERG 2 - piccolo grande schermo
Mario Sesti - Potere canaglia e serial tv    Da Breaking Bad a House of Cards, passando per la ‘nostra’ Gomorra. Un fenomeno globale con milioni di spettatori, le serie televisive criticano il potere, trattano la politica in maniera dissacrante e piacciono sempre più a un pubblico ormai stanco delle tradizionali forme di narrazione cinetelevisive.

Giancarlo De Cataldo - House of Cards e l’eroe bastardo    
House of Cards è una delle migliori serie tv degli ultimi tempi e mette in scena una politica che più sporca non si può. Una melma nella quale nuota felice il protagonista Frank Underwood, un uomo pronto a tutto per raggiungere i suoi obiettivi e che – colpo di genio degli autori – di tanto  in tanto spiega le ragioni del suo agire in a parte fulminanti degni del miglior O’Neill. Riproponendo il più classico degli interrogativi posti da questo genere di racconti: offrono modelli distorti o mettono in guardia dai pericoli dello sfacelo?

Saverio Costanzo in conversazione con Flavio De Bernardinis - L’inconscio a cielo aperto    
Nata da un format israeliano, la serie televisiva In Treatment sbarca in Italia su Sky con la regia di Saverio Costanzo. Un prodotto sperimentale che ha come protagonista uno psicoterapeuta interpretato da Sergio Castellitto. Aspetto caratterizzante è la fidelizzazione dello spettatore che si produce attraverso un doppio movimento: il transfert con l’analista e l’identificazione con il paziente. Per il regista siamo di fronte a uno spettacolo di qualità, ma senza alcuna pretesa intellettuale: “Rimane televisione: non cinema. È molto diverso. Il cinema possiede di suo una missione intellettuale. La televisione, no: questa caratteristica riguarda tutto ciò che fa, anche di buono, la televisione”.

Roberto Scarpinato - Mafia in cerca d’autore    
Fino al 1992-93 era complicato fare un film sulla mafia che mettesse sullo schermo le intricate e complesse relazioni di Cosa nostra con l’establishment politico ed economico del paese. Anche pellicole pregevoli, che chiamavano in causa le complicità dei potenti – dal Salvatore Giuliano di Rosi a Il giorno della civetta di Damiani – risultavano politicamente innocue per ‘insufficienza di prove’. Ma negli ultimi vent’anni di prove ne sono state messe insieme una montagna. Basterebbe prendere le sentenze definitive che ormai a centinaia si accumulano nei tribunali per individuare delle ottime sceneggiature. Continuare a rappresentare la mafia come una questione che riguarda una minoranza di criminali ‘brutti, sporchi e cattivi’ oggi non è più perdonabile.

TAVOLA ROTONDASydney Sibilia / Alice Rohrwacher / Michelangelo Frammartino (a cura di Enrico Magrelli - Giovane cinema italiano    Un dialogo fra tre registi italiani, tra i più promettenti della nuova generazione. Si parla del bisogno di tornare a lavorare insieme; di quel fantasma che si chiama spettatore, ma nessuno sa chi è davvero; del rito del cinema come evento collettivo; del perché le immagini siano più importanti delle storie; di tutto ciò che ci ha fatto perdere il digitale; dell’equivoco dell’impegno e di quello dell’intrattenimento.

ICEBERG 3 - cinema, musica, fotografia
Nicola Piovani in conversazione con Jean A. Gili - Cinema in note    Uno dei più importanti autori italiani di musiche per il cinema racconta in questa intervista inedita in italiano il suo rapporto con i grandi registi con cui ha lavorato: da Fellini a Monicelli, da Benigni a Bellocchio, dai fratelli Taviani a Moretti. E spiega che la musica nel cinema deve stare sempre un passo indietro, entrare in punta di piedi.

Vittorio Storaro (a cura di Fabrizio Tassi) - Brando, Caravaggio e la caverna di Platone    
Dalla collaborazione con Bertolucci a quella con Coppola, da Il conformista ad Apocalypse Now, dallo studio della luce a quello del colore, unendo  tecnica e cultura. Tre Oscar all’attivo e innumerevoli altri premi e riconoscimenti. Un ‘cinematografo’, che non è – spiega lui stesso – una sala di proiezione ma uno scrittore che usa la luce al posto delle parole: e che in 40 anni ha contribuito a creare alcune delle sequenze più belle del cinema. Uno dei più grandi direttori della fotografia di sempre racconta qui pezzi della sua straordinaria avventura: gli inizi, gli incontri, i film rivoluzionari, la celeberrima scena di Kurtz nel tempio, fino al progetto dedicato all’infanzia di Maometto, partito nel 2010, che aspettiamo con grande curiosità.

Wim Wenders in conversazione con Mario Sesti - Verità e bellezza    
Il suo ultimo film, Il sale della terra, è un documentario sul grande fotografo Sebastião Salgado, girato insieme al figlio di quest’ultimo. Un film che ha dato a Wim Wenders l’occasione di portare le fotografie sul grande schermo, creando un corto circuito tra la fissità della foto e l’immagine in movimento che è il cuore del cinema. Ma il rapporto del regista tedesco con la fotografia viene da lontano, anzi è stato proprio quello a condurlo al cinema.

ICEBERG 4 - omaggio a Federico Fellini
Federico Fellini in conversazione con Jean A. Gili - Io, Federico    
In due colloqui finora inediti in italiano e risalenti a due periodi diversi, il grande regista scomparso nel 1993 affronta il tema della genesi della propria vocazione cinematografica, partendo dai primi passi mossi nella capitale come redattore del Marc’Aurelio, il giornale satirico diretto da Vito De Bellis, passando per le prime sceneggiature scritte per i film di Macario e Aldo Fabrizi fino all’incontro decisivo con Rossellini e con la ‘magia’ di Cinecittà.

Paolo Sorrentino in conversazione con Gianni Canova - Quello che ho imparato da Federico Fellini    
Per molti critici il regista di Il divo è colui che meglio interpreta, raccoglie e sviluppa la lezione di Federico Fellini. Anch’egli è convinto che il cinema debba passare per la menzogna, l’invenzione e la finzione, se si aspira a cogliere e mettere in scena qualche frammento di verità. In La grande bellezza una sequenza è palesemente un ossequio al maestro: “Il mio omaggio consapevole finisce qui. Poi, è ovvio, inconsciamente ogni film è un continuo citare. E tu citi le immagini e le situazioni che ami di più”. E come per il maestro, “mi piace l’idea di aver lasciato tracce: di aver riaperto discussioni e polemiche sul cinema”.

Gianni Canova - Fellini politico: a sua insaputa?    
Hanno provato a renderlo pacioso, bonario, innocuo, compatibile. A nascondere la carica dinamitarda che ancora oggi emana dal suo cinema. Ma Fellini dagli anni Ottanta in poi si è scagliato contro la televisione, contro la colonizzazione dell’immaginario collettivo ad opera del Circo Barnum composto dagli anchorman e showman, contro la figura di Berlusconi. Ai suoi funerali, Ettore Scola notava come fosse stato ‘il più politico’ dei registi italiani, colui che – collocandosi al di là degli schieramenti e delle appartenenze ideologiche – è riuscito a darci ciò che pochi altri hanno saputo fare: l’intuizione profonda della vera natura del fascismo in Amarcord (1973), l’intuizione altrettanto profonda delle dinamiche del potere e  della crisi della nostra democrazia in Prova d’orchestra (1979).

Gianfranco Angelucci - Fellini proibito (con dei disegni di Federico Fellini)    
Lea, Anna, Sandra, Nadia, Selma, Patrizia, Liliana, Giovanna, Carlotta, Giusy, Jolanda, Adriana, Daniela… Un saggio inedito, ricco di annotazioni e particolari finora poco noti, raccolti di prima mano dall’amico e sceneggiatore Angelucci, racconta del rapporto di Federico Fellini con le numerose donne che hanno attraversato la sua esistenza. Relazioni intense e fugaci, o legami che sono durati tutta la vita: ognuna delle donne incontrate dal regista di  ha lasciato un segno indelebile, testimoniato anche dai numerosi disegni che Fellini ha dedicato loro, e di cui pubblichiamo una selezione.

lunedì 29 dicembre 2014

Niente cefali per i filosofi by GIANNI ZANATA




Niente cefali per i filosofi.
Passeggiavo sul lungomare del porto, davanti alla banchina, quando a un certo punto il mio sguardo è stato attratto da un gran numero di pesci che affioravano sulla superficie del mare, in una zona placida e dal fondale basso e limaccioso. Mi sono affacciato alla balaustra d’acciaio per osservarli meglio. Erano mùggini, si muovevano in branchi, a diverse velocità. Ogni branco sembrava un’entità a sé stante; si spostava come un unico, enorme mùggine. Di tanto in tanto qualche pesce saltava a pelo d’acqua. Altri, invece, uscivano dal gruppo per rintanarsi vicino alle barche ormeggiate o guizzare sotto i pontili galleggianti. Poi, fatto un giro e un altro ancora, si rimettevano in fila riunendosi al branco.
Mentre guardavo incuriosito e mi facevo domande di ogni genere, si è avvicinato un bambino, sciarpa al collo e cuffia di lana in testa, avrà avuto sei, sette anni. Pareva affascinato anche lui da quello strano fenomeno.
– Sono cento – ha detto indicando in modo generico oltre la ringhiera.
– Oh, secondo me sono molti di più – gli ho detto – almeno un migliaio.
Lui ha annuito.
– Sì – ha fatto lui – ma laggiù ce n’è un milione.
– Mi sa di sì – gli ho detto – laggiù, in mare aperto.
Il bambino è rimasto in silenzio per un po’, gli occhi pensosi. Quindi ha detto: – E poi lo sai che cosa succede?
Dal tono di voce ho capito che c’era da attendersi una rivelazione risolutiva, qualcosa di molto simile a una verità sacra e inviolabile.
– No – gli ho detto – non lo so.
– Succede che arriva un pescecane, apre la bocca e se li mangia tutti.

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 nella foto, i pesci

La vita è forma e si genera vivendo

da il manifesto

La vita è forma e si genera vivendo

Filosofia. Da vent’anni Giorgio Agamben ha esibito, e poi sciolto, le relazioni fondamentali dell’ontologia politica. Qui, dove vita e forma, zoè e bios, essere e modi d’essere sono tutt’uno, l’opera coincide con l’inoperosità
Chiu­dendo nel 2011 Altis­sima povertà (il volume IV, 1 della grande opera Homo sacer), Gior­gio Agam­ben evi­den­ziava la gran­dezza e i limiti della regola fran­ce­scana: una forma di esi­stenza che situan­dosi fuori dal diritto, rifiu­tando la pro­prietà in nome dell’uso, defi­niva tut­ta­via l’uso ancora rispetto al diritto, in maniera uni­ca­mente nega­tiva. Era infatti man­cata al fran­ce­sca­ne­simo «una defi­ni­zione dell’uso in se stesso», che veniva infine con­ce­pito dai suoi difen­sori come una serie di atti di rinun­cia. Agam­ben si con­ge­dava dun­que dal let­tore lasciando aperta la duplice domanda: «Come potrebbe dav­vero un uso tra­dursi in un ethos e in una forma di vita? E quale onto­lo­gia e quale etica cor­ri­spon­de­ranno a una vita che, nell’uso, si costi­tui­sce come inse­pa­ra­bile dalla sua forma?».
L’altro libro del 2011, Opus dei (Homo sacer, II, 5), un’indagine archeo­lo­gica del para­digma ope­ra­tivo, dell’ufficio e (nella loro intima con­nes­sione) della volontà e del comando – ossia di quell’apparato con­cet­tuale che da Ari­sto­tele a Kant ha infor­mato l’intera cul­tura occi­den­tale – accen­nava, nelle bat­tute finali, al pros­simo oriz­zonte di ricerca: «Il pro­blema della filo­so­fia che viene è quello di pen­sare un’ontologia al di là dell’operatività e del comando e un’etica e una poli­tica del tutto libe­rate dai con­cetti di dovere e volontà». Le indi­ca­zioni dei due libri erano dun­que rigo­ro­sa­mente con­ver­genti: l’ethos final­mente affran­cato dalla volontà e dal dovere coin­cide con la forma di vita, e que­sta non è che uso, può essere cioè con­ce­pita solo ela­bo­rando un’ontologia della non ope­ra­ti­vità. Già in Homo sacer, I (1995), d’altra parte, Agam­ben usava i trat­tini per scri­vere forma-di-vita, nomi­nando così un «essere che è solo la sua nuda esi­stenza, una vita che è la sua forma e resta inse­pa­ra­bile da essa», e che si potrebbe pen­sare al di là della distin­zione ari­sto­te­lica fra potenza e atto, della par­ti­zione clas­sica fra zoè e bios, o del bando sovrano che separa e detiene la nuda vita. La ricerca ven­ten­nale poteva ora giun­gere a com­pi­mento, coin­ci­dere cioè con la «defi­ni­zione dell’uso in se stesso».
L’uso dei corpi. Homo sacer, IV, 2 (Neri Pozza, pp. 366, euro 18,00) risponde alle attese con la forza diri­mente del capo­la­voro. È, que­sto nono e ultimo volume, un libro con cui sarà d’ora in poi neces­sa­rio – anche se non facile – misu­rarsi, non solo per­ché, per ric­chezza, eru­di­zione e chia­rezza spe­cu­la­tiva si impone nel pano­rama filo­so­fico di que­sto tempo, ma per­ché dav­vero dischiude una nuova dimen­sione del pen­siero men­tre resti­tui­sce – con buona pace della «potenza costi­tuente», cioè delle isti­tu­zioni e del governo – tutta la serietà dell’anarchia (intesa in senso filo­so­fico e poli­tico insieme).
Quella vita che è solo la sua nuda esi­stenza, la vita che appunto il diritto esclude e cat­tura, la vita ban­dita e sacra (insa­cri­fi­ca­bile, spie­gava già Agam­ben andando oltre Keré­nyi, nel senso che può essere uccisa senza com­met­tere omi­ci­dio), si pre­senta all’inizio del nuovo lavoro in una frase di Guy Debord: «cette clan­de­sti­nité de la vie pri­vée sur laquelle on ne pos­sède jamais que des docu­ments déri­soi­res». È la vita cor­po­rea, sepa­rata da noi come lo è un clan­de­stino e insieme inse­pa­ra­bile, pro­prio come non si separa da noi colui che «con­di­vide nasco­sta­mente con noi l’esistenza». Certo, rispetto all’ultimo Fou­cault, che aveva pen­sato la sot­tra­zione del corpo, in nome del pia­cere, ai mec­ca­ni­smi di potere della ses­sua­lità, Agam­ben aveva espresso le pro­prie riserve osser­vando che il corpo è per noi «già sem­pre preso in un dispo­si­tivo … già sem­pre corpo bio­po­li­tico e nuda vita».
Ma l’accento batte qui sull’uso, che si tratta di iso­lare, strap­pan­dolo alla sua assi­mi­la­zione all’atto, alla pro­du­zione, all’opera. Ora, un puro uso del corpo era stato con­ce­pito dalla cul­tura clas­sica nella figura e nell’attività dello schiavo che, spiega Agam­ben, non è inter­pre­ta­bile secondo una nozione di lavoro tanto impli­cita e ovvia per noi quanto ignota ai Greci. L’operaio potrà anche essere schia­viz­zato, ma lo schiavo non è un ope­raio. Il suo corpo, diceva Ari­sto­tele, è uno stru­mento, ma non pro­duce come il plet­tro o la spola un’opera sepa­rata dal suo uso; è piut­to­sto uno stru­mento pra­tico, simile cioè a una veste e a un letto, che sol­tanto si usano. Impro­dut­tivo, e pres­so­ché privo di virtù, quest’uomo-suppellettile è così l’escluso dalla vita poli­tica che rende pos­si­bile agli altri di essere liberi, inte­ra­mente poli­tici, vera­mente umani.
Si rico­no­sce lo schema tipico dell’esclusione inclu­dente, o dell’«eccezione» – nel senso che Agam­ben ha dato a que­sto ter­mine. Ma pro­prio per que­sto, secondo un gesto teo­rico anch’esso tipico e com­ple­men­tare, «lo schiavo rap­pre­senta la cat­tura nel diritto di una figura dell’agire umano che ci resta ancora da delibare».
L’indagine si stringe dun­que sul verbo chre­sthai: usare (che infatti non può reg­gere l’accusativo) indica nel suo signi­fi­cato più pro­prio (cioè mediale) non una rela­zione di un sog­getto con un oggetto este­riore ma la rela­zione che si ha con se stessi. La dif­fe­renza da Fou­cault è ora segnata sot­til­mente: è vero infatti che in una lezione famosa del corso del 1982, L’ermeneutica del sog­getto, la nozione pla­to­nica, ma anche stoica, di chre­sis, veniva resti­tuita al suo senso più ampio e vario (com­por­ta­mento, con­te­gno, atti­tu­dine) e inter­pre­tata nel segno della «cura di sé» e del sog­getto: chi ha cura di sé, inse­gnava Fou­cault, si occupa di se stesso come sog­getto della chre­sis, cioè di com­por­ta­menti, atti­tu­dini e così via. Ma se già la chre­sis, secondo la distin­zione acuta di Agam­ben, è un «rap­porto con sé», essa com­porta uno spo­sta­mento essen­ziale al di là della dimen­sione del soggetto.
Non c’è più un sog­getto della chre­sis di cui occu­parsi, ma solo uso, solo rap­porto con sé e nes­sun sé come sog­getto. Qui Agam­ben potrebbe sem­brare vicino a Hei­deg­ger, secondo il quale l’espressione Selbstsorge (cura di sé) – che segna dall’antichità la com­pren­sione pre-ontologica del sog­getto – è solo una tau­to­lo­gia, poi­ché l’Esserci è già sem­pre alle prese con se stesso (Essere e tempo, § 40). Ma mai il suo con­fronto col mae­stro dei semi­nari di Le Thor è stato così cri­tico e ser­rato come in que­sto libro. Pro­prio il modo in cui Hei­deg­ger pri­vi­le­gia la cura e descrive l’uso, assi­mi­lan­dolo all’energeia, dimo­stra secondo Agam­ben che egli non è uscito dalla cor­nice ari­sto­te­lica. «Defi­nire l’uso in sé stesso» signi­fica invece pen­sare un uso della potenza che non è sem­plice pas­sag­gio all’atto. Signi­fica lavo­rare sulle nozioni di hexis, habi­tus, abi­tu­dine, distin­guere, oltre la cop­pia potenza/atto, un «uso abi­tuale»: se Glenn Gould è un pia­ni­sta anche quando non suona, non lo è in quanto «tito­lare o padrone della potenza di suo­nare, che può met­tere o non met­tere in opera», ma per­ché non cessa mai di essere colui che ha l’uso del piano, «vive abi­tual­mente l’uso di sé» come pia­ni­sta. L’uso non è un’attività, ma una forma-di-vita.
Per que­sto la seconda, ric­chis­sima parte del libro, muove nella dire­zione che Hei­deg­ger ha intra­vi­sto senza poter seguire: Agam­ben vi intra­prende dap­prima una accu­rata archeo­lo­gia del «dispo­si­tivo ari­sto­te­lico», onto­lo­gico e insieme lin­gui­stico, che ogni volta isola il sog­getto scin­dendo essenza ed esi­stenza, per adden­trarsi poi nel campo ancora ine­splo­rato dell’«ontologia modale». Se una volta il pen­siero moderno si è spinto fino a que­sto ter­ri­to­rio, è stato nel car­teg­gio tra Leib­niz e Des Bos­ses e con quel con­cetto a cui Leib­niz ha dato il nome («inat­tendu et énig­ma­ti­que» dirà Char­les Blon­del) di vin­cu­lum sub­stan­tiale. Caduto – con l’eccezione note­vole di Maine de Biran – in un cono d’ombra per tutto l’Ottocento, il vin­cu­lum, che per Leib­niz uni­sce la mol­te­pli­cità bru­li­cante delle monadi in una sola sostanza, è stato risco­perto nel 1930 appunto da Blon­del (in chiave anti­kan­tiana), poi dallo sto­rico Alfred Boehm e in tempi più vicini da Gil­les Deleuze, che gli ha affi­dato un ruolo chiave nel pas­sag­gio dall’ontologia clas­sica alla sua «filo­so­fia dell’avere».
L’originale stra­te­gia di Agam­ben punta invece sul ter­mine «esi­genza»: se il vin­colo, come diceva già Leib­niz, esige le monadi, pro­prio l’esigenza dev’essere ora sosti­tuita alla sostanza come con­cetto cen­trale dell’ontologia. L’essere non si appro­pria dei modi d’essere, ma li esige, ossia si dispiega in essi, non è altro che le sue modi­fi­ca­zioni. La vita non è che la sua forma e la forma – secondo la bella espres­sione di Vit­to­rino – si genera vivendo. Tutte le oppo­si­zioni (esistenza/essenza; potenza/atto… ) su cui si era costruita la tra­di­zione meta­fi­sica ven­gono così revo­cate, e con esse anche tutte le par­ti­zioni su cui, con un pro­getto cor­ri­spon­dente, la filo­so­fia poli­tica ha nei secoli inne­scato e nutrito il dispo­si­tivo della sovra­nità (nuda vita/ potere; oikos/ polis; violenza/ ordine; moltitudine/ popolo).
Nella forma-di-vita, nella vita che si forma o genera vivendo, zoè e bios non sono più in una rela­zione oppo­si­tiva, ma «si con­trag­gono l’una sull’altra», entrano in con­tatto. Agam­ben riprende que­sta parola da Gior­gio Colli, e nel suo signi­fi­cato tec­nico: il con­tatto è «un vuoto di rap­pre­sen­ta­zione» (dove rap­pre­sen­ta­zione signi­fica a sua volta, per Colli, «una sem­plice rela­zione»). Ora, Homo sacer, I inse­gnava che la forma pura del rap­porto è il bando sovrano. Giun­gere, nell’uso o nel con­tatto, ad di là della rela­zione, vuol dire per­ciò oltre­pas­sare dav­vero una soglia ontologico-politica, pen­sare insieme l’essere e la poli­tica non più come rap­porto o rappresentanza.
Coe­ren­te­mente, quindi, l’ultima parte della ricerca – che è anche una rica­pi­to­la­zione dell’intero dise­gno di Homo sacer – pro­pone una «Teo­ria della potenza desti­tuente». Che cos’è infatti l’uso come potenza non più subor­di­nata all’atto, ormai sciolta dall’energeia ? Senz’opera, senza pro­du­zione, non lavoro né paresse, è la costante disat­ti­va­zione della mac­china onto­lo­gica, è la potenza che svela, espone e neu­tra­lizza tutte oppo­si­zioni col­la­bo­ranti. E se la filo­so­fia, secondo il motto di Kojève che Agam­ben ama ricor­dare, è quel discorso che par­lando di qual­cosa parla anche del fatto che sta par­lando, desti­tuente è pro­prio que­sta ven­ten­nale ricerca.
Con l’acribia del filo­logo e l’acume del teo­rico, l’autore di Homo sacer non ha fatto che esi­bire e scio­gliere, da vent’anni a que­sta parte, le rela­zioni fon­da­men­tali dell’ontologia poli­tica. E qui, dove vita e forma, zoè e bios, essere e modi d’essere non si distin­guono più, l’opera chia­mata Homo sacer coin­cide con l’inoperosità.
Al di là del sog­getto, e dei prin­cipi del dovere, della volontà, al di là del comando, del bando sovrano o del vin­colo tra potere costi­tuente e potere costi­tuito, lì dove non vi sono più isti­tu­zioni né governi, oltre la bio-politica, si può final­mente nomi­nare la vera anar­chia. Modo o forma-di-vita, que­sta sol­tanto «si libera come con­tatto»: disat­ti­vando il dispo­si­tivo che la trat­tiene, cioè «con la lucida espo­si­zione» della stessa ano­mia o «anar­chia interna al potere».


Squallidi, teneri e dannati, gli antieroi di Richard Yates

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

Squallidi, teneri e dannati, gli antieroi di Richard Yates

Narrativa americana. Secondo romanzo dell'autore di "Revolutionary Road", "Sotto una buona stella" racconta l'odissea isterica di una scultrice mancata e la vita in guerra di suo figlio

Ciò che rende Richard Yates uno scrit­tore così sin­go­lare ben­ché non esi­bi­sca segnali sti­li­stici cla­mo­rosi, ha a che vedere con la sua ricor­rente capa­cità di appas­sio­narci a per­so­naggi per­denti, ma non fino al punto di pro­porsi quali figure esem­plari della mise­ria umana; come se una natu­rale discre­zione tenesse le pagine dello scrit­tore ame­ri­cano lon­tane dagli eccessi, e il suo pudore si tra­du­cesse nella abi­lità di tro­vare la giu­sta misura del pathos. Per di più, Yates sa ren­dere attraenti le vicis­si­tu­dini dav­vero poco ecla­tanti di per­so­naggi senza par­ti­co­lari carat­teri distin­tivi, non dise­gna scene memo­ra­bili, e le trame dei suoi romanzi si sno­dano in buona parte pre­ve­di­bili, senza mai sbi­lan­ciarsi in bru­sche virate, men­tre tutta la riserva di suspence si ali­menta, in fondo, a niente altro se non le rica­dute in quella auto­di­strut­ti­vità che cicli­ca­mente e inde­fet­ti­bil­mente guida le gesta dei suoi per­so­naggi. Certo, anche gli eventi esterni spesso infie­ri­scono, ma ciò che deter­mina il destino degli uomini e delle donne cari a Yates pro­viene dalla strut­tura della loro per­so­na­lità, dalle loro orga­niz­za­zioni difen­sive con­tro una vita che sem­bra averli pre­vi­sti con le spalle al muro.
Quasi tutto ciò che lo scrit­tore ame­ri­cano inventa ha solide radici nella sua bio­gra­fia, sulla quale domina, come una costel­la­zione sini­stra, la figura della madre, che si chia­mava Ruth e era una scul­trice pro­prio come Alice Pren­tice, anima prin­ci­pale del secondo romanzo di Yates, Sotto una buona stella, scritto nel 1969 e tra­dotto solo ora da Andreina Lom­bardi Bom (mini­mum fax, intro­du­zione di Fran­ce­sco Longo, pp. 411, euro 14,50). Otto anni prima, l’unico vero suc­cesso dello scrit­tore sta­tu­ni­tense, Revo­lu­tio­nary Road, sem­brò fis­sare la soglia delle aspet­ta­tive troppo in alto per essere di nuovo rag­giunta, e dun­que agì retroat­ti­va­mente a mo’ di male­di­zione, oscu­rando la fama di altri romanzi che avreb­bero meri­tato di venire valu­tati, se non altro, come una con­ferma. Il fatto è che nulla di quanto Yates avrebbe poi rac­con­tato risultò tanto coin­vol­gente quanto i litigi e le fru­stra­zioni dei gio­vani Whee­ler, gli abi­tanti di Revo­lu­tio­nary Road insod­di­sfatti e idio­sin­cra­tici rispetto allo ste­reo­tipo bor­ghese anni ’50, che loro mal­grado si tro­vano a incarnare.
Quella che Yates inter­pretò con i suoi romanzi sarebbe pas­sata alla sto­ria come l’età dell’ansia. Tre anni dopo la sua nascita comin­ciò la Grande depres­sione, poi venne la guerra, pos­si­bile tea­tro di riscatto per uomini come quelli che lo scrit­tore ame­ri­cano mette in scena. Pro­prio uno di loro è il pro­ta­go­ni­sta di Sotto una buona stella: si chiama Robert J. Pren­tice, viene arruo­lato a diciotto anni come fuci­liere e desti­nato, subito dopo lo sfon­da­mento tede­sco nelle Ardenne bel­ghe, a rag­giun­gere la Nor­man­dia, poi l’Alsazia sotto il comando della Prima Armata fran­cese. Sem­pre meno capace di cap­tare il senso di ciò che gli suc­cede intorno, Pren­tice avverte le scene che la guerra offre alla sua ine­spe­rienza come una sequenza di riprese mon­tate a casac­cio: le poche azioni bel­li­che in cui è coin­volto rive­lano la sua gof­fag­gine ma al tempo stesso il suo corag­gio e il desi­de­rio quasi dispe­rato di farsi valere. Deve la pro­pria insi­cu­rezza al fatto di essere cre­sciuto lon­tano dal padre, un brav’uomo che prov­vede al suo sosten­ta­mento e a quello della madre scia­lac­qua­trice, ver­bosa e mani­cale nel suo otti­mi­smo fuori luogo, il cui umore sale a misura delle ille­git­time fan­ta­sie di gran­dezza che le deri­vano dal suo lavoro di scultrice.
Da bam­bino Pren­tice posava nudo per lei, sfi­dando il sar­ca­smo dei com­pa­gni di scuola e la noia delle lun­ghe gior­nate pas­sate immo­bile con il brac­cio pie­gato e un grap­polo d’uva a sfio­rar­gli la bocca. Da grande scrive alla madre let­tere dal fronte, ma prima ancora – quando il romanzo prende avvio – sfrutta la breve licenza che lo separa dalla guerra che com­bat­terà in Europa per andarla a tro­vare. Ed ciò che il suo occhio regi­stra a for­nire al let­tore il primo ritratto di Alice. A dispetto delle sue fan­ta­sie di gran­deur, gli interni della casa che ora abita si pre­sen­tano sciatti, arre­dati con mobili sbi­len­chi, imbrat­tati di cenere di siga­retta. E quando porta il figlio a man­giare fuori gli dice la stessa iden­tica frase che ripe­terà quat­tro­cento pagine dopo alla amica di turno, ossia che tutti i risto­ranti della zona sono orrendi ma lei ne ha tro­vato uno decente, anzi pro­prio sim­pa­tico e poco caro, come a signi­fi­care che il suo fiuto e il suo indub­bio buon gusto bastano a dis­sol­vere lo squal­lore in cui le tocca vivere.
La car­riera arti­stica di Alice è «una odis­sea iste­rica», resa sop­por­ta­bile dalla con­vin­zione di tro­varsi comun­que sotto quella buona stella che dà il titolo al libro, e soprat­tutto con­for­tata dalla soli­da­rietà incrol­la­bile, seb­bene non acri­tica, del suo bam­bino, che cre­sce sen­ten­dosi l’unico senza un padre, l’unico a avere sta­tue nel garage invece di una mac­china, il solo a essere allog­giato in una casa che sa di escre­menti di gatto e rima­su­gli di pla­stlina. Tutto ciò che Alice chie­derà al figlio in par­tenza per la guerra è di con­ve­nire con lei su quanto ha biso­gno di pen­sare: che la sua vita non è stata un fal­li­mento.
Come molti altri per­so­naggi di Yates, Alice Pren­tice deve ele­mo­si­nare dallo sguardo dell’altro ciò che le serve per sen­tirsi una per­sona meri­te­vole di esi­stere. Ha avuto un marito ma era per lei troppo mode­sto: liti­ga­vano e ha divor­ziato. Ha ceduto alle lusin­ghe pas­seg­gere di altri uomini, e quando ormai le spe­ranze sem­bra­vano per­dute era arri­vato l’incontro che avrebbe inau­gu­rato la sua nuova vita. Fin dalla prima frase – «Ho saputo che lei è un’artista» – Ster­ling Nel­son si era annun­ciato come l’uomo per­fetto. Ma era scritto nel destino di Alice che se ne sarebbe andato, seb­bene non avesse pre­vi­sto l’onta di sco­prirlo in fuga dai suoi debi­tori. Per­ciò ancora una volta lei resterà sola con il figlio, diso­rien­tata nella grande casa vuota, fra oggetti pre­ziosi la cui ori­gine e il cui valore le sono inin­tel­le­gi­bili, pronta a un nuovo trasloco.
Non era dif­fi­cile per Yates, imme­de­si­marsi in quella prov­vi­so­rietà eletta e regola di vita, né descri­vere i gesti rive­la­tori di una donna model­lata su sua madre, anche lei una arti­sta man­cata al seguito della quale aveva fatto le vali­gie almeno una volta l’anno. Nel ricordo che Richard Price gli dedicò, l’autore di Revo­lu­tio­nary Road appare come un uomo indi­gnato, pieno di ama­rezza e di ran­cori. Di sicuro lo era, ma l’esperienza di una vita tanto avara di sod­di­sfa­zioni – ben­ché avesse gua­da­gnato una noto­rietà suf­fi­ciente a far­gli com­mis­sio­nare la ste­sura dei discorsi di Robert Ken­nedy quando era mini­stro della difesa – rese al tempo stesso più spie­tato e più com­mosso il suo sguardo di scrit­tore. Tutta una serie di river­beri si aprono, infatti, a illu­mi­nare, ma anche a giu­sti­fi­care, la debo­lezza dei suoi per­so­naggi, le pic­cole mise­rie, la bra­mo­sia di venire innal­zati a una più nobile con­di­zione sociale gra­zie alla fre­quen­ta­zione delle per­sone «giuste».
Alcune tra le pagine più belle di que­sto secondo romanzo di Yates col­gono Alice Pren­tice nel salotto dei grandi pos­si­denti ter­rieri dai quali vor­rebbe otte­nere un affitto, poi nella casa dei suoi nuovi spre­giu­di­cati vicini: in entrambe le situa­zioni, tre­mante di disa­gio o di ammi­ra­zione, con­tem­pla quelli che fino a un minuto prima le sareb­bero sem­brati difetti, e li con­verte in virtù. Il distacco, la sciat­te­ria, l’incuranza della più rudi­men­tale gen­ti­lezza, la casua­lità del vestire, tutto le appare come un segno di distin­zione, di rilas­sata libertà dei costumi, a fronte della sua con­ven­zio­na­lità borghese.
Le pagine che Yates dedica a Alice si alter­nano a quelle dove è pro­ta­go­ni­sta il gio­vane Robert, che dal fronte passa in ospe­dale per curarsi una pol­mo­nite, pro­prio men­tre la prima Armata attra­versa il Reno e nel Paci­fico i mari­nes sbar­cano a Iwo Jima. L’uccisione dell’unico com­pa­gno d’armi al quale Pren­tice si era affe­zio­nato gli fa cer­care una occa­sione per espiarne la morte, ma per quanto si affanni quella occa­sione non gli verrà data.
Anche in Cold Spring Har­bor Yates attin­gerà alle sue per­so­nali espe­rienze di inviato sul fronte – prima in Fran­cia, poi in Ger­ma­nia con le forze di occu­pa­zione – e pro­iet­terà sul per­so­nag­gio di Evan le lusin­ghe che la guerra for­ni­sce alla for­ma­zione della per­so­na­lità di un ragazzo; ma subito dopo ritira quella pro­messa di digni­tosa viri­lità, e anche di Evan fa un can­di­dato al fal­li­mento. Qui, per la verità, il per­so­nag­gio di Robert gode di qual­che luce in più, ma pro­prio quando il let­tore sem­bra legit­ti­mato a nutrire una spe­ranza sulle sue sorti, pro­prio quando la guerra è ormai finita e il gio­vane Pren­tice è pronto a andare per il mondo, un finale bru­sco taglia il fiato del romanzo, come se Yates non avesse saputo risol­vere altri­menti il suo impe­ra­tivo a lasciare il let­tore con l’amaro in bocca.


domenica 28 dicembre 2014

Nei soldi un prezzo per la solitudine

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

Nei soldi un prezzo per la solitudine

Storia americana . Nella sua rassegna della recente, George Packer dimostra come all’origine del dissesto ci siano soldi facili e una vorticosa sparizione di ogni idealismo politico

Si rac­conta che prima di diven­tare famosa Oprah Win­frey avesse una cita­zione attac­cata allo spec­chio, una frase da lei attri­buita a Jesse Jack­son: «Se posso pen­sarlo, e se il mio cuore ci crede, signi­fica che posso farlo». A cosa pen­sasse il reve­rendo Jack­son è sto­ria nota. Pen­sava di cor­rere per la Casa Bianca e dovette cre­derci con tutto il cuore, ma non riu­scì mai nell’intento mal­grado abbia par­te­ci­pato per ben due volte alle pri­ma­rie del par­tito demo­cra­tico. Il suo fal­li­mento è stato però com­pen­sato dal suc­cesso della con­dut­trice tele­vi­siva. Il jet pri­vato di Oprah, il suo patri­mo­nio miliar­da­rio, l’impero d’immagine che que­sta donna del Mis­sis­sippi ha costruito con la sola forza della per­so­na­lità, dimo­strano che il prin­ci­pio di con­ce­pire un obiet­tivo e cre­derci fino in fondo è valido. Valido nella misura in cui può essere valido per un ame­ri­cano, ovvio. Il che è come dire: valido come può esserlo un sogno o una bella favola. In effetti, è anche qual­cosa di più.
Nella ver­sione ovvia­mente agio­gra­fica e poco atten­di­bile che Oprah dà della sua infan­zia, in prin­ci­pio c’era una bam­bina dalla pelle neris­sima e così povera che nes­suno dei suoi vestiti era com­prato in un nego­zio. Per ani­mali dome­stici aveva un paio di sca­ra­faggi allog­giati in un barat­tolo. Illu­mi­nata dalla lugu­bre luce di inizi tanto infe­lici e sco­rag­gianti, la sto­ria di Oprah non è più sol­tanto la bella favola. Mat­ta­trice indi­scussa della tele­vi­sione. Amba­scia­trice della let­tura presso il grande pub­blico. La donna che dà del tu a chiun­que, Pre­si­dente incluso, è la dimo­stra­zione che ascen­dere dalla stalle alle stelle è ancora pos­si­bile.
La para­bola straor­di­na­ria di Oprah è inol­tre un dito pun­tato con­tro le per­sone che usano i pro­dotti sca­denti che lei recla­mizza ma che mai si sogne­rebbe di acqui­stare. Fa sen­tire in colpa le per­sone che non pos­sono chia­mare «amico» John Tra­volta. Quale opi­nione potrà mai avere di sé la per­sona che non pos­siede nem­meno una casa, quando Oprah, la bam­bina che gio­cava con gli sca­ra­faggi, ne ha addi­rit­tura nove? Insomma, l’esistenza di Oprah non sol­tanto dimo­stra che il sogno ame­ri­cano esi­ste; priva di ogni scu­sante coloro che non ci hanno cre­duto, che non ce l’hanno fatta. L’assunto che restare un per­dente è dovuto soprat­tutto a una man­canza di fidu­cia in sé stessi, a una scarsa deter­mi­na­zione nel con­qui­sta della pro­pria feli­cità, è da sem­pre un tratto distin­tivo del pen­siero ame­ri­cano, se non il tratto per eccel­lenza, quello dal quale tutti gli altri discendono.
Per quanto possa appa­rire falsa o reto­rica agli occhi di noi euro­pei, que­sta con­vin­zione ha costi­tuito il punto di forza della nazione, una risorsa morale cui attin­gere nei momenti deci­sivi. Non per nulla l’espressione «Sogno Ame­ri­cano» divenne popo­lare durante la Grande Depres­sione, a par­tire dal 1931, gra­zie allo sto­rico James Tru­slow Adams che la usò non lesi­nando sull’enfasi, in un libro dal titolo che era tutto un pro­gramma, Epic of Ame­rica. Pec­cato però che da qual­che decen­nio a que­sta parte il mito evi­denzi crepe impor­tanti. I Fran­tumi dell’America, vin­ci­tore del Natio­nal Book Award per la sag­gi­stica (Mon­da­dori, tra­du­zione di Sil­via Rota Sperti, pp. 489, euro 25,00), rac­conta que­sto declino ormai tren­ten­nale intrec­ciando i per­corsi di varie persone.
Alcune di esse non sono che brevi ritratti, meda­glioni di cele­brità, quali appunto Oprah Win­frey, stelle che fanno da fon­dale a cin­que sto­rie più oscure o per­lo­meno non illu­mi­nate dai riflet­tori. Il figlio impren­di­tore di un col­ti­va­tore di tabacco caduto in disgra­zia. La figlia di un eroi­no­mane afroa­me­ri­cano cre­sciuta nella deso­la­zione della Rust Belt dein­du­stria­liz­zata. Un col­la­bo­ra­tore di John Biden che smar­ri­sce pre­sto i suoi begli ideali. Il ricco fon­da­tore di Pay­Pal. Per finire, non una per­sona ma un luogo della Flo­rida: Tampa, cen­tro nodale di una furiosa spe­cu­la­zione immo­bi­liare e di quanto sca­turì dal quel furore ovvero il feno­meno del Tea Party.
È un arazzo del disfa­ci­mento quello ordito da George Pac­ker, firma di punta del «New Yor­ker» che nel 2005 aveva dato alle stampe The Assas­sins’ Gate, inchie­sta ad ampio spet­tro sulla disa­strosa occu­pa­zione dell’Iraq da parte dall’amministrazione Bush. Per certi versi que­sto nuovo libro può defi­nirsi un pre­quel, una risa­lita alle ori­gini del declino. Pac­kar pre­mette che nes­suno può indi­vi­duare con cer­tezza il momento ini­ziale, per­ché «come ogni grande cam­bia­mento, anche que­sto ini­ziò innu­me­re­voli volte, in innu­me­re­voli modi, fin­ché a un certo punto il paese — sem­pre lo stesso paese — varcò una deter­mi­nata soglia sto­rica e diventò irri­me­dia­bil­mente diverso». A que­sta con­si­de­ra­zione dell’autore va aggiunto che l’eventualità di una grave crisi, di una minac­cia cata­stro­fica se non apo­ca­lit­tica è sem­pre stata parte inte­grante del rac­conto nazio­nale. La potremmo defi­nire la forza oscura di cui il paese ha biso­gno per dimo­strare a se stesso di cosa è capace, quale avver­sità è pronto ad affron­tare per la rea­liz­za­zione e la difesa del suo Sogno. Del resto, non fosse per l’abisso delle stalle, che senso avrebbe la sca­lata alle stelle?
Molte di que­ste minacce sono state soprat­tutto imma­gi­na­rie, spet­tri da sban­die­rare in nome dell’unità nazio­nale, ma non sono man­cati i momenti di auten­tica dram­ma­ti­cità. Tra que­sti il più fune­sto del Nove­cento è stato cer­ta­mente la Grande Depres­sione ed è pro­prio un testo fon­da­men­tale di quell’epoca che Pac­ker ha scelto quale modello nar­ra­tivo per il suo rac­conto: U.S.A. di John Dos Pas­sos. Da quella tri­lo­gia scritta nei dif­fi­cili ’30 I fran­tumi dell’America mutuano il con­ti­nuo alter­nare di campi lun­ghi e sguardi rav­vi­ci­nati, l’incessante sovrap­po­si­zione di piani e tempi diversi, il fre­ne­tico e appa­ren­te­mente scoor­di­nato sus­se­guirsi di fram­menti di sto­rie, fram­menti che a tratti diven­tano sem­plici sem­plici frasi, imma­gini ica­sti­che nelle quali si intra­vede un ordito di qual­che tipo, un livello sot­ter­ra­neo dal quale è pos­si­bile estrarre un filo rosso.
Nel mezzo del suo viag­gio, Pac­ker mostra in ter­mini ine­qui­vo­ca­bili che all’origine del dis­se­sto ame­ri­cano ci sono i soldi facili e la con­se­guente e vor­ti­cosa spa­ri­zione di ogni idea­li­smo poli­tico. Lo fa attra­verso le parole di Jeff Con­naughton, con­si­gliere dell’amministrazione Clin­ton ven­du­tosi alle ragioni del lob­bi­smo. E non senza pro­fitto: «Quando piov­vero van­taggi su Wall Street così come su Washing­ton, quando diventò pos­si­bile fare milioni di dol­lari sul bot­tino azien­dale — io ne ne sono un esem­pio vivente, nes­suno ha mai sen­tito par­lare di me eppure sono uscito da Washing­ton con milioni di dol­lari in tasca -, quando il prezzo di certi com­por­ta­menti dimi­nuì, quando comin­cia­rono a ero­dersi e a scom­pa­rire le norme che se non altro fre­na­vano le per­sone dall’essere sfron­tate nel loro modo di gua­da­gnare, la cul­tura cambiò».
È quella che Con­naughton chiama la «teo­ria uni­ver­sale», teo­ria che dovrebbe spie­gare cosa è diven­tato il denaro nella vita ame­ri­cana a par­tire dagli anni ’80: il segno di un’intera epoca, di un declino. Allo sgre­to­larsi delle regole che face­vano fun­zio­nare le vec­chie isti­tu­zioni, la nazione di un tempo è andata in fran­tumi, lasciando un vuoto riem­pito dal capi­tale orga­niz­zato, «la forza di default della vita ame­ri­cana». Il mito vuole che crolli di tale spe­cie non por­tino sol­tanto disa­stri. I disa­stri rin­no­vano. Non si dice forse che biso­gna vivere i momenti di crisi come occa­sioni da cogliere al volo?
L’America è il paese della libertà e per­tanto Pac­ker non manca di osser­vare che l’occasione offerta dal crollo è stata per l’appunto «una libertà che non si era mai vista prima»; ma in un mondo troppo libero, nel gioco tipi­ca­mente ame­ri­cano del vin­cere o per­dere, «i vin­ci­tori vin­cono come non mai, levan­dosi in alto come enormi diri­gi­bili, men­tre i per­denti pre­ci­pi­tano a lungo prima di toc­care terra, e a volte non la toc­cano mai». Il vero prezzo da pagare non è tut­ta­via il fal­li­mento in sé bensì la soli­tu­dine nella quale ognuno gioca le pro­prie carte. E poco importa allora che la par­tenza sia uno sca­lino di pri­vi­le­gio o uno sca­ra­fag­gio chiuso in un barat­tolo. Nell’era della libertà sfre­nata soprat­tutto una cosa va tenuta a mente: che nes­suno si pre­oc­cu­perà mai di te all’infuori di te.


L’invenzione di un tipo umano: il terrorista

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

L’invenzione di un tipo umano: il terrorista

Resistenza. Nella storia dei gap di Santo Peli, tentativi e fallimenti nelle azioni di piccoli gruppi, presto disintegrati da errori e tradimenti; ma si contarono anche gesti eroici, soprattutto fra le donne
Un libro di sto­ria che ha nel titolo la parola «ter­ro­ri­smo» è una occa­sione da non per­dere. Viviamo immersi in un pre­sente senza tempo: l’orizzonte è occu­pato da una spe­cie di terza guerra mon­diale con­tro il ter­ro­ri­smo. I «Guan­tà­namo files» docu­men­tano quante e quali tor­ture siano state pra­ti­cate nel ter­ri­to­rio extra-legem della con­ces­sione strap­pata a Cuba dall’imperialismo ame­ri­cano del primo ‘900 men­tre giu­dici e governo degli Stati Uniti chiu­de­vano gli occhi e la cul­tura giu­ri­dica del paese abi­tuato a defi­nirsi orgo­glio­sa­mente «gover­nato dalla legge» sci­vo­lava verso gli abissi della legit­ti­ma­zione di trat­ta­menti degra­danti in nome della guerra al ter­ro­ri­smo. E ora, ecco che lo sto­rico Santo Peli pro­pone di col­le­gare la Resi­stenza col ter­ro­ri­smo in Sto­rie di Gap Ter­ro­ri­smo urbano e Resi­stenza (Einaudi, pp. VIII-280, euro 30,00).
La Resi­stenza è un’epopea di mon­ta­gna, non la si può imma­gi­nare senza pae­saggi alpini. Lo dicono le sue can­zoni: «Dalle belle città date al nemico/ fug­gimmo un dì su per l’aride mon­ta­gne»: ma se il par­ti­giano fosse rima­sto sulla mon­ta­gna, magari sepolto «sotto l’ombra di un bel fior», la sto­ria dell’Italia sarebbe stata diversa. Nes­suno si sarebbe accorto che c’era una guerra civile, così come nes­suno seppe allora della depor­ta­zione degli ebrei del ghetto di Roma o della strage di Meina. Gli occu­panti tede­schi ave­vano tutto l’interesse a tenere all’oscuro la popo­la­zione e a pre­sen­tarsi come i tutori dell’ordine che il regime repub­bli­chino non era in grado di garan­tire. Così all’arrivo degli alleati gli ita­liani sareb­bero usciti dai rifugi anti­ae­rei né più né meno come vi erano entrati. Fu pen­sando a come tra­sfor­mare la guerra in rivo­lu­zione sociale e poli­tica che a fine set­tem­bre 1943 il Par­tito comu­ni­sta dette vita, accanto al modello orga­niz­za­tivo delle nascenti bri­gate Gari­baldi, alla costi­tu­zione dei Gap, gruppi d’azione patriot­tica: accanto al modello iugo­slavo della guerra per bande i comu­ni­sti si impor­tava così in Ita­lia quello fran­cese dei «Francs-tireurs et par­ti­sans».
Il colore ita­liano lo dava l’epopea risor­gi­men­tale: il nome di Gari­baldi, l’evocazione dei «patrioti», la Resi­stenza come secondo Risor­gi­mento. In realtà quello che fu orga­niz­zato coi Gap fu un pro­getto di ter­ro­ri­smo urbano. Fu voluto e attuato «solo dal par­tito comu­ni­sta», come scrisse Pie­tro Sec­chia : anche se non man­ca­rono apporti signi­fi­ca­tivi del Par­tito d’azione e del Par­tito socia­li­sta. Tema duro e dif­fi­cile: finora nes­suno lo aveva per­corso in modo siste­ma­tico. Dif­fi­cile per la man­canza o la disper­sione delle fonti, che ren­dono impos­si­bile una rico­stru­zione det­ta­gliata capace di mostrare i fili che con­net­tono tante sto­rie di indi­vi­dui e di pic­coli gruppi; ma dif­fi­cile anche per ragioni ine­renti il feno­meno del ter­ro­ri­smo. In que­sto libro appare straor­di­na­ria­mente inte­res­sante l’analisi di come fu creato il ter­ro­ri­sta quale tipo umano. C’è un sen­ti­mento comune, una repul­sione che scatta davanti al com­pito di ucci­dere a san­gue freddo una per­sona che non si cono­sce. L’odio con­tro un fasci­sta, come il colon­nello Inga­ramo, una spia come il Pol­la­stra (Bruno Landi) o Nello Nocen­tini, un tor­tu­ra­tore come il mag­giore Carità, era una spinta suf­fi­ciente all’azione: si poteva con­tare anche sulla appro­va­zione del quar­tiere popo­lare anti­fa­sci­sta. Ma per­ché ucci­dere a freddo un vec­chio pro­fes­sore indi­feso, come Gio­vanni Gen­tile? O un sol­dato tede­sco, un gio­vane uomo ignaro e senza altra colpa che di essere un occu­pante stra­niero? Non ci fu certo il tempo di sele­zio­nare e adde­strare i mem­bri delle Gap. Da qui gli epi­sodi di atten­tati fal­liti per l’invincibile dif­fi­coltà a diven­tare un assas­sino di per­sone sco­no­sciute e indi­fese. Eppure non c’è dub­bio che la neces­sità sto­rica e poli­tica della discesa della guerra civile nelle città esce con­fer­mata dallo stu­dio di Peli e le vicende indi­vi­duali da lui rico­struite ci ripor­tano il sapore aspro del risve­glio a caro prezzo degli ita­liani dall’attendismo, dalla tor­pida quiete ven­ten­nale del regime.
Quando i Gap comin­cia­rono a ucci­dere non solo fasci­sti ita­liani ma anche sol­dati tede­schi si sca­tenò, come pre­vi­sto, la rea­zione in forma di rap­pre­sa­glie. E la popo­la­zione ita­liana, dura­mente risve­gliata dall’assuefazione al regime di occu­pa­zione tede­sca appa­ren­te­mente paci­fica, pagò prezzi di san­gue. Si apri­rono da allora ferite dif­fi­cili da rimar­gi­nare: sap­piamo bene quale lunga scia di pole­mi­che abbia lasciato l’episodio che portò alle Fosse Ardea­tine e quanto inchio­stro con­ti­nui a scor­rere ancora intorno all’uccisione di Gio­vanni Gen­tile. Da qui emerge un pro­blema gene­rale attua­lis­simo, di cui Santo Peli illu­mina la natura tra­gica: la dif­fi­coltà di creare il ter­ro­ri­sta come tipo umano capace di ucci­dere a freddo, di met­tere nel conto il prezzo di vite inno­centi che sarà pagato.
Leg­gendo le sue pagine viene in mente una scena del film di Gillo Pon­te­corvo, La bat­ta­glia di Algeri: quella della donna che mette la bomba in un mer­cato dove stanno entrando donne e bam­bini. Nella Resi­stenza ita­liana rac­con­tata da Santo Peli incon­triamo donne e uomini a cui si dovette inse­gnare a supe­rare la repul­sione istin­tiva a ucci­dere a tra­di­mento per­sone sco­no­sciute. Impa­rare ad ammaz­zare qual­cuno senza l’impulso dell’offesa da risar­cire o della neces­sità di difen­dersi voleva dire pas­sare dal tipo del par­ti­giano (il nemico asso­luto, come l’ha defi­nito Carl Sch­mitt) all’altro e ben diverso livello, quello del ter­ro­ri­sta. E non fu facile creare que­sto nuovo tipo umano. Lo si vide ripe­tu­ta­mente nella sto­ria delle azioni di quei mesi, quando i primi mem­bri dei Gap non riu­sci­vano a pre­mere il gril­letto; erano per­sone di indi­scu­ti­bile valore e deter­mi­na­zione, ma nel momento deci­sivo li bloc­cava un istinto, un inter­detto morale pro­fon­da­mente radi­cato.
Di fatto l’esperimento dei Gap fu breve, limi­tato a pochi gruppi o indi­vi­dui, minato da una incre­di­bile povertà e pre­ca­rietà di mezzi: si pensi che i gap­pi­sti che il 1° dicem­bre 1943 ucci­sero a Firenze Gino Gobbi, il coman­dante del distretto mili­tare, ave­vano due bici­clette in quat­tro e due pistole malan­date di cui una si inceppò. Quelli che a Roma ucci­sero un mili­tare tede­sco dovet­tero ser­virsi di trin­cetti da cal­zo­laio. La sto­ria dei Gap rico­struita con una ricerca paziente e accu­rata da Santo Peli fu una suc­ces­sione di ten­ta­tivi e di fal­li­menti, di pic­coli gruppi pre­sto disin­te­grati da errori e tra­di­menti; ma fu anche sto­ria di eroi­smi straor­di­nari, in cui bril­la­rono spe­cial­mente le donne. E comun­que la resi­stenza a ucci­dere i tede­schi rimase come un osta­colo dif­fi­cile da supe­rare anche quando la lotta dalle città si tra­sferì alle cam­pa­gne. Il che avvenne nell’estate del ‘44 . Fu a que­sto punto che, con­clusa la sta­gione dei Gap, entrò in scena un nuovo pro­getto stra­te­gico, quello delle Sap.
Per dare vita all’insurrezione di popolo come vero momento di libe­ra­zione nazio­nale il ter­ro­ri­smo non bastava. Biso­gnava esten­dere la rivolta, coin­vol­gere la popo­la­zione. Que­sta l’idea di Togliatti nell’appello lan­ciato da Napoli il 6 giu­gno 1944. Fu la svolta che portò alla costi­tu­zione delle Sap: squa­dre reclu­tate dal pro­le­ta­riato di fab­brica delle città del trian­golo indu­striale, o dalle masse con­ta­dine dell’Emilia Roma­gna. Que­ste squa­dre svol­sero un’azione di attacco con­tro nemici fasci­sti e occu­panti tede­schi legan­dola però a com­piti di aiuto alla popo­la­zione. A Torino, a Milano, ven­nero abbat­tuti alberi seco­lari per por­tare legname alle fami­glie: e fu ancora a Torino che furono pre­le­vati e distri­buiti sei quin­tali di sale da parte dei sap­pi­sti.
I pro­ta­go­ni­sti cam­biano, non sono più i vec­chi mili­tanti (trenta-quarantenni in realtà): i mem­bri della bri­gata geno­vese dei Balilla sono ragazzi di vent’anni e anche meno. Quando il ter­ro­ri­smo si muove nelle cam­pa­gne non è più quello delle pic­cole unità iso­late che si muo­vono nel buio delle notti tra i vicoli cit­ta­dini: quello che nasce e si svi­luppa con le Sap è una guerra con­ta­dina con­tro il nemico di classe, un feno­meno di massa dove chi agi­sce può con­tare sulla soli­da­rietà e sull’aiuto della popo­la­zione. Que­ste pagine ci gui­dano nelle cam­pa­gne emi­liane, distin­guono con mano sicura le dif­fe­renze tra il mode­nese, il fer­ra­rese e il reggiano.

sabato 27 dicembre 2014

L’austerity non è un pranzo di gala

da il manifesto
CULTURA

L’austerity non è un pranzo di gala

Saggi. «Podemos» di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena. Un partito politico nato sull’onda degli indignados che attira l’attenzione della sinistra italiana

‘’Chie­de­remo uno sforzo mag­giore a tutti. In primo luogo alla società spa­gnola, ai cit­ta­dini, ma anche all’amministrazione pub­blica. Uno sforzo nazio­nale». Mag­gio 2010, Cor­tes di Madrid: l’annuncio della resa di Zapa­tero. La social­de­mo­cra­zia dell’Europa meri­dio­nale rinun­cia a un punto di vista alter­na­tivo a quello di Mer­kel sulla crisi economico-finanziaria: l’austerità può dila­gare, amman­tata di reto­rica dei «sacri­fici neces­sari». La tede­sca Spd di cento anni fa votò i cre­diti di guerra al governo di Guglielmo II, il tra­di­mento di ini­zio del nuovo secolo è que­sto: il Psoe rinun­cia alla difesa dei ceti popo­lari e svuota di senso il suo chia­marsi «socia­li­sta» e «operaio».
L’attuale grande coa­li­zione che regge l’Europa è con­se­guenza di que­sta ban­ca­rotta della sini­stra mode­rata, in par­ti­co­lare quella dei Paesi «deboli»: invece di costruire un’alleanza della «peri­fe­ria», si accre­dita come ese­cu­tore effi­ciente delle misure det­tate da Ber­lino e Fran­co­forte. Il suo ingan­ne­vole appello patriot­tico allo «sforzo nazio­nale», però, non è rac­colto da tutti: prende forma un’insubordinazione di massa che in Gre­cia e Spa­gna assume le sem­bianze di Syriza e Podemos.
Dopo essersi cimen­tati con le vicende elle­ni­che (Tsi­pras chi?, Ale­gre), Mat­teo Puc­cia­relli e Gia­como Russo Spena con­ti­nuano il rac­conto di que­sta ribel­lione non­vio­lenta nell’agile ma denso Pode­mos. La sini­stra spa­gnola oltre la sini­stra (Ale­gre, pp. 127, 12 euro, pre­fa­zione di Moni Ova­dia). Una docu­men­tata e con­vin­cente rico­stru­zione della bre­vis­sima sto­ria della forza poli­tica attual­mente in testa ai son­daggi in Spa­gna. Sto­ria che comin­cia nel movi­mento degli indi­gna­dos, esploso il 15 mag­gio 2011, che diede voce a un’interpretazione della crisi diversa da quella main­stream: «col­pe­vole» non è il debito pub­blico (era al 36% in rap­porto al pil nel 2006), ma un modello di svi­luppo fon­dato su inde­bi­ta­mento pri­vato e spe­cu­la­zione edi­li­zia («nel 2006 in Spa­gna si erano costruite più case che in Fran­cia, Ita­lia e Ger­ma­nia messe insieme», si ricorda opportunamente).
Quel punto di vista cri­tico, e l’energia di mobi­li­ta­zione che ne è deri­vata, non si è mai auto-rappresentata come «sini­stra»: qui sta uno dei punti di mag­giore inte­resse – e con­tro­ver­sia – di quel movi­mento. E, oggi, di Pode­mos. La tesi degli autori è con­vin­cente: «il “né di destra né di sini­stra” spesso uti­liz­zato tra gli indi­gna­dos non è figlio di un pen­siero post ideo­lo­gico né un rifiuto a posi­zio­narsi con gli sfrut­tati e coi senza diritti», ma è la scelta di non attac­carsi a parole-feticcio quando esse, in certi con­te­sti, ser­vono più a con­fon­dere che a spie­gare. Puc­cia­relli e Russo Spena col­gono altret­tanto bene come l’identificazione delle radici di Pode­mos nelle piazze occu­pate non signi­fi­chi che il neo­nato par­tito sia «l’auto-rappresentazione diretta» di quel movi­mento. Fon­da­men­tale è stata la media­zione, con evi­denti tracce di avan­guar­di­smo di stampo leni­ni­sta, di un gruppo di intellettuali-militanti capace di for­za­ture ver­ti­ci­sti­che: Pode­mos è «un pro­dotto ragio­nato, razio­nale», con­ce­pito a tavo­lino «ana­liz­zando il contesto».
Non sarebbe acca­duto nulla, però, senza la suc­ces­siva capa­cità di coin­vol­gi­mento delle per­sone «non mili­tanti», dell’universo pre­ca­rio non più solo gio­va­nile, e senza la lea­der­ship del 36enne Pablo Igle­sias, pro­fes­sore e ani­male tele­vi­sivo – a dispetto di chi la dà per morta: la tv conta ancora molto – con solida cul­tura neo­co­mu­ni­sta e «doti da incan­ta­tore di ser­penti». Tutto messo al ser­vi­zio di un pro­getto poli­tico che non pro­pone di unire la sini­stra («non me ne importa nulla», Igle­sias dixit), ma di «creare un nuovo pro­cesso che vuole incar­nare un cam­bia­mento di sistema». Pode­mos è un’operazione che fonda il pro­prio suc­cesso su un «misto di “tec­no­po­li­tica” e radi­ca­li­smo, rin­no­va­mento e rot­tura gene­ra­zio­nale, ambi­zione e in certi casi pre­sun­zione», com­pen­diano con effi­ca­cia gli autori. Che illu­strano con pre­ci­sione le dif­fe­renze fra gli spa­gnoli e i 5Stelle, ben più nume­rose delle super­fi­ciali ana­lo­gie da poli­tica web: in Pode­mos non c’è rifiuto dell’ideologia (anzi), e la cri­tica popu­li­sta (nel senso di Erne­sto Laclau, a cui sono dedi­cate le pagine «teo­ri­che» del libro) non riguarda solo «la casta dei poli­tici», ma l’insieme dei poteri, com­presi quelli economico-finanziari. Senza dimen­ti­care che Pode­mos è un par­tito, e come tale vuole essere percepito.
Con intel­li­genza, Puc­cia­relli e Russo Spena non cadono nella ten­ta­zione di dire in modo sem­pli­ci­stico: «fac­ciamo come in Spa­gna». E tut­ta­via, leg­gere il loro testo può aiu­tare la sini­stra ita­liana a supe­rare l’attuale irri­le­vanza, per­ché serve a smet­tere di cre­dere a «ricette magi­che e testi sacri», anti­chi o di nuovo conio, e a diven­tare final­mente curiosi di ciò che non si è e non si conosce.


Libri per un anno

da il manifesto
ALIAS

Libri per un anno

Ventiquattro libri per il 2015, due al mese, una media per il buon lettore

Ven­ti­quat­tro libri per comin­ciare il 2015 leg­gendo bene, e leg­gendo bene pro­se­guirlo. Ven­ti­quat­tro libri, due al mese. Una media che iden­ti­fica il buon let­tore. Una media che potrà alzarsi esau­rendo, ma sem­pre con le dovute rifles­sioni finali, le pagine non esu­be­ranti de La cucina del Risorto, Ski­doo, I diari segreti di Costan­ti­no­poli, Il pigiama del gatto, Kiku — San la moglie giap­po­nese. Una media che scen­derà accet­tando la pon­de­rosa sfida di La vita plu­rale di Fer­nando Pes­soa e quella archeo­lo­gica di La Roma di Augu­sto. O che, a dispetto dei numeri, si man­terrà tale per­ché titoli come La pie­tra per gli occhi o La strage dei con­giun­tivi inchio­dano alla pol­trona. Tro­ve­rete anche quat­tro libri illu­strati assai diversi tra loro, uniti dalla bontà dell’idea e dalla bel­lezza della gra­fica. Durante l’ultima edi­zione di Por­de­no­ne­legge, a dispo­si­zione dei clienti nelle stanze degli alber­ghi, c’era il clas­sico car­tel­lino ‘Non distur­bare’, da appen­dere alla mani­glia esterna della porta. Su di esso una frase di Vla­di­mir Nabo­kov ‘Sapere che si ha qual­cosa di bello da leg­gere prima di cori­carsi è una delle sen­sa­zioni più pia­ce­voli della vita’. Chi mai si sen­ti­rebbe di affer­mare il contrario?

Pierre Loti
Kiku — San, La moglie giapponese
pp. 180, € 14, O barra O edizioni
Per averne letto diversi lavori, la nostra opi­nione su Louis Marie Julien Viaud, vero nome di Pierre Loti, è che fosse amma­lato di suf­fi­cienza e pre­sun­zione. Ci ricon­ci­lia par­zial­mente con lui que­sto romanzo/diario di viag­gio in chiave auto­bio­gra­fica, capace di aprire le porte del Giap­pone di fine ’800. Qui Loti arriva nel 1885, a Naga­saki, per rimet­tere in sesto la nave da guerra Trion­fante. E qui, come vuole l’usanza, può deci­dere per un prov­vi­so­rio matri­mo­nio. La sposa si chiama Kiku — san, la signo­rina Cri­san­temo. Il libro sarà ispi­ra­tore per il primo atto della puc­ci­niana Madama Butterfly.
Ray Brad­bury
Il pigiama del gatto
pp. 238, € 12, Oscar Mondadori
Il rac­conto che dà titolo al libro risale al 2003 e appar­tiene all’ultima rac­colta curata dallo stesso Ray Brad­bury. Venti sto­rie in gran parte scritte tra la seconda metà degli anni ’40 e i primi ’60, dove Ray intinge la sua penna in trame sur­reali, dise­gnando l’America per­be­ni­sta e con­ven­zio­nale, raz­zi­sta e di fac­ciata, povera e sper­duta. La meta­fora di Cri­sa­lide (1946) è un mani­fe­sto per la parità dei diritti tra bian­chi e neri, Ses­san­te­sei spolpa il mito della leg­gen­da­ria Route, Viva il capo descrive una per­dita colos­sale e para­dos­sale a blac­k­jack. Dol­cea­maro il gusto nella bocca del lettore.
Goli Tara­ghi
La signora melograno
pp. 270, €14, Calabuig
Goli Tara­ghi e Azar Nafisi si somi­gliano. Entrambe di fami­glia ira­niana agiata, entrambe colte, si ritro­vano di fronte al vento nuovo dell’Ayatollah Kho­meini, che in loro smette di sof­fiare rapi­da­mente. Nafisi sce­glie l’esilio negli Stati Uniti, Tara­ghi a Parigi. Da lì diven­gono nar­ra­trici della cul­tura della loro patria, dei tempi dello Scià Reza Pahlavi, dell’integralismo kho­mei­ni­sta, dei viaggi di ritorno. E lo fanno dando voce a uomini e donne, vec­chi e gio­vani, stu­denti e lavo­ra­tori. Bel­lis­simo è l’aggettivo giu­sto per La signora melo­grano di Tara­ghi e Leg­gere Lolita a Tehe­ran di Nafisi.
Roberto Tira­bo­schi
La pie­tra per gli occhi, Vene­tia 1106 d.C.
pp. 288, € 18, EDIZIONI E/O
Vene­zia non ancora Sere­nis­sima, pala­fitte sulle terre dell’arcipelago. Il chie­rico Edgardo d’Arduino, gio­vane e stor­pio ama­nuense, vi approda per gua­rire da una immi­nente cecità. Dicono che a Vene­zia esi­sta il rime­dio, una pie­tra. La ricerca lo porta nel micro­co­smo dei fio­lari, i vetrai, dove da poco è stato assas­si­nato un gar­zone di bot­tega, cui sono stati cavati gli occhi. Al loro posto due bulbi di vetro con pupille rosse. È il primo di tanti avve­ni­menti nefa­sti sul cam­mino di Edgardo. Il nome della rosa 35 anni dopo? No, tutto è Made Tira­bo­schi, per una let­tura che si fatica a lasciare.
Alex Capus
Ski­doo. Viag­gio nelle città fan­ta­sma del sel­vag­gio West
pp. 86, € 9,90, EDT
Cit­ta­dino sviz­zero, ma nato in Nor­man­dia, Capus è andato alla ricerca delle memo­rie più evo­ca­tive del Far West. Le città fan­ta­sma. Assi di legno tar­late, muri sbri­cio­lati, miniere svuo­tate, pozzi d’acqua pro­sciu­gati. Intorno il nulla. Ed è pro­prio da quel nulla che l’autore fa risor­gere figure auten­ti­che di ban­diti di mezza tacca, bir­rai ambu­lanti, sol­dati in sella a cam­melli, nativi ammu­to­liti dall’idiozia dei loro con­qui­sta­tori, spe­di­zioni verso El Dorado ine­si­stenti. Le foto che accom­pa­gnano il testo riba­di­scono che il leg­gen­da­rio West, nella sua quo­ti­dia­nità, di leg­gen­da­rio aveva ben poco.
Mas­simo Roscia
La strage dei congiuntivi
pp. 322, € 15,50, Èxòrma
La sic­cità nell’uso del con­giun­tivo è una delle pia­ghe che afflig­gono il nostro idioma. Chiun­que abbia un minimo di riguardo nei con­fronti di que­sto nobile modo, sus­sulta ogni giorno (guar­dando la tv, ascol­tando discorsi dotti o con­vi­viali, spesso leg­gendo i gior­nali) al cospetto di atten­tati dal rumore caco­fo­nico tipo ‘Spe­riamo che arri­vano pun­tuali’. Pala­dino eroico del con­giun­tivo è Mas­simo Roscia, che ne attacca i nemici nelle pagine di un romanzo diver­tente, scritto con iro­nia for­bita, appas­sio­nante e al mede­simo tempo por­ta­tore di scon­forto in chi, ancora, ama espri­mersi in italiano.
Wil­liam Hazlitt
L’ignoranza delle per­sone colte
pp. 180, € 14,50, Fazi Editore
Di lui scrisse Vir­gi­nia Woolf «In virtù del suo prin­ci­pio ‘è dif­fi­cile odiare chi si cono­sce bene’, se aves­simo cono­sciuto Haz­litt lo avremmo di sicuro tro­vato sim­pa­tico». Sim­pa­tico, e insieme capace di pro­vo­ca­zioni e para­dossi nella rubrica Table Talk, che dal giu­gno 1820 a metà del 1821 tenne sul Lon­don Maga­zine. Sette saggi in cui spicca un raro senso dello humor, tal­volta amman­tato di fero­cia. All’ignoranza delle per­sone colte si uni­scono lo scrit­tore ele­gante, i potenti delle uni­ver­sità e delle pub­bli­che cari­che, il genio incom­preso, l’uomo intel­let­tual­mente supe­riore… Più attuale che mai.
Meh­met Gün­düz Coral
I diari segreti di Costantinopoli
pp. 128, € 13, Besa Editore
I lavori let­te­rari di Coral (Izmir, 1947) sono in pre­va­lenza di ambien­ta­zione sto­rica e legati al suo Paese. Tale è anche il titolo pro­po­sto da Besa. Prima Bisan­zio, poi Costan­ti­no­poli, la città oggi più popo­losa d’Europa divenne Istan­bul nel 1930, per deci­sione di Ata­türk, primo pre­si­dente della Tur­chia. All’epoca di Roma impe­riale era il solo luogo ad essere defi­nito ‘La Città’. I diari di Coral richia­mano la sto­ria, il mito, i per­so­naggi, la gente di que­sto con­te­ni­tore di civiltà e cul­tura, can­cel­lando con giu­sta penna gli ste­reo­tipi eso­tici. Nobile guida ‘paral­lela’, da con­sul­tare in viaggio.
Bruno Berni (a cura di)
Fiabe lap­poni
pp. 178, € 15, Iperborea
Quat­tro let­tere com­pon­gono il nome Sami, che iden­ti­fica il popolo da noi chia­mato Lap­poni. Neve, ghiacci, soli­tu­dini, fore­ste fitte, notti soli­ta­rie sono state fucine per la nascita di leg­gende e soprat­tutto di fiabe. In esse, i Sami sovrap­pon­gono alla fan­ta­sia il retag­gio di abi­tu­dini anti­che, riti quo­ti­diani quali la cac­cia, le invo­ca­zioni e le pre­ghiere agli spi­riti. Primo titolo di una serie che Iper­bo­rea dedi­cherà alla fiabe scan­di­nave, il libro è diviso in 28 sto­rie brevi, magi­che già nel titoli. Esem­pio: ‘Ruobba fa la guar­dia all’albero del re e ruba l’occhio del gigante e del Maligno’.
Adele Marini
Io non ci sto
pp. 288, € 18, Fra­telli Frilli Editori/Feltrinelli
I geno­vesi Fra­telli Frilli, sono tenaci edi­tori del giallo e del noir decli­nati all’italiana. I loro segugi si muo­vono soprat­tutto nel Nord Ita­lia, unendo alle capa­cità inve­sti­ga­tive debo­lezze e doti umane non banali. Il com­mis­sa­rio Vin­cenzo Marino è uno di que­sti. Adele Marini, la sua crea­trice, lo invi­schia in una con­vin­cente trama, i cui fili li tirano da vent’anni i ser­vizi segreti. La scia di san­gue delle loro vit­time puzza di ricatto, su di essa sono in tanti ad aver lasciato l’impronta del silen­zio com­plice e dei misteri taciuti. A Marino il com­pito di can­cel­larla tra Milano e Roma.
Osvaldo Bayer
Pata­go­nia rebelde
pp. 160, € 14, Elèu­thera Editrice
Prima ci pensò la dit­ta­tura a cen­su­rare e distrug­gere le copie del libro, poi fu il turno della moda chat­wi­niana a rele­garlo nell’ombra. Né fu suf­fi­ciente a resti­tuir­gli giu­sta luce il film di Héc­tor Oli­veira pre­miato alla Ber­li­nale ’74 con l’Orso d’oro. Il testo di Bayer rac­conta i per­so­naggi pro­ta­go­ni­sti nel 1921 di un scio­pero che tenne in scacco per mesi le armate dell’esercito e della poli­zia. Erano gau­chos, anar­chici, ban­do­le­ros (tra di loro un ita­liano sopran­no­mi­nato El Toscano) schie­rati con­tro l’arroganza di mili­tari e lati­fon­di­sti. Cro­na­che di ideali poli­tici dal Mondo alla fine del mondo.
Ste­fa­nia Nardini
Jean-Claude Izzo, Sto­ria di un marsigliese
pp. 144, € 12,50, Edi­zioni E/O
Que­sta bio­gra­fia roman­zata di Izzo ha due buoni motivi per essere meri­to­ria di atten­zione. Il primo è che di Jean Claude Izzo l’Italia non cono­sce ancora abba­stanza. Il secondo è che la romana Ste­fa­nia Nar­dini ha fatto di Mar­si­glia la sua seconda patria d’adozione dopo l’Umbria. Aprono i gio­chi due pagine in cui lo scrit­tore immor­tala la città, e sono parole ine­gua­glia­bili per poe­sia e bel­lezza. Poi Nar­dini ini­zia a cam­mi­nare accanto a Jean Claude, fino al ter­mine di una vita durata solo 55 anni. Il libro è com­mosso intrec­cio di sto­rie, cita­zioni, versi, pas­sioni, odori, luci, eterno amore.
Angel Cre­spo
La vita plu­rale di Fer­nando Pessoa
pp. 596, € 26, Bietti
Non è mai esi­stito un solo Fer­nando Pes­soa. Segno evi­dente di plu­ra­lità sono i nume­rosi ete­ro­nimi con cui firmò la quasi tota­lità delle sue opere. Ma Pes­soa fu anche astro­logo e cul­tore dell’esoterismo, gior­na­li­sta, impie­gato in ditte di tra­sporti. Poli­ti­ca­mente si schierò con­tro la demo­cra­zia e ogni forma di tota­li­ta­ri­smo, con avver­sione par­ti­co­lare per comu­ni­smo e socia­li­smo. Amò, insieme all’alcol che gli fu fatale, una sola donna, Ophe­lia. Que­ste poche note ren­dono l’idea della sua com­ples­sità umana e intel­let­tuale, per la prima volta ana­liz­zata a fondo nell’importante opera di Crespo.
Giu­seppe Acconcia
Egitto. Demo­cra­zia militare
pp. 240, € 14, Èxòrma
Del libro di Accon­cia ha già scritto con ampiezza di ana­lisi, qual­che tempo fa, Il mani­fe­sto. A noi il com­pito di ricor­darvi un lavoro che va oltre il repor­tage e la cro­naca per aiu­tare a com­pren­dere i colpi di mano di un governo che con il pre­te­sto di piazza Tha­rir ha ‘giu­sti­fi­cato’ un golpe. Non sazio, il pre­si­dente egi­ziano Abd al Fat­tah al Sisi ha arre­stato decine di gior­na­li­sti tra novem­bre e dicem­bre del 2014, assolto nei pro­cessi molti Fra­telli Musul­mani, com­piuto retate anti­gay tra­smesse dalle tv del Paese, pro­mul­gato una legge che proi­bi­sce i cor­tei. E minac­cia i diritti delle donne.
Manning/Granström
The Bea­tles (illustrato)
pp. 50, € 16,50, Gallucci
Padri e madri di incol­pe­voli bam­bini e col­pe­voli ado­le­scenti che non sanno o mal sanno chi erano The Bea­tles, rega­le­rete loro que­sto fumetto gigante con la scusa delle feste di fine anno. Vi sie­de­rete accanto alla prole per sfo­gliarlo, aggiun­gervi aned­doti e ricordi per­so­nali, ver­sare qual­che fur­tiva lacri­muc­cia. Apprez­ze­rete, ed è que­sto ciò che conta, il lavoro della cop­pia Brita Gran­ström e Mick Man­ning, che con mano leg­gera e però mai super­fi­ciale, hanno saputo rac­con­tare a gio­vani e gio­va­nis­simi i Fab Four prima, durante e dopo la leg­genda; prima, durante e dopo la cele­brità e la ricchezza.
Wil­liam Grill
L’incredibile viag­gio di Shac­kle­ton (illustrato)
pp. 72, € 19, ISBN Edizioni
Una pic­cola mera­vi­glia edi­to­riale che miscela la raf­fi­na­tezza illu­stra­tiva con il rac­conto della spe­di­zione dell’esploratore Ernest Henry Shac­kle­ton al Polo Sud, 1914. Con ven­ti­sette uomini, Ernest partì da Lon­dra a bordo della Endu­rance il primo ago­sto. Nono­stante le ter­ri­bili avver­sità, il clima, la distru­zione della nave, tornò a casa con tutti i suoi. Grill ci pro­ietta nell’impresa nar­ran­done per parole e dise­gni il finan­zia­mento, l’equipaggio, l’imbarcazione, le prov­vi­ste, la par­tenza, il deserto dei ghiacci, le sfide da vin­cere, il Patience Camp… Rotta imme­diata verso una libreria.
Oren Lavie/ Wolf Erl­bruch
L’orso che non c’era (illustrato)
pp. 48, € 9,50, Edi­zioni E/O
Musi­ci­sta e dram­ma­turgo israe­liano, il qua­ran­tenne Lavie si cimenta con una favola dise­gnata da uno dei mag­giori illu­stra­tori mon­diali per ragazzi, il tede­sco Wolf Erl­bruch. L’orso cerca nei boschi e negli incon­tri con altri ani­mali la rispo­sta a que­siti impe­gna­tivi: chi sono, sono felice, sono di bell’aspetto? E nella Favo­losa Fore­sta discute nella Favo­losa Fore­sta con la Mucca comoda, il Penul­timo pin­guino, la Lucer­tola pigra, la Tar­ta­ruga taxi, il signi­fi­cato dei silenzi. Al pari degli altri libri illu­strati pro­po­sti in que­ste pagine, il bino­mio scrittura/illustrazione è molto, molto felice.
Ila­ria Bernardini
La fine dell’amore, Gra­phic Short Stories
pp. 240, € 20, Hop/ISBN Edizioni
Con ISBN, Chiara Ber­nar­dini pub­blicò nel 2006 tre­dici rac­conti sotto il titolo La fine dell’amore. La stessa ISBN, con Hop, li ha con­se­gnati ad altret­tanti illu­stra­tori, che ne hanno fatto una gra­phic novel corale, appena uscita in libre­ria. Volti, per­sone, interni, esterni, imma­gini ieri affi­dati al nero su bianco delle parole, pren­dono oggi fat­tezza nelle tavole di Akab, Mabel Morri, Marco Galli, Jacopo Vec­chio… Segni e tec­ni­che agli anti­podi, durezza del tratto che nelle pagine suc­ces­sive si fa mor­bida, sce­no­gra­fie di oscu­rità e di sole urbani. L’amore, si sa, non è mai uguale per tutti.
AAVV
La memo­ria dell’acqua (Illustrato)
pp. 320, € 20, Iaco­belli Editore
Il Tevere non più biondo, le fon­tane, gli acque­dotti (uno di que­sti è sfondo a una scena de La grande bel­lezza), i ponti, le terme, l’isola Tibe­rina. Roma e il Lazio sono terre di acqua su cui l’uomo, attra­verso i secoli, ha costruito. Archi­tet­ture magni­fi­che, scul­ture che zam­pil­lano, opere di inge­gne­ria idrau­lica, tombe, ville. I tre autori tra­sfor­mano i tesori di que­sto patri­mo­nio liquido in una serie di appro­fon­diti iti­ne­rari urbani e regio­nali. Iti­ne­rari in cui la sto­ria, la leg­genda, la natura, la fede diven­gono ele­menti impor­tanti per com­pren­dere tutto il senso e il fascino del viaggio.
Andrea Caran­dini
La Roma di Augu­sto in 100 monu­menti (con e book)
pp. 416, € 30, Utet
Il nome dell’archeologo Caran­dini è legato soprat­tutto alla sco­perta, durante gli scavi del Pala­tino, a Roma, dei resti di una for­ti­fi­ca­zione appar­te­nente alla cinta mura­ria che cir­con­dava il colle nell’VIII secolo a.C. Il volume che segna­liamo rac­conta la Città Eterna durante il prin­ci­pato di Otta­viano Augu­sto, dal 27 a.C. al 14 d.C. Cento monu­menti desti­nati agli usi più diversi, di cui è cen­tro non solo sim­bo­lico la Domus Augu­sti del Pala­tino, primo palazzo da dove Augu­sto governò. Divisa in capi­toli, lin­guag­gio chiaro e den­sità di rife­ri­menti, l’opera merita evi­denza sugli scaf­fali di casa.
Roberto Bosio
Muo­iono solo gli stronzi. La straor­di­na­ria vita
di Mario Monicelli
pp. 144, € 15, Bra­dipo Libri
Novan­ta­cin­que anni, di cui set­tanta pas­sati con l’occhio, la mente e il cuore die­tro la mac­china da presa. Novan­ta­cin­que anni tra­scorsi in gran parte a inven­tare non solo per il cinema ma anche nella vita. L’uomo Moni­celli era dif­fi­cile, volu­bile, mai com­ple­ta­mente sve­lato agli altri, capace di cam­biare data e luogo di nascita quando gli pareva. Un gran bugiardo, lo definì la moglie Chiara Rapac­cini. Il ritratto che Roberto Bosio ci con­se­gna è un omag­gio mai sdol­ci­nato al padre della com­me­dia all’italiana. E al Moni­celli pas­sato, per quasi un secolo, attra­verso la sto­ria della nostra penisola.
Cavallito/Lamacchia/Iaccarino
I 100 di Milano e Torino
pp. 226, € 12,90, EDT
Nuova edi­zione per la guida fir­mata dai trio di gastro­nomi sabaudi e dai loro col­la­bo­ra­tori. In con­tem­po­ra­nea anche Roma, Genova e Ligu­ria, Firenze, Bari e Puglia. Torino e Milano sono state accor­pate in un unico volume ‘al rove­scio’. I cento locali si divi­dono fra 50 top e 50 pop. Nel primo caso, i prezzi sono da por­ta­fo­glio capiente. Nel secondo (trat­to­rie e din­torni) l’esborso cala di molto. Accanto a nomi noti nelle rispet­tive cate­go­rie, va dato atto agli autori di grande cura nella sco­perta di valide novità. Se Iac­ca­rino evi­tasse troppi com­pia­ci­menti nello scri­vere, ciò non guasterebbe.
Gio­vanni Cesare Pagazzi,
La cucina del Risorto
pp. 64, € 5, Edi­trice Mis­sio­na­ria Italiana
Gesù, si sa, era capace di mira­coli. Ma che li facesse anche in cucina è dif­fi­cile da imma­gi­nare. Non par­liamo della mol­ti­pli­ca­zione dei pani e dei pesci, o dell’acqua tra­sfor­mata in vino. Par­liamo di un Gesù chef, con com­pe­tenze in tema di farina, ortaggi, pesce cuci­nato alla brace, uso del sale… Così sostiene il pia­ce­vole e accu­rato sag­gio del teo­logo lodi­giano Pagazzi. Ricorda Pagazzi che Buon Pastore indica colui che serve in tavola il pasto buono, e Gesù amava riu­nire la sua gente intorno al desco. Il cibo dive­niva, così, tra­mite per pren­dersi cura dell’anima e delle neces­sità altrui.
Marco Lom­bardi
Gustose visioni
pp. 160, € 15, Iaco­belli Editore
Gior­na­li­sta e con­dut­tore radio­fo­nico nell’ambito dei pia­ceri della tavola, Lom­bardi ha appena sfor­nato (il verbo è quanto mai per­ti­nente) un dizio­na­rio dedi­cato al rap­porto tra cinema ed eno­ga­stro­no­mia. Dicia­molo subito: non è la solita sfilza di titoli che vanno da Il pranzo di Babette a Qual­cuno sta ucci­dendo i più grandi cuo­chi d’Europa. O meglio: la lista c’è, ma divisa in tre sezioni che annun­ciano ana­lisi impe­gnate. Ad esem­pio ‘L’enogastronomia come discorso etico poli­tico’. Nutrita (l’aggettivo è quanto mai per­ti­nente) la parte intro­dut­tiva. Nel com­plesso, un lavoro assai ben… cucinato.