La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

IN TERRITORIO NEMICO

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Romanzo storico sulla Resistenza di Pier Luigi Zanata e altri 114 scrittori - metodo Scrittura Industriale Collettiva

Dettagli di un sorriso

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romanzo di Gianni Zanata

Il calcio dell' Asino

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Il calcio dell’Asino. Il calvario di un giornale ribelle (1892-1925) e del suo direttore Giovanni de Nava (Giva)

NON STO TANTO MALE

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romanzo di Gianni Zanata

mercoledì 25 febbraio 2009

Un piatto per un imperatore, di Gaetano Barbella

Dal fratello in web Gaetano Barbella (http://www.webalice.it/gbarbella/) ricevo questo suo ricordo che pubblico volentieri nel mio blog letterario



Quando la storia ci sfiora: un piatto per un imperatore
Di Gaetano Barbella

Ho raccontato della “Tiana di zi’ Maria”, vaghi ricordi di quand’ero ragazzino a Caserta. Ora me
sovviene un altro, ancora di un piatto, ma vero e non fiabesco e anche piuttosto importante per i
suoi risvolti storici.
Ero tredicenne e con la famiglia ci si era trasferiti da tre anni a Trento. Non si stava tanto male
nonostante il cambiamento e non mi fu tanto difficile avere buoni amici trentini, anche se non era
facile per i meridionali il rapporto con quelli del posto. Trento mi piaceva, ma la permanenza in
questa città durò poco, perché dopo due anni si rientrò a Caserta. Mio padre, che era disegnatore del Catasto, ottenne il trasferimento nella città in cui era nato e vissuto.
La ragione della poca simpatia di non pochi Trentini per i meridionali era che non si riconoscevano italiani, cosa che era più diffusa da quelli dell’Alto Adige. Li chiamavano “terroni” i meridionali, cosa risaputa e questo era molto discriminante. Oggi non è più così ma allora purtroppo sì.
Ma ecco la storia del piatto.
Dunque, ricordo bene qual’era la via dove abitavo, si chiamava Via Brigata Acqui posta in
prossimità di Piazza Venezia, non tanto distante dal Castello del Buon Consiglio.
Accanto alla mia abitazione, c’era lo studio di un valente scultore di opere in legno. Ed io che avevo molto disposizione per questo genere d’arte ero spesso in questo laboratorio, il cui titolare mi prese a benvolere insegnadomi la sua arte. Di lui non ricordo più il nome, ma ho impresso nella memoria ancora oggi un lavoro che stava facendo con molta cura, un piatto tutto intarsiato. Mi attraeva il procedimento che seguiva l’artista nel ricavare dal grezzo quel piatto, ma era così per le altre opere che lui eseguiva.
Ma questa scultura era speciale perché fu commissionata per essere destinata come regalo
simbolico, nientemeno che per il matrimonio dell’Imperatore Austriaco e Re d’Ungheria,
ovviamente non regnante, ma in carica a tutti gli effetti.
Si era nel 1951 e l’imperatore appena menzionato è Franz Josef Otto Robert Maria Anton Karl Max Heinrich Sixtus Xaver Felix Renatus Ludwig Gaetan Pius Ignatius von Habsburg-Lothringen, noto semplicemente come Otto d’Asburgo... e con un bel respiro per riprendere fiato.
Il piatto, a scultura finita, aveva delle belle incisioni allegoriche sul fondo, completate con i nomi
delle tre città del Trentino Alto Adige, scritti in tedesco: Ala, Trient und Bozen. La pregevole
scultura venne poi colmata con la terra di questi tre luoghi e, come già accennato, venne offerto a
Otto D’Asburgo che convolava a nozze con Nancy la Principessa Regina di Sassonia-Meiningen.
Chi erano queste persone a fare questo significativo omaggio ad uno “straniero”, non so dirlo con
precisione, la questione relativa allora non sfiorò il ragazzino in me. Ma ora immagino che
dovevano essere esponenti tirolesi altoatesini che vagheggiavano l’idea di riunificazione col Tirolo
austriaco.
Adesso ne parlo con dovizia di particolari ma allora questo episodio passò quasi inosservato persino in seno alla mia famiglia che sapeva della mia frequentazione assidua del laboratorio di scultura dove fu realizzato il misterioso piatto. Ma ero io a non aver mai detto del fatto ai miei, chissà perché.
Oggi ripensandoci e sapendo nei dettagli i fatti della storia del Trentino e Alto Adige di quel
periodo mi sento perplesso non senza una sentita amarezza se posti in parallelo con un’altra storia, quella della questione dell’Esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati. Poiché non basta il ricordo commerativo del 10 febbraio di ogni anno per ricomporre una storia a due binari dell’Italia di fine guerra.
Non si può negare che, a differenza di altre Provincie d’Italia, il Trentino e Alto Adige oggi godono
di un’autonomia di privilegio, frutto di un vero miracolo dell’allora intraprendente e sagace De
Gasperi, Trentino per eccellenza.
Non bastò il Trattato di Parigi, l’accordo De Gasperi-Gruber, ma ci volle ben altro per tacitare il
terrorismo del BAS e così, fu siglato il cosiddetto “Pacchetto” per privilegiare definitivamente nel
1972 l’autonomia delle provincie in questione. Tanto c’è voluto solo per sbiadire - si badi non
annullare del tutto - il ricordo di un Trentino e Alto Adige province del Reich, della stagione
brigatista di Mara Cogol e degli anni delle bombe in Sudtirolo. E se poi a questi fatti si aggiungono
quelli neri della ex Italia dell’Istria delle foibe, vedo due realtà apparentemente slegate fra loro, ma che è opportuno legare emblematicamente a quel “piatto” della terra di “Ala, Trient und Bozen”.
Terre speciali ci sarebbe da dire, se c’è stato un gran daffare, abbasta turbolento, in favore dei
trentini “accasati” da De Gasperi in una casa non loro, con un Trattato dalla raffinata ambiguità
degli “italiani”. Ma è la rievocazione dei primi quarant’anni di autonomia speciale dell’obmann
della Svp, Magnago. L’aveva iscritta tra i meriti-demeriti di Alcide De Gasperi, rispetto a Karl
Gruber, il ministro degli esteri austriaco, autore con lui del celebre accordo del 5 settembre 1946.
Quindi è una visione di parte e non è di quella veramente italiana, che però allora non fu
vigorosamente rintuzzata. Quale dunque il nesso fra tutto questo guazzabuglio in favore di una certa gallina dalle uova d’oro, non per quelli degli “italiani di serie B”, e l’altra gallina, quella istriana, anch’essa dalle uova d’oro, ma per gli “eredi” di Tito? Il nesso - è una mia idea - sembra avere origine da una sorta di baratto che sembra sia servito ai dispositori dell’accordo di Parigi del 5 settembre 1946 per accontentare la Jugoslavia di Tito nel modo che sappiamo, e ammansire l’Italia assicurandole in cambio il Trentino e l’Alto Adige del Reich. Con la differenza, però, che gli altoatesini di lingua tedesca della vecchia Venezia Tridentina sono stati trattati, direi, con i guanti gialli e non come gli esuli istriani riparati in Italia e trattati invece come bestie dai loro compatrioti.
Da notare che oggi il Trentino-Alto Adige – addirittura - formano con il Land austriaco del Tirolo
una Euroregione (Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino). Chiaramente non fu osteggiata questa
interessante realtà, che valica le identità nazionali sia dell’Italia che quella dell’Austria, pur non
arrecando torto a entrambe, e per giunta dovrei anche gioirne poiché sono nato proprio a Bolzano.
Ma questa nascita, avvenuta nel 1938, trattandosi di un figlio di meridionali da poco trasferiti qui
per lavoro, non era altro che uno dei modi previsti per attuare la politica di assimilazione delle
minoranze di lingua tedesca e ladina ed una progressiva italianizzazione dell’intera regione extirolese, perseguita dal governo fascista. Italianizzazione che, però, doveva tener debito conto che era anche il tempo del «passo dell’oca» messa su dal Nazismo proprio nel 1938, come si sa. Perciò non mi sottraggo dal domandarmi questo: ma quelli del Trentino-Alto Adige e dell’Istria ora slava, non erano entrambi figli della stessa Italia? Ma a me sembra un “Italia”, alla luce di questo atroce dilemma, di un cristianesimo del sacrificio cruento, che ricalca la scelta di Barabba dei giudei al posto di Gesù, destinato quindi alla crocifissione sul Golgota e, traslando la cosa, per molti istriani italiani alle Foibe. Dunque è questo il mistero svelato cui va incontro l’Italia cristiana nei momenti critici della sua storia?
Feci una promessa a me stesso, quella di ricordare sempre due date, una delle quali vi riguarda. Non se ne doveva perdere nemmeno memoria anche in altri, e così trascrissi le parole di questo sacro impegno in un breve memoriale insieme a due foto ricordo, e li esposi nel mio sito Il Geometra pensiero in rete e in un altro sito, il giornale on line TellusFolio. Queste sono le cose che qui sono riportate: «Era il tempo in cui l’Italia si preparava per entrare in guerra, la Grande Guerra. Era il momento felice per l’Italia della scienza con i successi di Guglielmo Marconi, Nobel per la fisica nel 1909. Fu anche bello e ricordevole l’esperienza, che Marconi fece sulle radiocomunicazioni, per Umberto Barbella, fratello di mio nonno Gaetano, quale sottufficiale imbarcato sulla Regia Nave Napoli che servì per questa impresa. La foto accanto con la firma autografa del famoso scienziato ne attesta l’avvenimento. Era il 13 marzo 1914. La guerra divampò feroce di lì a poco e furono tre anni di immani sacrifici. La Grande Guerra finì e ci fu la presa di possesso della Base del Comando Navale dell’armata austro-ungarica dislocata ad Abbazia d’Istria. Il caso volle che fosse il sottufficiale Umberto Barbella, imbarcato sul R.C.T. Acerbi della Real Marina Italiana, a sbarcare ad Abbazia per issare il nostro tricolore sul pennone dell’ex Base Navale degli austro-ungarici. In quei giorni di giubilo, mai si potevano supporre gli estremi sacrifici cui furono soggetti i residenti italiani ivi dislocati nel futuro non tanto lontano che li aspettava dopo la seconda guerra mondiale.
Eppure fu un bel giorno quel 4 novembre 1918 che la foto accanto immortalò.
Non ho ragione, dunque, di esaminare “i fatti italiani dell’Istria della gioia” appena ricordati, con
l’entrata trionfante di Gesù a Gerusamme, il giorno delle Palme? Ed una settimana dopo ci fu la
crocifissione e Barabba, un simbolico terrorista per i romani, fu messo in libertà. Oggi i Barabba,
del caso altoatesino in questione, possono rintracciarsi nei terroristi del BAS messi a tacere con la
seduzione politica di stati compiacenti.
Oppure, scavando nel Mistero, emerge tutto un passato della prima Italia delle memorie di Erodoto ed altri noti storici. Un Italia che fu sottratta alla pastorizia dai siculi di re Italo, chiamati gli “uomini della falce”, chiaramente adoratori del dio Saturno, perché imparassero a coltivare la terra.
E così l’Italia in questione si chiamò Saturnia Tellus. Ma i sensibili alle cose dell’esoterismo non
amano tanto questo dio che viene descritto come il distruttore, il padre che si mangia i suoi figli. E
«Il Tempo – dice il famoso maestro di questioni esoteriche, il napoletano Giuliano Kremmerz
(Antonio Formisano) - è una divinità saturniana; vi si agita dentro lo stesso Saturno. A mezzanotte, la falce dell’inesorabile e famelico Dio si solleva e cade sulle cose compiute che non hanno più ritorno: L’onnipotenza di qualunque Nume non può distruggere né cancellare le cose che sono passate realmente nella vita. L’uomo può dimenticarle, ma nessun Dio distruttore può fare che non siano state. Saturno solo può troncarle, falciarle, farle spegnere, ma non può decretare che non siano esistite. È lui stesso che vi si oppone - ...». Meno male!
Insomma, a quanto pare, l’Italia, di quelli di serie “B”, è come il numero 69 che i napoletani della
cabala chiamano “come lo metti metti”, cioè non cambia capovolgendolo, a causa o a ragione sia
del lato ascoso del cristianesimo, sia del corrispondente lato dell’agreste paganesimo saturniano. Ma chi bada a queste cose definibili “poco serie”?
Di “serio”, lessi due anni fa (12.02.07) sul giornale locale di Brescia, dove abito, di che razza sono i
“parenti” slavi attuali della misera Istria del vile baratto, quelli di Belgrado.
Si raccontava di una giovane donna del Montenegrino, Sonjia Roganovic, che diede alla luce un
bimbo all’ottavo mese di gravidanza. Il parto avvenne però in un ospedale di Belgrado che trattenne il nascituro fin tantoché la donna non avrebbe pagato il salato conto di ben 550mila dinari (6500 euro), non essendo in regola con le assicurazioni locali poiché era in stato di clandestinità.
Naturalmente, povera come si trovava quella madre, mai avrebbe potuto riavere il suo figlioletto.
Chissà com’è andato a finire. Uguale, ma proprio pari pari, alla sorte dei beni che gli italiani
superstiti istriani dovettero abbandonare per salvarsi dalle foibe!
Quando la storia ci sfiora...


SCHEDA DI GAETANO BARBELLA

Data di Nascita: 1938.
Indirizzo: Brescia.
E–mail:
gaetano.barbella@gmail.com
Opere sul web: Nel mio sito personale potete leggere tutti i miei saggi
http://www.webalice.it/gbarbella/
Nello Spaziofatato ho pubblicato alcuni articoli; potrai leggerli nell'Archivio.
Genere letterario: saggistica.
Disponibilità ad un agente letterario? Sì, purché senza pagare.
Pubblicheresti con contributo? No.
Curriculum:
Gaetano Barbella è nato a Bolzano il 23 febbraio 1938 da genitori originari di Caserta. È sposato con quattro figli e risiede sin dal 1969 a Brescia, ove si è occupato fino a pochi anni fa di progettazioni industriali.
Nel luglio 1997, Dario Spada, attraverso il periodico fiorentino Giornale dei Misteri, lo ha intervistato, definendolo" un originale ricercatore dell'insolito". Nell'occasione Gaetano ha presentato una sua teoria secondo la quale, attraverso originali cartografie ricavate dalla topografia terrestre, fra centri urbani e località in genere, si perverrebbe alla comprensione della corrispondente supposta vita e posizione astrale. Pochi mesi dopo, a settembre, è stata la volta del periodico romano I Misteri di trattare lo stesso argomento, mostrando in che modo i supposti riferimenti astrali siano connessi, per esempio, alle scritture bibliche.
Dal 1999 fino ad oggi Gaetano si è occupato particolarmente della piramide di Cheope, pervenendo a sconosciute concezioni geometriche che spiegherebbero la disposizione spaziale interna, per esempio, delle tombe del re e della regina. La cosa sorprendente, che deriverebbe dallo sviluppo della suddetta geometria che ha chiamato «Geometria Cheopiana», è, per esempio, la possibile comprensione dello scettro nelle mani degli dei e re dell'antico Egitto, così come risulta dalle rappresentazioni relative dei numerosi noti reperti archeologici egizi. Procedendo le ricerche in questa direzione Barbella ha formulato concezioni geofisiche, per esempio, emergenti dal noto papiro della «Pesatura del cuore di Ani» conservato presso il British Museum di Londra.
Sempre sulla piramide di Cheope ha sviluppato, nel 1999, una sua teoria sulla possibile concezione cantieristica della sua edificazione, con l'ausilio di mano d'opera nel pieno rispetto della loro dignità di esseri umani. Questo lavoro è stato presentato nel 2003 sulla Rivista genovese di Cultura e Spiritualità Lettere e Scritti. Parallelamente Barbella ha portato avanti studi approfonditi sulla Divina Commedia di Dante Alighieri, intravedendovi una straordinaria trama crittografica connessa con la fisica meccanica. Ma anche i suddetti lavori cartografici della topografia terrestre possono considerarsi crittografie, come pure il resto gli altri sopra citati. Della menzionata Divina Commedia Gaetano è pervenuto anche alla decifrazione dell'astruso verso in numeri dell'opera dantesca suddetta che i commentatori hanno emblematizzato col termine di «DVX».
Barbella non ha trascurato di occuparsi delle profezie del veggente del 1500 Michel Nostradamus, che troverebbero riscontro iconografico in taluni casi attraverso le suddette cartografie terrestri di cui ha eseguito un ricco atlante.




11 commenti:

  1. Ciao, da serenella, mi trovo da te e leggo che ei di Caserta, anche io sono di Caserta e il minimo che posso fare e inserirti nei blog che seguo...posso?

    Bella la storia che hai raccontato.
    ciao e buonasera.

    RispondiElimina
  2. Scusami, adesso ho visto che sei di Cagliari...e chi è questo di Caserta che racconta la storia del piatto?

    RispondiElimina
  3. Cara Rosy, benvenuta, se rileggi il post troverai la scheda biografica di Gaetano Barbella.
    Per me e' un fratello nel web al quale sono legato da interessi intellettuali comuni e del quale ospito volentieri i suoi interventi.
    Anche se sono di Cagliari e non di caserta puoi inserirmi tra i blog che segui.
    Vale

    RispondiElimina
  4. Cara Rosy, mi trovo interdetto perché vedo due "Rosy". Rispondo alla prima che è Serenella, all'altra vedo che ci ha già pensato Pier Luigi che è di Cagliari per dire chi sono.
    Cara Serenella sono contento di sentirti e respirare, attraverso la tue parole, un po' di aria di Caserta perché ti sto scrivendo da Brescia. Mi fa piacere che ti sia piaciuto il mio scritto e sarò contento di vederlo riportato sul tuo blog. Ma il "piatto" del racconto in questione ha un gemello, «'A tiana», che riguarda proprio Caserta in particolare. Si tratta di un altro racconto che Pier Luigi ha pubblicato qui in questo blog oltre ad altri miei scritti. Il mio blog è "Il geometra pensiero in rete".

    Ricambio i saluti,
    gaetano

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  5. Ehi,ehi,non escludetemi...Io sono di Avellino!!!

    Gaetano,complimenti per il tuo scritto. Saluti cari a te e a Pierre.

    RispondiElimina
  6. Stai tranquilla, Stella, non trascuro te e Avellino. Mia madre ci teneva per il Santuario di Montevergine situata sul monte omonimo che domina la tua città. E poi il fiume Calore che passa per Benevento in cui ho passato con la famiglia un paio d'anni prima della fine della guerra.
    Grazie per i complimenti,
    gaetano

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  7. Gaetano,il santuario di Montevergine,mi hai fatto venire i brividi... ci sono stata da bambina...ed ero orfana di madre...

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  8. Stella, mi dispiace di aver toccato un tasto così doloroso.
    gaetano

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  9. Beh, vedo che Gaetano sta andando a ruba...e non poteva essere diversamente, dato che vale tanto oro quanto pesa.

    ...E ringraziatemi un po',eh, perché siete arrivati a lui tramite me;)

    Per Gaetano: battute e scherzi a parte, carissimo amico, ho potuto leggere finalmente con attenzione il tuo scritto, che trovo pregevole come sempre. Molto interessante e avvincente la storia che hai narrato.

    Sto aspettando con impazienza quel che stai preparando per il mio blog di Matematica.

    Un abbraccio cumulativo
    annarita

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  10. Annarita , grazie per ciò che mi dici e pure a te Pier Luigi.
    Sì, ho promesso di occuparmi di qualcosa di interessante per te, Annarita, ma è vero che accadono fatti altrettanto interessanti che mi inducono a riflettere e distogliermi. Per esempio il tuo mini-racconto che è stato accolto con un'ovazione straordinaria.
    Che dire? Da un lato - messo lì per diletti poetici - viene chiesto di chiudere a chiave la "porta", men che una fessura; e dall'altro invece il contrario. Ed ora, traslando il presente scorrere dei commenti, tocco un "tasto doloroso". Debbo aggiungere che per non rischiare di diventare duri di cervice, lo scrivere sembra dire sotto pelle cose insondate che l'asino parlante in noi suggerisce. Ci siamo, forse dilettati solo per far salotto, per esempio, sulla "grande madre" del Tao? Perché se leghiamo le cose, potremo vederla come denominatore comune: in "Anna", la mamma di Miriam, in "Montevergine" di Rosy, non escludendo quella del SK che cerca di sfuggire gli eventi della vita.
    gaetano

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