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sabato 31 ottobre 2015

Gli orchi non vivono in periferia

da il manifesto
CULTURA

Gli orchi non vivono in periferia

Intervista. A dieci anni dalla più grande rivolta urbana della storia francese, parla il politologo Thomas Guénolé, autore del libro diventato un caso «Les jeunes de banlieue mangent-ils les enfants?»

 
«Banlieue 13», film di Luc Besson

Arabo, mal rasato, tra i tre­dici e i trent’anni, indossa una felpa con il cap­puc­cio e cam­mina con una Molo­tov in una mano e un col­tello nell’altra. Si fa una canna nei sot­to­scala. Incen­dia delle auto. Tira a cam­pare gra­zie a dei traf­fici ille­citi o fro­dando l’assistenza sociale. Stu­pra le ragazze nelle can­tine; ascolta le pre­di­che fon­da­men­ta­li­ste nelle stesse can­tine. Odia la Fran­cia, l’ordine e dete­sta i fran­cesi (intesi come ’bian­chi’). Ama la jihad. Il suo sogno: bat­tersi in Siria al fianco di Al Qaeda o dell’Isis, per poi tor­nare in Fran­cia per com­met­tere degli atten­tati. Il ’gio­vane della peri­fe­ria’ è l’orco dei tempi moderni».
Poli­to­logo e docente a Scien­ces Po e all’Hec di Parigi, cofon­da­tore di Vox Poli­tica, col­la­bo­ra­tore di Libé­ra­tion, di Bfmtv e del sito Slate​.fr, Tho­mas Gué­nolé ha susci­tato un ampio dibat­tito con il suo recente Les jeu­nes de ban­lieue mangent-ils les enfants?, uscito nell’anniversario dalla più grande rivolta urbana della sto­ria fran­cese, scop­piata nell’ottobre del 2005.
GF1
Tho­mas Guénolé
Dieci anni dopo la grande rivolta il suo libro cerca di smon­tare il mito nega­tivo che cir­conda la figura del «gio­vane di peri­fe­ria», fan­ta­sma ricor­rente che ali­menta ogni sorta di timore nella società. Cosa è cam­biato nel frat­tempo e chi sono dav­vero que­sti ragazzi?
Passo dopo passo, nel corso di que­sto decen­nio, il raz­zi­smo è diven­tato un feno­meno di massa in Fran­cia. Dieci anni fa, Nico­las Sar­kozy intro­du­ceva nel dibat­tito pub­blico un lin­guag­gio aggres­sivo nei con­fronti dei ban­lieu­sard, ma erano in campo anche altre opzioni. Oggi, il dibat­tito è total­mente domi­nato da quel tipo di toni e posi­zioni che pun­tano ad ali­men­tare paura e inqui­tu­dine, in un modo del tutto immo­ti­vato. I gio­vani che vivono in ban­lieue sono infatti poco più di un milione e nel 98% dei casi non sono né dei «paras­siti», né dei delin­quenti o appar­te­nenti a bande cri­mi­nali, né dei pro­se­liti dell’islam radi­cale. Solo che il cosid­detto ascen­sore sociale è in panne da tempo e così sol­tanto un pic­colo numero di costoro rie­sce a tro­vare un lavoro qua­li­fi­cato o a costruirsi una car­riera degna di que­sto nome e, di con­se­guenza, a cam­biare quar­tiere lasciando le peri­fe­rie. Per tutti gli altri, si tratta di soprav­vi­vere tra disoc­cu­pa­zione, lavo­retti pre­cari, «l’arte di arran­giarsi» e la noia. O la fru­stra­zione di un oriz­zonte senza pro­spet­tive. Inol­tre, c’è una cosa che salta subito agli occhi: que­ste zone pre­sen­tano le mede­sime carat­te­ri­sti­che socio-economiche dei paesi in via di svi­luppo: il fatto che un abi­tante su due sia gio­vane, sotto in trent’anni, l’elevato tasso di disoc­cu­pa­zione, l’assenza di for­ma­zione, lo stato di abban­dono delle infrastrutture.
Gli ste­reo­tipi e i pre­giu­dizi in base ai quali sono descritti que­sti gio­vani celano in realtà una nuova «que­stione sociale»?
In gran parte sì. Nel momento in cui il vostro benes­sere pog­gia sulla povertà di qualcun’altro, avrete sem­pre biso­gno di demo­niz­zare quest’ultimo per giu­sti­fi­care la patente ingiu­sti­zia, anche solo di fronte a voi stessi. In caso con­tra­rio, se si dovesse ammet­tere che, come è nella realtà dei fatti, la grande mag­gio­ranza dei gio­vani disoc­cu­pati, pre­cari o senza alcun red­ditto di que­sto paese, vale a dire i ragazzi delle ban­lieue, non sono né dei ban­diti né degli appro­fit­ta­tori e non rap­pre­sen­tano alcun tipo di peri­colo, la pro­spe­rità e l’agio di cui godono le classi medio-alte del paese risul­te­reb­bero intol­le­ra­bili di fronte a una tale esten­sione della povertà. In que­sto senso, la stig­ma­tiz­za­zione dei ban­lieu­sard è pres­so­ché neces­sa­ria per i maschi bian­chi e adulti appar­te­nenti alle classi supe­riori che gui­dano la nostra società. I mostruosi ragazzi delle peri­fe­rie incar­nano le peg­giori paure di costoro: la paura dei gio­vani, dei poveri, degli arabi, dei neri, dei musul­mani. E minac­ciano le loro case, i loro beni, le loro donne, ogni cosa. Per risol­vere il cosid­detto pro­blema delle ban­lieue si dovrebbe in realtà abbat­tere il sistema di segre­ga­zione eco­no­mica sociale e cul­tu­rale su cui si basa la Fran­cia del 2015.
Il socio­logo Emma­nuel Todd sostiene che mal­grado le grandi mani­fe­sta­zioni uni­ta­rie che hanno fatto seguito alla strage a «Char­lie Hebdo», il paese non abbia in realtà supe­rato le sue divi­sioni e in par­ti­co­lare l’esclusione che col­pi­sce gli abi­tantti delle peri­fe­rie urbane. È d’accordo?
In effetti, come ha spie­gato Todd, quella che va per la mag­giore è in realtà un’affermazione falsa. Dopo la strage, è il ceto medio a essere sceso in piazza e a essersi pre­sen­tato come por­ta­voce dell’intera nazione. Ma in quelle mani­fe­sta­zioni i gio­vani delle ban­lieue, come il resto dei ceti popo­lari, erano scar­sa­mente rap­pre­sen­tati. Nello spe­ci­fico, i poveri sono rima­sti ai mar­gini della mobi­li­ta­zione esat­ta­mente per­ché sono esclusi dalla società e dalla poli­tica. Inol­tre, un po’ meno della metà dei gio­vani di peri­fe­ria è cre­sciuta in fami­glie musul­mane, anche se non fre­quenta le moschee o segue i pre­cetti — le ricer­che più recenti indi­cano che solo il 20% di loro si defi­ni­sce «pra­ti­cante». Par­te­ci­pare a ini­zia­tive che, in molti casi, pote­vano appa­rire come cri­ti­che verso l’Islam rap­pre­sen­tava qual­cosa di molto com­plesso. Piut­to­sto, la tra­ge­dia di gen­naio ha avuto una con­se­guenza diretta sulla per­ce­zione che si ha di que­sti gio­vani: dal «mostro delle ban­lieue» si è pas­sati al «mostro musulmano».
Lei descrive l’insieme delle reto­ri­che pre­giu­di­ziali attive in que­sto con­te­sto come una «balia­no­pho­bie» ali­men­tata dai media, da com­men­ta­tori come Eric Zem­mour o da intel­let­tuali come Alain Fin­kiel­kraut che con­du­cono una cam­pa­gna sulla pre­sunta «deca­denza» della Fran­cia.
Con il ter­mine di balia­no­pho­bie ho voluto descri­vere il mix di paura e odio verso i gio­vani delle ban­lieue che sem­bra carat­te­riz­zare la nostra classe media, il nostro sistema infor­ma­tivo, il nostro cinema ma anche le élite del paese. Si tratta di sosti­tuire siste­ma­ti­ca­mente la realtà con dei cli­ché che incu­tono timore e inquie­tu­dine.
Penso a film di suc­cesso come Intou­cha­bles, dove Omar Sy inter­preta il ruolo di un ragazzo di peri­fe­ria che diventa un gang­ster o alle parole di Fin­kiel­kraut che già all’epoca della rivolta del 2005 evo­cava la «pista jiha­di­sta» die­tro alle pro­te­ste; pro­prio lui che nel ’68 stava dalla parte di chi tirava i sassi con­tro i poli­ziotti. Il pro­blema è che le idee degli intel­let­tuali rea­zio­nari sem­brano essere dive­nute ege­mo­ni­che nella Fran­cia odierna.
Si tratta del com­pi­mento di un per­corso ini­ziato all’indomani dell’11 set­tem­bre e che si è fatto via via più aggres­sivo. La messa in discus­sione della gran­deur del paese a causa della crisi eco­no­mica e di diversi fat­tori geo­po­li­tici e l’impasse del modello repub­bli­cano, pro­du­cono un ter­reno favo­re­vole a discorsi basati sul sospetto e sulla ricerca di un capro espia­to­rio e i gio­vani di ban­lieue sem­brano fatti appo­sta per incar­nare que­sta minac­cia, sono l’«altro» per antonomasia.

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