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sabato 10 ottobre 2015

La memoria inattesa dell’Asinara

da il manifesto
L'ULTIMA

La memoria inattesa dell’Asinara

Storie. Nuove ricerche e un accordo internazionale fanno tornare a galla la terribile vicenda dei prigionieri austro-ungarici e dei profughi serbi deportati sull’isola sarda - - e morti a migliaia - durante la Prima guerra mondiale

 
la base di pietra con la raffigurazione della morte opera di un prigioniero /foto Neviodoz
STINTINO
L’Ossario austro-ungarico dell’Asinara, eretto nel 1936 in con­for­mità alla legge fasci­sta sui sacrari mili­tari della prima guerra mon­diale, è un monu­mento inat­teso su un’isola che diviene nota a par­tire dagli anni ’70 con l’istituzione di car­ceri spe­ciali desti­nati a mafiosi, bri­ga­ti­sti e ban­diti del cali­bro di Mat­teo Boe, l’unico a eva­dere da quel lembo di terra aspra e desolata.
Ma le sto­rie sepolte, tal­volta, tor­nano a galla. E non importa se ciò accade per l’altisonante Cen­te­na­rio della Grande Guerra. La memo­ria è paziente e non chiede ven­detta. Sem­mai, giu­sti­zia. Così, il 25 set­tem­bre, a Stin­tino – fon­data nel 1885 da esuli dell’Asinara ai quali lo Stato aveva espro­priato i ter­reni per impian­tarvi una colo­nia penale agri­cola e una sta­zione sani­ta­ria – si è com­me­mo­rata la depor­ta­zione dei pri­gio­nieri austro-ungarici e pro­fu­ghi serbi all’Asinara.
L'ossario austroungarico dell'Asinara
L’ossario austroun­ga­rico dell’Asinara
L’iniziativa s’inscrive in un pro­getto di par­te­na­riato tra i Comuni di Stin­tino e Porto Tor­res, il Parco Nazio­nale dell’Asinara e le Uni­ver­sità di Bel­grado e Sas­sari, volto alla valo­riz­za­zione del patri­mo­nio sto­rico dell’isola del nord Sar­de­gna. Espo­nenti poli­tici – fra cui il pre­si­dente del Comi­tato storico-scientifico per gli anni­ver­sari d’interesse nazio­nale Franco Marini e il sot­to­se­gre­ta­rio alla Difesa Dome­nico Rossi –, rap­pre­sen­tanze diplo­ma­ti­che, auto­rità mili­tari e stu­diosi, si sono incon­trati per riflet­tere sugli errori del pas­sato e dare un senso al pre­sente attra­verso il recu­pero della memo­ria sto­rica. Uno degli obiet­tivi dell’accordo pro­mosso dal sin­daco di Stin­tino Anto­nio Diana, è infatti la rea­liz­za­zione di un per­corso cul­tu­rale che segua le orme dei pri­gio­nieri austro-ungarici e dei pro­fu­ghi serbi.
I ruderi di vec­chi ospe­dali e accam­pa­menti che spun­tano dalla mac­chia medi­ter­ra­nea in loca­lità Stretti e Tum­ba­rino sono le sen­ti­nelle di una vicenda della quale l’isola-carcere non fu che il dram­ma­tico epi­logo. Il cal­va­rio ini­ziò nell’inverno del 1915, quando l’esercito serbo – costretto alla fuga dall’attacco delle truppe alleate tede­sche, bul­gare e austro-ungariche – dovette intra­pren­dere una lunga mar­cia da Niš verso l’Albania, tra­sci­nando con sé circa 40mila uomini. Dopo nove set­ti­mane, il 15 dicem­bre, solo un terzo di essi arrivò al porto di Valona. Qui, i super­stiti ven­nero affi­dati alla Marina Mili­tare Ita­liana che, a causa del rapido dif­fon­dersi di malat­tie infet­tive tra le masse, decise di pre­di­sporre un imme­diato piano di eva­cua­zione. L’Asinara, quasi disa­bi­tata e assurta da fine Otto­cento a laz­za­retto del Medi­ter­ra­neo, fu desi­gnata come luogo di «acco­glienza» per i reietti del conflitto.
A diverse ondate, su piro­scafi dai nomi colti o evo­ca­tivi (Dante Ali­ghieri, Ame­rica), che ricor­dano però i bar­coni cari­chi di mise­ria del nostro tempo, circa 24mila sol­dati toc­ca­rono le coste dell’isola sinuosa (Sinua­ria la chia­ma­vano gli anti­chi romani). Da que­sto momento scop­piò un’immane emer­genza uma­ni­ta­ria, alla quale i pur mira­bili sforzi delle auto­rità sani­ta­rie locali non riu­sci­rono a far fronte. La sta­zione di qua­ran­tena di Cala Reale poteva ospi­tare, allora, meno di mille unità e le navi erano obbli­gate a sostare in rada men­tre sulla ter­ra­ferma si pre­di­spo­ne­vano i campi di con­cen­tra­mento. Durante l’attesa, mol­tis­sime per­sone peri­rono tra le sof­fe­renze e si rac­conta che i cada­veri, get­tati in mare, rag­giun­ges­sero i lito­rali della Sar­de­gna. La morte fece copiosa messe anche negli accam­pa­menti di For­nelli, Stretti, Campu Perdu e Tum­ba­rino (circa 7mila le vit­time atte­state) dove i pri­gio­nieri erano sti­pati – senza sepa­ra­zione tra sani e infermi – in tende dal suolo di paglia o canne: le loro con­di­zioni di salute, aggra­vate da mal­nu­tri­zione, man­canza di acqua pota­bile e carenza di medi­ci­nali, deter­mi­na­rono anche la dif­fu­sione del colera.
ossario_interno (foto Vittorio Mazzarello)
Par­ti­co­lare interno dell’ossario (foto di Vit­to­rio Mazzarello)
Dal 2014 un gruppo di ricerca gui­dato da Sal­va­tore Rubino – docente di micro­bio­lo­gia all’Università di Sas­sari – con­duce un pro­getto di bio-archeologia basato sulla geno­mica e fina­liz­zato all’identificazione delle infe­zioni che col­pi­rono in maniera letale i pri­gio­nieri austro-ungarici. Finora è stato pos­si­bile pre­le­vare dall’Ossario alcuni denti, la cui polpa – sot­to­po­sta a sequen­zia­mento del dna – ha per­messo di rile­vare micror­ga­ni­smi pato­geni come sta­phy­lo­coc­cus e sal­mo­nella. Se gli scavi archeo­lo­gici in pro­gramma nelle zone cimi­te­riali doves­sero por­tare alla sco­perta di ulte­riori reperti orga­nici, future ana­lisi potreb­bero far emer­gere anche il Vibrio cho­le­rae, inve­sti­gato per la prima volta all’Asinara nel 1915 dal bat­te­rio­logo Luigi Piras.
Seb­bene molti pri­gio­nieri fos­sero afflitti da disa­gio psi­co­lo­gico, il dia­rio del ceco Josef Šrá­mek tra­manda stralci di vita. Par­tite di cal­cio, esi­bi­zioni musi­cali degli stessi inter­nati e la pub­bli­ca­zione di gior­nali e rivi­ste sati­ri­che, con­tri­bui­vano a pla­care i con­tra­sti fra per­sone di dif­fe­rente nazio­na­lità e alle­via­vano il senso di emar­gi­na­zione dal mondo, allon­ta­nando dal ristretto oriz­zonte lo spet­tro della fine.
Fra i pri­gio­nieri di guerra dete­nuti all’Asinara vi erano anche pit­tori e scul­tori. Di una base di sta­tua in pie­tra – erosa da raf­fi­che di vento e oblio – rimane, soli­ta­ria, la raf­fi­gu­ra­zione della morte. Forse un monito del destino, affin­ché l’impietosa falce serva oggi da spau­rac­chio e sia stru­mento di libe­ra­zione per l’Asinara e tutte le isole della riva nord del Medi­ter­ra­neo, troppo spesso ingrato approdo di popoli in cerca di asilo.

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