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domenica 11 ottobre 2015

L’utopia rosso fragola

da il manifesto

L’utopia rosso fragola

Storie. Un film come metafora di vita, «La vita è facile ad occhi chiusi» di David Trueba che prende il titolo da un verso di «Strawberry Fields Forever» ed è ispirato alla vita vera di Juan Carrión, un professore che insegna inglese sulle musiche dei Beatles nella Spagna franchista
 
Javier Cámara, Natalia de Molina, Francesco Colomer in una scena del film
«Come sarai a 64 anni?», chiede Jann Wen­ner a John Len­non nel dicem­bre del 1970, durante la cele­bre inter­vi­sta poi pub­bli­cata come Len­non Remem­bers. «Non lo so — rispose Len­non — Spero che saremo una bella cop­pia di anziani e vivremo al largo della costa irlan­dese, sfo­gliando l’album delle nostre fol­lie.» Per quanto la domanda potesse sem­brare irre­si­sti­bile al fon­da­tore della rivi­staRol­ling Stone, era sba­gliata in par­tenza, per­ché When I’m sixty-four è una can­zone di Paul McCart­ney. In quell’intervista avve­le­nata del 1970, Paul era il prin­ci­pale ber­sa­glio della sua rabbia.
Nelle prime 30 pagine gliene dice di tutti i colori: che il suo disco soli­sta fa schifo, che i Bea­tles si sono sciolti per­ché erano stufi di esser i side­men di Paul, che Let it be è stato fatto da gente che pen­sava «Paul è Dio», che la loro col­la­bo­ra­zione auto­riale finì nel 1962 e che dopo la morte di Brian Epstein Paul aveva assunto un ruolo geni­to­riale per il quale si aspet­tava la rico­no­scenza degli altri tre.
Nell’introduzione all’edizione di Len­non Remem­bers uscita nel 2000, anche Yoko Ono prova a rispon­dere alla domanda «Se fosse ancora vivo, che farebbe John oggi?». Un Len­non ses­san­tenne era all’epoca più facile da imma­gi­nare del 75enne di oggi, e Yoko dice: «Era un Arti­sta ed era sem­pre stato inno­va­tivo. Gli pia­ceva spe­ri­men­tare con i nuovi media, per­ciò pro­ba­bil­mente gli sarebbe pia­ciuto inter­net. Par­lava sem­pre dell’avvento del Vil­lag­gio Glo­bale. Sarebbe stato elet­triz­zato dal fatto che oggi esi­ste davvero».
Ima­gine a parte, con­dan­nata ormai al ruolo costi­pato di inno paci­fi­sta, con il pas­sare dei decenni è dif­fi­cile imma­gi­nare che Len­non possa essere ancora fonte di ispi­ra­zione per chi non è suo coe­ta­neo o non appar­tenga alle gene­ra­zioni suc­ces­sive ma limi­trofe, ancora cre­sciute con l’eco del mito dei Beatles.
Allora forse è utile guar­darlo dalla pro­spet­tiva di un coe­ta­neo in cir­co­stanze molto par­ti­co­lari. Ad esem­pio, con gli occhi di un inse­gnante di inglese nell’unico paese euro­peo che nel 1966 era ancora, ormai da quasi trent’anni, sotto un regime fasci­sta: la Spa­gna, bloc­cata nella morsa asfis­siante e feroce della dit­ta­tura franchista.
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La vita è facile a occhi chiusi di David Trueba prende il titolo da un verso di Stra­w­berry Fields Fore­ver ed è ispi­rato alla sto­ria vera di Juan Car­rión, un pro­fes­sore che inse­gna inglese con i testi dei Beatles.
Nell’autunno di quell’anno appro­fittò del sog­giorno di Len­non in Alme­ria, durante le riprese di Come vinsi la guerra di Richard Lester, per andare a incon­trare il suo idolo, chie­der­gli di cor­reg­gere le liri­che che lui aveva reli­gio­sa­mente tra­scritto e di col­mare gli spazi vuoti delle parole che non era riu­scito a deci­frare. Un’esperienza fami­liare a molti pre-Millennials: lo dimo­stra la mia copia in vinile di Revol­ver, la cui busta bianca interna riporta in dili­gente cal­li­gra­fia le parole di tutte le canzoni.
Nel ‘66 John Len­non ha 26 anni ed è in piena crisi: non ne può più del gruppo dopo il deli­rio dei Bea­tles più famosi di Gesù Cri­sto, il Ku Klux Klan, Imelda Mar­cos e via discor­rendo. Il gruppo dà l’addio ai tour e lui vuole fare l’attore, così passa nove set­ti­mane nella Terra delle Fra­gole, l’Almeria, dove scrive Stra­w­berry Fields Fore­ver, che regi­strerà con i Bea­tles ad Abbey Road nel dicem­bre dello stesso anno. Len­non fu subito entu­sia­sta del metodo di inse­gna­mento di Car­rión. Gli cor­resse i testi, che il prof tra­scri­veva regi­stran­doli da Radio Luxem­bourg, e gli pro­mise che sul disco suc­ces­sivo avrebbe fatto stam­pare le liri­che. E così fu, come potete veri­fi­care pren­dendo la vostra copia di Sgt Pepper’s.
La vita è facile a occhi chiusi non è un film sul fran­chi­smo, ma su un eroe ano­nimo che si mette in viag­gio, incon­tra per­sone che gli cam­bie­ranno la vita e con loro assa­pora bre­ve­mente la libertà dal quo­ti­diano, una paren­tesi di fuga dalle catene dell’ordinario. In quasi due ore non accade molto: è un film lento, vuoto come i deserti dell’Almeria. Ma non è così forse la vita in un paese schiac­ciato dalla dit­ta­tura? Un paese sigil­lato, dove non accade niente, a cui è pre­cluso ogni pro­gresso ed evo­lu­zione: la dit­ta­tura è un eterno fermo imma­gine, sem­pre uguale a se stesso. Nono­stante la luce abba­gliante del sud della Spa­gna, nel film si avverte una ten­sione, la sen­sa­zione di qual­cosa che incombe, una minac­cia, una vio­lenza nell’aria. A ciò con­tri­bui­sce la colonna sonora malin­co­nica ma effi­cace di Char­lie Haden e Pat Metheny (Haden accettò la pro­po­sta di Trueba per amore della Spa­gna, alla cui Guerra Civile aveva dedi­cato il primo album della Libe­ra­tion Music Orche­stra, ma essendo già malato girò l’incarico al suo «assistente»).
Il film prende la can­zone di Len­non e ce la rigira sotto forma di domanda silen­ziosa: era dav­vero facile vivere a occhi chiusi sotto la dit­ta­tura fran­chi­sta? Era l’unico modo? Oppure, come dice David Trueba «i veri eroi sociali sono sem­pre per­sone comuni capaci di supe­rare aspet­ta­tivi e limiti», come accade al goffo e occhia­luto pro­fes­sore nel finale del film? E se Fran­ci­sco Franco, pic­colo di sta­tura, fosse l’energumeno bru­tale che, vigliacco come un fasci­sta, bul­leg­gia Jua­njo, l’inerme ado­le­scente capellone?
Il film apre con Help e chiude con Stra­w­berry Fields Forever, «le uni­che can­zoni sin­cere che ho scritto», dice Len­non a Wen­ner. Par­lano di soli­tu­dine, di biso­gno di aiuto, dell’essere diverso, o un pazzo o un genio. Il prof è entu­sia­sta, tenero e imbra­nato come un fan ado­le­scente, e quando lo bec­cano con una foto ero­tica nella borsa, si giu­sti­fica con la stessa rispo­sta dell’allievo a cui l’ha seque­strata. Non ha figli né fidan­zata: come Len­non, «non c’è nes­suno sul suo albero». Non è un genio, ma è inte­gro e gene­roso. Forse cre­sce pro­prio dopo aver incon­trato il suo idolo, a cui asso­mi­glia anche per gli occhiali che Len­non ha ini­ziato a por­tare sul set del film di Lester, nella Terra delle Fra­gole. Tanto che nel finale dà per­fino una lezione all’energumeno, e così facendo apre gli occhi.
Certo i pomo­dori sono meno poe­tici e psi­che­de­lici delle fra­gole, ma sono sem­pre rossi, come il san­gue, la pas­sione, l’amore, l’antifascismo.

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