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giovedì 8 ottobre 2015

Khadra, il mio Gheddafi in prima persona

Khadra, il mio Gheddafi in prima persona

In 'L'ultima notte del Rais' pubblicato da Sellerio

(di Mauretta Capuano).
    (ANSA) - ROMA, 8 OTT - YASMINA KHADRA, L'ULTIMA NOTTE DEL RAIS (SELLERIO, PP 162, EURO 15). L'ascesa e la caduta di un dittatore, di un uomo crudele e fragile allo stesso tempo.
    L'esistenza di eccessi e ossessioni del colonnello Gheddafi viene raccontata in prima persona da Yasmina Khadra, pseudonimo dello scrittore Mohamed Moulessehoul, in 'L'ultima notte del Rais' che venerdì 9 ottobre sarà presentato al Sabir Festival di Messina e domenica 11 ottobre al Festival delle Letterature Migranti di Palermo.
    Il ritratto che viene fuori è quello di un moderno Nerone, tiranno ed eroe che "ha sognato la libertà di un'intera nazione", visto però dall'interno della sua anima oscura. "Ho voluto scavare più a fondo possibile nella sua personalità. Per me, Gheddafi è come il personaggio di un libro, omerico o forse rabelaisiano. È un personaggio straordinariamente complesso e imperscrutabile. Tanto generoso quanto crudele, è una figura patologicamente apprensiva, in cui coesistono dubbi radicali e convinzioni adamantine" spiega Khadra parlando della sua scelta di raccontare in prima persona la storia del Rais. Nato ad Algeri nel 1956, Khadra, che è stato ufficiale dell'esercito algerino e si è fatto conoscere in Italia con i noir 'Morituri' e 'Doppio bianco', entrambi pubblicati da e/o, è autore fra l'altro di 'Cosa sognano i lupi?' (Feltrinelli) e 'Le rondini di Kabul' (Mondadori) e di 'Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini' (Sellerio).
    Dando voce a Gheddafi, Khadra indaga soprattutto l'uomo, una persona nata "nella rabbia e morta nella rabbia". "La sua storia lascia sgomenti, è piena di contraddizioni" dice lo scrittore algerino che ha incontrato il dittatore una volta, durante una delle sue visite di Stato in Algeria. "Era un'occasione ufficiale, facevo parte del comitato di benvenuto presente all'aeroporto di Oran. Aveva una stretta di mano decisa. Mi guardò a malapena. L'incontro è durato non più - dice - di quattro o cinque secondi. Abbastanza a lungo in ogni caso per essere certi che il personaggio che racconta la sua storia nel mio romanzo è veramente e realmente esistito".
    Khadra mentre scriveva il romanzo era "quasi in uno stato di trance. A volte, non ero più me stesso, ma Gheddafi in persona, corroso dal senso di paura e incertezza. Mi sembrava di vivere davvero le ultime ore del 'fraterno leader', anima e corpo. Ho sentito distintamente l'odore del suo sudore, il puzzo di Sirte che brucia, le urla, i boati delle bombe, e ho sentito addosso le esplosioni di rabbia e di terrore. Non ho mai provato nulla di più intenso e doloroso scrivendo un romanzo". La speranza è quella di essere riuscito a "ritrarre nella sua interezza" questo "personaggio shakespeariano, un'Aida di Verdi".
    E, per percorrere questa impresa difficile, Khadra ha indagato nella vita del colonnello incontrando anche persone che lo avevano conosciuto come un alto funzionario libico, a Mosca nel 1980, che "mi ha raccontato - dice l'autore - alcune vicende legate alla vita privata del Rais". Gheddafi "è diverso da Saddam Hussein, Ferdinand Marcos, Idi Amin o da qualsiasi altro dittatore. Occasionalmente visionario, ma più spesso completamente cieco. Ha continuato a commettere errori su errori pur essendo convinto di fare la cosa giusta. La sua idea tribale di sovranità, sacra ai beduini, gli ha permesso ogni sorta di nefandezza e abuso di potere" dice con convinzione lo scrittore, e aggiunge che "è stato vittima della propria fiducia nel coinvolgimento delle masse". Il dittatore, secondo Khadra "è soprattutto la prova del fatto che le nazioni arabe preferiscono la sottomissione all'emancipazione, le bandiere alla ragione, il vuoto alla democrazia".

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