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sabato 12 gennaio 2013

Simone: "Senza controllo i new media favoriscono le patologie psicologiche"

Il professor Simone e il suo libro Il professor Simone e il suo libro 

Simone: "Senza controllo i new media favoriscono le patologie psicologiche"

di Cristiano Sanna
Siamo nell'era dell'homo videns, così dicono. Qual è la salute cognitiva di una società che vive per l’istante, amplificato da apparecchi ad alta tecnologia che esaltano quel momento per poi disintegrare tutto l’attimo successivo? Come si trasforma la nostra mente nell’era della grande Rete di comunicazioni che passano per smartphone, community video, social network, flussi di immagini e suoni che ci bombardano simultaneamente? Raffaele Simone sostiene che l’intelligenza lineare, alfabetica che l’uomo ha conquistato e continua a difendere e promuovere nei vari ordini di istruzione, stia regredendo alla prima fase della scoperta umana del mondo. Quella legata alla visione, al racconto orale, al flusso che ti trasporta mentre resti inerte all'elaborazione critica. Docente di Linguistica all’Università di Roma, saggista pungente, allievo del grande semiologo Tullio De Mauro, Simone è tutt’altro che un apocalittico. Conosce i new media e ne studia le varie implicazioni e potenzialità. Ma viene difficile immaginarlo in pellegrinaggio messianico di fronte alla tomba di Steve Jobs, con una candela animata in digitale sull’iPad. Perché non ha perso il gusto del contropelo fatto ad una realtà in cui un po’ tutti siamo Presi nella rete (titolo del suo saggio pubblicato da Garzanti).
Professore, nella sua analisi di come cambiano percezione della realtà e abitudini in una quotidianità dominata dai media su dispositivi mobili, parla di “esattamento”. Sarebbe a dire?
“E’ un termine preso in prestito dalla biologia. L’esattamento descrive in che modo gli organi vengono prima della loro funzione. Come le ali degli aquilotti, che grazie a quelle impareranno a volare. Oggi sempre più spesso ci relazioniamo con la realtà non attraverso la lettura, che costringe a rielaborare continuamente ciò che apprendiamo, ma attraverso la visione di flussi foto-audio-video. Nel mondo in cui viviamo le persone, e soprattutto i giovani, leggono con le stesse modalità con cui guardano una pagina Web. Brevi incursioni, estrazione e copia e incolla di un francobollo del testo che interessa e uscita repentina. Il che deriva anche dai testi più utilizzati, come quelli degli sms o dei tweet. Questo spiega anche la fortuna di testi-fiume, come i libri di Stephen King, ricchissimi di pagine e fatti apposta anche per il lettore che ci si tuffa dentro attratto da una piccola cellula di parole stampate”.
Nell’era di Wikipedia chiunque può improvvisarsi enciclopedista, come si stabilisce l’autorevolezza di un testo?
“Evitando di fermarsi al narcisismo di chi si connette in Rete. Tutti ci illudiamo di contare e di esistere nel momento in cui commentiamo un argomento su Facebook o scriviamo una recensione sul nostro blog o su TripAdvisor. Scrivere qualcosa on line non significa automaticamente essere giornalisti, critici o studiosi di una materia. Ora vanno di moda i testi scritti a più mani e modificati da altre mani ancora”.
Insomma l’identità personale viene destabilizzata.
“Precisamente. La Rete favorisce la moltiplicazione delle identità che fanno parte di noi, non tutte esattamente raccomandabili. Citiamo il fenomeno dei fake, ovvero prendere l’identità di persone famose o scomparse. Oppure crearne di inesistenti. Materia di interesse per lo studio della modernità ma anche della psicopatologia. A mio avviso gli utenti della media sfera stanno proprio a metà strada fra queste due dimensioni ma la seconda sta crescendo rapidamente”.
La scuola non può in qualche misura ridimensionare questa anarchia?
“E’ ciò che mi auguro e continuo a sperare. Si potrebbe introdurre l’uso di tecnologia digitale in aula in modo molto più convinto di quanto lo si faccia attualmente, ma educando all’utilizzo di quei mezzi. Come ben sappiamo, i siti pornografici occupano più della metà delle navigazioni in Internet e sono moltissime le pagine Web discutibili che non vengono sottoposte a restrizioni. Il fatto è che per trent’anni non ci siamo occupati di questo mondo che diventava sempre più complesso, ingombrante e veloce e oggi non sappiamo bene come affrontarlo.
Sempre meno sostanza e sempre più apparenza spettacolare, verebbe da dire. Non è un caso che le immagini digitali siano esagerate per toni, colori e contrasto. E’ una sorta di doping?
“La realtà va scomparendo, si moltiplicano gli effetti speciali, la digitalizzazione delle immagini, la rielaborazione artificiale del mondo che ritratto in foto. Non è detto che questo sia un male ma teniamo conto che le menti giovani possono con più facilità cadere nella fascinazione del Web priva di qualsiasi senso critico. E che oggi non ci si accontenta di vivere un’esperienza, questa assume senso se viene filmata o fotografata, fino ai casi aberranti di crimini pedofili compiuti solo per averne una traccia multimediale. Il medium crea la realtà e questa viene completamente sostituita dal mezzo stesso. Un fatto di straordinaria gravità, lo dico soprattutto perché vedo pochissima voglia di analizzare in modo serio questo gigantesco frullatore che ha ridotto ogni cosa a pezzi. Così si sta creando la divisione fra elite che gestiscono in modo consapevole i media e proletariato cognitivo. Del quale, badiamo bene, i nostri figli fanno già parte”.
 

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