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venerdì 5 luglio 2013

Elda Lanza: "Il giallo è soltanto il pretesto per una storia più ampia e più complessa"

da Tiscali
Elda Lanza e la copertina del suo nuovo libro
Elda Lanza e la copertina del suo nuovo libro 

Elda Lanza: "Il giallo è soltanto il pretesto per una storia più ampia e più complessa"

di Mariano Sabatini
Stavolta Max Gilardi, il commissario nato dalla penna di Elda Lanza, torna a vestire la toga di avvocato e, dopo aver lasciato la polizia, si trova a dover risolvere ben due omicidi o presunti tali nella sua Napoli. Sì, perché la scrittrice milanese – tre edizioni e svariate migliaia di copie vendute conNiente lacrime per la signorina Olga – lo rispedisce nella città d’origine a curarsi le ferite per il lutto subìto. Per il resto chi deciderà di leggere Il matto affogato (ed. Salani) ritroverà la scrittura accurata, le atmosfere, i personaggi ben cesellati tipici di Elda Lanza, che dice: “Napoli non è soltanto un luogo, ma dà un senso a questa storia. Una Napoli che dopo tanti anni vissuti altrove, Max non riconosce. Gli viene raccontata, maledettamente, nei suoi lati peggiori, come se fosse soltanto 'monnezza e 'ndrangheta”.
Non è così?
"In quel mare che sciacqua tutto... nelle voci delle donne: brune, dal seno prosperoso e la vita sottile... In quella Napoli di luoghi e di persone dove s’è fatto uomo, Max ritrova la voglia di ricominciare. Napoli è molto importante per il romanzo: e anche per Max e per me".
E a Napoli Gilardi deve risolvere due cold case, due “casi freddi”. L’ha fatto per complicargli la vita?
"Soprattutto ho voluto complicarla a me stessa! Non avendo studiato legge, ma filosofia, ho dovuto ricorrere all'aiuto di due avvocati e metterli d'accordo".
Avendo per le mani un personaggio come Max Gilardi, non si rischia di vivere per lui e attraverso lui?
"Certo, Max Gilardi - come nessun altro dei protagonisti dei miei romanzi - è molto ingombrante. Ma così piacevole da avere sempre in testa. Quando avrò smesso di scrivere, questi romanzi saranno un’unica storia: la sua".
Lei scrive da sempre, anche romanzi non “di genere”. Scrivere un giallo o un legal thriller è più facile o più complesso?
"Davvero non saprei rispondere. Io non credo che ci siano romanzi facili. Nel caso de Il matto affogato, per esempio, ho dovuto affrontare difficoltà legali che non mi aspettavo. Inoltre, un legal noir ti chiede un senso di coerenza per essere credibile. La fantasia ti permette più libertà".
Leggendo i suoi romanzi, pur essendo dei gialli e prevedendo molti morti, ci si rende conto di come siano pieni di vita, affollati di personaggi credibili. Come riesce in questo miracolo?
"Mi fa piacere che si percepisca la mia intenzione di scrivere una storia intorno a un fatto di cronaca nera, un crimine, che ne giustifica il genere. A me interessa soprattutto la storia: e il 'giallo' è il pretesto per raccontarla".
È una scrittura che afferra, la sua, e tiene saldamente il lettore, lo accompagna, ci flirta. Ogni capitolo una “zampata”, un guizzo, un passo avanti. Qual è stata la sua scuola?
"Non di giallisti, purtroppo. Non ho mai letto un libro giallo, sto cominciando ora. Ma, forse, mi sono stati utili tanti anni di romanzi a fumetti o di romanzi a puntate, dove impari che ogni puntata deve avere un nocciolo, un inizio e un finale sospeso. Non mi sono mai posta questa domanda, e ora sto cercando una risposta per lei, ma credo che probabilmente devo essere grata anche a BoleroFilm e al suo direttore Luciano Pedrocchi. Una scuola che m'è servita".
I dialoghi tra i personaggi sono veri, tanto che a chi legge sembra di partecipare allo scambio. Ruba molto alla quotidianità?
"Forse. Di solito parlo poco e ascolto molto. Aggiunga che da ragazza ho letto molte commedie, dai classici ai moderni, furiosamente e per pura sfrenata passione. Come racconto spesso, Strehler mi ha fatto amare il teatro ma non il palcoscenico. Forse mi sono rimasti certi ritmi, certe cadenze che ormai io sento quasi musicali. Non ho mai pensato ai dialoghi dei miei romanzi in questi termini, ma la sua domanda mi ha fatto riflettere. Inoltre, scrivendo gialli ho imparato che una battuta deve concludersi con ‘disse’. Se la commenti la sfaldi, la diminuisci. Il ritmo è anche questo".
E le cronache, la lettura dei quotidiani, sono una fonte di ispirazione?
"Di riflessione, direi. Il giallo è un mondo pieno di attrattive. Racconta la vita. Per questo nei miei romanzi ci sono tante situazioni e tante persone normali in piccole storie vere. Sentimenti, sconfitte, amori, bugie. In ogni caso il giallo è parte di una realtà che conosciamo, anche se la realtà è purtroppo e spesso più crudele e complicata della fantasia. Una cattiva maestra".
In questi mesi, all’inseguimento in giro per l’Italia dei lettori del suo precedente best seller “Niente lacrime per la signorina Olga”, quali conferme ha avuto e cosa di nuovo ha imparato?
"Ogni lettore dà dello stesso libro un’interpretazione diversa, questo è magnifico. Ti accorgi di aver scritto più cose di quante credi. Mi hanno ripetuto e spiegato che consideravano il mio un giallo diverso, soprattutto se confrontato con i classici gialli americani e italiani. Perché la morte della signorina Olga, e quindi il nocciolo giallo del romanzo, è soltanto il pretesto. Non avevo esempi ai quali riferirmi, ma se è davvero così, mi piace. Credo che anche Il matto affogato segua questa linea. Non mi ha sorpreso invece sentirmi dire che 'è scritto bene’. Tengo molto alla scrittura, sono noiosamente pignola. Lo considero un dovere verso chi legge".
Ha incontrato anche una classe di scuola superiore per il progetto “adotta uno scrittore” del Salone del libro di Torino. Cosa l’ha colpito di loro?
"La voglia di esprimersi, di confrontarsi, di discutere. Abbiamo affrontato tre temi non semplici come la scrittura, fatta di fantasia e immaginazione, l'amicizia, la stupidità. Li ho trovati vivaci e partecipi. Un'esperienza che ripeterei con gioia".

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