La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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giovedì 7 maggio 2015

ADDIO SHANGRI-LA

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ADDIO SHANGRI-LA (di Rosalba Platini)

rsbaplatiniIeri il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di Angela Terzani Staude [vedi foto sotto], moglie di Tiziano Terzani, indimenticabile scrittore di viaggi e di vita. Scrive del Nepal, povera nazione ferita a morte la cui agonia sta già uscendo dalla cronaca, incalzata dai fatti e dalle notizie che, nel loro succedersi frenetico, sovraffollano le ore delle nostre giornate.
“Incastrato nella catena dell’Himalaya, fra il Tibet buddista e l’India induista, il Nepal si è votato a entrambe le grandi religioni diventando la meta di generazioni di viaggiatori spirituali. Ci vanno ancora i giovani in cerca di una risposta alle domande che la modernità propone, e quelli che cercano il silenzio delle nevi. I nepalesi li accolgono tutti: quelli che cercano Shiva nei luoghi sacri agli indù come quelli che preferiscono meditare all’ombra di un Buddha. Provvedono di sherpa gli scalatori dell’ Everest e di formidabili combattenti Gurkha l’esercito britannico che li spende nelle sue guerre. Infinitamente tolleranti, forniscono visti turistici e marijuana in quantità anche a chi vuole essere semplicemente “on the road”, unirsi ad altri backpacker e adornarsi di scialli e collane nella Freak Street di Kathmandu. Tiziano ci ha trovato la bella giacca di lana bianca che metteva nei suoi ultimi anni.”
Ecco, il ricordo di quella giacca bianca è stato un momento di commozione viva, di rimpianto mai sopito per Terzani, scrittore e uomo.
Da scrittore, avevo trovato nei suoi libri quello che era il viaggiare dei miei sogni: le civiltà lontane, gli incontri con le persone, la condivisione del quotidiano nella ricerca di un’ospitalità mai negata, la confusione della folla e lo spazio vuoto, unica condizione in grado di restituirci la misura della nostra nullità.
Nei reportages dalla Cambogia e dal Laos avevo sofferto la sua impotenza di fronte allo strazio della guerra; in Cina avevo “visto” le devastazioni che una politica di negazione del passato aveva operato nel tessuto delle città. Sulla Transiberiana avevo “guardato” scorrere dai finestrini quella Mongolia che è rimasto un mio sogno inesaudito.
“Viene da chiedersi, anche se inutilmente, com’è che i luoghi anche più venerati dai loro abitanti, quelli pieni di monaci e devoti che s’inginocchiano davanti ai loro dèi, con tanta brava, povera gente che non vive che per loro, siano poi quelli con cui la natura è più inclemente? Noi andiamo e ripartiamo, loro restano. Un po’ contaminati dai nostri vizi, un po’ turbati dal nostro modo di vivere, laico e disordinato, e alla fine, quando la natura si ribella e riduce in polvere il loro mondo, abbandonati a se stessi”.
L’ultima volta che ho visto Terzani aveva addosso quella giacca bianca comprata a Kathmandu.
Negli occhi, l’addio alla vita, che lui sapeva prossimo e la serenità pacificante di chi ha tutto visto, tutto compreso e, alla fine, tutto ricomposto nella sua giusta dimensione.
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