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lunedì 25 maggio 2015

Cannes, la Francia si prende(quasi) tutto

Cannes, la Francia si prende(quasi) tutto (Federico Pontiggia)

Il registaI VERDETTI.

Zero premi zero agli italiani, ha vinto il francese Jacques Audiard, ha vinto il suo dramma franco-cingalese Deephan. Non era il film migliore di Cannes 68, ma solo il migliore dei cinque d’Oltralpe in lizza per la Palma d’Oro: è bastato, e avanzato, per sbancare un festival, si direbbe, nazionalistico, piuttosto che internazionale. Fosse uscito a Venezia, un verdetto simile, il direttore Alberto Barbera sarebbe stato crocifisso in sala mensa, o Sala Grande, viceversa, il nostro Fantozzi è rimbalzato su Twitter via Croisette per scherzare Vincent Lindon, l’unico galletto meritoriamente premiato per La loi du marché, ma prolisso nei ringraziamenti: non i filologici 92 minuti di applausi, dunque, ma di discorso. C’est la France.
E se ancora non l’avevamo capito, i dioscuri Thierry Freamux (delegato generale) e Pierre Lescure (da Canal + a Cannes, presidente) hanno voluto per consegnare la Palma Cecile de France, belga ma con il cognome giusto: Deephan, sapido dramma su una Tigre Tamil che fa Rambo in Francia, vince, ma convince? Audiard serve l’autoironia: “Grazie Michael Haneke per non aver fatto un film quest’anno”. Chapeau. Eppure, le altre scelte soggettivamente di impronta sciovinista, oggettivamente sconclusionate rincarano lo scontento: non la Palma d’Onore all’ottima quasi 87enne (il 30 maggio) Agnès Varda, un “soldato, una combattente”, la saluta Jane Birkin, con la chioma panna-cioccolato e la fama meritata di essere ancora oggi una regista e una donna Senza tetto né legge, il suo capolavoro di 30 anni fa. Comunque, era stata già celebrata l’anno scorso con analogo riconoscimento (Pardo) alla carriera a Locarno: copia e incolla, Fremaux? Premio miglior attore, appunto, a Lindon, che è bravo e, per gli annali del gossip, può vantare fama di playboy e Carolina di Monaco in carnet.   Incassando il primo riconoscimento della sua vita, lo dedica politicamente “agli emarginati dalla società”: avrebbe meritato di più il gigantesco Gerard Depardieu di Valley of Love, ma Lindon è scelta degna, l’erede dei Jean Gabin e dei Lino Ventura è lui.   Migliore attrice, ex aequo con la Rooney Mara (assente) di Carol diretto da Todd Haynes, è Emmanuelle Bercot, che si fa irretire dal furbetto e stronzetto Vincent Cassel in Mon roi.   Chi ha deciso questa supremazia francese? Non per fare liste di proscrizione, ma meritano di essere nominati: i fratelli Joel ed Ethan Coen, presidenti; Rossy de Palma, attrice spagnola e almodovariana; Sophie Marceau, attrice farncese; Sienna Miller, attrice britannica; Rokia Traoré, cantautrice e compositrice maliana; Guillermo del Toro, regista messicano; Xavier Dolan, regista e attore canadese; Jake Gyllenhaal, attore americano. “Cannes è un grande Festival anche quando gli italiani non vincono. Un dovere essere qui: Francia e Italia sono insieme il cinema europeo”, ha commentato a caldo il ministro Franceschini, giunto sulla Croisette solo ieri e rimasto a bocca asciutta. Ma il verdetto di Cannes 68 para colpi anche intestini, con la stampa d’Oltralpe che per tutti i giorni del festival non ha mancato di accusare Fremaux per la selezione: perché Desplechin e Garrel padre alla Quinzaine, questo il refrain, alla luce dei cinque per la Palma? Che non siano, le nostre, acrimonie e recriminazione solo italiane, lo confermano i più, a partire dalchief film critic di Variety Scott Foundas, che su Twitter si scatena.   Salutando invero l’assenza di premi per Sorrentino, mette nel mirino i cuginetti nostri: la Palma ad Audiard, scrive, pare più che altro un riconoscimento alla carriera, come quella tributata a Theo Angelopoulos nel 1998 per L’eternità e un giorno; se il premio a Lindon è meritorio, l’acceptance speech di Emmanuelle Bercot è come “una scena infernale cancellata di Mon Roi”, con hashtag #MaisOuiC’estMaiwenn .  Strane queste rimostranze americane, perché Cannes ce l’ha messa tutta per scimmiottare la Notte degli Oscar: apertura danzante, Benjamin Clementine che canta Dylan per omaggiare les messieurs presidents Coen, John C. Reilly, nel giorno del suo 50esimo compleanno, che rispolvera l’abito del giorno di Tale of Tales e canta una risparmiabile Just a Gigolo. Il resto del palmares non ci consola: cosa buona e giusta il Grand Prix a Son of Saul di Laszlo Nemes, esordiente con un poderoso dramma in soggettiva sull’Olocausto scippato della Camera d’Or; il premio della Giuria – che Laetitia Casta ricorda essere andato a L’avventura e Il Divo… – a The Lobster del greco Yogos Lanthimos; la regia a The Assassin del taiwanese Hou Hsiao-hsien, premiato dalla Golino; la sceneggiatura al messicano Michel Franco, ricompensato da Valeria Bruni Tedeschi, per lo sballatissimo Chronic. Sipario. E un dubbio italico da ricacciare in gola: l’importante era partecipare?
Da Il Fatto Quotidiano del 25/05/2015.

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