La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava
Storia di un amore importante di Grazia Deledda con lettere autografe. Romanzo di Ludovica De Nava

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martedì 8 settembre 2015

ANTICA FOLLIA, by plz

Il mondo e’ un gran bel posto, per nascerci, crescerci, viverci e anche morirci.
La Sardegna e’ bellissima per nascerci, crescerci, viverci e anche morirci.
Nell’ Isola ci sono albe azzurre, mai viste in altri luoghi, c’ e’ la luna piena sopra le mattutine case, le mattutine persone che escono da casa per andare al lavoro, ci sono le stelle del mattino che spargono la loro luce su meravigliosi paesaggi, c’ e’ il sole che riscalda il cuore. C’ e’ la solitudine, c’ e’ il silenzio, solo per te, e soprattutto c’ e’ l’ amore.
Ci sono, comunque, giorni che cominciano strani. Ti svegli, ti alzi, ti prepari il caffe’…
- Sta per succedere qualcosa, ti dici.
E’ quello che e’ successo a me, in questa mattina di fine estate, quando mi sono svegliato nel letto di un agriturismo, nel borgo di Rebeccu, vicino Bonorva, nel sassarese, dove ho dormito.
Faccio colazione. Oggi voglio visitare la necropoli di Sant’ Andrea Prius, non molto lontana. Gli affreschi paleocristiani nello strato inferiore e i dipinti bizantini nello strato superiore di alcune tombe, mi attirano in modo particolare. Sono soprattutto interessato alle numerose leggende che si raccontano su questo sito archeologico, costituito da un complesso di "domus de janas" (case delle fate o delle streghe), edifici funerari scavati nella roccia.
- Sta per succedere qualcosa, mi dico.
Anche il banale gesto di bere il caffe’ assume lo stesso tono profetico e fatale.
- Sta per succedere qualcosa, mi ripeto, mentre esco da casa.
Decido di stare attento, sensibile al segnale che attraversa la mia mente fin dal momento in cui ho ripreso conoscenza.
Per esempio, questa mattina, mentre mi avvio verso la fonte nuragica di ‘’Lu marzu’’, incrocio per strada un’ anziana donna. Il capo coperto da un fazzoletto nero, la camicia bianca, chiusa al collo, la gonna lunga, di colore nero, ricoperta da ‘’su pannettu’’, il grembiule, sempre di colore nero. Dopo avermi salutato, in bonorvese, con un interminabile monologo, mi dice che a Rebeccu, a ‘’Lu marzu’’, a Sant’ Andrea Priu, le anime dei morti si fanno sentire, talora vedere.
Colpito da quelle parole mi avvio verso ‘’Lu marzu’’, con curiosita’. Cammino su viottoli di campagna e cerco di captare qualche suono, eco di passi dei morti.
Dopo ‘’Lu marzu’’ vado a visitare la tomba dei giganti di Ponte Valenti. Poi le altre necropoli romane.
Sono circa le tre del pomeriggio quando arrivo al rio Santa Lucia, che scorre tra boschi di lecci, roverelle e querce da sughero. Decido per una sosta. Devo riposare e mangiare qualcosa. Dallo zaino prendo lo zichi, il tipico pane bonorvese, pecorino e pomodori. Bevo la fresca acqua del rio Santa Lucia, che, in zone piu’ impervie forma piccole cascate. Mi distendo all’ ombra di una quercia utilizzando come cuscino lo zaino.
Guardo il panorama. Una meravigliosa scenografia, con uno sfondo a fantasie di velluto, nastri, nappine, colori, stoffe realizzate con fili di seta, d’ oro e d’ argento, nel palcoscenico della incontaminata natura.
I leggeri sospiri e la dolce nenia dell’ acqua del rio Santa Lucia mi cullano. Estasi naturale.
Cedo al sonno. Sono coscienza senza corpo.
Case, alberi, uomini, donne, nazioni spettri, guerre, bombe mostruose, tesori, scheletri, l’ anziana donna che mi parla delle tristi leggende che aleggiano su quei luoghi, angeli, streghe, ancora angeli che mi dicono ‘’sta per succedere qualcosa’’, affollano i miei sogni.
Non so quante ore abbia dormito.
E’ pomeriggio inoltrato. La luce e’ ancora tanta.
Affretto il passo per arrivare a Sant’ Andrea Prius prima che il giorno ceda il passo alla notte.
Quando arrivo alla necropoli, il sole che per tutto il giorno mi ha accompagnato nel mio giro sta calando. Le ombre allungate assumono figure di donne in costume, alcune sembrano deformi, altre senza testa. Il maestrale che entra nelle ‘’domus de janas’’, disposte su un frontale di rocce di trachite rossa, nell’ uscire e’ simile a lamenti.
In lontananza, sopra i boschi vedo volare un grifone e un nibbio reale.
Sono davanti la roccia, che sta sopra la ‘’Tomba del capo’’, che per la sua forma ricorda un toro, meglio conosciuta in passato come il Campanile, probabilmente perché la tomba impogea sottostante era stata utilizzata in epoca romana e anche in epoche successive come chiesa rupestre.
Una bellissima giovane, in costume bonorvese appare improvvisamente. Si avvicina a me con leggiadria.
- Sono Maria, Maria Manca, dice, sicuramente conosci la mia storia.
Maria Manca, una delle leggende del posto, cacciata dal paese perche’ accusata di stregoneria, ma, soprattutto, si dice, perche’ concedeva i piaceri del suo corpo agli uomini della comunita’.
- Non avere paura, continua, sei un uomo onesto. Per questo puoi vedere i morti, parlare con loro. Questa mattina ti ho mandato un segnale con ‘’Tia Remunda’’. Vedere i defunti, parlare con loro e’ un privilegio di pochi. La mia scelta e’ caduta su te perche’ sei sempre a difesa delle persone ‘’piccole’’ nei confronti di una giustizia dura e spesso cieca. Ami la vita, semplice, preziosa. L’ amore. Combatti contro una societa’ che non ha piu’ innocenti. Approfitto della mia invisibilita’ per muovermi tra i viventi. Solo a te mi sono rivelata.
Si avvicina e mi prende per mano, portandomi a fianco del ‘’toro’’, su un piccolo spiazzo. Si toglie ‘’su pannettu’, lo stende per terra e mi invita a sdraiarmi vicino.
Le sue mani diafane accarezzano il mio viso, le sue labbra, cercano le mie. Sono fredde.
- Non temere. Il mio corpo alle tue carezze si riscaldera’ e tornera’ a vivere di ardente passione.
Rispondo al suo bacio. La mia lingua cerca la sua. Le mie mani accarezzano il suo corpo. Vanno sotto ‘’sa fordetta’’, la gonna plissettata, e accarezzano le sue cosce dalla pelle di seta. Sbottonano il corpetto e fanno uscire due rigogliosi seni. Bacio i capezzoli. Si inturgidiscono. La mano accarezza il suo piatto ventre, dal prominente monte di venere. Indugia all’ interno delle sue bianche cosce. Con maestria sbottona i miei pantaloni e con la mano comincia ad accarezzare il mio pene. Quando sente che il mio desiderio e’ al punto giusto, si pone a cavalcioni sopra di me e fa penetrare il mio membro nella sua vagina.
Il corpo di Maria si era concretizzato in una sensazione tattile, in un calore, in una realta’.
- Senti, mi dice Maria, il vento ulula, lugubremente, ‘’Mai remediu’’, la maledizione che io, donna, offesa, bandita dalla comunita’ bonorvese per le mie stregonerie, ho lanciato contro i mei compaesani prima di lasciare il paese. Il mio ‘’non avrete mai scampo’’ e’ stato indirizzato contro gli uomini, che immemori dei piaceri avuti dal mio bel corpo, avevano votato per la mia cacciata.
Ho gli occhi chiusi. Ascolto la voce di Maria che diventa sempre piu’ debole. Un sussurro. Il silenzio.
Apro gli occhi. Solo. Guardo attorno con la speranza di incontrare con lo sguardo di Maria. Nessuno. Ho sognato. Ho avuto una allucinazione. Propendo per questa ipotesi, ma subito di ricredo. Sono ancora sdraiato sullo ‘’pannettu’’ di Maria. Mi alzo, lo raccolgo e lo metto dentro lo zaino.
I lamenti del maestrale, adesso, arrivano da piu’ parti. Forse sono le anime dei morti de ‘’sa musca machedda’’, uno spaventoso insetto, a volte piccolo, di colore rosso, altre volte grande come la testa di un bue, che volando gettava terrore con il fragore del battito delle ali.
Mia madre mi raccontava sempre dei pericoli de ‘’sa musca machedda’’, il castigo mandato da Dio in Sardegna per punire i troppi peccati.
‘’Non aprire nulla di quello che trovi in campagna’’, mi ammoniva, ‘’ ‘sa musca machedda’ e’ stata sotterrata da un uomo onesto, ma potrebbe sempre tornare a vivere se tu aprissi anfore, orci, o scavassi vicino alle ‘domus de janas’. Il suo alito fetido ti stordirebbe e la sua puntura ti provocherebbe grandi febbri, non riusciresti piu’ a mangiare e moriresti di fame’’. Mi raccontava poi che molti contadini e allevatori, anche in tempi moderni, erano morti per la puntura del micidiale insetto.
Penso a quanto mi diceva mia madre mentre entro nella ‘’Tomba del capo’’, costituita da diversi ambienti comunicanti tra loro. Sopra questo enorme complesso funerario è presente una roccia che per la sua forma ricorda il toro, meglio conosciuta in passato come il Campanile, probabilmente perché la tomba era stata utilizzata in epoca romana e anche in epoche successive come chiesa rupestre.
Penso alla leggenda di Maria, alla sua cacciata, decisa dagli uomini del paese, istigati dalle loro mogli, fidanzate, amanti, e dal prete, don Sotgiu, anche lui conoscitore delle virtu’ di Maria.
L’ uomo di Dio, secondo un’ altra leggenda, fu ucciso da un tale chiamato Zirone Sechi. Il ragazzo aveva voluto così vendicarsi delle turpi attenzioni che il prete aveva riservato alla sua promessa sposa e di molti altri dispetti fattigli dal sacerdote. Perciò aveva voluto punirlo e lo aveva ucciso proprio mentre celebrava la Santa Messa, durante l'elevazione dell'Ostia. Dopo questo episodio, ogni tipo di calamità (carestia, malaria, peste, musca machedda...) colpì il paese che fu abbandonato. Si dice che molte pietre delle case furono poi riutilizzate dalle popolazioni vicine, per costruire l’ attuale Bonorva. Tutte meno quelle della casa di Zirone, il cui ricordo incuteva terrore nella gente.
Entro nella tomba, la sala grande era destinata ai riti, mentre le stanze più piccole venivano utilizzate per seppellire i corpi dei defunti. Sento un fragoroso battito di ali provenire da una della camera piu’ in fondo. Diventa sempre piu’ intenso, assordante, la eco della tomba lo ingigantisce. Mentre cerco di spiegarmi cosa sia, non credo a ‘’sa musca machedda’’, grossi animali mi vengono incontro. Faccio appena in tempo a buttarmi per terra. Un decina di uccelli, che avevano fatto il nido nella tomba si precipitano fuori con un volo disordinato e rumoroso.
Con una torcia a batterie ammiro segni astratti, forse simboli di antichi culti preistorici, gli affreschi paleocristiani nello strato inferiore e dipinti bizantini nello strato superiore.
La fioca luce della torcia illumina i disegni i simboli. Vi vedo Maria, don Sotgiu, Zirone.
Esco. E’ buio. Un silenzio nero e denso avvolge la necropoli di Sant’ Andrea Prius. Nessuno strillo di uccelli notturni.
Rientro all’ agriturismo.
‘’Tia Remunda’’ e’ sulla via.
- Bella die oi, dice.
- Si’! Bella giornata, rispondo.
- Custa esti una bidda macca, sentenzia, e tui ses prus maccu de is atrus.
Forse ha ragione ‘’Tia Remunda’’. Forse in me, piu’ che nel paese, abita una specie di antica follia.

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