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martedì 22 settembre 2015

Fabio Maniscalco, archeologo in trincea

Fabio Maniscalco, archeologo in trincea

La missione: salvare l'arte, a costo della vita




(ANSA) - ROMA, 22 SET - LAURA SUDIRO - GIOVANNI RISPOLI, 'ORO DENTRO. UN ARCHEOLOGO IN TRINCEA: BOSNIA, ALBANIA, KOSOVO, MEDIO ORIENTE' (SKIRA, 192 pp., 16 euro) Nei film di cui è protagonista Indiana Jones strappa alle mani dei suoi nemici reperti archeologici di incalcolabile valore, sfuggendo a trappole e pericoli d'ogni genere. Nella vita reale, però, non tutti sono così fortunati. Ci ricordiamo benissimo l'orrore dell'esecuzione, appena un mese fa, di Khaled al-Asaad, 82 anni, ex direttore del sito di Palmira. L'Isis l'ha decapitato dopo che si era rifiutato di rivelare dove fossero nascosti i tesori della città, che i miliziani avrebbero voluto distruggere o vendere sul mercato nero per finanziare il Califfato. La storia di un altro archeologo-eroe, morto per le conseguenze - stavolta indirette - del suo amore per l'antichità, è raccontata in 'Oro dentro' (Skira). Lui è Fabio Maniscalco, napoletano classe 1965, pioniere della tutela del patrimonio culturale a rischio a causa delle guerre, stroncato nel 2008 da un tumore al pancreas provocato dall'uranio impoverito e dai metalli pesanti a cui era stato esposto nei Balcani. Scritto da due giornalisti, Laura Sudiro e Giovanni Rispoli (la prima è anche lei archeologa), il libro ripercorre la vicenda umana e professionale di Maniscalco attraverso le testimonianze di chi l'ha conosciuto, amato, lavorato con lui. E sono tantissimi, perché Maniscalco era uno studioso instancabile e una fucina di idee: micenologo di formazione, collabora con la Procura di Napoli e la Criminalpol in materia di furti d'arte.
    Arriva a Sarajevo nel 1996, da sottotenente, ufficialmente come addetto stampa. "Mi si disse che nel tempo libero, a mio rischio e pericolo, a piedi o con mezzi di fortuna - ha raccontato in un'intervista poco prima di morire - avrei potuto svolgere attività a favore dei beni culturali bosniaci. In questo modo mi accollavo anche il rischio di una denuncia al tribunale militare qualora fossi rimasto ferito o avessi avuto problemi di altro genere durante il monitoraggio". Il suo lavoro è un successo, tutti lo osannano. Quando non supera la prova per entrare in servizio permanente (con una motivazone sbalorditiva: fallisce il test di cultura generale), non si scoraggia. Si specializza in archeologia subacquea, fonda l'Isform, l'Istituto per lo sviluppo, la formazione e la ricerca nel Mediterraneo, e l'Opbc, l'Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali e ambientali in aree di crisi.
    Diventa vicepresidente del Comitato italiano dello Scudo Blu, dal nome del simbolo che dovrebbe tutelare il patrimonio culturale in caso di conflitti. E poi insegna all'università, scrive saggi, invia continui appelli alle autorità nei teatri di guerra, perché s'impegnino a rispettare i beni storici che appartengono all'intera l'umanità. Viaggia in Bosnia, in Albania, in Kosovo, in Palestina, in Iraq, in Afghanistan.
    Compie sopralluoghi, fa l'inventario del patrimonio culturale, va a caccia sul mercato nero degli oggetti più preziosi sottratti dai trafficanti d'arte. Si batte per il rispetto effettivo della Convenzione dell'Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali, per troppi anni rimasta lettera morta. Vuole eliminare il concetto stesso di ius predae, il diritto del vincitore di impossessarsi delle testimonianze dell'arte dei popoli sconfitti, che nel passato e ancora oggi è esercitato per tante ragioni: per arricchirsi, per manipolare a proprio vantaggio la memoria storica di una civiltà, talvolta per cancellarne del tutto il ricordo. Nel 2007 viene candidato al Nobel per la pace; lui, già gravemente malato, dice che preferirebbe andasse a Gino Strada. La bellezza salverà il mondo, dice una citazione abusata, e chissà se è vero. Certo però l'esempio di Maniscalco ricorda che è compito preciso del mondo salvare la bellezza.
   

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