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domenica 20 settembre 2015

Nel paese dove un drago può uccidere i ricordi

da il manifesto
ALIAS DOMENICA

Nel paese dove un drago può uccidere i ricordi

Intervista. Incontro con Kazuo Ishiguro al Festivaletteratura di Mantova: dopo dieci anni lo scrittore inglese torna al romanzo con una fiaba allegorica, "Il gigante sepolto"


 
Kazuo Ishiguro

Se la luci­dità dei ricordi sia un bene da col­ti­vare o se sia auspi­ca­bile, in realtà, la neb­bia che a volte li avvolge: è que­sto l’interrogativo sul quale Kazuo Ishi­guro torna via via più insi­sten­te­mente nel suo nuovo romanzo Il gigante sepolto (pro­di­giosa tra­du­zione di Susanna Basso, Einaudi, pp. 313, euro 20,00) tra le cui pagine, man mano che i nodi si sciol­gono, i per­so­naggi rive­lano gli scopi che li muo­vono così che tutti o quasi i misteri si dis­sol­vono.
La pre­di­le­zione di Ishi­guro per i con­te­nuti meta­fo­rici ha eletto que­sta volta a suo tea­tro ideale una terra con­tesa tra Sas­soni e Bri­tanni in un tempo inde­ter­mi­nato ma non di molto poste­riore alla morte del leg­gen­da­rio re Artù. Seb­bene pre­ca­ria, la pace regna ora tra i due popoli, dimen­ti­chi delle ragioni che li ave­vano por­tati a odiarsi, così come imme­mori del loro pas­sato appa­iono tutti gli uomini e le donne della con­trada, da che il fiato di un drago-femmina ha steso veli impe­ne­tra­bili sui loro ricordi.
La landa è pove­ris­sima, deso­lata all’orizzonte di una vasta tor­biera, le costru­zioni sono sot­ter­ra­nee, cuni­culi bui dove vivono, in comu­nità con altri vil­lici ran­co­rosi, due buoni vec­chi uniti da un amore incrol­la­bile. Un giorno, Axel e Bea­trice, que­sti i loro nomi, deci­dono di intra­pren­dere – in quella terra popo­lata di orchi, fol­letti e crea­ture sini­stre – un viag­gio per ricon­giu­gersi al figlio, che forse li aspetta in un altro vil­lag­gio. Non è certo, per la verità, cosa li attenda, né per­ché il figlio si sia a suo tempo allon­ta­nato da loro.
Nel viag­gio resi­ste­ranno a tra­ver­sìe di ogni genere, incon­tre­ranno un valo­roso cava­liere man­dato dal suo sovrano a ucci­dere Que­rig, il drago che can­cella i ricordi, e faranno ami­ci­zia con un impro­ba­bile nipote di re Artù, lo sgan­ghe­rato ser Gal­vano, che si vanta di avere com­bat­tuto i più temi­bili sata­nassi, ma ben­ché sia stato desti­nato anche lui alla eli­mi­na­zione del drago ha lasciato pas­sare decenni senza bat­tere un colpo. E, tra le figure più miste­riose, Axel e Bea­trice incon­tre­ranno un bar­ca­iolo, dal cui arbi­trio dipende la sorte delle cop­pie che gli chie­dono un pas­sag­gio all’altra sponda, per­ché solo chi può esi­bire un soli­dis­simo legame otterrà di ricon­giun­gersi a colui che, per primo, ha gua­da­gnato l’altra riva. Molte diverse figure si mate­ria­liz­zano sul fon­dale dove si muo­vono i due vec­chi, fin­ché Que­rig il drago verrà rag­giunto, sta­nato e ucciso, met­tendo fine all’incantesimo che avvol­geva la memo­ria di Sas­soni e Bri­tanni, ora dun­que di nuovo nemici.
Axel e Bea­trice sono final­mente di fronte a ciò che il fiato del drago aveva pie­to­sa­mente obnu­bi­lato, il figlio non è stato rag­giunto né potrà esserlo, il loro amore resi­ste ben­ché riveli sma­glia­ture a suo tempo sanate, ogni per­so­nag­gio andrà a inca­strarsi nel tas­sello pre­vi­sto dal suo destino prima che il fiato del drago lo facesse smarrire.
Dieci anni dopo il suo pre­ce­dente romanzo, Ishi­guro si avven­tura nei ter­ri­tori di un fan­tasy che può irre­tire il let­tore o respin­gerlo, ma di cui non si può fare a meno di ammi­rare la scrit­tura sapien­te­mente in equi­li­brio fra echi medie­vali e moderna intel­le­gi­bi­lità, men­tre la stra­te­gia roman­ze­sca rinun­cia a quelle digres­sioni che nei pre­ce­denti romanzi ave­vano reso a volte esal­tanti le pagine di Ishi­guro e fila diritta a tirare tutte le somme della trama senza tut­ta­via arri­vare a sigil­lare il cer­chio. E, certo, meglio sarebbe sapere di potere leg­gere quanto esi­bito da que­sto testo fia­be­sco senza cer­carvi recon­dite allu­sioni sociali: ciò che ha fatto infu­riare uno sto­rico detrat­tore di Ishi­guro, il cri­tico James Wood, che gli ha dedi­cato un sag­gio sul «New Yor­ker», dove attacca le pre­tese del romanzo di allu­dere a una amne­sia sto­rica; ma lo fa invo­cando cri­teri di vero­si­mi­glianza e di coe­renza – «insomma di che si tratta, di una neb­bia o di una piog­gia inter­mit­tente?» scrive a pro­po­sito della dise­guale inci­denza dell’oblio sui ricordi dei per­so­naggi – fran­ca­mente tra­scu­ra­bili, a fronte del con­fu­sivo incanto che inve­ste chi vive nelle terre del drago. E noi con loro.
Kazuo Ishi­guro è pas­sato da Man­tova la set­ti­mana scorsa, da circa dieci anni non veniva in Ita­lia, è stata una buona occa­sione per chie­der­gli di farci da guida nei misteri sepolti tra le pagine del suo Gigante.
Lei ha scelto di affi­dare gran parte del romanzo a un nar­ra­tore che comin­cia scher­nen­dosi così: «Non ho alcun desi­de­rio di lasciar inten­dere che allora il ter­ri­to­rio bri­tan­nico fosse gros­so­modo que­sto e niente altro»; oppure: «Mi dispiace offire que­sta imma­gine del nostro paese…». A chi cor­ri­sponde, nella sua imma­gi­na­zione, que­sta voce e qual è ruolo che le ha assegnato?
Per molto tempo è stata mia inten­zioni con­se­gnare a que­sto nar­ra­tore un ruolo più signi­fi­ca­tivo di quello al quale si è poi ridotto, ma ridi­men­sio­nai la sua pre­senza per­ché mi pareva che distraesse troppo il let­tore. Tut­ta­via, avevo chiaro fin dall’inizio che il pub­blico al quale si sarebbe rivolto rac­con­tando la sto­ria di Axel e Bea­trice era com­po­sto da bam­bini inno­centi, morti in con­flitti bel­lici: doveva essere una voce moderna che parla da un ambiente sovran­na­tu­rale. E que­sto voi al quale si rivolge cor­ri­sponde, appunto, alle vit­time delle guerre scop­piate lungo tutto il corso della nostra sto­ria. Ora che que­sta voce ha subìto tante tra­sfor­ma­zioni e il suo pro­ta­go­ni­smo è stato ridotto, capi­sco come il suo ruolo non risulti più tanto chiaro. Resta il fatto che mi sono reso conto, via via che avan­zavo, di quanto que­sta voce nar­rante mi tor­nasse utile: era una ottima guida per aiu­tare il let­tore a muo­versi nello strano mondo che stavo inven­tando e dun­que ho deciso, per motivi molto pra­tici, che l’avrei mantenuta.
Tut­ta­via, a due per­so­naggi, quello del bar­ca­iolo che tra­ghetta le cop­pie di sposi verso una isola miste­riosa e quella di ser Gal­vano, il nipote di re Artù, lei ha con­se­gnato una voce pro­pria, facen­doli par­lare in prima per­sona. Come mai que­sta ecce­zione per loro due?
Per­ché volevo otte­nere per que­sti per­so­naggi quell’effetto di inti­mità che il rac­conto in terza per­sona non con­sente. In pas­sato, i miei romanzi sono stati sem­pre nar­rati in prima per­sona ma qui non volevo che ci fosse un solo pro­ta­go­ni­sta, desi­de­ravo met­tere in campo tanti punti di vista capaci di resti­tuire tutti gli aspetti che entrano in gioco in una società. A un certo punto, ho sen­tito l’esigenza di entrare nella testa di Gal­vano e, per quanto riguarda il tra­ghet­ta­tore, seb­bene avessi comin­ciato a descri­verne le gesta in terza per­sona, mi resi conto, poi, che l’effetto sarebbe stato molto più potente dan­do­gli una voce sua. Dopo avere accom­pa­gnato Axel e Bea­trice lungo il loro viag­gio viene il momento in cui, per apprez­zare ciò che sta suc­ce­dendo, fun­ziona meglio pren­dere le distanze dalla loro pro­spet­tiva e vedere le cose dal punto di vista di altri per­so­naggi. Mi è sem­brato che que­sta stra­te­gia nar­ra­tiva per­met­tesse di otte­nere un mag­giore impatto emotivo.
Que­sta non è la prima volta che lei mette i suoi per­so­naggi nelle con­di­zioni di per­dere la memo­ria. Accade a Ryder, il pro­ta­go­ni­sta degli «Incon­so­la­bili», e anche al nar­ra­tore di «A vil­lage after the dark», il rac­conto che pub­blicò nel 2001 sul «New Yor­ker». Sem­bra essere un tema che le sta molto a cuore…
Si, è così. In realtà, fin dall’inizio del mio lavoro di roman­ziere ho avuto uno spe­ciale inte­resse per il modo in cui la gente ricorda e per come dimen­tica: ho sem­pre con­ce­pito que­sto motivo come una chiave attra­verso cui arri­vare a altro. Sia in Un arti­sta del mondo effi­mero che in Quel che resta del giorno ana­liz­zavo il modo in cui anche la per­sona più idea­li­sta, anche chi è dotato delle migliori inten­zioni, può a volte con­tri­buire, senza ren­der­sene conto, a azioni nefa­ste; e da qui sono pas­sato a ten­tare di capire quanto sia dif­fi­cile distin­guere una buona causa da una che non lo è. Quando si è coin­volti in prima per­sona è dif­fi­cile man­te­nere una pro­spet­tiva cor­retta su quanto sta acca­dendo e que­sto si riflet­terà poi sulla memo­ria che di que­sti fatti si man­terrà, una memo­ria che ado­pero come una lente in grado di farci vedere quanto è acca­duto in modo defor­mato. In que­sto ultimo romanzo, evi­den­te­mente, l’atto del ricor­dare ha un ruolo impor­tante: innanzi tutto per quanto riguarda i rap­porti tra Axel e Bea­trice, che non sanno se il loro matri­mo­nio potrà resi­stere quando «il riposo della sme­mo­ra­tezza» li abban­do­nerà. Per­ciò si doman­dano se non sia meglio, a volte, dimen­ti­care. Ma è dav­vero un solido amore quello che si basa su un oblio deli­be­rato? Que­sto è il dub­bio. Nel romanzo c’è però anche una dimen­sione di più ampio respiro, una pro­spet­tiva sociale: evo­cando la pace fit­ti­zia tra Bre­toni e Sas­soni inten­devo allu­dere alle pre­tese di tenere insieme popoli diversi, tra­scu­rando il fatto di capire quali fos­sero i loro rap­porti pre­ce­denti a que­sta pace impo­sta e radi­cata nell’oblio, che come tale non sapremo mai quanto e se potrà durare.
Quindi lei è d’accordo con Susan Son­tag quando diceva che la memo­ria è fatta di ciò che accet­tiamo di ricor­dare e che, tal­volta, per ren­dere pos­si­bile una ricon­ci­lia­zione biso­gna accor­darsi sulla neces­sità di dimenticare?
Certo che sì. A volte dimen­ti­care è la scelta migliore per­ché mette fine ai desi­deri di ven­detta e alla vio­lenza che ne con­se­gue, e que­sto tanto nei rap­porti per­so­nali che in quelli col­let­tivi: baste­rebbe pen­sare alla que­stione pale­sti­nese o, più vicino a casa mia, alla situa­zione dell’Irlanda. È pro­prio vero che a volte non può esserci alcun reale pro­gresso fin­ché non si decide di abban­do­nare al pas­sato qual­cosa di dolo­roso; ma quanto si può andare avanti facendo finta che que­sto qual­cosa non sia mai acca­duto? Se il gigante è stato sepolto ma non ucciso, prima poi potrebbe risve­gliarsi. Sono stato recen­te­mente in Ame­rica per discu­tere di que­sto mio ultimo romanzo e ho tro­vato una situa­zione molto cri­tica per quanto riguarda i rigur­giti di vio­lenza legati alle que­stioni raz­ziali. C’è chi ha sug­ge­rito di estro­met­tere dai testi sco­la­stici molte delle parti che trat­tano la sto­ria dello schia­vi­smo e delle segre­ga­zioni raz­ziali, per­ché gene­rano troppa rab­bia inu­tile nelle gio­vani gene­ra­zioni, soprat­tutto dell’America latina; ma altri sosten­gono che, in realtà, tutti i pro­blemi attuali deri­vano pro­prio dal fatto che non si sono mai fatti i conti fino in fondo con le que­stioni rela­tive alla schia­vitù. Ci vor­rebbe qual­cosa come la Com­mis­sione per la verità e la ricon­ci­lia­zione del Suda­frica, fatto sta che torna sem­pre in ballo l’equilibrio tra ciò che biso­gna ricor­dare e cio che deli­be­ra­ta­mente si sce­glie di dimenticare.
Rian­diamo al romanzo: come mai lei ha deciso di rap­pre­sen­tare il drago-femmina, che tiene in scacco la memo­ria degli uomini, in una postura così anti­e­ro­rica? La dipinge come una crea­tura vec­chia e flo­scia, «così ema­ciata da asso­mi­gliare più a una sorta di ret­tile ver­mi­forme». Eppure le sorti di Bri­tanni e Sas­soni dipen­dono dal potere del suo fiato…
Beh, effet­ti­va­mente Que­rig è un po’ pate­tica, però que­sto non vuol dire che in pas­sato non sia stata una figura eroica, forte, impo­nente. Il suo depe­ri­mento è un sim­bolo dell’enorme sforzo neces­sa­rio a tenere sepolto ciò che è acca­duto di dolo­roso; del resto, nascon­dere qual­cosa logora pro­fon­da­mente, povero drago, e cer­care di sop­pri­mere i ricordi diventa per lei sem­pre più dif­fi­cile con il pas­sare del tempo. A un certo punto ser Gal­vano dice che anche quel poco fiato che resta al drago potrebbe essere suf­fi­ciente a non far ricor­dare più nulla per tutta la vita, e natu­ral­mente c’è chi non è affatto d’accordo sul fatto che que­sto accada.
Per­ché, nella sua imma­gi­na­zione, i monaci dai quali Axel e Bea­trice cer­cano asilo, in realtà pro­teg­gono il drago?
Nel romanzo sono molte le figure che com­bat­tono con il dilemma rap­pre­sen­tato dal tenere o meno in vita il drago: alcuni vor­reb­bero annien­tarlo per­ché sia fatta giu­sti­zia dei torti per­pe­trati in pas­sato, altri vor­reb­bero lasciare tutto com’è. I monaci sono una rap­pre­sen­ta­zione dell’estabishment, pro­teg­gono gli inte­ressi di chi è arri­vato al potere e nascon­dono i mezzi con cui lo hanno otte­nuto. Cre­dono di potere espiare gra­zie alle peni­tenze che si inflig­gono, ma c’è chi li disprezza per que­sta loro con­vin­zione di poter­sela cavare chie­dendo al loro dio di per­do­narli, per­ché que­sto com­porta una man­cata assun­zione di respon­sa­bi­lità. Come accade in tutte le situa­zioni in cui il potere è stato con­qui­stato con la forza e la pace è stata impo­sta, i monaci sono ter­ro­riz­zati dall’idea di per­dere ciò che hanno acqui­sito: temono ven­dette. Mi pia­ce­rebbe, in futuro, ragio­nare meglio su que­sta idea cri­stiana del dio che tutto per­dona, per­ché que­sto rende meno dif­fi­cile com­piere le azioni più atroci.
All’inizio del loro viag­gio Axel e Bea­trice incon­trano una donna vec­chia e cupa, che somi­glia a un uccello nero, e ha tanti coni­gli in brac­cio, che ucci­derà uno a uno. È una figura sim­bo­lica? A cosa allude?
È una donna lasciata indie­tro, sull’altra sponda del guado, dal marito che l’ha ingan­nata. Lungo tutto il romanzo ci sono anche altre figure di vedove che vagano in una atmo­sfera stra­niata, un po’ come fan­ta­smi, sospese tra la vita e la morte. Effet­ti­va­mente, la scena in cui com­pare que­sta donna che lei ricor­dava è molto impor­tante, per­ché attra­verso la sua figura viene intro­dotto un tema fon­da­men­tale della trama, quello che ha a che fare con il timore, e al tempo stesso la spe­ranza, che accom­pa­gne­ranno Axel e Bea­trice lungo tutto il romanzo: non è la morte quel che temono, ma il fatto che qual­che memo­ria sepolta ritorni a divi­derli; e ciò che spe­rano è di amarsi tanto che nean­che la morte li separi quando ver­ranno tra­ghet­tati dal bar­ca­iolo di là dal guado, su un’isola che pos­siamo pen­sare sia l’isola della morte.
Nel suo romanzo pre­ce­dente, «Non lasciarmi», lei ha imma­gi­nato una fuga nel futuro, met­tendo in scena dei cloni alle­vati per donare i loro organi. Qui, invece, nel «Gigante sepolto», la fuga è nell’alto medioevo della Gran Bre­ta­gna. Si sente più a suo agio evi­tando di ambien­tare le sue sto­rie nel presente?
Nelle mie inten­zioni, entrambi i libri riguar­dano il pre­sente, anche se non in appa­renza. Ho comin­ciato a scri­vere Il gigante sepolto pen­sando a quanto è suc­cesso in Bosnia e in Ruanda negli anni novanta: pro­prio ricor­dando que­ste popo­la­zioni che vive­vano in una pace evi­den­te­mente fit­ti­zia, e che quasi all’improvviso si sono ritro­vate al cen­tro di tre­mendi con­flitti, ho messo in scena la con­vi­venza pre­ca­ria di Bre­toni e Sas­soni. Nel caso di Non lasciarmi è vero che la trama sem­bra pro­iet­tata nel futuro ma in realtà siamo in quello che chia­me­rei «un pre­sente alter­na­tivo», e anche in que­sto caso mi sono valso della grande libertà del roman­ziere, della enorme scelta a dispo­si­zione tra geo­gra­fie e tempi sto­rici, per regire a quanto acca­deva intorno a me. Il mio è un ten­ta­tivo di defa­mi­lia­riz­zare cose fami­liari, per far vedere in modo effica ce fatti ai quali ci siamo tanto abi­tuati da non accor­ge­cene più.

Festival letteratura 2015

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