La quercia e la rosa, di Ludovica De Nava

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lunedì 15 ottobre 2012

Cazzimperio da paura


Cazzimperio da paura.
Vista dal porto, Cagliari al tramonto sembra una foto degli anni settanta, un po’ sfocata, gradazione arancione-zafferano, macchie di blu, gli orli consumati.
Fa caldo anche a ottobre. Dalla strada giungono lamenti di clacson, il fracasso di una moto smarmittata.
– Sai cosa dovremmo fare? Cambiare radicalmente. Ecco che cosa dovremmo fare: capovolgere le questioni, guardare la realtà da un punto di vista differente, inusuale, incorruttibile.
Duilio mi parla misurando con lo sguardo la distanza che ci separa dalla bottiglia di birra poggiata sul tavolino del bar. I nostri bicchieri sono pieni a tre quarti, mezzo dito di schiuma.
Davanti a noi la stazione marittima, frotte di turisti, ambulanti e perdigiorno.
Cagliari mi piace, ma a volte vorrei vivere altrove. In un’altra nazione, in un’altra città, in un altro bar, in un’altra vita. Non in un posto dove la gente viene in vacanza.
– Una prospettiva completamente diversa, capisci?
Scuoto la testa in segno di diniego. Mi metto a giocherellare con un tovagliolino di carta. No, non capisco.
Lui tira fuori tabacco e cartine. Se ne rolla una, l’accende. Beviamo.
– Stai parlando di politica? – gli chiedo.
– Sì. Cioè, no. Sto parlando di fare cose inedite, autentiche.
Mi gratto dietro la nuca, un prurito improvviso.
– Inedite e autentiche – ripeto soprappensiero.
– Esatto. Proprio così. Tu, in particolare. Tu ce la puoi fare, potresti dare l’esempio, iniziare ad affrontare l’argomento. Che ne so, scrivere qualcosa che riguardi l’autenticità della politica. Attaccare il malcostume, raccontare le ruberie, i brogli, i sotterfugi, i fatti e i misfatti del Potere.
Piego il tovagliolino in quattro, poi in otto.
– No, no. Non se ne parla. Non ne ho voglia, non sono in grado, non mi interessa. Non ho nemmeno capito a che cosa ti stia riferendo. E, a dirla tutta, penso che se ne discuta già abbastanza, di queste cose. Tutti non fanno altro che riempirsi la bocca di politica.
– Ho detto scrivere, non discutere.
– Sottigliezze. Scrivere significa discutere. Più o meno.
Ci riempiamo i bicchieri sino all’orlo. La bottiglia adesso è vuota. Ne ordiniamo un’altra. La ragazza del bar guarda Duilio, un’occhiata complice. La tipa è davvero carina. Cerco anch’io un approccio. Ma lei non mi fila neanche di sguincio.
– Hai letto dello scandalo in Lombardia? – fa Duilio.
– Sì, ho letto. Ma che cazzo c’entra?
– C’entra, c’entra. Scusa, ma tu pensi sul serio che Cagliari sia così diversa da Milano? Pensi sul serio che qui non esista il voto di scambio? Pensi sul serio che qui i politici non stringano patti con la malavita per comprare preferenze alle elezioni?
– Regionali?
– Regionali, provinciali, comunali. Non cambia nulla. Anzi, sì, cambiano le tariffe. Ma il meccanismo è lo stesso.
La ragazza del bar stappa la bottiglia, la poggia sul tavolino. Duilio fa lo svenevole, dice grazie, e lo dice in un modo che lo prenderei a schiaffi.
– A Cagliari non c’è la malavita organizzata – gli dico.
– Non ce n’è bisogno. A Milano c’è necessità della malavita organizzata, per concludere questo genere di affari. Qui no. Qui basta quella che c’è, di malavita. Disorganizzata, ma fino a un certo punto.
Duilio rolla e fuma. Sento che sto per innervosirmi. Così mi metto a strapazzare un altro tovagliolino di carta.
– Senti, non dico che non ti creda, che non abbia ragione o altro, non lo so, non mi stupirei se ne sapessi più di me, quindi va bene, se dici che così stanno le cose, io posso pure crederti, non ho alcuna intenzione di mettermi a discutere di certe teorie, illazioni, accuse, chiamale come vuoi, però io davvero non ho capito, non ho ancora capito che cosa tu mi stia chiedendo, e soprattutto non ho capito che cosa intenda per fare cose inedite e autentiche.
Duilio butta via il fumo, sta in silenzio per un po’.
– Si potrebbe iniziare dalle cose più semplici: denunciare gli imbrogli e gli scandali, prima che ci arrivi la magistratura, ché tanto qui da noi non ci arriva mai, e dovresti pure chiederti per quale motivo non ci arriva mai. Te lo sei mai chiesto?
– No. Cioè, sì. Ma che c’entra? E dopo le denunce? Che fai? Dov’è il progetto politico? Dov’è che le peschi le cose inedite e autentiche? A chi ti rivolgi? Ai magistrati? Sei così sicuro? No, guarda, mi sa che tu vedi fantasmi ovunque. Altro che politica. E poi, francamente, a me non sembra che le cose adesso vadano così male. Su, diamo tempo al tempo. Non si cambia mica da un giorno all’altro.
– Più di un anno, è passato.
– Si vabbe’, più di un anno. Ma non si cambia di botto. Dài, le cose non vanno male. Non vanno benissimo, d’accordo. Ma dire che vanno male, mi pare troppo.
– Dici così perché a te piace la politica del pinzimonio.
Quando fa così, Duilio, non lo reggo, proprio non lo sopporto. Butto giù l’ultimo sorso di birra. Di colpo un pensiero sovrasta tutti gli altri: ma perché non mollo tutto e me ne vado a vivere in Australia?
– Guarda che è vecchia, la storia del pinzimonio – gli dico – l’ha tirata fuori Benigni, nel 1995.
– E allora? – mi fa lui – Che cos’è cambiato dal ’95 a oggi?
No.
No che non mi freghi, cazzone d’un Duilio. Quasi quasi chiamo la ragazza e ordino un’altra bottiglia.
– Te lo dico io cos’è cambiato – gli dico – nel ’95 Allegri giocava nel Cagliari, mentre oggi allena il Milan di Berlusconi.
– Chi era il centravanti?
– Dario Silva.
– Sa Pibinca?
– Proprio lui.
– E il PD?
– Non c’era.
– E cosa c’era?
– Il PDS.
– Segretario?
– D’Alema.

– Ci facciamo un’altra birra?
– Mi sa che è meglio, va’.


nella foto: dettaglio de “I Funerali di Togliatti“, 1972, di Renato Guttuso.
 

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