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lunedì 15 ottobre 2012

Maria Cuffaro: «La guerra trasforma tutti in bestie»

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Maria Cuffaro: «La guerra trasforma tutti in bestie»

Quando la chiamo è in macchina: è il suo giorno libero, è trafelata come sempre, lei che è abituata a viaggiare da anni tra Gaza e Cambogia, tra Kashmir, Iraq e Stati Uniti. Maria Cuffaro adesso è a Roma, lavora al Tg3 dal 1989, da quando a dirigerlo era Sandro Curzi. Si è fermata per un po’, ha scritto un libro-racconto della sua vita e di quella degli altri. Si chiama “Kajal” (edizioni ImprimAtur, €16,00), un film stampato delle sue esperienze da inviata che parla delle vittime, dei carnefici e dei sopravvissuti, di coloro che «accolgono i giornalisti con lo stesso sguardo avido e pieno di speranza», si legge sulla quarta di copertina.


«Un giornalista che va in guerra spesso perde l’umanità, diventiamo persone peggiori e soprattutto riusciamo a dare informazioni peggiori. Io ho avuto la fortuna di poter scegliere di fare questo lavoro e fare la giornalista significa assistere alla storia mentre accade. La guerra trasforma le persone in bestie. Uccidono per non essere uccise, si abbrutiscono tutti, dai soldati alle vittime che soffrono. Le donne diventano dure e persino i bambini diventano cinici. A Baghdad, nel giorno in cui scoppiarono otto autobombe e venne colpita anche la crocerossa vidi un bimbo che raccoglieva i resti umani e li ammassava su un pezzo di lamiera. Era meticoloso e quando qualcuno lo bloccò, quasi si offese perché pensava di essersi reso utile», racconta.
Più che promuovere il suo libro, Maria Cuffaro cerca di trasmettere le stesse emozioni che l’hanno portata a buttare giù tutti quei ricordi di vita e di lavoro: «Ricordo i bambini a Mosca abbandonati per strada. Li ho rivisti nelle immagini che poi ho mandato in onda. Ho voluto raccontare queste immagini che mi sono rimaste dentro perché ho voluto guardare con i loro occhi, sentire la loro sofferenza».
Una delle «vite degli altri» che le è rimasta più impressa è stata quella di una ragazzina che vendeva il suo corpo per strada in Cambogia: «L’ho conosciuta per caso, aveva 16 anni. Era sola, il padre l’aveva venduta perché facesse la prostituta. Era finita in un bordello e si era ammalata di Aids. Mi chiese di ritrovare suo fratello, lo cercammo insieme e alla fine ci riuscimmo: aveva nove anni e raccoglieva rane per strada. L’ho comprato per 50 dollari e così è tornato con la sorella».

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