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lunedì 15 ottobre 2012

Il Philip Roth inglese? No, il Jane Austen ebreo

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Il Philip Roth inglese? No, il Jane Austen ebreo

Il Philip Roth inglese? No, il Jane Austen ebreo
Di Daniela Ranieri (@danielaranieri)
[Howard Jacobson è uno scrittore ebreo di Manchester vincitore del Man Booker Prize nel 2010 con L'enigma di Flinker, e del Bollinger Everyman Wodehouse Prize come miglior libro comico con L'imbattibile Waltzer, esilarante e lirico elogio del ping pong. Ha una rubrica settimanale sulle colonne dell'Independent dove parla di cultura pop, cinema, televisione, e dove ha criticato il boicottaggio anti-israeliano definendosi un "sionista liberale"]
Quando gli dicono che è il Philip Roth britannico, lui risponde che preferisce essere considerato il Jane Austen ebreo.
E in effetti i suoi temi sono i sentimenti e il loro rovescio cerebrale, il portato di pena e voluttà del tradimento, la condizione di straniero nella terra dell’amore e in quella, promessa, del suo popolo, la cui frequentazione nel ghetto di Manchester gli suscita alternativamente ribrezzo, compassione e una specie complicata di sedotta indifferenza. Ha vinto il Man Booker Prize con The Finkler question, in cui affronta il tema insidioso dell’antisemitismo ebraico, con un protagonista inetto che somiglia «un po’, vagamente» a Brad Pitt. Poco prima, con The act of love, aveva dimostrato la forza atletica, anzi acrobatica della sua scrittura, raccontando, in sostanza, l’ebbrezza di venire traditi dalla propria moglie.
Con Kalooki nights, il suo capolavoro, riesce in quello che a nessuno è venuto mai in mente di fare. Intrecciando il racconto della sua adolescenza in compagnia del complessato Manny in un sobborgo ebraico di Manchester con quello del presente in cui deve rintracciarlo per fargli dire in tv i motivi per cui ha ucciso i genitori (ebrei ortodossi e mortiferi), ritorce nevroticamente un filo spinato dentro questa doppia elica: si tratta del para-racconto – forse una fantasia infantile trascinata nell’età adulta e avvitata nella coazione a sposare donne gentili (cioè non ebree) se non proprio ariane – la cui voce narrante è un prigioniero a Buchenwald che languisce d’amore per Ilse Koch, la moglie del comandante del campo Karl Otto Koch, nota alla Storia come “la puttana di Buchenwald”.
Quello che riesce a fare Jacobson è incredibile: col registro piano della testimonianza tragica, mostra al lettore il risvolto inquietante dell’orrore eccezionale, fino ad infrangere il limite supremo dei racconti della Shoah, quello della fascinazione erotica per l’aguzzino, e di una voluttà della sconfitta che solo in parte coincide col masochismo. Il risultato è quello di impastare nel lettore una gamma di emozioni che vanno dalla rabbia alla commozione fino al sospetto di essere stato manipolato, provocato fin nel midollo a percepire la tensione erotica nel contesto storico più spaventoso che esista.
Il suo ultimo libro Zoo time (edito a Londra da Bloomsbury Publishing e non ancora tradotto in Italia), è un’allegoria dell’estinzione – della scrittura, dell’editoria, del matrimonio, della civiltà – in cui alcuni temi a lui cari come l’impraticità del protagonista maschile, il misantropismo offeso, la ricerca del dolore e di tutti i tipi di bruciante sconfitta, l’intricata ilarità delle situazioni umane, la capacità di nuocere degli individui comuni, l’aspetto ferale, dozzinale e sublime dell’erotismo, vengono condotti fino all’apoteosi.
Guy Ableman (il nome è un’allusione a un tizio qualunque antifrasticamente definito abile, cioè potente) è uno scrittore fallito, ma non definitivamente: piuttosto, è uno scrittore continuamente fallimentare. È sposato con la complicata Vanessa, ma vuole portarsi a letto la suocera. Scrive libri di un’ambiguità sessuale furiosa e lacerante che viene rimestata dalla sansa torbida della provincia inglese, producendo un’anamorfosi frustrante – perché la realtà per lui è sempre deludente – dell’ispirazione che gli viene da D. H. Lawrence e Henry Miller.
L’affinità tra l’uomo e lo scimmia (il primo libro di Guy si intitola Who Gives a Monkey?, più o meno Chi se ne frega?), da ipotesi letteraria di libertà e sfrenatezza erotica, si rovescia nella vita quotidiana in banale metafora dell’abiezione. L’esilarante memoir dello scrittore nevrotico prevede recensioni-merda su Amazon, cocktail con popolarissimi scrittori uxoricidi, editor depressi che gli consigliano di autopromuoversi su twitter e poi si suicidano, incontri col mondo dei lettori, composto da categorie – donne, gay, pluralità, amici dei bambini – che si sentono tutte ugualmente offese. Come conseguenza psicosomatica della mancanza di reciprocità tra un sé ripiegato e sedentario e il mondo ostile, l’autore impotente deve fronteggiare anche la stitichezza.
L’atmosfera che regna nel libro è quella della fine, in particolare delle parole. “Mai più”, come ne Il Corvo di Poe, è il leit motiv di ogni esperienza, dalla letteratura alla scelta del vino al ristorante. D’accordo con Bataille che l’erotismo è «l’affermazione della vita fin dentro la morte», Jacobson sa che le parole della fine sono il più importante veicolo per la lussuria, ed è abituato a muoversi tra gli estremi vertiginosi dell’esistenza; ma è in questo libro, in cui il narratore è insieme specchio beffardo dell’autore e suo degradante doppio, che la voluttà tragica del desiderio e del lutto che percorre tutta la sua opera si incarna in una scrittura che vuol dire contemporanemente sé stessa e la sua sparizione.
La capacità inarrivabile di Jacobson è quella di conciliare gli opposti con un linguaggio ironico e anti-cinico, che sprigiona insieme il veleno e il suo antidoto. L’agevolezza ingannevole del suo stile si avvita fino all’eccesso come la vite di Henry James: provocando fratture ai temi portanti dell’esistenza – la morte, il sesso, la colpa, la vergogna – emerge con la sua punta aguzza a ferirci e a farci il solletico. È questo l’effetto più vorticoso che i suoi libri producono: quello di suscitare il riso sfrenato al cospetto dell’estinzione.

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