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giovedì 18 settembre 2014

“L’armata dei sonnambuli” Wu Ming e la rivoluzione


“L’armata dei sonnambuli” Wu Ming e la rivoluzione

A Cagliari Guglielmi e Pedrini del collettivo letterario parlano del loro ultimo libro
di Daniela Paba
CAGLIARI. Per scoprire i lettori di Wu Ming, basta partecipare a Marina Cafè Noir, che col famoso collettivo di scrittori mantiene un rapporto di simpatia e scambio. Ospiti della serata di chiusura, Wu Ming 4 e 5, Federico Guglielmi e Riccardo Pedrini, hanno presentato “L'armata dei sonnambuli” (edito da Einaudi), 794 pagine dedicate alla Rivoluzione francese. Un grande affresco dove il “noi narrante”, il popolo di Parigi racconta la decapitazione di Luigi XVI.
Tra i protagonisti Marie Nozière, personaggio femminile complesso, una novità per Wu Ming: «Non abbiamo scelto i personaggi, loro hanno scelto noi – spiegano alla platea – perché c'è nel romanzo una componente psicoanalitica evidente. Ma c'era l'ambizione di creare un personaggio femminile all'altezza degli altri. Il personaggio nasce e, solo dopo, ti rendi conto che è nodale. Marie è stata riscritta moltissime volte, perché non volevamo un personaggio-funzione».
Il romanzo illumina dal 21 gennaio 1793 un biennio di Terrore, tra rivoluzione e controrivoluzione: «Abbiamo scoperto che il Terrore è qualcosa di più esteso di come l'insegnano a scuola – raccontano - Le teste si tagliavano prima e dopo. Ed è falsa l'idea che il Terrore fosse imposto dall'alto. In realtà il popolo di Parigi chiede una “soluzione finale”, non si accontenta dell'abolizione dei titoli nobiliari. I giacobini erano dei liberali che tentano la mediazione e provano a dirigere la Rivoluzione per un certo periodo: delle centomila teste di Marat ne caddero 17.000».
Altro protagonista è Leo Modonnét, un guitto della Commedia italiana che si trasforma in supereroe settecentesco: Scamouche vendicatore, non ha una percezione esatta della realtà ma un'intuizione fondamentale: che la politica è rappresentazione, come a teatro. «La politica come rappresentazione nasce in quegli anni: prima non era visibile, nascosta nei boureau di corte. Si celebrava fuori la gloria del potere. La Rivoluzione sostituisce la gloria con la rappresentazione. Leo è anche un precursore delle avanguardie in un romanzo surrealista. D'altra parte le categorie di destra e sinistra, di politica come spettacolo nasce lì». Pensare che le rivoluzioni possano sopravvivere è per Wu Ming un pensiero infantile: «L'idea muore nella realtà ma senza quel tipo di orizzonte è difficile articolare il pensiero critico». Nel titolo c'è un po' di mesmerismo (una cura esoterica messa a punto all’epoca che usava l'ipnosi per curare le più svariate patologie) e un po' di critica sociale, Wu Ming punta il dito contro l'ipnosi sociale che detta l'agenda dei notiziari, sull'attenuazione della coscienza: «Ci si arrende all'idea che tutto non può che ripetersi così com'è. Una tendenza al naturale ripiegamento».
L'antidoto si nutre idee e progetti nuovi: un romanzo sulla Grande Guerra, l'intenzione, vent'anni dopo gli esordi, di scrivere sulla contemporaneità, la consapevolezza d'essere sempre meno eurocentrici. «Accadono fatti nel mondo di cui nessuno parla: in India i marxisti controllano un territorio grande metà dell'Italia, non certo con la dittatura. Nessuno, a parte Arumdhati Roy, lo racconta».

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